Archivio mensile:febbraio 2014

Parliamo di ritorno alle origini – Molinetto di Mazzano (BS) – 15 mar 2014

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sabato 15 marzo 2014 – ore 15.00 

“HO DECISO DI TORNARE. IDENTITA’ E RICERCA DELLE ORIGINI“.

Relatrice della serata: dr.ssa Anna Genni Miliotti
(scrittrice, esperta di adozione)

Oratorio S.Giovanni Bosco, parrocchia di S. Antonio
via Valtenesi 28, Molinetto di Mazzano (BS).

Ingresso  libero.

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Nel caso in cui non si raggiungesse un numero minimo di adesioni, l’incontro verrà annullato.

Per motivi logistici non sarà possibile fare il laboratorio creativo. L’oratorio ha un bar e una sala giochi dove è eventualmente possibile stare con i bambini.

e-mail brescia.lra@hotmail.it
telefono 3394818946

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Cile. La condizione dei popoli indigeni: “L’escalation del conflitto mapuche in Cile”

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Ancora sul popolo mapuche e sulle lotte impari contro le multinazionali e lo stato, informazioni diffuse dalla stampa internazionale.

Da anni i mapuche lottano per riappropriarsi della loro terra. La guerra è impari: i latifondisti potenti da una parte e una popolazione umiliata dall’altra. Il governo ha finora arginato il conflitto schierando forze di polizia ma non è così che si risolve il problema. Siamo arrivati persino a reintrodurre la legge antiterrorismo emanata durante la dittatura militare di Pinochet!

Di conseguenze gli attivisti Mapuche vengono condannati a pene detentive e pecuniarie sproporzionatamente alte, i minorenni vengono processati e condannati come se fossero adulti.

Agli inizi di gennaio 2013 le tensioni sono aumentate a seguito del quinto anniversario della morte di Matìas Catrileo, un ragazzo mapuche ucciso nel 2008 dalla polizia cilena dopo essere entrato senza permesso in una proprietà privata che, secondo lui, apparteneva ai suoi antenati.

Rappresentanti della Chiesa cattolica e il premio Nobel per la Pace Adolfo Perez Esquivel hanno chiesto al governo di prendere sul serio le richieste dei Mapuche e di avviare trattative reali. Complessivamente la popolazione e le comunità mapuche chiedono la restituzione di almeno 700.000 ettari di terra che erano già stati loro restituiti con la riforma agraria di Salvador Allende (1970-1973) e subito dopo riespropriati dalla dittatura militare del generale Augusto Pinochet.

L’agenzia statale Conadi, tra i cui compiti figurerebbe anche l’acquisto di terre dai latifondisti e dalle imprese per restituirle ai Mapuche, non dispone dei necessari mezzi finanziari e istituzionali per poter assolvere in modo soddisfacente ai propri compiti.

I Mapuche detenuti continuano a rischiare la propria vita con scioperi della fame prolungati, che sono ormai l’unica possibilità loro rimasta per ottenere l’attenzione sulla situazione delle loro comunità. Inoltre si moltiplicano le denunce di perquisizioni particolarmente brutali, di maltrattamenti e trattamenti umilianti in carcere. I rappresentanti delle comunità mapuche infine lamentano il clima di paura in cui crescono i bambini. Dal 2002 ad oggi 8 esponenti Mapuche sono stati uccisi dalle forze dell’ordine.

Nel 2009 le Nazioni avevano sottolineato la scarsa conoscenza che esiste in Cile del patrimonio di diversità etnica e culturale: «Bisogna iniziare un processo di avvicinamento interculturale, iniziando dalle scuole, dai più piccoli, educando alla differenza» c’era scritto nel rapporto sul Cile. Sempre nello stesso documento si affermava l’obbligo da parte del Cile alla restituzione delle terre ancestrali appartenenti ai popoli indigeni e allo stanziamento di fondi per rendere effettivo il ritorno delle terre alle popolazioni.

Le violazioni più gravi verso il popolo mapuche sono commesse dall’Esercito e dalla Polizia come riportato anche nella relazione del Comitato Contro la Tortura delle Nazioni Unite, nel quale si è fatto esplicito riferimento a maltrattamenti che si trasformano in veri e propri casi di tortura, all’ impunità imperante per cui chi commette le violazioni non viene mai giudicato e condannato

(fonte sintesi di vari articoli pubblicata su carta e sul web)

Cile. La condizione dei popoli indigeni: “I mapuche”

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Si tratta della seconda parte di un articolo apparso sull’Internazionale del 18 gennaio 2012. In breve viene spiegata la discriminazione contro il popolo mapuche.

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Gli occhi neri di Lautaro

gettano migliaia di lampi.

Come soli fanno germogliare i solchi

come soli guidano l’avanzata di un popolo combattente

che non vuole essere schiavo

come un puma in gabbia

(Rayen Kvyeh – poetessa mapuche)

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(…) In Cile vive un milione di mapuche, molti dei quali sono discriminati. Avere un cognome mapuche è uno svantaggio quando si cerca lavoro e non è un caso che l’Arauracanìa sia ancora la zona con la maggiore percentuale di cileni poveri. I mapuche, il sei per cento della popolazione del paese, non hanno avuto le stesse opportunità degli altri cittadini. Sono stati segregati e definiti spesso pigri, stupidi, traditori, testardi e ubriaconi.

Il Governo dovrebbe avviare dei programmi sociali per le famiglie mapuche più povere, per esempio stanziando un sussidio mensile alle madri a condizione che mandino i figli a scuola e li portino dal medico. Potrebbe anche essere utile concedere ai mapuche delle terre, incentivare tutte le loro iniziative nella regione o autorizzarli ad aprire dei casinò, come hanno fatto gli Stati Uniti in molte riserve indiane. Si potrebbe inoltre aumentare il sistema di quote per i mapuche nelle università ed estendere i programmi di discriminazione positiva prevedendo delle quote riservate ai mapuche nell’amministrazione pubblica.

Tutte queste iniziative possono essere utili, ma non bastano a risolvere il conflitto tra il Cile e l’etnia mapuche. Per trovare una soluzione serve un cambiamento culturale. Per riuscire a integrare i mapuche nella società cilena, ogni cileno dovrà prima accettare che entrino a far parte dell’identità nazionale.

(fonte: Internazionale – 18/01/2013)

Comunicazione Fam Accoglienza: “Corso per genitori” – tre incontri a Verona dal 24 feb 2014

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ESSERE GENITORI: QUALE COMPITO?

Lunedì 24 febbraio alle ore 20.45

Verona –  via Umbria 24 (tra C.so Milano e via S.Marco)

sala Parrocchia di S.Domenico Savio

le coppie saranno seguite dalla dott.a De Gresti (psicologa)

 

Tema di questa prima serata: a partire da una storia o da uno spezzone di un film o cortometraggio, si ripercorre assieme la strada che porta ciascuno di noi a capire il significato dell’essere genitore, sia in senso lato sia per quello specifico figlio. Quello che emergerà sarà rivisto sia in chiave comportamentale sia in quella emotivo-relazionale.

Le altre due serate saranno

– il 14 aprile 2014 – Rabbia, Frustrazione, Insoddisfazione

– il 12 maggio 2014 –  Cosa impariamo dai nostri figli?

Ogni incontro sarà introdotto da due brevi testimonianze di famiglie affidatarie partecipanti ai gruppi di auto mutuo aiuto dell’Associazione Famiglie per l’Accoglienza.

Studi e ricerche. Sangita, 17 anni: “Le origini, i ricordi e la nostra identità”

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Il dolore, la morte, le domande che restano…

Un anno fa parlavamo di Habtamu, il ragazzino africano che non ce l’ha fatta a trovare risposte a domande importanti dentro di sè. Troppo grandi per lui, troppo difficili, troppo …

Allora, a gran voce, sul web si era levata  la richiesta di istituire la giornata sull’adozione. Conosciamo la mamma che ha avuto questa intuizione e interpretiamo le sue intenzioni: parlare di adozione nella società civile per soppiantare il pietismo con la concretezza delle azioni nella scuola, nel vicinato, nella stessa cerchia di parenti e amici. C’è molto da fare per l’accoglienza e l’integrazione dei nostri ragazzi. Ancora di più oggi che discutibili rappresentanti dei cittadini attaccano il “diverso” per coprire la corruzione e il marcio che dilaga nei loro partiti.

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Nel frattempo vi lasciamo con le domande che i nostri figli hanno lanciato al Convegno di International Adoption nel maggio del 2013 tramite la loro rappresentante, Sangita. Sono le domande che sono nella testa dei nostri ragazzi, che spesso non riusciamo a decifrare dai loro comportamenti a volte disorganizzati e inspiegabili.

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Alcune risposte degli operatori le forniremo più avanti, quelle che secondo noi sono state le più significative. Intanto, da genitori, riflettete su questi quesiti. Le domande che restano…nella mente dei nostri figli.

IL VIAGGIO ALLA RICERCA DELLE ORIGINI

Incontrando altri ragazzi che come me condividevano il fatto di essere indiani e di essere stati adottati, mi ha colpito

molto la differenza che si percepiva tra chi era tornato almeno una volta in India e chi quel viaggio non l’aveva

ancora fatto. Tutti condividevamo la sensazione di un viaggio importante, un viaggio non semplicemente turistico

ma un viaggio per scoprire se stessi, un ritorno alle proprie origini.

Chi quel viaggio l’aveva fatto sentiva che qualcosa era cambiato. Incontrare l’India ha permesso a molti di noi di

abbandonare tutta una serie di pensieri negativi che avevamo nei confronti di quella terra. E’ emerso che alcuni

di noi prima del viaggio e chi anche il viaggio non l’aveva ancora fatto ritenevamo l’India responsabile di tutto

quello che era accaduto. Ma l’incontro con quel paese ci ha aiutato a liberarci di alcune paure, qualcuno ha detto

a chiudere il cerchio. L’India non ha colpe. Ma c’è una cosa che molti di noi condividevano, sulla quale ci siamo

interrogati e sulla quale vogliamo interrogare voi: il desiderio di voler fare questo viaggio da soli o meglio senza

genitori adottivi.

Perché si desidera tornare da soli? Come dobbiamo interpretare questo desiderio? E’ un atto di rottura o di protezione verso i genitori adottivi? Come possiamo spiegarlo a loro senza ferirli e farli sentire messi da parte in un momento così significativo e importante?

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I RICORDI

Un altro aspetto emerso che non tutti condividevamo, ma molto doloroso per chi lo provava, è quello relativo

ai ricordi. C’era chi ricordi non ne aveva, chi li aveva molto definiti e chiari, i volti dei genitori, dei fratelli e dei

luoghi dell’infanzia e chi ne aveva ma dubitava che fossero reali. Il dubbio era che il ricordo non fosse un prodotto

dell’esperienza vissuta, ma fantasie prodotte dall’immaginazione.

Esiste un modo per uscire dall’ambiguità di non sapere se quello che ti sembra di ricordare sia realmente accaduto o meno? E se non esiste, come si può convivere con la sofferenza legata a quest’ambiguità?

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CITTADINI DEL MONDO

Per alcuni di noi essere indiani è motivo di orgoglio, per altri quasi di vergogna, qualcuno trova la spiegazione alle

proprie scelte e alle proprie azioni in virtù del fatto di essere un indiano, di avere sangue indiano. Quando ci è stata

posta la domanda direttamente, tutti abbiamo risposto che ci sentiamo italiani, siamo cresciuti in Italia, siamo stati

educati da italiani e come italiani parliamo questa lingua ma forse l’essere anche indiani è una questione aperta.

In che modo si possono integrare queste due anime? Siamo apolidi? Siamo cittadini del mondo. Come qualcuno di noi ha detto, siamo stranieri nel nostro paese? Che cosa siamo?

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SENTIRSI IN COLPA VERSO I GENITORI ADOTTIVI

Stiamo crescendo e quindi stiamo cambiando. Quello che un tempo ci piaceva ora non ci piace più ma alcuni di

noi vivono questo cambiamento quasi come un tradimento nei confronti dei genitori adottivi.

Perché ci sentiamo in colpa nel mostrarci ai nostri genitori adottivi per quello che siamo? Perché questa sensazione di tradimento? Appartiene anche ai figli biologici? Come possiamo spiegare loro che stiamo diventando qualcosa di diverso da quello che loro si aspettano senza ferirli? Senza che pensino che noi non li vogliamo più?

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IL VUOTO DENTRO

C’è un’ultima domanda che forse è la più importante ed è quella a cui faceva riferimento Alessandra prima perché

condivisa da tutti noi ed è relativa al vuoto che sentiamo.

Tutti sentiamo un senso di vuoto e questo ci fa soffrire. Ma cos’è questo vuoto? Sono i genitori biologici che non abbiamo conosciuto? I ricordi che non ci sono? Le ragioni dell’abbandono? E soprattutto c’è un modo per riempire questo vuoto, per non sentire più questa dolorosa sensazione?

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(fonte: internationaladoption.it – Atti del Convegno maggio 2013)

Cile. Il personaggio: “Gabriela Mistral”

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Gabriela Mistral (pseudonimo di Lucila de María del Perpetuo Socorro Godoy Alcayaga; Vicuña, 7 aprile 1889 – New York, 10 gennaio 1957)  è stata una poetessa, educatrice e femminista cilena. Fu la prima donna latinoamericana a vincere il Premio Nobel per la letteratura, nel 1945.

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Educare

Educare è equipaggiare il motore di una barca…
Serve prendere le misure, pesare, equilibrare…
e mettere tutto in funzione.
Ma per questo si deve avere nell’animo un po’ del marinaio… un po’
del pirata… un po’ del poeta… e un chilo e mezzo di pazienza
concentrata.
Ma è consolante sognare, mentre si lavora, che quella barca, quel
bambino, prenderà il largo, se ne andrà lontano.
Sognare che quel bastimento porterà il nostro carico di parole verso
porti distanti, verso isole lontane.
Sognare che quando si sarà messa a dormire la nostra barca, nuove
barche porteranno inalberata la nostra bandiera.

Convegno a Milano febb 2014: “Disturbi dell’apprendimento, ADHD, disagi adolescenziali”

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 “Disturbi dell’apprendimento, iperattività, deficit dell’attenzione, disagi adolescenziali…”.

Lunedi 24 febbraio 2014 – ore 15:00 

Milano  – Via San Barnaba, 48

“Società Umanitaria – Scala degli Affreschi” 

La cittadinanza è invitata – Ingresso libero

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Oggigiorno i termini “disturbi dell’apprendimento”, “iperattività”, “deficit dell’attenzione”, “disagi adolescenziali” e simili sono sempre più diffusi.

Le diagnosi sono in costante aumento, tanto che viene da chiedersi:

  • Siamo tutti dei malati mentali o spettatori di una campagna pubblicitaria aggressiva e pericolosa?
  • Se la scuola diventa un “laboratorio per esperimenti della psichiatria”, i nostri figli saranno persone sane e responsabili o dipendenti da psicofarmaci?

Un tema delicato ed al contempo scottante, che prende in esame una cruda realtà mettendo in mostra la triste verità.

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Relatori

Prof.ssa Vincenza Palmieri
Docente disturbi dell’apprendimento, dell’affettività e della socialità, Università degli Studi della Basilicata.

Dr. Fabio Sinibaldi
Esperto in neuroscienze, ricercatore e formatore.

Dott. Roberto Cestari
Medico e presidente del CCDU Onlus

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vedi: http://dida.orizzontescuola.it/news/convegno-milano-su-disturbi-dellapprendimento-adhd-disagi-adolescenziali

Adozione e luoghi comuni. Pamela, Katia e Uelita: “Tre modi di sentirsi figlie adottive”

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Nel 2011 sulla TV svizzera è andato in onda questo dossier sulle adozioni che ci avvicina a questo mondo in modo corretto, come sempre si dovrebbe, superando i luoghi comuni e spiegando com’è. Fausta Manini, che ringraziamo, è una delle due mamme intervistate di Spazio Adozione Ticino (Vedi il “chi siamo”).

Nel video vengono toccati temi che sono stati affrontati anche in questo blog: gestione dell’ira, fuga da casa, richiesta di aiuto delle famiglie, paura di essere soli.

All’inizio viene intervistata una coppia che racconta la sua doppia adozione, le perplessità e gioie di due approcci differenti perchè differenti i caratteri e le storie delle due bimbe. Di seguito la testimonianza di tre ragazze adulte provenienti da tre paesi diversi – India, Corea e Brasile –  che raccontano che cosa vuol dire per loro essere figlie adottive, con le  luci e le ombre del caso.

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Noi ci siamo focalizzati sul messaggio principale, condiviso da genitori, figli e operatrici:  le famiglie e i figli non vanno lasciati soli. Serve una maggiore sensibilizzazione dei servizi sociali e la formazione degli addetti ai lavori. Lo dicono anche in Svizzera!

Prendetevi mezz’ora di tempo. Il documentario è davvero esaustivo e parla di adozione in modo serio.

http://la1.rsi.ch/_dossiers/player.cfm?uuid=423b8b7d-77db-486a-b47f-f4e14276084a

Abbiamo estratto questi tre concetti espressi da ognuna delle tre ragazze:

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– La prima volta che mi sono sentita figlia è quando mia mamma adottiva mi ha sgridato.

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– Ai ragazzi dico di chiedere aiuto. Non possiamo farcela da soli.

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– Mi sono sentita da sempre diversa, gli altri mi trattano come una straniera. Per questo ho imparato il dialetto, per difendermi. Mi sono tranquillizzata con il matrimonio, tre anni fa. Da allora mi sento più serena e  “integrata”.

Cile. Famiglia: “Violenza intra familiare”

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Nel 2005 è stata pubblicata la nuova legge 20.066 che regola la violenza intra familiare con l’intento di dare a questo fenomeno una risposta più severa da parte dello stato. Senza entrare nei dettagli, ci sembra utile sapere che buona parte della materia è stata inclusa nel diritto penale e che è stato predisposto un registro dei condannati.

Sulla base delle nuove indicazioni (distinzione tra violenza fisica lieve e grave, violenza psicologica e sessuale) è stata condotta un’indagine sul alcune regioni (II, IV, Regiòn Metropolitana, IX, X e XI) su direttiva dell’Organizzazione Mondiale della Sanità. Intervistando un campione di donne dai 18 ai 49 anni è risultato che la X regione è quella più colpita da questo fenomeno (il 55% delle intervistate ha dichiarato di essere stata oggetto di violenza) e vanta il triste primato in tutte e quattro le tipologie di violenza. La XI regione, invece, tra quelle analizzate, registra una percentuale del 36%, inferiore alle altre. In tutte le regioni è la violenza psicologica la più presente con una percentuale che si avvicina o supera il 40%.

Nel 90% dei casi le vittime sono donne e si collocano nella fascia d’età tra i 30 e i 47 anni. Nella fascia 12-17 si colloca il 3%. Con l’introduzione della legge le denunce sono aumentate solo del 4,6%. Si noti che le donne anziane denunciano per lo più figli alcolisti e drogati.

Le vittime di regola vivono in coppia e si decide a denunciare il compagno/marito per tutelare i figli. Un terzo sono casalinghe mentre la percentuale maggiore sarebbe rappresentata da donne che lavorano fuori casa. Ciò potrebbe far affermare che un’occupazione fuori casa è una forma di tutela per la donna lavoratrice che, sentendosi più forte e autonoma, è meno disposta a sopportare i soprusi del maschio convivente.

Non ci sono dati esaustivi sulla tipologia e occupazione dell’aggressore anche se da più studi a livello mondiale si può concludere che la violenza è trasversale in tutte le classi sociali e occupazioni.

(fonte: “Violencia de gènero y la administraciòn de la justicia” – SERNAM 2012)

Cile. SERNAM: “Servizi alle donne che subiscono violenza e nuova cultura dei rapporti di coppia”

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Leggendo l’intervento presentato dalla commissione delle donne cilene a New York nel 2012, ci sembra di capire che per le donne le problematiche sono più o meno le stesse che si riscontrano anche qui in Italia: 1) promuovere azioni positive in favore di una maggiore uguaglianza e opportunità tra uomini e donne supportando una maggiore partecipazione delle donne nella politica; 2) aiutare le donne nell’inserimento nel mondo lavorativo con corsi di specializzazione e supporto alla conciliazione familiare;3) appoggio alla maternità in quanto la famiglia è un elemento basilare della società; 4) riduzione, prevenzione e sradicamento della violenza familiare; 5) promozione della partecipazione delle donne in tutti i settori della società.

Una certa attenzione è stata posta sul capitolo “violenza”. Una donna su tre in Cile subisce violenza in famiglia. Sono stati portati avanti vari programmi e costituiti centri di accoglienza per arginare il fenomeno: Programa Chile Acoge, 94 centri di attenzione che danno appoggio legale, 24 case di accoglienza di vittime con figli, Programa “Alerte Temprana” per una nuova cultura che insegna a far riconoscere i segni iniziali della violenza per stroncarla sul nascere; istruzione a 25.000 giovani adolescenti per educarli nel rispetto della propria compagna, Centri di attenzione per uomini violenti al fine di recuperarli.

Possiamo concludere che anche in Cile il fenomeno della violenza contro le donne esiste ed è abbastanza diffuso. Lo stato sta cercando di tamponare le situazioni di emergenza e di divulgare una nuova cultura del rapporto di coppia. Nel 2011 le denunce di donne maltrattate sono aumentate dell’11%, segnale positivo che significa che le donne cominciano a parlare e a prendere coscienza del fenomeno.

(fonte: “Intervenctiòn de la delegaciò de Chile – 56 periodo de sesiones de la Comisiòn sobre la condiciòn juridica y social del la mujer – Sernam marzo 2012)

Curiosità. Ci hanno colpito i programmi di formazione delle donne per farle partecipare alla vita politica. Sembra che abbiano sortito un loro effetto nelle amministrative per il rinnovo dei comuni cileni quando le protagoniste sono state le donne. Alcune sono note per la loro militanza contro la dittatura e hanno avuto un forte consenso popolare. Tra queste Michelle Bachelet rieletta nelle presidenziali 2013.

Cile. Società: “Giovani e donne uniti dalla difficoltà di trovare un lavoro garantito”

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di Tiziano Ceccarelli – tesi di laurea presso l’Università “La Sapienza” di Roma

Siamo ancora lontani da lavori tutelati e dai diritti sindacali per tutti. Anche in Cile, come in Italia, giovani e donne evidenziano peculiarità simili: lavori saltuari, basso tasso di scolarizzazione e quindi basso inserimento sul mercato del lavoro. 

(…) La questione Giovanile

In Cile, ci sono circa 3 milioni di giovani, di questi 1milione e 350 mila vivono nelle aree più povere del Paese. Nonostante gli sviluppi positivi espressi degli indicatori economici e sociali, il tasso di disoccupazione giovanile sfiora un valore tre volte più grande del tasso generale con una differenza del salario medio per il gruppo dei giovani tra i 15 ei 29 anni di quasi 100 mila pesos, secondo l’Organzaciòn Internacional del Trabajo. La precarietà del lavoro è la caratteristica che più colpisce nel rapporto dei giovani con il mercato del lavoro. Tra le motivazioni che contribuiscono alla costruzione di questa situazione troviamo, in primo luogo, il basso livello di istruzione che aumenta le difficoltà di ingresso nel mercato del lavoro; in secondo luogo si può notare la riluttanza delle aziende a concedere il reddito minimo ai giovani che si affacciano nel mercato del lavoro ostruendo considerevolmente i meccanismi di accesso al mercato stesso.

Nella fascia di età composta da persone tra i 30 ed i 34 anni, il 48% ha meno di 12 anni di istruzione, dato che ritroviamo leggermente più basso se si analizza il gruppo con età tra i 25 ei 29 anni (43%). Ancora secondo gli ultimi rapporti dell’OIL il 19 % dei giovani non lavora né studia ed un 12% neanche cerca lavoro. Altra caratteristica peculiare della situazione (dis)occuazionale giovanile cilena è un mercato del lavoro estremamente precario. Sempre secondo un rapporto dell’INE il 56,5% dei giovani tra i 15 ed i 24 anni percepisce il salario minimo mentre il 26,7 % riceve un salario inferiore.

A questo punto è necessario aggiungere un altro fenomeno che si sta verificando nel Paese: la sottoccupazione giovanile, ovvero quei giovani che lavorano solo parzialmente – in alcuni casi meno di 5 ore settimanali. Questo scenario ci mostra come la situazione giovanile cilena sia estremamente complessa.

Lungo tutto il 2011 ed in questi primi mesi del 2012 il Cile è stato attraversato da un grande movimento studentesco. I temi di tali mobilitazioni riguardano la situazione dell’impiego giovanile e le sue prospettive. Il mondo dell’istruzione, in Cile come in qualunque altro Paese, è legato a doppio filo con il mondo del lavoro ed i suoi meccanismi di inclusione. Molti giovani, dopo aver terminato tutto il percorso scolastico ed alcuni anche quello universitario, non trovano sbocchi ed il mercato del lavoro sembra non essere adeguato per assorbirli.

Questo porta al fatto che moltissimi giovani abbandonano gli studi con largo anticipo ed anche coloro che riescono a portarli a termine vanno ad alimentare quella già molto elevata percentuale di giovani che viene costretta ad inserirsi nell’economia informale.

Il problema dell’inserimento nell’economia informale riguarda soprattutto i giovani tra i 15 ed i 19 anni per la stragrande maggioranza poveri, disoccupati e con un curriculum scolastico estremamente breve costretti ad accontentarsi di lavorare senza contratto, con salari molto bassi e nessuna tutela.

L’occupazione femminile in Cile

Le differenze di genere nel mondo del lavoro in Cile è osservabile all’interno dei settori in cui le donne sono maggiormente occupate: servizi, commercio, insegnamento (anche se in misura minore) e si concretizza nella differenza del salario percepito per il medesimo impiego, che se svolto da una donna risulta estremamente inferiore (anche fino al 70%).

Le donne, in Cile, sono entrate all’interno del mondo del lavoro senza abbandonare i tradizionali ruoli assegnati loro. Insieme al lavoro restano principali responsabili del mantenimento e la cura della casa e dei bambini. Tale condizione ha portato ad una maggiore accettazione di lavori precari o situazioni di parziale occupazione.

Un altro motivo di preoccupazione rispetto alla situazione occupazionale femminile è la mancanza, quasi totale, di copertura pensionistica dovuta al fatto che solo il 41% delle donne occupate ha un contratto regolare – secondo l’INE. (…)

(fonte: eurasia-rivista.org)

Cile. Libro: “Dieci donne”

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Marcella Serrano

“Dieci donne”

Feltrinelli 2012

Nove donne più una. Nove donne sono convocate dalla psicoterapeuta che hanno in comune per raccontare la loro storia e le ragioni per le quali sono andate in terapia. Sono donne diversissime fra loro: dall’attrice ormai anziana che da giovane ha fatto la vita spensierata della cicala e ora si trova a dover affrontare una difficile solitudine, a quella con un passato problematico che ha saputo, con anni di lavoro su stessa, riconquistarsi una normalità apparentemente banale e insignificante. Sono diversissime per origini, professioni, età, estrazione sociale, in tutto, ma in questi coraggiosi monologhi, tra le righe, scopriamo che per quanto diverse le loro esperienze si richiamano, e che la vera protagonista del romanzo è la femminilità.

Nata a Santiago del Cile nel 1951, Marcela Serrano è una delle voci più importanti della narrativa sudamericana.

Cile. Condizione delle donne: ”Il machismo è ancora diffuso”

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di Sara Romanelli – tesi di laurea

Si consideri che la tesi è del 2008-2009. Nel frattempo sono stati sviluppati piani di formazione e coinvolgimento delle donne svantaggiate per farle entrare nel mondo del lavoro. (Programas de Fundaciòn PROdeMu – Promociòn y Desarrollo de la Mujer – vedi http://opinion.lasegunda.com/sociedadanonima/mujeres-nunca-es-tarde-para-trabajar/). Alla fine di questa sezione dedicata al Cile ci sarà un’intervista ad una signora residente che integrerà quanto detto sulle donne.

Ad oggi la situazione della donna in Cile risulta relativamente complessa. Storicamente subordinata, è la donna, anche quando incinta, che all’interno della famiglia si deve assumere la responsabilità di fare i lavori di casa, di accudire i figli ed il resto della famiglia.

Ovviamente in seguito ai cambiamenti dati dalla modernità e dai modelli occidentali, la situazione si presenta molto differente se si analizzano un contesto rurale od uno urbano. Il lavoro domestico non è ovviamente riconosciuto come un lavoro nel senso classico del termine, di conseguenza non viene retribuito nè tantomeno riconosciuto come fonte di prestigio sociale, ma semplicemente come un compito che una qualsiasi donna per sua natura deve portare a termine in quanto “donna”.

Oltre a non essere ricompensato a livello economico ha sempre permesso agli uomini di dedicarsi ad altre attività remunerative per se stessi o la famiglia, o di partecipare alla vita sociale, politica artistica, spesso negata alle donne. Quando una donna intraprende un lavoro remunerativo o una carriera fuori dall’ambiente domestico tuttora non è trattata allo stesso livello di un uomo e non si produce una giusta distribuzione dei compiti all’interno della coppia o del nucleo familiare.

In Cile la maggior parte delle donne deve supplire a questa mancanza facendo un doppio lavoro: mantenere una casa ed avere un lavoro per guadagnare. Tutto questo causa, nella maggior parte delle donne, un sovraccarico emotivo e fisico che le espone maggiormente al rischio di contrarre patologie.

Spesso l’uomo cileno non si fa carico della responsabilità dei figli e della casa e tutto grava sulla donna. È stato dimostrato che i livelli di salute personale e quindi familiare migliorano notevolmente quando entrambe i coniugi o la coppia si dividono compiti e responsabilità nella gestione dei figli. Negli ultimi tempi, in seguito a pressioni perché questo aspetto “machista” della cultura cilena cambiasse verso la parità, molti giovani padri partecipano attivamente alla gestazione, al parto ed al puerperio.

Il machismo in Cile è un problema sociale tuttora presente, dato dalla impari relazione tra i sessi. La definizione classica di “machismo” è: “un atteggiamento di ostentazione di caratteri virili e mascolini”, una più profonda ed interessante definizione è: “un comportamiento en que las actitudes, acciones y discursos son coherentes con el sistema sexo/género; un sistema social en que hombres y mujeres forman dos grupos desiguales. Cada grupo constituye un género y ambos están jerárquicamente organizados de tal manera que los hombres son quienes detentan el poder y las mujeres son subordinadas. Cada grupo constituye un género polar y complementario del otro y ambos están jerárquicamente organizados de tal manera que los hombres son quienes detentan el poder y las mujeres son subordinadas. Esta jerarquía es causa y consecuencia de la valoración que se hace de las características asignadas a cada género y las capacidades que estas confieren a cada uno” (F.A.Limone Reina).
Il marito spesso si comporta in modo violento con la moglie, è autoritario, abusa di alcool e droghe, ha relazioni sessuali non protette con altre donne, tutte condotte che possono solo aumentare il rischio di violenza sessuale verso la moglie o la compagna, di trasmissione del virus dell’HIV e di presenza di gravidanze non desiderate, oltre ovviamente alla generazione di un circolo vizioso di sofferenza per la donna nel nucleo familiare.

La violenza, che si può definire “l’uso deliberato della forza fisica o del potere, contro una persona o un gruppo sociale” è un fenomeno ricorrente in questo Paese. La violenza contro le donne come atto fisico o psicologico che porta sofferenza psichica, lesioni personali, morte, è ancora un fenomeno diffuso.

Questa violenza causa spesso lesioni personali, patologie fisiche, psichiche, gravidanze indesiderate frutto di violenza sessuale, diffusione di malattie come l’AIDS o l’epatite B, inoltre crescere sin da piccoli in un ambiente violento o presenziare fisicamente ad aggressioni e maltrattamenti porta a far sì che facilmente si ricada negli stessi comportamenti; quella che viene chiamata “trasmissione culturale intergenerazionale”. La forte discriminazione sociale e culturale di cui sono vittime le donne, e spesso i figli, sono frutto di una condotta culturale “machista” che può portare a conseguenze disastrose per i protagonisti di queste vicende.

Questo circolo vizioso di sofferenza è talvolta alimentato dalla cultura stessa nel suo aspetto educativo: alle bambine viene insegnato ad essere protette e dipendenti dal padre prima e successivamente dal marito, ai bambini viene insegnato ad essere indipendenti già dall’età infantile e viene dato loro meno affetto. In Cile il problema della violenza intra-familiare è un grave problema di salute pubblica, solo nella regione metropolitana il 50,3% delle donne nella sua vita ha vissuto esperienze di violenza da parte del marito o del compagno.

Quello che adesso ci si aspetta dal sistema educativo e sanitario cileno è che si cerchi di creare una maggiore educazione rivolta soprattutto ai padri, ed ai ragazzi, che devono essere consapevoli del fatto che è anche loro responsabilità generare benessere nelle loro compagne, specialmente se si sta generando una nuova vita. L’importante per l’equipe medica e educativa è sapersi proporre al padre/compagno nella maniera corretta per renderlo capace di stare accanto alla sua compagna.

Il governo cileno da quasi trent’anni sta attuando a livello nazionale campagne di sensibilizzazione e miglioramento del servizio sanitario al cittadino, specificatamente nel settore delle politiche sessuali e riproduttive e della prevenzione della violenza di genere.

Le azioni sono dirette principalmente in due direzioni: la prima si preoccupa di mettere in pratica, educando le equipe mediche e gli stessi pazienti, il concetto di “insieme di più diritti” in ogni singola persona nel momento in cui questa necessita di una cura o di un intervento medico; la seconda propaganda e sostiene il pensiero progressista in merito al sesso femminile.

La tesi principale è che perché un paese si possa considerare moderno in tutti i suoi settori è essenziale che al suo interno esista la parità di trattamento in tutti gli ambiti – sociale, economico, lavorativo e familiare – tra l’uomo e la donna. La donna deve emanciparsi in maniera sempre maggiore ed iniziare a ricoprire ruoli di potere all’interno della società, ruoli che sono sempre stati ricoperti da uomini.

(fonte: tesi online.it – estratto da “Negoziare la nascita. Una analisi antropologica dei sistemi medici dell’isola di Chiloè – Cile” 2008-2009)

Comunicazione Univ Ca’ Foscari Venezia. Corso per operatori: “Adolescenti difficili: prevenzione, cura, protezione e tutela in adolescenza” – feb 2014

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Adolescenti difficili: prevenzione, cura, protezione e tutela

Ca’ Foscari Challenge School attiva, per l’anno accademico 2013/2014, il Corso di Alta Formazione in “Adolescenti difficili”: prevenzione, cura, protezione e tutela in adolescenza, un progetto che nasce dalla collaborazione tra Tribunale per i minorenni di Venezia, Tribunale Ordinario di Venezia, Centro per la Giustizia Minorile, Regione del Veneto, Ufficio Scolastico Regionale e Ca’ Foscari Challenge School.

Destinatari

La partecipazione al corso di formazione in Adolescenti difficili: prevenzione, cura, protezione e tutela in adolescenza, riservata ad un massimo di 40 partecipanti, è rivolta agli operatori, appartenenti a discipline e istituzioni diverse, che a vario titolo intervengono nelle situazioni di disagio adolescenziale. Tali operatori, già operanti nell’ambito educativo, socio-sanitario e giudiziario, necessitano di una formazione pluridisciplinare integrata, che si ritiene indispensabile per affrontare con più competenza e maggiore possibilità di confronto interdisciplinare le situazioni complesse che sono chiamati ad esaminare e a gestire nei rispettivi ambiti di appartenenza professionale e istituzionale.

Il corso offre una formazione agli operatori che a vario titolo operano con pre-adolescenti e adolescenti, centrata sullo stato delle conoscenze psicologiche, psicopatologiche, sociologiche, giuridiche ed educative necessarie alla comprensione di questi adolescenti “difficili” e del loro ambiente di vita, familiare e sociale.
Il corso si propone di formare i diversi operatori ad interventi di accompagnamento e sostegno dell’adolescente e di cooperazione tra operatori, mettendo in comune le esperienze significative sviluppatesi nei diversi settori coinvolti.
Il percorso formativo di propone di favorire la costruzione o l’implementazione di una rete multi-professionale utile ad arricchire e sviluppare interventi coerenti tra operatori appartenenti ad Istituzioni diverse.

Durata e sede

Il corso avrà inizio il 14 febbraio 2014 e si concluderà il 29 novembre 2014, per una durata complessiva di 246 ore strutturate in:

  • lezioni: il venerdì dalle ore 14:00 alle ore 18:30
  • seminari: il sabato dalle ore 9.30 alle ore 13.15 e dalle ore 14.00 alle ore 17.45

Le lezioni si tengono presso la sede di Ca’ Foscari Challenge School, Palazzo Moro, Fondamenta Moro 2978, Venezia.
La frequenza è obbligatoria per il 70% delle ore del corso (90% per i Moduli accreditati ECM). L’attestazione della frequenza consisterà nella firma in presenza delle lezioni e dei seminari.

Informazioni

Segreteria organizzativa:
Ca’ Foscari Challenge School, Palazzo Moro, Cannaregio 2978, 30121 Venezia
Barban Silvia
Tutor: Emanuele Ghielmetti, Dario Pettenuzzo
E-mail: adolescenti@unive.it