Cile. Intervista ad Ethel: “Il Cile, le neo famiglie adottive e il desiderio dei nostri figli di conoscere le loro radici”

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Ethel Araya Geeregat vive a Santiago del Chile. Lavora per un ente autorizzato italiano: accompagna le coppie nel momento della formazione della famiglia, le accoglie all’aeroporto e le fa incontrare con i loro figli. Ha cominciato ad occuparsi di adozioni nel 2001 grazie a Padre Alceste Piergiovanni Ferranti, che abbiamo presentato in uno dei post precedenti. Pioniere delle adozioni in Cile le ha insegnato a guardare alle nuove famiglie con sensibilità e rispetto. L’abbiamo raggiunta e le abbiamo fatto alcune domande sui timori delle coppie che arrivano per adottare in Cile, sui bambini e le loro reazioni iniziali, fino ad arrivare a consigli pratici per i neo genitori. E’ ancora oggi in contatto con ragazzi ormai adulti che vivono da anni in Italia. L’intervista è stata divisa in tre parti.

D. Ci hai detto che segui le coppie italiane che arrivano in Cile per adottare un bambino: potresti descriverci le emozioni che vivono queste coppie e i bambini quando si incontrano? 

R.Quando incontro per la prima volta le coppie, al di là della grande stanchezza per il lungo viaggio, le vedo felici perché si sentono vicine a realizzare il loro progetto di famiglia…però io dico loro: “ Adesso comincia una nuova tappa”. E sarà una fase diversa, piena di sorprese, con momenti di frenesia, frustrazione, affetto, difficoltà e soddisfazione. Certamente, non è facile quello che affronteranno!

Il loro maggiore desiderio  è di  vedere i loro figli il prima possibile. Il maggiore timore è il rifiuto da parte del minore: “ Siamo degli estranei, se non gli piacciamo, se non si avvicina…” Ci sono degli incontri a cui dobbiamo partecipare prima di conoscere i bambini (la Autorità Centrale in Cile riceve la coppia, si presenta, li accoglie e spiega i passi del processo adottivo nel nostro paese). A volte i genitori mi chiedono  perché non si può andare subito dai bambini, questo per spiegare l’ansia e necessità di incontrare i figli subito! Preoccupa il momento dell’incontro, chiedono che cosa devono fare e dire, di stare loro vicino, si interrogano su quello che gli operatori possono pensare …

Durante le prime ore in Cile la coppia è desiderosa di sapere come sono i loro figli, come vivono in Cile, come funzionano i centri di protezione per minori, hanno la necessità di rivedere la loro storia. Immagino che tutto ciò nasca dalla necessità di trovare i loro punti di forza. Per fortuna mi accompagna il dono dell’empatia e poco a poco arriviamo ad un dialogo chiaro e intimo. Mi sorprendo ogni volta quando aprono la porta del loro cuore perché io possa entrare nella loro vita e rendere più piacevole questo periodo di permanenza in Cile.

Se ci caliamo nella prospettiva dei minori dobbiamo pensare che generalmente oscillano tra due sentimenti: l’allegria e l’ira. In Cile i bambini vengono preparati per l’incontro e l’integrazione in famiglia. Conoscono molto bene il significato della solitudine, del non aver nessuno che ti viene a trovare… il sentimento di abbandono è molto forte e dannoso. Non lo sanno esprimere con le parole, per questo hanno certe reazioni non sempre spiegabili. Esistono minori che per i danni inflitti dalla famiglia di origine non possono essere dati in adozione. La società, in questo caso, sceglie il compromesso di prepararli a diventare autonomi.

Il percorso del minore in Cile consiste nel prepararlo ad integrarsi nella famiglia. La maggior parte dei bambini desiderano avere “dei genitori per sempre”. Nel percorso di preparazione per ottenere l’idoneità all’adozione, si elabora una storia di vita in modo terapeutico, lavorando su ricordi e paure, dando significato a quanto accaduto nella esperienza di vita del piccolo. I professionisti cercheranno di sostituire il senso di colpa,  visto che i minori pensano di essere arrivati in istituto per causa loro. A seconda dell’età e usando parole adatte si cerca di far capire che loro non c’entrano, le responsabilità della loro situazione è esclusivamente degli adulti. Questi adulti che non hanno la capacità di proteggerli, difenderli e nutrirli. Quando il minore viene ritenuto idoneo all’adozione, comincia la ricerca della ”migliore famiglia per lui”. Nel frattempo il piccolo è preparato a comprendere cosa significa  vivere in famiglia, in che cosa consiste una famiglia, il ruolo dei genitori e dei figli. Nel momento in cui si individuano i genitori migliori per lui e questi accettano, comincia la tappa di preparazione ad entrare in una famiglia concreta. Si lavora usando fotografie (ogni coppia deve mandare un album con foto loro e della loro famiglia allargata, della casa, della stanza da letto e animali domestici…).

A questo punto del percorso il bambino è molto felice ma allo stesso tempo è in tensione. Ogni giorno il comportamento cambia in istituto e a scuola. Si sente in qualche modo superiore o differente dagli altri bambini. Adesso loro appartengono ad un’altra categoria (“ho genitori perciò non mi daranno ordini nè le operatrici nè le maestre”) e comincia un periodo di instabilità o irrequietezza.

Credo che in loro comincino ad affiorare le paure. Non mancherà di certo chi tra i compagni o i ragazzi più grandi lo intimidirà dicendo che se continua comportarsi così nessuno lo verrà più a prendere.

Arriva il giorno dell’incontro. Sono allegri e euforici e in quel momento non c’è posto per la paura: “Finalmente arrivano i miei genitori!”. I bambini quando vedono i genitori, li riconoscono dalle foto, corrono ad abbracciarli.  Alcuni, i più timidi, se ne stanno tranquilli e fermi finchè i loro genitori li cercano, li abbracciano e li baciano con amore. Di solito i bambini  cominciano ad interagire da subito, fanno domande, mostrano giochi e ridono. Ricevono i regali che portano i genitori, giocano un poco e la maggior parte chiede di andare a casa (intendendo per casa gli aparthotel  dove stanno le famiglie durante la permanenza in Cile). Sono tanto felici, sono così tante le novità! Stare in una casa, vedere tutti gli oggetti che i genitori hanno portato per loro,  si lasciano lavare e mettersi il pigiama. Poi c’è il contatto via skype con i nonni, gli zii e cugini in Italia… 

Alla fine della giornata si deve andare a dormire. Alcuni bambini non ci vogliono andare, resistono, hanno bisogno della luce accesa, della compagnia dei genitori…  Comincia la paura più grande: “Se mi addormento e i miei genitori se ne vanno, mi lasciano? Se questo è un sogno e quando mi sveglio sto ancora in istituto, come sempre?”

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D. Ricordi qualche episodio che ti è rimasto in mente perché un po’ particolare?

R. Mi ricordo di un ragazzino di 12 anni.  Era molto felice di avere due genitori per sempre, ma con il passare dei giorni, dopo due o tre settimane cominciò a comportarsi male, disobbedendo e facendo quello che voleva, arrivando al punto di non tornare a dormire la notte. Rimase a giocare con il pallone da solo oltre alle due del mattino. I genitori erano molto preoccupati perché non capivano il cambio di atteggiamento. Raccomandai a loro di andare a dormire, di spegnere tutte le luci e lasciare la camera aperta e la porta accostata in modo che il ragazzino capisse che lo stavano aspettando. I coniugi dovevano starsene in silenzio se lo avessero sentito ritornare, come se stessero dormendo.

Il giorno dopo ebbi una conversazione profonda con il ragazzo esprimendo quello che sentivano i suoi genitori  che erano venuti fino a qui solo per lui, per nessun altro, che per loro era loro figlio etc… la sorpresa fu la risposta. Dopo avermi ascoltata ed essersi preso un momento di silenzio, mi disse. “ Tìa, i miei genitori sono tanto buoni con me, io non li merito. Io sono cattivo!” Lo abbracciai con tutto l’amore che potevo, gli parlai delle qualità positive che aveva, di tutto quello che aveva superato in quei pochi anni di vita e che, ad ogni modo, era meglio sentire cosa avevano da dire i suoi genitori, che cosa sentivano per lui. Quel momento fu un qualcosa di speciale. Quando i suoi genitori udirono le ragioni del figlio, lo abbracciarono e gli assicurarono che gli stavano dando quello che si meritava perché LUI ERA LORO FIGLIO, che lo amavano molto che avevano sognato da sempre la loro vita con lui, che era un ragazzino splendido, con i suoi difetti e virtù che comunque lo amavano. Da quel momento il suo comportamento cambiò e il ragazzino cominciò il suo processo di crescita in famiglia.

Con delicatezza e affetto seguo le coppie e la cosa più meravigliosa del mio lavoro è esser testimone di come fiorisce nella nuova famiglia l’amore tra papà, mamma e figli, quasi un miracolo.

(continua…)

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