Brasile. Vivere nelle favelas: “Paura e disagio mentale”

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“Ecco cosa significa vivere qui: meglio per te se non vedi, non senti, non parli. Quando scoppia la violenza, ognuno si fa i fatti suoi. È terrificante.”

Elena vive nel Complexo do Alemão, una favela con più di 170.000 abitanti di Rio de Janeiro, Brasile. Il panorama offerta dal Complexo è in netto contrasto con le immagini da cartolina a cui ci ha abituati Rio: un labirinto di vie non asfaltate che si inerpicano su per la collina, fiancheggiate da misere casupole, il tutto racchiuso entro un circolo di posti di blocco improvvisati, che servono a tenere sotto controllo il traffico in entrata. Meno plateale, ma più impressionante, è lo scenario quotidiano della violenza che schiaccia e pervade la vita degli abitanti della favela.

Il Complexo do Alemão, come centinaia di altre favela a Rio de Janeiro, è in mano a gruppi armati che gestiscono il redditizio traffico della droga nella zona. La fiamma della violenza può accendersi ovunque, in ogni momento, basta che la polizia effettui un’incursione o che gruppi rivali si decidano per lo scontro diretto. Anche quando tutto sembra tranquillo, migliaia di persone come Elena vivono soggette all’arbitrio dei gruppi armati, con la costante paura di trovarsi nel posto sbagliato al momento sbagliato. (…)

“Qui ci si aspetta che nessuno faccia parola delle violenze a cui abbia avuto la sventura di assistere, perciò tutte queste scene tremende rimangono sepolte dentro la testa della gente.” (…) Tra gli adulti i sintomi più comuni sono riconducibili a malattie psicosomatiche, depressione e ansia; nei bambini aggressività, disturbi del comportamento e difficoltà nell’apprendimento. Dietro questi sintomi si nasconde di solito un episodio di violenza vissuto dal paziente. La metà di tutti i pazienti visitati dagli psicologi di MSF ha alle spalle una storia di violenza. Più di un terzo di questi si è trovato nel mezzo di uno scontro e uno su cinque ha perso un familiare nell’occasione. “Di fronte a tanto orrore, ci aspettavamo un numero più alto di casi di sindrome da stress post-traumatico, come capita di solito alle persone che hanno subito uno shock improvviso,” ha dichiarato Khayat, uno dei medici. “Invece questi casi sono una minoranza. E non è un segnale confortante, perché significa che quello che noi consideriamo un evento straordinario al Complexo è oramai considerato come un fatto di ordinaria amministrazione. Eppure nessuno ne esce senza strascichi,” ha aggiunto Khayat.

(fonte: medicisenzafrontiere.it)

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