Archivio mensile:dicembre 2013

La musica del cuore: “Inno alla gioia di L.V.Beethoven”

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Siamo noi, la gente comune, che ha voglie di gioire e prendersi spazio per la vita. Abbiamo scelto questo video perché dà forza per affrontare un nuovo anno. L’unico neo è lo sponsor, ma non si può certo dire che manchi l’obiettivo sull’importanza della coesione sociale e del gusto delle piccole cose. Perché tutti assieme si può.

Lo dobbiamo ai nostri figli: fiducia e riscatto. Questo è il motto che dovrebbe accompagnarci per l’intero 2014.

“Inno alla Gioia”

O amici, non questi suoni!
ma intoniamone altri
più piacevoli, e più gioiosi.

Gioia, bella scintilla divina,
figlia degli Elisei,
noi entriamo ebbri e frementi,
celeste, nel tuo tempio.
La tua magia ricongiunge
ciò che la moda ha rigidamente diviso,
tutti gli uomini diventano fratelli,
dove la tua ala soave freme.

L’uomo a cui la sorte benevola,
concesse di essere amico di un amico,
chi ha ottenuto una donna leggiadra,
unisca il suo giubilo al nostro!
Sì, – chi anche una sola anima
possa dir sua nel mondo!
Chi invece non c’è riuscito,
lasci piangente e furtivo questa compagnia!

Gioia bevono tutti i viventi
dai seni della natura;
tutti i buoni, tutti i malvagi
seguono la sua traccia di rose!
Baci ci ha dato e uva, un amico,
provato fino alla morte!
La voluttà fu concessa al verme,
e il cherubino sta davanti a Dio!

Lieti, come i suoi astri volano
attraverso la volta splendida del cielo,
percorrete, fratelli, la vostra strada,
gioiosi, come un eroe verso la vittoria.

Abbracciatevi, moltitudini!
Questo bacio vada al mondo intero Fratelli,
sopra il cielo stellato
deve abitare un padre affettuoso.

Vi inginocchiate, moltitudini?
Intuisci il tuo creatore, mondo?
Cercalo sopra il cielo stellato!
Sopra le stelle deve abitare!

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Fuori dal coro. Note sulla trasmissione “Che tempo che fa”

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Premesso che non abbiamo visto la trasmissione ma solo il filmato che è stato caricato su you tube (vedi). Non sappiamo quindi se nella presentazione il conduttore Fazio abbia fatto una premessa per inquadrare la situazione in Congo. Fatto rimane che quello che gira sul web è l’intervento di Gramellini che abbiamo trovato parziale, a volte fuorviante, se non addirittura pericoloso.

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Seguiamo la vicenda da un po’ di settimane sui principali giornali e ci sentiamo di dire che:

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1) Il Congo ha attivato questo blocco delle adozioni a seguito di comportamenti scorretti da parte di enti americani e canadesi. Questi, una volta in patria, avrebbero reinserito i bambini sul “mercato dell’adozione”, dando i bimbi a coppie che le autorità congolesi non avevano conosciuto e vagliato. Si parla anche di un’adozione a un coppia gay quando il Congo non autorizza tali adozioni. Il blocco non è, quindi, un capriccio ma l’esigenza di una maggiore tutela dei minori scaturita da comportamenti illeciti di adulti. In questo marasma siamo stati coinvolti anche noi italiani assieme ad altre famiglie di altre nazionalità, americani, canadesi, belgi. Il punto è che dovremmo interrogarci sugli atteggiamenti arroganti di certi “paesi evoluti” che si ripercuote su altri. Invece questo aspetto, a nostro avviso, è passato in sordina.

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2) Sono stati accusati Kyenge, Bonino, Ministero degli esteri etc perchè non sarebbero efficienti-efficaci. Si sono fatti parallellismi con la Francia che è riuscita a far rientrare in patria alcune famiglie. Ebbene anche due famiglie italiane sono riuscite a ritornare. Immaginiamo che l’ente NAAA abbia dato la sua versione dei fatti alla CAI. Noi conosciamo solo il comunicato sul sito secondo il quale il rientro sarebbe avvenuto in modo regolare. Per quanto riguarda la Francia ricordiamo che negli ultimi tempi ha mandato militari in varie zone africane per mantenere la stabilità perchè ha molti affari con questi paesi. Non sempre avere poca voce in capitolo è sinonimo di debolezza. Può significare anche che siamo al di fuori di certi schemi colonialistici ancora in auge, purtroppo.

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3) Gli enti sono poco menzionati e non si indaga sulle loro responsabilità. Secondo il Ministro Kyenge non è stata data nessuna autorizzazione a partire alle famiglie (intervista al Corriere del 20/12/2013). Allora chi ha detto loro di prendere l’areo? Non crediamo che le famiglie l’abbiano fatto di loro iniziativa. Ricordiamoci che le famiglie sono le vittime di questa vicenda. E’ indubbio che fuorvianti sono state le trattative tra Kyenge e Congo che, da quel che ci è dato sapere, le aveva assicurato una procedura lineare. Tra gli enti coinvolti la voce viene data in netta prevalenza all’AiBi che dà la sua versione dei fatti. C’è poi da rilevare che alcune di queste famiglie erano già in Congo, prima del viaggio del Ministro Kyenge.

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4) Nessuno è prigioniero di nessuno. Gli italiani possono tornare in patria quando vogliono. In questi giorni sembra che siano stati prorogati i permessi di soggiorno per andare incontro alle famiglie. Quelli che non possono uscire sono i bambini che, ricordiamocelo, senza quel timbro sono ancora congolesi. Niente a che fare, quindi, con i “sequestri di persona” di cui parla il giornalista.

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5) Usare le vicende personali ci aiuta a non dimenticare che parliamo di persone e non di pezzi di carta. D’altro lato, però, non si possono avallare le idee di fuggire o rapire i bambini: cosa succederebbe a quelli che rimangono, ammesso che una famiglia riuscisse a tornare a casa in maniera irregolare? Gli equilibri sono molto delicati ed è compito di chi è in contatto con queste famiglie calmare gli animi e farle ragionare. Enti, famiglie e associazioni dovrebbero raccordarsi per dare supporto agli interessati e non farsi la guerra tra loro per apparire.

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5) Aggiungiamo che su alcuni giornali, per attaccare le istituzioni, sono stati fatti parallellismi con la vicenda marò in India e ultrà in Polonia. Troviamo fuori luogo parlare di adozioni come si fa per soggetti su cui sono in corso indagini per la presunta uccisione o il presunto pestaggio di persone. Le coppie che adottano portano un messaggio di pace e di fratellanza tra i popoli. Poi, però, succede che, per colpa di pochi, ci vada di mezzo anche la moltitudine onesta. Non dimentichiamo che l’azione inconsulta di uno può riversarsi su molti. E’ una cosa che tutti dovremmo tenere bene a mente.

Sia chiaro, rimane in prima linea la vicenda umana dolorosa. Il momento della formazione di una famiglia dovrebbe essere indimenticabile per il turbinio di emozioni e sentimenti che investe il rapporto genitori e figli. Invece in questo caso è diventato la triste battaglia di timbri e notizie imprecise che cavalcano la disperazione altrui.

Noi del blog ilpostadozione capiamo bene la preoccupazione e le difficoltà di queste famiglie. A loro va tutta la nostra solidarietà. Presentiamoci uniti per una volta per risolvere un grosso problema. Spingiamo le istituzioni a dare un’assistenza dedicata alle adozioni. Soprattutto cerchiamo di non fare marketing sulle disgrazie altrui. Sarebbe un quadro davvero desolante.

Per chi poi sostiene che il compito dei giornali e dei giornalisti sia quello di pressare le autorità e che qualsiasi mezzo possa essere valido, rispondiamo che sarebbe più corretto e costruttivo se lo si facesse con un linguaggio adeguato e senza creare false aspettative. Non ci risulta che l’Italia possa emettere un passaporto per far rientrare queste famiglie senza l’ok del governo congolese. E anche se potesse, cosa ne sarebbe delle altre famiglie che stanno aspettando un abbinamento in quel paese? Nell’adozione ci sono equilibri e sensibilità che vanno sempre rispettati per garantire quelli che vengono dopo.

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Sergio, sentito che parliamo d’Africa, ci segnala questa poesia

che dedichiamo alle bambine del Congo

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Cialtu

Sei solo una bambina
ma nei tuoi occhi neri,
come il carbone, vedo
lo scintillìo delle braci che ardono,
vedo il fuoco delle donne d’Africa.
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Autrice:  Maga.
(fonte: chicredicheiosia.blogspot.it)

AltroNatale. Mamma Giusy: “Il valore sacro del tempo”

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di Giusy Rombi

So che a molti non piace il Natale, che queste feste, così lunghe, portano tristezza perché non hanno una famiglia con cui stare o, pur avendola, non amano starci. Ricordano forse solo il lato consumistico di questi giorni, costretti dalla massa e dai mass-media a comprare per forza uno o più regali da offrire senza metterci l’anima.

Io ho un ricordo piacevole del Natale, sarà per l’educazione religiosa che ho ricevuto, sarà perché col tempo ho imparato a capirne il valore… Ci è dato un tempo nella vita, un tempo che trascorre tra l’ordinario e il sacro, e il Tempo del Natale è per me ricordare il valore sacro del tempo, quello che mi permette di fermarmi dal lavoro, di riscoprire la gioia dello stare insieme, di preparare la casa e il cuore ad un avvenimento così intimo e solenne. Nella Notte il mistero si fa contemplazione e l’Attesa si fa preghiera.

Io attendo il Tempo del Natale pur non avendo aspettative di regali, ma solo la consapevolezza di essere io un dono per gli altri.

AltroNatale: “Passeggiata socratica”

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di Adriano Sella, missionario e militante della giustizia e della pace

Oggi ho fatto una passeggiata socratica in un centro commerciale. Ho potuto capire che veramente tante sono le cose di cui non ho bisogno per essere felice.

Si tratta, più o meno, della stessa esperienza che ha fatto Socrate, il filosofo greco circa 2400 anni fa. Si racconta che quando Socrate andava per le strade di Atene, dove c’erano delle botteghe, veniva avvicinato dai venditori che gli chiedevano se voleva qualcosa, lui rispondeva: “No, sto solo osservando quante cose esistono di cui non ho bisogno per essere felice”.

In questa nostra società consumistica, dove sono stati altamente aumentati i bisogni e quindi anche le cose mediante una produzione che riesce a moltiplicare, anzi a triplicare o quadruplicare le cose, siamo continuamente sedotti da tantissime cose da comprare. Il consumare sta diventando un “obbligo” del cittadino, altrimenti, dicono, si blocca questo sistema economico che viene alimentato dal consumo.

Ecco, allora, gli appelli fatti da parte dei nostri governanti ai cittadini di consumare in modo da far accelerare l’economia. Ecco, quindi, i continui sondaggi sui consumi pubblicati dai media, che fanno capire come la riduzione dei consumi sia solamente un sinonimo di crisi economica, senza lasciare spazio a una riflessione più profonda che potrebbe far emergere la crisi di un sistema che non funziona più.

Oggi nei centri commerciali, stile occidentale, non sono più tanto i venditori che ti inducono a comprare. Questo metodo è ancora presente nei grandi mercati o negozi del Sud del mondo: ad esempio, mi ricordo bene in Brasile dove si era assediati dai venditori, perché la manodopera costa molto poco, per cui i proprietari dei negozi assumono molte persone che stanno addirittura all’entrata del negozio, invitando i passanti ad entrare e a comprare.

Il metodo occidentale, invece, non usa più la manodopera per far comprare, ma le cose stesse vengono presentate nelle vetrine, in maniera molto seducente, facendo uso delle moderne tecniche di marketing, in modo da coinvolgere emotivamente il consumatore che viene attratto dalla bellezza estetica delle cose e facendo suscitare in lui il bisogno di quella cosa: si tratta di un bisogno indotto che diventa una strategia per far vendere e soprattutto per far comprare.

Quelle poche volte che sono stato nei centri commerciali ho potuto capire la difficoltà che ha il passeggiante nel difendersi dalla seduzione del consumismo. Così come vengono presentate le cose, è davvero difficile uscire dal centro commerciale senza aver comprato niente! Bisogna essere quasi di ferro per non essere coinvolto emotivamente da quel fascinoso luccichio delle cose.

Ecco allora che bisogna prepararsi ad andare con un importante bagaglio sulle spalle. Sarebbe saggio, quindi, andare qualche volta solamente per fare una buona e sana passeggiata socratica, così come faceva il filosofo greco. Osservare quelle cose e percepire che non sono essenziali per essere felice. Riscoprire quindi quella sobrietà felice che non è la sobrietà intesa come rinuncia, sacrificio, vita spartana. Ma sobrietà che ti fa riscoprire quali sono le cose importanti della vita e quelle di cui possiamo fare a meno per essere davvero felici.

Fanno pensare quelle ormai varie inchieste che hanno rivelato come oggi abbiamo molte più cose di ieri, anzi ne abbiamo in abbondanza, però non siamo più felici. È sufficiente guardare il volto della nostra gente per capire che c’è più amarezza che gioia, più stanchezza che serenità, più preoccupazione stressante che impegno fatto col sapore creativo.

Mi hanno toccato molto le testimonianze di alcuni giovani che facevano emergere come non hanno bisogno tanto di cose ma soprattutto di relazioni umane calorose e solidali. Un ragazzo mi ha detto che uno dei regali più belli, avuti nel giorno del suo compleanno, è stata la lettera di sua madre scritta di suo pugno che gli manifestava tutto l’amore di mamma. Un adolescente mi ha manifestato la sua delusione quando ritornava a casa dalla scuola, perché aveva bisogno di comunicare con i suoi famigliari, per raccontare quello che aveva vissuto, invece trovava sempre la televisione accesa e non c’era spazio per il dialogo. Un giovane mi ha rivelato che quello che lo faceva soffrire molto nella sua vita era il fatto che non riceveva mai un abbraccio da suo padre.

Sono testimonianze vere di giovani che segnalano una esigenza importante: non sono le cose che fanno felici ma i rapporti umani.

Allora, se riuscissimo a realizzare qualche volta una passeggiata socratica nei centri commerciali, usciremo di là non più con tante cose ma con la convinzione, sempre più forte e profonda, che le cose possono essere necessarie, sì, ma non sono essenziali per essere felici. Alla fine, quello che conta è essere e non tanto avere.

E allora, più rapporti umani e meno cose, più relazioni di tenerezza e meno corse consumistiche, per poter raggiungere una sobrietà felice.

(fonte: Associazione Ains  2009)

Comunicazione ilpostadozione: “Ringraziamenti di fine anno”

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Il postadozione non ha risultati da conseguire. A noi piace esserci. Esserci quando si parla di adozione, a modo nostro, senza pietismi o voli pindarici. Semplicemente lanciando uno sguardo all’umano e facendocene carico. Gioire con i nostri figli ed essere il loro saldo punto di riferimento.

Ringraziamo tutti quelli che ci leggono e che hanno trovato conforto dalle nostre riflessioni. Siamo qui. Non per dare soluzioni, ma per fare un cammino assieme.

Nel periodo natalizio interrompiamo le nostre considerazioni sull’adozione in senso stretto per focalizzarci, senza presunzione, su una diversa lettura del mondo che ci circonda.

 

Comunicazione SPIGA: “Corso per operatori a supporto della genitorialità adottiva” – Roma, genn 2014

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L’evento è riconosciuto dal Ministero della Salute con 50 crediti ECM

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Verso ed oltre l’adozione. I gruppi di supporto alla genitorialità adottiva”.

Roma, a partire dal prossimo 25 gennaio 2014.

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Il corso è rivolto a Psicologi, Medici, Assistenti Sociali e Operatori di Equipe territoriali e di Enti autorizzati.

E’ dunque destinato a chi già opera o intende operare in questo campo, nella libera professione o all’interno di Servizi e Associazioni.

Per maggiori informazioni, consultare il sito www.spigahorney.it

Brasile. Per le coppie: “Procedure adottive ad oggi”

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Si chiude qui la sezione Brasile. Per le coppie che stanno per adottare lasciamo questo messaggio che va comunque sempre verificato nelle sedi competenti perchè riguarda l’oggi. Domani le cose potrebbero cambiare. Se qualcuno di voi sta seguendo la vicenda Congo sa di cosa parliamo.

Da quello che sappiamo in Brasile le procedure sembrano bloccate o procedono a rilento.

La causa sono le nuove norme più restrittive – si tratta di leggi interne oppure di convenzioni internazionali – che rendono sempre più difficile l’adozione da parte degli aspiranti genitori di nazionalità straniera a cui sono preferite famiglie brasiliane.

Restrizioni che si aggiungono alle lungaggini burocratiche e ai ritardi con cui le autorità dichiarano lo stato di adottabilità del minore.

Chiedere lumi all’ente a cui ci si è rivolti o contattare la CAI per avere informazioni più dettagliate. Anche quando ci sono certe lungaggini, in alcuni paesi può esistere un percorso più veloce per i bambini superiori ai 5 anni.

http://www.commissioneadozioni.it/it/per-una-famiglia-adottiva/paesi/america/brasile.aspx

Brasile. Bambini di strada: “La testimonianza di padre Saverio Paolillo”

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Saverio Paolillo è un padre comboniano che vive da ormai 20 anni in Brasile occupandosi della condizione dei minori nelle carceri tramite la Pastorale dei Minori fondata nel 1977 e rafforzata nel 1979 per far fronte all’emergenza dei minori a rischio sociale. Questa è la sintesi di una sua relazione al Centro Missionario Comboniano di Verona dell’aprile 2013.

La serata inizia parlando del Brasile. Il Brasile è una nazione immensa, dalle mille sfaccettature e contraddizioni, dice il padre. Da una parte il Brasile punta a diventare entro breve la terza potenza mondiale (è già la sesta dopo la Francia), dall’altra è una delle nazioni con maggiori disuguaglianze e iniqua distribuzione della ricchezza (indice GINI 0,54). La si può vedere dallo sviluppo delle sue città dove da una parte stanno i ricchi con zone residenziali curate valorizzate da parchi e moderni grattacieli, dall’altra ci stanno le case ammassate delle favelas senza servizi e tanta criminalità.

Il Governo di sinistra a causa di alleanze politiche per poter governare, non ha completato nemmeno la Riforma Agraria nelle campagne dove il 2% dei proprietari possiede metà della terra disponibile, molta della quale rimane incolta.

Uno dei problemi più sentiti dall’intera comunità è quello dei bambini di strada. Dai commercianti sono temuti perchè agiscono in gruppo e creano vere proprie bande che colpiscono gli esercizi di loro interesse. Luoghi comuni locali portano a considerare il bambino di strada come portatore di guai perché lui stesso si meriterebbe lo stato di deprivazione  in cui si trova.

Invece quella dei bambini di strada è una storia antichissima. Da almeno 500 anni si perpetua la violenza e lo sfruttamento su certi minori a cui non vengono riconosciuti i diritti più elementari come il diritto alla famiglia e all’istruzione. Le loro stesse famiglie sono condannate perché considerate responsabili della loro povertà e degrado. In verità è il sistema che è ingiusto e non dà a tutti le stesse opportunità perpetuando uno stato di deprivazione e bisogno. Basti pensare che 9 mln di brasiliani vive con meno di un euro al giorno e tra questi il 25% sono bambini fino ai 14 anni; 25 mln di brasiliani vive con meno di due euro al giorno e tra questi c’è un altro 25% di bambini fino ai 14 anni.

Il problema povertà è diffuso e il Governo ha cercato di farvi fronte con il programma “Bolsa Familia” che contribuisce con un vitalizio di eur 50 al mese a famiglia, una misera cifra se si considera che per vivere dignitosamente in Brasile uno dovrebbe guadagnare almeno 1.000 euro al mese.

Molti bambini non vengono registrati all’anagrafe perchè il procedimento non è gratuito ma a pagamento essendo l’anagrafe gestita da un ente privato. Molte mamme non hanno i mezzi per regolarizzare la nascita. Si stima che 250.000 bambini non siano stati iscritti all’anagrafe. Il problema arriva con la frequenza scolastica dove tale certificato è necessaria per l’iscrizione. I bambini di strada rientrano nella categoria dei non regolarizzati per mancanza di mezzi.

Anche a scuola esistono le discriminazioni: ogni cento bambini poveri, solo cinque terminano la scuola all’età giusta. Il resto o è molto in ritardo o si perde.  Inoltre è vero che il Governo ha introdotto programmi per disincentivare il lavoro minorile ottenendo dei risultati, ma il fenomeno è di gran lunga lontano dall’essere debellato.

Il bambino di strada, prosegue Padre Paolillo,

–      vive ai margini della società

–      è  inutile all’economia di mercato

–      è perseguitato dai commercianti

–      è ostaggio della malavita che ne crea bambini soldato per la guerra tra narcotrafficanti

–      è bambola sessuale per i turisti per lo più tedeschi e italiani

–      è espulso dalla scuola che non accetta bambini con comportamenti scorretti dettati dall’uso di crack (80% ne fa uso) e fame

–      è trattato dalla stampa come delinquente usando contro di lui un linguaggio discriminante senza le attenuanti usate per altri bambini o adolescenti della stessa età ma di diversa condizione sociale

Sta succedendo un massacro di tali bambini e adolescenti sotto gli occhi di tutti, quasi come se ci fosse una accordo tacito di eliminarli per pulire le città in prospettiva di tre avvenimenti importanti: visita del Papa, Mondiali e Olimpiadi. Solo nel 2012 sono stati uccisi 9.000 bambini di strada. Qualsiasi scusa è buona per la Polizia. Giustiziano anche ragazzini inermi e arrendevoli.

E’ una guerra contro la gioventù povera, quasi a voler risparmiare sulle politiche sociali. Il paradosso è che da un lato il Brasile si è prodigato per eliminare la mortalità infantile dagli 0-5 anni, dall’altro aumentano gli omicidi di adolescenti. C’è in atto un vero e proprio lavoro di pulizia sociale attraverso

–      l’internamento dei drogati in case apposite

–      spostamento di interi gruppi da una zona all’altra per lasciare libera la speculazione edilizia

–      uccisione di adolescenti di strada

Il destino dei ragazzini di strada è segnato: senza titolo di studio, senza lavoro, possono solo delinquere e finire in carcere. La situazione delle carceri è disastrata e non è certo lì che possono trovare modelli di riferimento per un riscatto: sovraffollamento, torture, abusi sono all’ordine del giorno. Molte volte per protestare ed avere un po’ di attenzione sono gli stessi ragazzi a farsi del male procurandosi delle mutilazioni.

L’unica via per uscirne è quella di cambiare la storia. L’unica via, insiste il padre, è la difesa dei diritti dei minori. I bambini adolescenti meritano la priorità assoluta. Attraverso il riconoscimento della loro condizione di vulnerabilità. Pochi di loro vengono adottati perché troppo grandi. Ma il destino di un bambino non può essere segnato sin da piccolo, senza possibilità di riscatto.

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La REDE AICA (Atendimento Integral à Criança e ao Adolescente = Assistenza Integrale ai Bambini e agli Adolescenti) realizza una serie di progetti destinati al recupero dei ragazzi di strada o che vivono in situazioni di vulnerabilitá sociale, esposti ad ogni tipo di minaccia alla loro identità e dignità, come la negazione dell’accesso ai diritti umani fondamentali, lo sfruttamento nel lavoro infantile, la malavita, lo spaccio e il consumo di droghe, la prostituzione infantile e lo sfruttamento sessuale di adolescenti.

Tra i vari progetti:
1. tre case famiglia;
2. quattro centri sociali che forniscono assistenza ai ragazzi in situazione di disagio durante il tempo libero dalla scuola, garantendo due pasti al giorno, doposcuola, educazione ai valori, attività sportive, culturali, artistiche, formazione professionale e alla cittadinanza;
3. una casa per l’assistenza a 400 adolescenti disagiati in libertà vigilata con sostegno psicologico e sociale;
4. un’officina per la formazione professionale di 800 adolescenti con corsi di panificazione, pasticceria, taglio e cucito, parrucchiere, manicure, informatica e saldatore
5. eliminazione dello sfruttamento del lavoro infantile per 300 bambini e adolescenti attraverso il sostegno economico mensile alle famiglie;
6. assistenza a 120 famiglie in situazione di difficoltà con due gruppi di lavoro costituiti da psicologi e assistenti sociali;
7. corsi gratuiti di formazione permanente per gli educatori.

Vedi http://www.comboni.org/sottocategoria/view/id/273

Per chi volesse inviare un suo contributo lo faccia esclusivamente tramite i Missionari Comboniani:

 

Mondo Aperto Onlus

Conto Corrente Postale N. 28394377
Bonifico Bancario Unicredit Banca – IBAN: IT 67 M 02008 11708 000005559379
o alla Banca Popolare Etica – IBAN: IT 68 V 05018 12101 000000512250

CAUSALE: PASTORALE DEI MINORI – CARAPINA – BRASILE SUD

per contattare Padre Paolillo: saverio.comboniano@gmil.com

 

Brasile. Col senno di poi…

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“Adottare è un atto d’amore. Reciproco. E’ diventare mamma. A tutti gli effetti, senza ma e senza se. E’ avere un figlio, senza ma e senza se.

Adottare significa diventare genitore di Tuo figlio. Tuo. Tuo. Tuo. Che più Tuo non si può. E anzi, lo sentirai dentro ancor di più, perché la strada che ti ha portato a raggiungerlo richiede un coraggio incredibile e un desiderio superiore alla norma. (…)

Adottare è spaventoso e bellissimo. Non è solo dare una casa ad un bambino sfortunato, non è solo dare un figlio a coppie infertili. Nessuno salva nessuno e allo stesso modo uno salva l’altro. E’ creare, costruire. E’ famiglia.

E io, che sono solo una delle tante, per la prima volta mi sento esattamente dove dovrei essere, nel punto esatto in cui la vita doveva condurmi. E sì, continuerei a scegliere l’adozione, sempre e per sempre. Perché mai nella mia vita ho preso decisione più giusta. Mai.” – Mamma Mara

(fonte: ilfruttodellapassione blog – coppia che ha adottato in Brasile).

Brasile. Le minoranze: “La rivincita degli afrobrasiliani”

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di Bernardo Gutierrez – giornalista

Fino a qualche anno fa gli afro brasiliani vivevano nelle zone più povere della città, svolgevano lavori umili e non andavano all’università. Oggi, anche grazie all’ex presidente Lula, sono istruiti e professionalmente affermati. Ma nel paese c’è ancora razzismo diffuso.

Fino a poco tempo fa, nelle serie brasiliane, i neri riuscivano a malapena a trionfare nel calcio e nella musica. I dati degli ultimi anni raccontano l’ascesa sociale dei neri e dei pardos (mulatti). Nel 1999 solo il 7% dei neri studiava all’università. Nel 2009 erano il 28% (…) grazie al programma Pro Uni (Programma Universidade para todos) lanciato nel 2005 dal governo dell’ex presidente Lula. Il programma offre agevolazioni fiscali alle università private che accettano studenti indigeni, neri e poveri. Il Brasile sta maturando. Bianchi e neri cominciano a capire l’importanza della diversità. Ma c’è ancora molto razzismo.

(…) Più della metà dei brasiliani è nera o meticcia. Dieci anni fa quasi nessuno frequentava l’università. (…) Il sistema delle quote è stato adottato da 162 università pubbliche. E’ una misura temporanea ma necessaria. (…) Afrodiscendente è la parola che sta prendendo piede nei circoli politicamente corretti. Ma è interessante notare che si usa molto di più l’eufemismo moreno. (…) Spesso quando un afro brasiliano diventa ricco comincia ad essere trattato come un bianco, In effetti il razzismo in Brasile ha una connotazione economica, è un razzismo mascherato da classismo o viceversa. (…)

(fonte: Internazionale 20/01/2012)

Brasile. Film: “La terra degli uomini rossi” di Marco Bechis (Italia/Brasile 2008)

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Storia di indios e di sfruttamento di un territorio da parte delle multinazionali. Una protesta pacifica inizia dal suicidio di un giovane indio. Ce ne sono stati troppi di giovani che hanno scelto questa strada, per loro l’unica per uscire da una vita senza speranza. I fazenderos, abituati alla loro ricca vita piena di ozio e di agi, reagiscono perché non vogliono cedere niente della terra che una volta apparteneva ai popoli nativi. Le attività economiche della zona sono legate allo sfruttamento in coltivazioni transgeniche dei terreni e alle visite guidate a turisti interessati al birdwatching.

Il film scava dentro il dolore senza parole di un popolo che ha perso la sua identità e invita alla partecipazione emotiva contro l’ingiustizia. Il dramma delle popolazioni native è che ogni giorno vivono l’umiliazione di non possedere più una terra che per loro non significa solo cibo ma anche (e soprattutto) radici e cultura.

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Ucciso Ambrosio Vilhalva: ispirò film Terra uomini rossi di Bechis
Nella notte tra l’1 e il 2 dicembre Ambrosio Vilhalva è stato ucciso a coltellate. La battaglia del suo popolo, i Guaranì, ispirò il film di Bechis “La terra degli uomini rossi” con Claudio Santamaria“.  Per articolo completo http://www.today.it/mondo/ucciso-ambrosio-vilhalva-terra-uomini-rossi.html

 

Brasile. Le minoranze: “Dai media sembrerebbe che…”

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La protesta degli indigeni. Pensavamo che la morìa di indigeni per malattie portate dagli occidentali fosse un triste ricordo della scoperta dell’America. Invece le popolazioni che vivono nell’Amazzonia muoiono ancora oggi di malattie a loro sconosciute a causa della vicinanza con stranieri che costruiscono dighe e strade nelle loro aree incontaminate. Neppure lo stato rispetta i loro territori. Già con il presidente Lula e adesso con Dilma Rousseff sono stati erosi via via i loro diritti. Qualche mese fa lo sciamano Kopenawa ha incontrato la presidenta ma sembra che non ci siano stati esiti positivi. I mezzi di comunicazione più influenti presentano la questione indigena come folclore e le argomentazioni sono trattate con pregiudizio sostenendo gli interessi dei potenti. (Fonte: Missioni Consolata – ottobre 2013).

Settecento indios brasiliani hanno occupato parte del Congresso, a Brasilia, in protesta contro un emendamento che consentirebbe al Parlamento di decidere i confini del territorio degli indigeni. (Fonte: corriere.it – 17/04/2013).

Contro la costruzione di una diga. Gli indios dei fiumi Xingu, Tapajos e Teles Pires sono scesi in strada a Jacareacanga, nello Stato brasiliano del Pará, per protestare contro la costruzione di una diga (Reuters/Lunae Parracho) – (Fonte: corriere.it – 03/05/2013). 

L’ammazzateci tutti degli indios brasiliani. L´8 ottobre 2012, dopo aver ricevuto da un giudice l’ordine di espulsione dalla terra dove vivevano in condizioni estremamente precarie, un gruppo di 170 indigeni Kaiowá/Guarani ha annunciato in una lettera di non voler lasciare quella terra da loro considerata sacra. Si trovano ai margini di un fiume nella città di Iguatemi, nello Stato del Mato Grosso del Sud (centro ovest brasiliano) (…) E mentre per questi índios uscire della propria terra significa migrare nelle città dove probabilmente saranno obbligati a mendicare e prostituirsi, restare dove sono nati significa convivere con la paura. Circondati dai killer assoldati dai fazendeiros per sgomberare le terre, gli índios Kaiowá/Guarani sono vittime di violenza quotidiana. Sembra incredibile, ma la soluzione per molti di loro è il suicidio: dal 1986 a settembre del 1999, 308 indigeni di età fra 12 e 24 anni si sono tolti la vita impiccandosi a un albero o avvelenandosi. E dal 2000 al 2011 più di 500. (Fonte: corriere.it – 29/10/2012).

Awa Guajà, la tribù più minacciata al mondo. Così l’ha definita Survival International, l’associazione che aiuta i popoli indigeni a proteggere le loro vite. Gli indios Awa-Guajà vivono nella foresta dell’Amazzonia brasiliana, ma la loro esistenza è in pericolo, osteggiata dall’avanzare della modernità in quei luoghi ancora incontaminati in cui vivono. (…) sono in tanti, da anni, a battersi affinché la vita degli Awa possa continuare senza che sia snaturata o occidentalizzata. (…) Accerchiati e cacciati indietro dai disboscatori illegali e dagli allevatori, minacciati di morte, in un habitat sempre più ristretto e a rischio distruzione dove non possono più andare a caccia, gli indios Awa-Guajà sono ridotti alla fame. Così hanno indirizzato un messaggio disperato al ministro della giustizia brasiliano: “I bambini piangono e hanno fame, (…) Non possiamo girare per la foresta da soli: potrebbero ucciderci. Ci sono camion, motoseghe e auto fuoristrada ovunque. Non possiamo più andare a caccia. Restiamo tutti a casa. Siamo tristi perché non possiamo più stare nella nostra foresta”. “La caccia ha un ruolo centrale in ogni comunità Awa”, ha commentato Stephen Corry, direttore generale di Survival International. “E’ quello che fanno, è il loro modo di sopravvivere. Il Brasile sa di dover mettere gli Awa in cima alle proprie priorità prima che sia troppo tardi. E’ il momento di azioni concrete. Ma è sconfortante constatare che, al momento, le uniche azioni concrete visibili sono quelle degli invasori illegali”, ha aggiunto Corry. (Fonte repubblica.it – 01/10/2012)

Brasile, Shell rinuncia ai biocarburanti coltivati su terre indigene. Grazie a un’assidua campagna di protesta condotta dagli indigeni Guaranì e da Survival International, la Raizen, azienda di biocarburanti di proprietà della Shell in Brasile, ha deciso di non approvvigionarsi più della canna da zucchero proveniente dalle terre rubate a una tribù indigena. Una decisione storica, che crea un precedente importante nelle eterne lotte contro i giganti del petrolio in terre ancestrali.(…). I Guarani che vivono nell’area hanno raccontato che i loro fiumi sono stati inquinati dai pesticidi usati nelle piantagioni. “Potremo ricominciare a bere l’acqua della nostra terra”, ha commentato la donna. “Potremo ricominciare a far tutto.” (…) È arrivato il momento che il mondo prenda coscienza che i biocarburanti brasiliani sono macchiati di sangue indigeno”. (Fonte: elmensile.it – 14/06/2012).

Brasile. Vivere nelle favelas: “Paura e disagio mentale”

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“Ecco cosa significa vivere qui: meglio per te se non vedi, non senti, non parli. Quando scoppia la violenza, ognuno si fa i fatti suoi. È terrificante.”

Elena vive nel Complexo do Alemão, una favela con più di 170.000 abitanti di Rio de Janeiro, Brasile. Il panorama offerta dal Complexo è in netto contrasto con le immagini da cartolina a cui ci ha abituati Rio: un labirinto di vie non asfaltate che si inerpicano su per la collina, fiancheggiate da misere casupole, il tutto racchiuso entro un circolo di posti di blocco improvvisati, che servono a tenere sotto controllo il traffico in entrata. Meno plateale, ma più impressionante, è lo scenario quotidiano della violenza che schiaccia e pervade la vita degli abitanti della favela.

Il Complexo do Alemão, come centinaia di altre favela a Rio de Janeiro, è in mano a gruppi armati che gestiscono il redditizio traffico della droga nella zona. La fiamma della violenza può accendersi ovunque, in ogni momento, basta che la polizia effettui un’incursione o che gruppi rivali si decidano per lo scontro diretto. Anche quando tutto sembra tranquillo, migliaia di persone come Elena vivono soggette all’arbitrio dei gruppi armati, con la costante paura di trovarsi nel posto sbagliato al momento sbagliato. (…)

“Qui ci si aspetta che nessuno faccia parola delle violenze a cui abbia avuto la sventura di assistere, perciò tutte queste scene tremende rimangono sepolte dentro la testa della gente.” (…) Tra gli adulti i sintomi più comuni sono riconducibili a malattie psicosomatiche, depressione e ansia; nei bambini aggressività, disturbi del comportamento e difficoltà nell’apprendimento. Dietro questi sintomi si nasconde di solito un episodio di violenza vissuto dal paziente. La metà di tutti i pazienti visitati dagli psicologi di MSF ha alle spalle una storia di violenza. Più di un terzo di questi si è trovato nel mezzo di uno scontro e uno su cinque ha perso un familiare nell’occasione. “Di fronte a tanto orrore, ci aspettavamo un numero più alto di casi di sindrome da stress post-traumatico, come capita di solito alle persone che hanno subito uno shock improvviso,” ha dichiarato Khayat, uno dei medici. “Invece questi casi sono una minoranza. E non è un segnale confortante, perché significa che quello che noi consideriamo un evento straordinario al Complexo è oramai considerato come un fatto di ordinaria amministrazione. Eppure nessuno ne esce senza strascichi,” ha aggiunto Khayat.

(fonte: medicisenzafrontiere.it)

Brasile. Vivere in campagna o nelle favelas: “Per la gente del popolo la vita è dura dovunque”

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di Fabrizio Mola

Questa è l’esperienza di quindici giovani che hanno speso le loro vacanze a realizzare progetti in Brasile: un’esperienza indimenticabile, a contatto con situazioni disperate e nell’impegno di solidarietà nella lotta silenziosa per rivendicare diritti umani e dignità. Ne riportiamo alcuni passi per capire com’è la vita in campagna e nelle favelas.

 

Inquadriamo la cittadina di Jaoquim Gomes. 

Gli uomini. Di uomini a Joaquim Gomes se ne vedono davvero pochi; la maggioranza di essi, infatti, è costretta a emigrare in altre regioni dove la manodopera è più richiesta, finendo in uno stato di semi schiavitù, in lontane ed estese piantagioni di canna da zucchero, da cui, in molti casi, non riescono più a tornare, lasciando così alla propria sorte moglie e figli. Nel solo anno 2007 da Joaquim Gomes sono partiti più di 3 mila uomini, su una popolazione di 22 mila abitanti, in cerca di un lavoro che permettesse loro di far sopravvivere le proprie famiglie; ma quasi sempre sono diventati vittime del meccanismo messo in atto dai fazendeiros, che, tramite esperti intermediari, riescono a incastrare migliaia di uomini rendendoli debitori dei loro datori di lavoro ancora prima di entrare in servizio. La strategia è molto semplice: a ogni lavoratore viene anticipato il denaro per i costi del viaggio, e per pagarsi il vitto, gli attrezzi di lavoro e il proprio sostentamento; a nessuno è permesso lasciare il posto di lavoro fino a quando non avrà ripianato il debito col padrone. Un impegno quasi impossibile, con un lavoro sottopagato. Anche se qualcuno riesce nell’impresa, rimane ancora il problema di acquistare il biglietto del viaggio di ritorno, che permetta loro di percorrere i tre giorni di pullman che separano il Mato Grosso (terra solitamente di destinazione dei lavoratori stagionali) dalle loro famiglie in Alagoas.

Le donne. In assenza degli uomini, che raramente riescono a inviare denaro alle proprie famiglie, sono le donne che lottano per la sopravvivenza dei loro figli, portando avanti la casa e provvedendo alle loro necessità. Sono donne forti e provate dalla fatica giornaliera. Fin dalle cinque del mattino le sentiamo passare per le vie, fuori dalla porta della casa che ci ospita; le vediamo scendere al fiume; in testa portano enormi bacinelle con i vestiti da lavare, in mano qualche pentola e attorno i figli più grandi con in braccio quelli più piccoli, pronti per il bagno nell’acqua torbida che scorre lenta tra le colline del paese.

Vita di tutti i giorni. Ancora prima dell’alba, gli uomini rimasti nel paese ci svegliano mentre, seduti in piazza, colpiscono con lunghe e forti strisciate del machete le pietre della pavimentazione, per preparare la lama alla lunga giornata nel taglio della canna. Poco dopo, passano vecchi pullman per caricarli e portarli nelle piantagioni, dalle quali torneranno soltanto quando farà notte. Dopo una giornata di lavoro, chi è più forte riesce a guadagnare di più, portando a casa appena un euro per ogni tonnellata di canna tagliata, sotto il sole cocente e con i vestiti che li coprono da capo a piedi per proteggersi dalle foglie taglienti.
Li si vede scendere dai pullman uno ad uno e diramarsi nei vari quartieri, con passo rapido, machete in mano e borraccia a spalle; raggiungono le loro case di fango dove, consumato un misero pasto, torneranno finalmente a riposarsi per riacquistare le energie da consumare nella dura giornata successiva.

Questa è la vita di un numero infinito di uomini, donne e bambini in centinaia e migliaia di paesi che sono sparsi, come Joaquim Gomes, nelle aree rurali di questa estesa regione del Brasile. E proprio da questa situazione siamo partiti e abbiamo potuto conoscere le altre differenti realtà che impregnano di contrasti questa terra. Tuttavia abbiamo potuto scorgere, al tempo stesso, barlumi di intensa speranza, a partire dalle favelas della caotica capitale fino agli accampamenti di senza terra, isolati nella sperduta area del sertão.

Visita ad una favela. La capitale dello stato di Alagoas è Maceio, città con circa 800 mila abitanti, che si estende a metà tra l’oceano e la laguna. Verso l’oceano sorgono i quartieri più ricchi, dove si trovano palazzi e alberghi di lusso, boutique di alta moda e design, ristoranti e club, palestre e scuole, dove autisti privati attendono i figli delle famiglie benestanti alla fine delle lezioni. A pochissimi chilometri di distanza, verso la laguna, inizia invece l’ininterrotta serie di favelas dove migliaia di famiglie vivono in baracche costruite con pannelli di legno, cartoni, cartelli pubblicitari, lamiere e teli di nylon recuperati nelle aree circostanti. Visitiamo una di queste favelas, quella di Sururù de capote, così chiamata dal nome del mollusco che vive nella laguna lungo la quale sono situate le baracche.

Vediamo adulti e bambini che si immergono continuamente in acqua, anche per alcuni metri, e portano in superficie masse di fango putrido, mischiato alle conformazioni di molluschi che, portate a riva, vengono passate alle donne per la pulitura. Piegate sull’acqua, immerse fino alle ginocchia, esse passano giornate intere a scrostare questa specie di cozze, che, una volta ripulite, vengono vendute ai ristoratori di lusso per un prezzo irrisorio: un secchio pieno di tali molluschi, frutto del lavoro giornaliero di un’intera famiglia, viene pagato l’equivalente di un euro circa. (…)

La storia di Vania. Presentandosi subito con il suo fare deciso e fiero, Vania ci racconta la sua storia: è nata nella favela; sin da ragazzina è stata coinvolta nei giri della droga, prostituzione e narcotraffico; ha avuto 12 figli, di cui sei morti prima ancora di nascere a causa della denutrizione e delle sostanze stupefacenti da lei assunte in gravidanza. Ma ora Vania è cambiata, il suo carattere e la sua voglia di lottare hanno fatto di lei una leader della favela: ha creato intorno a sé una comunità che si sostiene reciprocamente, forte nelle rivendicazioni per i propri diritti, superando la lotta di tutti contro tutti per la sopravvivenza in un crescente desiderio di rimanere uniti e solidali.

Mentre giriamo nella favela, Vania interrompe i suoi racconti per richiamare i bambini che litigano, per leggere un documento a un uomo analfabeta che chiede il suo aiuto e consiglio, per spiegare alla gente chi siamo; nel frattempo il suo sguardo è sempre attento nell’osservare e vigilare su ogni cosa che succede intorno. Vania conosce la gente della favela e non ha paura di raccontarcene la vita: ci indica bambine di nove anni che, per un piatto di riso o di fagioli, si prostituiscono con i taxisti che passano nell’avenida, bambini drogati con la colla, che tornano dal centro della città, dove hanno passato la giornata a vagare e a borseggiare i passanti; ci racconta la storia di una ragazza che, dopo anni di lavoro come domestica in una famiglia benestante, è stata licenziata appena i padroni hanno scoperto che viveva nella favela. (…)

La piaga della droga. Nella nostra visita siamo accolti in un’abitazione dove si consuma un altro dramma di sofferenza e disperazione. Un genitore, rimasto solo con due bambini piccoli, dopo aver perso la moglie e le figlie in morti violente, è costretto a sprangare la porta della baracca per impedirne l’entrata alla figlia di 12 anni, poiché la ragazza, che vive in strada, ogni volta che torna a casa cerca di portare via qualcosa, oggetti o alimenti, per scambiarli con una dose di droga.

Prima di lasciare la favela e salutare le frotte di bambini che ci hanno seguito nella nostra visita, ci aspetta l’incontro più inatteso. Nell’ultima baracca in cui siamo invitati a entrare ci attende infatti l’impatto con il paradosso più grande dell’amore materno, un incontro che, pur passando attraverso i nostri occhi, rimane incredibile per i nostri schemi mentali, sviluppati in un mondo che da qui sembra ancora più distante.
Sdraiato per terra, su un sottile pezzo di gommapiuma, Thiago, un ragazzo di 13 anni, ci accoglie subito con un sorriso di felicità, ma il suo sguardo è perso nei drammi di una vita bruciata da droga e violenza. Un suo polpaccio è avvolto da una grossa catena, chiusa con un lucchetto, che lo tiene legato al tavolo di casa. La madre è al suo fianco e ci spiega che sono ormai venti giorni da quando ha deciso di tenere il figlio così legato per cercare in qualche modo di salvargli la vita.

Thiago aveva solo nove anni quando cominciò a fare uso di crack e essere coinvolto nei traffici di droga; ora, minacciato di morte a causa di conflitti e lotte tra bande, la sua vita è a rischio.La madre è sicura che se il figlio uscisse di casa, sarebbe ucciso in brevissimo tempo. Per proteggerlo e per allontanarlo dalla droga, ha chiesto aiuto ai servizi sociali, ma non ha ricevuto alcun aiuto; per cui ha messo in atto una soluzione così drastica, già usata con la sorella e sperimentata da altre madri nella favela verso i propri figli. Thiago ci racconta col sorriso in faccia la sua vita e, salutandoci, augura a se stesso di poterci vedere ancora; ci confida che vorrebbe andare in giro per il mondo, ma ammette con le sue stesse parole che tutto ciò rimarrà nei suoi sogni, confessando di essere ben consapevole che o a causa della droga o per mano dei suoi nemici la sua vita sarà davvero breve.

Un ragazzo così giovane, ma con occhi e sogni privi di speranza, richiama alla mente tutti gli altri contrasti e sofferenze incontrate nella breve esperienza in Brasile. Il suo volto rimarrà scolpito in modo indelebile nei nostri ricordi, insieme al senso di impotenza e ingiustizia che si prova di fronte a certi drammi.

(fonte: rivistamissioniconsolata.it)

Brasile. I Nostri Padri: “Papa Francesco e la teologia della liberazione”

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di Leonardo Boff – teologo e scrittore brasiliano, uno dei fondatori della teologia della liberazione

Molti si sono chiesti se l’attuale papa Francesco, provenendo dall’America Latina, sia un adepto della Teologia della Liberazione. La questione è irrilevante. L’importante è identificarsi non con la Teologia della Liberazione, ma con la liberazione degli oppressi, dei poveri e dei senza giustizia. E questo lo fa con indubitabile chiarezza.

È stato sempre questo, in realtà, lo scopo della Teologia della Liberazione. Prima viene la liberazione concreta dalla fame, dalla miseria, dalla degradazione morale e dalla rottura con Dio: una realtà che va ricondotta ai beni del Regno di Dio e che era nei propositi di Gesù. Dopo, viene la riflessione su questo dato reale: in quale misura si realizza anticipatamente il Regno di Dio e in che modo il cristianesimo, con il capitale spirituale ereditato da Gesù, può collaborare, insieme ad altri gruppi umanitari, a questa necessaria liberazione.

Tale riflessione successiva, chiamata teologia, può esistere o meno. La cosa decisiva è che avvenga il fatto reale della liberazione. Ci saranno però sempre spiriti attenti che ascolteranno il grido dell’oppresso e della Terra devastata e si chiederanno: sulla base di quanto abbiamo appreso da Gesù, dagli apostoli e dalla secolare dottrina cristiana, come possiamo offrire il nostro contributo al processo di liberazione? È quanto ha fatto tutta una generazione di cristiani, dai cardinali ai laici e alle laiche a partire dagli anni ’60 del secolo scorso. E che resta valido fino ad oggi, dal momento che i poveri non smettono di crescere e il loro grido si è già trasformato in clamore.

Ora, papa Francesco ha fatto sua questa opzione per i poveri, ha vissuto e vive poveramente in solidarietà con essi e ha detto chiaramente in uno dei suoi primi interventi: «Come vorrei una Chiesa povera e per i poveri». In questo senso, papa Francesco sta realizzando l’intuizione originaria della Teologia della Liberazione e sostenendo il suo marchio: l’opzione preferenziale per i poveri, contro la povertà e a favore della vita e della giustizia.

Tale opzione non è per lui solo un discorso, ma un’opzione di vita e di spiritualità. A causa dei poveri, ha avuto problemi con la presidente Cristina Kirchner, esigendo dal suo governo un maggiore impegno politico per il superamento di quei problemi sociali che, dal punto di vista analitico, si configurano come disuguaglianze, da quello etico come ingiustizie e da quello teologico come un peccato sociale che tocca direttamente il Dio vivente, il quale, biblicamente, ha sempre mostrato di essere dalla parte di quelli che meno vita hanno e dei senza giustizia.
Nel 1990 in Argentina i poveri erano il 4%. Oggi, a causa della voracità del capitale nazionale e internazionale, sono saliti al 30%. Non si tratta solo di numeri. Per una persona sensibile e spirituale come papa Francesco, tale fatto rappresenta una via sacra di sofferenze, lacrime di bambini affamati e disperazione di genitori disoccupati.

Ciò mi richiama alla mente una frase di Dostoevskij: «Tutto il progresso del mondo non vale il pianto di un bambino affamato».
Questa povertà, ha insistito con fermezza papa Francesco, non si supera con la filantropia, ma con politiche pubbliche che restituiscano dignità agli oppressi e che rendano questi cittadini autonomi e partecipativi.

Non importa che papa Francesco non usi l’espressione “Teologia della Liberazione”. L’importante è che parli e agisca nella linea della liberazione.
È anche un bene che il papa non si leghi ad alcun tipo di teologia, che sia quella della liberazione o qualunque altra. I suoi due predecessori hanno assunto un certo tipo di teologia che era nelle loro teste e si presentava come espressione del magistero papale, nel cui nome sono stati condannati non pochi teologi e teologhe.

Gli storici sanno che la categoria “magistero” attribuita ai papi è una creazione recente. Cominciò ad essere utilizzata dai papi Gregorio XVI (1765-1846) e Pio X (1835-1914) e diventò comune con Pio XII (1876-1958). Precedentemente, il “magistero” era costituito dai dottori in teologia e non dai vescovi e dal papa. Questi ultimi sono maestri della fede, mentre i teologi sono maestri dell’intelligenza della fede. Pertanto, ai vescovi e ai papi non spetta fare teologia, ma rendere una testimonianza ufficiale e garantire in maniera zelante la fede cristiana. Ai teologi e alle teologhe spettava e spetta approfondire questa testimonianza con gli strumenti intellettuali offerti dalla cultura.

Quando i papi si mettono a fare teologia, come è recentemente avvenuto, non è chiaro se parlano come papi o come teologi, con il risultato che si crea una grande confusione nella Chiesa e che si perde la libertà della ricerca e il dialogo con i diversi saperi.

Grazie a Dio, papa Francesco si presenta esplicitamente come pastore e non come dottore e teologo, sia pure della liberazione. Così è più libero di parlare a partire dal Vangelo, dalla sua comprensione emotiva e spirituale, con il cuore aperto e sensibile, in sintonia con un mondo oggi abitato da una coscienza planetaria. Papa Francesco, poni la teologia in tono minore affinché la liberazione risuoni in tono maggiore: consolazione per gli oppressi e appello alle coscienze dei potenti! Pertanto, meno teologia e più liberazione.

(fonte: teologhe.org – 14/05/2013)

Per avere un’altra interpretazione si consiglia di leggere anche:

http://espresso.repubblica.it/dettaglio/ma-bergoglio-non-e-di-sinistra/2210749

Brasile. Turismo sessuale 2: “Il disprezzo della gente del luogo e la vergogna dei connazionali onesti”

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ITALIANI, BRUTTA GENTE

Il quartiere degli italiani a Fortaleza si chiama Praia de Iracema: è un borgo degradato che l’amministrazione municipale sta ristrutturando, cercando di mandare via i nostri connazionali. Gli italiani residenti nella città sono circa 20mila, ma altrettanti vivono in clandestinità. La maggioranza è arrivata lì alla ricerca di sesso a buon mercato. Altri sono coinvolti nel giro della prostituzione, dello spaccio e degli affari loschi. La nostra padrona di casa ci spiega che «forse tra gli italiani ci saranno anche persone oneste, ma non è questa l’esperienza che ci siamo fatti qua, con loro. Abbiamo incontrato solo gente terribile. Possiamo pensare, certo, che costoro appartengano alla fascia sociale più degradata del vostro Paese, ma qui essi rappresentano tutti voi, e lo fanno nel peggiore dei modi. Noi li evitiamo in tutte le maniere non vogliamo avere nulla a che fare con loro e con i loro traffici».

In un bar italiano sulla spiaggia e meta di nostri connazionali, apprendiamo che i proprietari e gli avventori residenti in città da tempo si ingegnano, con molta fantasia e astuzia, a frodare i nuovi arrivati in cerca di sistemazione abitativa, lavoro o, molto spesso, di sesso a pagamento. Questi confidano sul fatto che il locale è gestito e frequentato da italiani, che certamente offriranno aiuto e appoggio. Invece si ritrovano ingannati: vengono proposti loro appartamenti a costi altissimi, rispetto al mercato locale, e si ritrovano presto in giri illegali e di prostitute che cercano di spillare loro quanti più soldi possono.

Un italiano proprietario di una clinica e in Brasile da dieci anni ci spiega che, per non essere visto, tutte le mattine entra dalla porta di servizio, perché i pazienti – tutti della media borghesia brasiliana – non devono sapere di avere a che fare con uno che arriva dall’Italia. Smetterebbero, infatti, di fidarsi e sceglierebbero un altro centro medico. Un altro nostro compatriota, con un’agenzia immobiliare, ci racconta che alcuni italiani andavano lì, compravano dei terreni, e facevano un progetto per la costruzione di un palazzo o di un grattacielo: i brasiliani, com’è consuetudine, acquistavano gli appartamenti sulla carta, dando una caparra e pagando delle rate fino alla fine della costruzione, ma si ritrovavano senza niente, imbrogliati e defraudati dei loro soldi. I costruttori, infatti, una volta vendute tutte le abitazioni, scappavano con il capitale raccolto facendo perdere le loro tracce. Casi come questi – insieme a prostituzione, spaccio e altre illegalità – hanno contribuito a rendere il nostro popolo, la nostra lingua e cultura, oggetto di ostilità e razzismo.

INTERNET: FIDANZAMENTI E PROSTITUZIONE

Ci sono ragazze fidanzate a decine di italiani contemporaneamente, e tutto via Facebook, email, Skype. Ce ne sono tante che vivono così, accalappiando uomini di ogni età e ceto sociale – meglio se danarosi, però – con l’aiuto – il know-how – di chi vive, malavitosamente, in Brasile da anni. La giovane adesca una preda su internet, cerca di avviare una relazione amicale o sentimentale virtuale: nel giro di qualche settimana, lei si trasforma nella «mia ragazza in Brasile». Lo scopo, ovviamente, è una trappola: attirare qui il malcapitato credulone o depravato e spennarlo per bene. Lei lo raggirerà dicendo di essere molto povera e di aver bisogno di soldi per la famiglia o per cure mediche per una zia inesistente.

Per scoprire questo traffico basta sedersi per qualche giorno in alcuni internet-point della città e, facendo finta di essere impegnati in conversazioni via Skype, o letture di quotidiani online, osservare ogni movimento e ascoltare le conversazioni di queste fanciulle: un mondo di oscuri traffici, di raggiri, imbrogli vi si dispiegherà tutt’intorno. Dall’altra parte, a 10mila chilometri di distanza, ciascun fidanzato, collegato in chat su Messenger, Fb o Skype, è certo che la dolce ed esotica brasileira sia solo per «lui», non sapendo di far parte di un nutrito gruppo di aspiranti amanti e di essere cascato in una armadilha, una trappola ben programmata, con attori e comparse, e con collaboratori italiani che lucreranno sulle sue disavventure.

Gestendo bene i turni di viaggio in Brasile, ognuna di queste prostitute invita ciascun fidanzato a passare del tempo con lei. Dopo un paio di settimane a Fortaleza, essi ritornano in Italia con il portafoglio vuoto e, probabilmente, con la carta di credito azzerata dai debiti, ma racconteranno agli amici di avere una meravigliosa morosa innamorata e in attesa della prossima vacanza insieme.

Tali e altre pratiche criminali sono ben note alla polizia federale, che spesso esegue controlli e blitz per individuare gli italiani coinvolti in questi giri e senza permesso di soggiorno.

«PORTATORI DI CRIMINALITÀ»

Non sono pochi i fogli di via e i rimpatri forzati dati ai nostri connazionali colti in flagrante attività illecita e senza documenti. Le nostre leggi sull’immigrazione e i nostri media ci hanno abituati a scene di espulsione coatta ai danni di disperati giunti nel nostro Paese a bordo di barconi scassati, che noi identifichiamo come «portatori di criminalità», facendo di tutta l’erba un fascio, e confondendo clandestini senza permesso di soggiorno e delinquenti. Qui, sulle coste nordestine del Brasile siamo noi, spesso, i clandestini, gli spacciatori, gli sfruttatori della prostituzione, gli adescatori di altri italiani, gli imbroglioni. I disprezzati. Siamo noi ad apparire nella cronaca giudiziaria dei giornali o dei Tiggì, e motivo di vergogna per altri connazionali onesti.

(fonte: rivistamissioniconsolata.it Luglio/Agosto – 2012)

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Sempre sul turismo sessuale e la campagna “Don’t Look Away” per monitorare il territorio durante i Mondiali del 2014 e le Olimpiadi del 2016. Marco Scarpati, presidente di Ecpat Italia, avverte che con Mondiali e Olimpiadi i rischi aumentano. “Il mercato del sesso storicamente nasce e si sviluppa in presenza di grandi spostamenti. I grandi agglomerati hanno sempre generato un’ampia offerta di ‘svaghi’, inclusi quelli illeciti” Per l’articolo completo: http://www.lastampa.it/2013/10/01/esteri/brasile-allarme-turismo-sessuale-italiani-maglia-nera-dello-sfruttamento-ISgNbz27Db7mMWPCFCQijN/pagina.html