Studi e ricerche. Sangita, 17 anni: “Le origini, i ricordi e la nostra identità”

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Il dolore, la morte, le domande che restano…

Un anno fa parlavamo di Habtamu, il ragazzino africano che non ce l’ha fatta a trovare risposte a domande importanti dentro di sè. Troppo grandi per lui, troppo difficili, troppo …

Allora, a gran voce, sul web si era levata  la richiesta di istituire la giornata sull’adozione. Conosciamo la mamma che ha avuto questa intuizione e interpretiamo le sue intenzioni: parlare di adozione nella società civile per soppiantare il pietismo con la concretezza delle azioni nella scuola, nel vicinato, nella stessa cerchia di parenti e amici. C’è molto da fare per l’accoglienza e l’integrazione dei nostri ragazzi. Ancora di più oggi che discutibili rappresentanti dei cittadini attaccano il “diverso” per coprire la corruzione e il marcio che dilaga nei loro partiti.

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Nel frattempo vi lasciamo con le domande che i nostri figli hanno lanciato al Convegno di International Adoption nel maggio del 2013 tramite la loro rappresentante, Sangita. Sono le domande che sono nella testa dei nostri ragazzi, che spesso non riusciamo a decifrare dai loro comportamenti a volte disorganizzati e inspiegabili.

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Alcune risposte degli operatori le forniremo più avanti, quelle che secondo noi sono state le più significative. Intanto, da genitori, riflettete su questi quesiti. Le domande che restano…nella mente dei nostri figli.

IL VIAGGIO ALLA RICERCA DELLE ORIGINI

Incontrando altri ragazzi che come me condividevano il fatto di essere indiani e di essere stati adottati, mi ha colpito

molto la differenza che si percepiva tra chi era tornato almeno una volta in India e chi quel viaggio non l’aveva

ancora fatto. Tutti condividevamo la sensazione di un viaggio importante, un viaggio non semplicemente turistico

ma un viaggio per scoprire se stessi, un ritorno alle proprie origini.

Chi quel viaggio l’aveva fatto sentiva che qualcosa era cambiato. Incontrare l’India ha permesso a molti di noi di

abbandonare tutta una serie di pensieri negativi che avevamo nei confronti di quella terra. E’ emerso che alcuni

di noi prima del viaggio e chi anche il viaggio non l’aveva ancora fatto ritenevamo l’India responsabile di tutto

quello che era accaduto. Ma l’incontro con quel paese ci ha aiutato a liberarci di alcune paure, qualcuno ha detto

a chiudere il cerchio. L’India non ha colpe. Ma c’è una cosa che molti di noi condividevano, sulla quale ci siamo

interrogati e sulla quale vogliamo interrogare voi: il desiderio di voler fare questo viaggio da soli o meglio senza

genitori adottivi.

Perché si desidera tornare da soli? Come dobbiamo interpretare questo desiderio? E’ un atto di rottura o di protezione verso i genitori adottivi? Come possiamo spiegarlo a loro senza ferirli e farli sentire messi da parte in un momento così significativo e importante?

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I RICORDI

Un altro aspetto emerso che non tutti condividevamo, ma molto doloroso per chi lo provava, è quello relativo

ai ricordi. C’era chi ricordi non ne aveva, chi li aveva molto definiti e chiari, i volti dei genitori, dei fratelli e dei

luoghi dell’infanzia e chi ne aveva ma dubitava che fossero reali. Il dubbio era che il ricordo non fosse un prodotto

dell’esperienza vissuta, ma fantasie prodotte dall’immaginazione.

Esiste un modo per uscire dall’ambiguità di non sapere se quello che ti sembra di ricordare sia realmente accaduto o meno? E se non esiste, come si può convivere con la sofferenza legata a quest’ambiguità?

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CITTADINI DEL MONDO

Per alcuni di noi essere indiani è motivo di orgoglio, per altri quasi di vergogna, qualcuno trova la spiegazione alle

proprie scelte e alle proprie azioni in virtù del fatto di essere un indiano, di avere sangue indiano. Quando ci è stata

posta la domanda direttamente, tutti abbiamo risposto che ci sentiamo italiani, siamo cresciuti in Italia, siamo stati

educati da italiani e come italiani parliamo questa lingua ma forse l’essere anche indiani è una questione aperta.

In che modo si possono integrare queste due anime? Siamo apolidi? Siamo cittadini del mondo. Come qualcuno di noi ha detto, siamo stranieri nel nostro paese? Che cosa siamo?

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SENTIRSI IN COLPA VERSO I GENITORI ADOTTIVI

Stiamo crescendo e quindi stiamo cambiando. Quello che un tempo ci piaceva ora non ci piace più ma alcuni di

noi vivono questo cambiamento quasi come un tradimento nei confronti dei genitori adottivi.

Perché ci sentiamo in colpa nel mostrarci ai nostri genitori adottivi per quello che siamo? Perché questa sensazione di tradimento? Appartiene anche ai figli biologici? Come possiamo spiegare loro che stiamo diventando qualcosa di diverso da quello che loro si aspettano senza ferirli? Senza che pensino che noi non li vogliamo più?

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IL VUOTO DENTRO

C’è un’ultima domanda che forse è la più importante ed è quella a cui faceva riferimento Alessandra prima perché

condivisa da tutti noi ed è relativa al vuoto che sentiamo.

Tutti sentiamo un senso di vuoto e questo ci fa soffrire. Ma cos’è questo vuoto? Sono i genitori biologici che non abbiamo conosciuto? I ricordi che non ci sono? Le ragioni dell’abbandono? E soprattutto c’è un modo per riempire questo vuoto, per non sentire più questa dolorosa sensazione?

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(fonte: internationaladoption.it – Atti del Convegno maggio 2013)

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