NonsoloAmLatina. Adozione e approccio interculturale: “Oltre i pregiudizi e le chiusure”

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La riflessione che segue si adatta a qualsiasi etnia o cultura di provenienza dei nostri figli. Il diverso aspetto fisico e il diverso sentire, soprattutto quando parliamo di bambini non neonati, è una sfida che tutti i genitori adottivi devono essere pronti ad affrontare nel modo più naturale possibile.

di Maurizio Corte – Docente di Comunicazione interculturale e di Giornalismo Interculturale Università degli Studi di Verona

L’adozione si misura comunque con la diversità. Una diversità spesso culturale, a volte persino religiosa, quando si adottano bambini e bambine di altri Paesi. Proprio per questo misurarsi con la diversità culturale, possiamo considerare l’adozione un percorso di dialogo e di esperienza interculturale ai più alti livelli. Proprio in quanto esperienza “interculturale”, l’adozione deve a mio avviso evitare un duplice rischio: quello dell’assimilazione e quello del multiculturalismo.

Il rischio dell’assimilazione lo corriamo là dove vogliamo che i nostri figli adottivi diventino come noi; che crescano secondo i nostri standard. L’assimilazione c’è là dove puntiamo a “plasmare” i nostri figli, convinti che – specie se piccolissimo possano crescere a nostra immagine e somiglianza. In un’azione di questo genere, rischiamo di fare gli apprendisti stregoni: ignoriamo la cultura d’origine, le radici dei nostri figli e puntiamo a costruire personalità finte, che sono frutto solo della nostra immaginazione e non di un incontro fecondo.

Il rischio del multiculturalismo lo corriamo là dove pensiamo che – specie per i bambini grandicelli – vi sia una sorta di loro “estraneità” che non ci appartiene, che non appartiene alla nostra cultura e che è incorreggibile. Ricordo, a questo proposito, un padre adottivo che anni fa mi diceva: “Vedi, si capisce che nostro figlio è di un’altra cultura e che non abbiamo nulla in comune. E’ un altro mondo, che non si concilia con il nostro”. Ecco, nel suo pessimismo multiculturalista c’è un pregiudizio che è anche un errore: l’idea che la cultura sia qualcosa di dato, qualcosa di statico, qualcosa di immutabile.

Rifuggiamo l’idea del poter plasmare l’altro. Rifuggiamo l’idea dell’altro – di nostro figlio o figlia adottivi – immutabili e impossibili da educare. Evitiamo soprattutto di cadere nella sciocchezza e nell’errore del “mito del Dna”: quasi che tutto sia scritto nel codice genetico e che tutto sia ormai definitivo, immodificabile, irrecuperabile (nel bene e nel male). Gli studi scientifici ci dicono che persino il Dna viene mutato, con processi molto lunghi, dal nostro stile di vita: alimentazione, ambiente, relazioni. Gli studi sociali ci dicono che siamo frutto sia dell’ambiente che del patrimonio fisico che ci portiamo dietro: basti del resto osservare due gemelli monozigoti, per verificare che nascono uguali (almeno all’apparenza) ma poi hanno destini molto diversi, anche quando crescono nella stessa famiglia.

Se riusciamo ad andare oltre il pregiudizio dell’assimilazione, oltre il pregiudizio del multiculturalismo; se riusciamo a entrare in una prospettiva interculturale, allora siamo sulla strada giusta per costruire con i nostri figli adottivi una relazione che può portare
frutti positivi. La strada spesso non è facile. Il fallimento dei nostri sogni e dei nostri progetti è dietro l’angolo. Ma possiamo contare sul fatto che abbiamo delle carte da giocare: nelle relazioni con i nostri figli adottivi, nella loro educazione, nella semina di valori ed esempi di comportamento che un giorno potranno essere proficui per loro.

Su questo concetto dell’approccio interculturale, al Centro Studi Interculturali dell’Università di Verona, dal 2003 abbiamo un master in mediazione e comunicazione interculturale diretto dal professor Agostino Portera, pedagogista e psicologo, che ha formato sin qui oltre 300 specialisti. Proprio l’esperienza del master, dove insegno Giornalismo Interculturale e dove mi occupo della programmazione didattica, mi ha consentito di verificare come l’impegno interculturale, la fatica dell’andare oltre i pregiudizi, gli stereotipi, i conflitti sterili, porti frutti positivi anche nella mia vita quotidiana di padre adottivo.

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