Studi e ricerche. Tesi di laurea: “L’adozione alla prova dell’adolescenza”

Standard

Giusto un anno fa Alfonsina Mandiello ci chiedeva di compilare un questionario sull’adolescenza per poter concludere la sua tesi di laurea. Oggi ci fa partecipi del suo lavoro che siamo contenti di presentarvi come ringraziamento a quanti hanno partecipato all’intervista. Questo è un articolo pubblicato su una rivista di settore in cui l’autrice, dopo aver focalizzato le principali peculiarità dell’adozione, entra nel cuore della ricerca sull’adolescenza.

di Alfonsina Mandiello, assistente sociale, e Prof. Aldo Diavoletto, docente di psicologia dinamica all’Università degli Studi suor Orsola Benincasa – Rivista “Qualità Sociale” Anno XVII – Associazione Centro Culturale

L’adozione è un istituto complesso e di antica tradizione, è stato oggetto di diverse modifiche ed approfondimenti fino a giungere al significato attuale. Oggi l’adozione, sia a livello nazionale che internazionale, è l’istituto mediante il quale si istaura, fra l’adottante e l’adottato, un rapporto di filiazione legittima il cui obiettivo è, principalmente, quello di sottrarre il minore dalla situazione di abbandono inserendolo in un ambiente familiare sostitutivo.

La genitorialità è uno dei percorsi più complessi della vita, quella adottiva ha in sé dei livelli di difficoltà ancora più importanti, infatti, spesso l’adozione è un percorso d’incontro e di riparazione di due vissuti dolorosi: da una parte c’è il bambino, portatore di una sofferenza abbandonica, dall’altra c’è il dolore dovuto al fallimento del progetto generativo degli aspiranti genitori adottivi. Diventare genitori adottivi implica, quindi, una visione trasformativa della genitorialità fondata non più sulla trasmissione biologica ed ereditaria, ma sul legame affettivo che si costruisce giorno per giorno nel percorso adottivo e nella consapevolezza delle reciproche diversità.

Sovente si commette l’errore di spostare completamente l’attenzione sul bambino lasciando ai margini il punto di partenza che è rappresentato dalla coppia e dalle sue motivazioni all’adozione. È fondamentale sottolineare che la scelta di adottare un bambino richiede un importante lavoro di conoscenza e consapevolezza di sé e di formazione e preparazione all’accoglienza dell’altro; in coppia si arriva a tale decisione, spesso, dopo percorsi lunghi e dolorosi con tante aspettative ma anche con dubbi, preoccupazioni e paure.

Sappiamo bene che la sterilità è la causa più frequente che spinge le coppie ad intraprendere la strada dell’adozione, la delusione per la mancata maternità e paternità biologica costituisce innanzitutto una ferita narcisistica che genera un vero e proprio lutto, in termini emotivi, alterando profondamente sia la personalità di uno o entrambi i coniugi, che l’equilibrio della coppia stessa. È essenziale affrontare la realtà dell’evento doloroso senza censure recuperando il normale narcisismo, arrivando al vero risanamento del Sé della coppia.

È chiaro che la coppia che intraprende il percorso adottivo deve garantire la capacità di “riparare” i vissuti dolorosi e angosciosi del bambino abbandonato. Tuttavia, due adulti che non hanno per primi elaborato e compreso i propri stati affettivi non potranno mai aiutare un bambino a contenere e ad elaborare la sua storia di deprivazione e di perdita. Il genitore deve, quindi, essere in grado di accogliere ed elaborare i vissuti dolorosi del bambino, legati alla sua storia passata, restituendoglieli in forma meno angoscioso, in modo da permettere al piccolo di farli propri e dotarli di significato. Adottare significa, quindi, aprire uno spazio d’accoglienza al figlio adottivo non solo fisico, ma soprattutto mentale all’interno della propria famiglia.

Non possiamo non soffermarci, in seguito, sul vissuto del bambino prima dell’adozione essendo consapevoli che il percorso adottivo ha inizio da un drammatico evento, il suo abbandono.

Un bambino che sperimenta, alla nascita o successivamente e in qualsiasi circostanza, la separazione forzata dai propri genitori biologici vive una situazione profondamente traumatica che altera, inevitabilmente, una condizione fisiologica di crescita e di sviluppo. Questo evento determina una dinamica relazionale e intrapsichica che condiziona i futuri possibili attaccamenti a nuove figure genitoriali. L’esperienza dell’abbandono può generare conseguenze gravissime, soprattutto nel bambino molto piccolo, privo di risorse a cui ricorrere per far fronte a una frattura che mina le basi dell’esistenza stessa.

Numerosi studi scientifici confermano che il periodo critico per un attaccamento adeguato è tra il 4°-5° e il 7°-8° mese e che assolutamente in questo periodo della vita è critica la presenza di una figura adulta stabile e adeguata, tuttavia è una convinzione comune considerare il bambino piccolo più duttile e più facile da allocare proprio per la sua plasticità psicologica. In merito a quanto detto è importante sottolineare che ognuno di noi è il frutto di un proprio patrimonio genetico e di una specifica ed irripetibile esperienza ambientale, che inizia dalla vita fetale e prosegue per tutta la vita in una interazione continua e complessa.

Pertanto, il cervello ha una sua capacità plastica che permette di modificare funzioni e struttura al mutare delle esperienze interpersonali, ciò significa che il bambino, anche gravemente deprivato, al fine di riattivare il suo sano processo di crescita e di far ritrovare la continuità della sua esistenza, deve beneficiare di figure alternative capaci di accudirlo. È chiaro, quindi, che il comportamento del genitore è decisivo nell’indirizzare il successivo sviluppo del bambino.

Come ho già accennato l’esperienza dell’abbandono viene vissuta dal bambino come un evento altamente traumatico, se, poi, a questo evento si aggiunge quello dell’istituzionalizzazione ciò non può che aggravare la già difficile situazione di carenza affettiva che il bambino sta vivendo. Un bambino che vive in istituto cresce senza punti di riferimento, diventa diffidente nei confronti degli altri, vive nell’insicurezza e nell’instabilità. In questi casi diventa per loro davvero difficile e faticoso instaurare dei rapporti affettivi che durano nel tempo con altre persone che dimostrano loro affetto, vive in loro la paura di essere delusi ancora.

Un sentimento comune in questi bambini è il senso di colpa per l’abbandono subito, spesso si sentono responsabile di quanto gli è accaduto e, con una carica di angoscia, tendono a ricercare dentro di sé le cause del proprio abbandono. Paradossalmente arrivano a pensare che il genitore tornerà a riprenderli quando saranno diventati buoni, fino a sentirsi non più degni di avere dei genitori alimentando atteggiamenti di isolamento e chiusura.

In molti casi i bambini in “attesa” vivono sentimenti contrastanti: da una parte avvertono il desiderio della vicinanza di un adulto, che soddisfi i loro bisogni di cure e di attenzioni, ma dall’altra vive in loro il timore di essere nuovamente traditi. Per evitare il perdurare di questi conflitti e far sì che non ci sia il rischio di rimanere prigionieri di questa angoscia esistenziale è necessario far durare il meno possibile questa fase di attesa nella vita dei bambini abbandonati.

Purtroppo nella realtà dei fatti questo non accade, il minore che viene sottratto dal proprio nucleo familiare, per svariate situazioni, è condannato, nella maggior parte dei casi, ad una lunga fase di attesa. Da quando il Giudice assegna il bambino nella casa famiglia a quando dispone l’affidamento o l’adozione il soggetto interessato rischia di non essere più minore; tuttavia il bambino oltre a vivere il proprio disagio familiare vive in un ambiente, anche se confortevole e positivo, ma, non a misura familiare.

Quindi, un bambino deprivato, soltanto beneficiando di una relazione, che soddisfi il bisogno di ritrovare la traccia iniziale della sua vita, può elaborare l’evento drammatico che ha, inevitabilmente, segnato la sua esistenza e può dare un nome ai suoi stati emotivi che in passato lo hanno sommerso e reso fragile ad ogni frustrazione. In questo percorso può gradualmente introiettare nuove figure genitoriali a sostegno del suo Io, riparare gli aspetti più danneggiati del suo mondo interno e recuperare le capacità di stabilire e mantenere dei nuovi legami d’amore.

.

L’adozione, come abbiamo detto in precedenza, è un percorso arduo e disseminato di ostacoli, che mettono a dura prova l’equilibrio della coppia stessa. Una delle fasi particolarmente a rischio per le famiglie adottive è rappresentato dall’adolescenza del figlio adottato. Molti ricercatori, non a caso, definiscono questo periodo una “messa alla prova” del percorso adottivo che amplifica le fantasie e i conflitti naturali di questa epoca di passaggio.

L’adolescenza dell’adottato contiene in sé un potenziale destabilizzante sulle dinamiche familiari, uno specchio che amplifica e, talvolta, distorce le fragilità della coppia e del sistema familiare stesso. Le famiglie adottive si trovano a dover affrontare non solo i compiti evolutivi di questa delicata fase, ma anche quelli ben più specifici relativi allo status adottivo.

Al contempo il ragazzo si trova a dover conciliare l’apprendimento di nuovi compiti di sviluppo, propri dell’adolescenza, e a far fronte a problematiche quali: il senso di appartenenza, l’identità d’origine e il disagio, frutto dell’abbandono da parte della famiglia biologica. Il figlio adottivo in adolescenza sente di dover integrare la propria identità attraverso la memoria, le tracce del proprio passato, conciliando quello che «era» con quello che «è» ed è diventato, si trova in una condizione in cui deve sostituire, soprattutto se adottato in “tarda” età, le aspettative costruite sulla base della sua storia passata con la realtà di una nuova vita, di nuovi contatti, cercando di ritrovare fiducia negli adulti che lo circondano.

L’idea di questa indagine parte proprio da queste riflessioni, il fine è stato quello di unire due tematiche, adozione e adolescenza, e comprendere come i genitori adottivi vivono e percepiscono questa tappa importante della vita dei loro figli adottivi e se, a loro avviso, le conflittualità che emergono siano aggravate dal loro status di figli adottivi.

Il focus di questa ricerca sono state proprio le famiglie con figli adolescenti. La scelta della fascia di età dei ragazzi non è stata semplice, sappiamo che l’adolescenza è l’età «di mezzo» tra l’infanzia e il mondo degli adulti e questo rende assai arduo un loro inquadramento preciso all’interno degli «schemi» stabiliti dalla società. Essendo l’adolescenza un’età di crescita, la fascia di età varia a seconda delle condizioni sociali e culturali, nonché psicologiche proprie del singolo adolescente. La fascia di età da me scelta, analizzando i diversi studi antropologici, è stata 12 – 20 anni, divisa in due classi: 12 – 14 e 15 – 20, definite, ai fini dell’indagine, rispettivamente prima adolescenza e adolescenza. Lo strumento d’indagine utilizzato è stato il questionario, somministrato online in forma anonima.

Il questionario si compone di 29 items strutturati e misti divisi in sette aree e 1 domanda a risposta libera in modo da consentire ai genitori di approfondire alcuni temi che ritenessero di maggiore rilievo. Sono stati raccolti 61 questionari, l’indagine, in riferimento ai dati emersi, si presta a molte chiavi di lettura, ma in questa sede riporto solo i punti ritenuti più indicativi.

Dai dati emerge che l’80% degli adolescenti è straniero evidenziando un elemento noto a tutti, cioè come sia difficile adottare un bambino italiano in quanto il numero dei minori italiani adottabili è nettamente inferiore rispetto all’elevato numero di coppie che si dichiarano disponibili all’adozione.

L’età al momento dell’adozione, divisa in tre classi (0-3,4-8,9-13), sottolinea che il 78% dei bambini stranieri è stato adottato in un’età compresa tra i 4 e i 13 anni nel rispetto del principio di sussidiarietà sancito dalla Convenzione de L’Aja.

Dalla ricerca emerge una maggiore difficoltà degli stranieri, soprattutto se adottati in tarda età, nell’inserimento scolastico, sono ostacolati dalla differente lingua e dall’appartenenza a culture, spesso, molto differenti. Attraverso l’analisi delle risposte libere emerge la conclusione dei genitori che denunciano una forte inadeguatezza e incapacità delle istituzioni scolastiche ad affrontare queste tematiche. In riferimento a quanto detto, dai dati emerge, altresì, che tutti i figli italiani frequentano la scuola e l’università mentre gli stranieri, con un’età superiore ai 15 anni, hanno intrapreso altre attività (lavoro, corsi di formazione etc.) o sono disoccupati.

È interessante sottolineare che un considerevole numero di questionari (74%) è stato compilato da famiglie residenti nel Nord Italia facendo emergere una maggiore apertura e sensibilità verso tali tematiche a differenza del Sud e delle Isole (12%).

Per quanto concerne la comunicazione una maggiore difficoltà è presente negli adolescenti che rientrano nella fascia di età 15-20. Nonostante ciò la qualità della comunicazione nelle famiglie risulta essere al quanto positiva per entrambi i genitori. Complessivamente il dialogo, all’interno delle famiglie, è piuttosto aperto e poco problematico e considerando che i dati fanno riferimento a questo particolare momento di transizione, un dialogo aperto può essere ritenuto un fondamentale fattore protettivo nello sviluppo psicologico e sociale degli adolescenti. Tutto questo può facilitare il loro adattamento psicosociale e permette loro di esprimere liberamente i sentimenti e le emozioni connessi a questa complessa fase consentendo di superarla con una minore sofferenza.

Importante è stato evidenziare che dai dati è emerso un ruolo rilevante e una forte presenza dei padri nella crescita dei figli, dato sottolineato già da altri studi in cui è stato ipotizzato che in queste famiglie vi sia un’assenza del primato biologico materno permettendo alla figura paterna di acquisire uno spazio fisico, psicologico e sociale più significativo nella relazione con i figli adottivi. Tuttavia la madre resta sempre un riferimento affettivo importante, soprattutto per i maschi.

Per quanto riguarda i “tratti tipici” dell’adolescenza (rabbia, comportamenti aggressivi, tendenza ad isolarsi etc.) una maggiore difficoltà è presente negli adolescenti appartenenti alla fascia di età 15-20. A differenza dei coetanei, oltre alle caratteristiche tipiche dell’adolescenza come: bassa autostima, aggressività, oscillazione dell’umore e manifestazioni di rabbia, l’adolescente adottato presenta, sovente, una più elevata diffidenza nei confronti degli adulti, una più marcata insicurezza nel relazionarsi con gli altri e una difficoltà maggiore di tollerare ogni minima frustrazioni e/o rimprovero. È interessante sottolineare che nelle risposte libere alcuni genitori hanno manifestato un elemento già affrontato nei paragrafi precedenti. Emerge l’esistenza di un senso di colpa nei loro figli adolescenti che li porta a giustificare l’abbandono dei genitori biologici e alla persuasione di non meritare l’affetto e le attenzioni dei genitori adottivi. Naturalmente è importante evidenziare che non sempre la loro condizione di figli adottati è vissuta da loro come un problema, anzi molti genitori hanno dichiarato una serena crescita dei loro figli emersa soprattutto nella prima adolescenza.

La ricerca, in relazione all’adattamento socio-relazionale, si pone in netta contrapposizione alla convinzione comune secondo cui la precoce età del bambino al momento dell’adozione abbia un’importanza rilevante per la riuscita dell’adozione e, in seguito, per l’adattamento socio relazionale del ragazzo. Infatti, dai dati emerge, paradossalmente, che le maggiori difficoltà sono presenti in coloro che sono stati adottati in età precoce (risposte sempre e spesso: 0 – 3 = 50%) rispetto agli adolescenti adottati in tarda età (risposte sempre e spesso: 9 – 13 = 21%).

Un altro dato rilevante riguarda i cambiamenti degli adolescenti emersi in relazione ai compiti educativi dei genitori. In questa fase, un numero rilevante di genitori, nonostante abbia dichiarato una maggiore difficoltà nell’educare i propri figli, soprattutto per chi ha figli che rientrano nella fascia di età 15-20 (59%), ha affermato che i cambiamenti emersi in questa fase non sono, a loro avviso, aggravati dallo status di figli adottivi. Dalle risposte aperte, infatti, emerge che buona parte del campione ritiene che i propri figli presentino maggiori difficoltà dei loro coetanei durante il periodo adolescenziale non perché adottati ma per i traumi vissuti in precedenza che in questa fase riemergono con forza. I traumi dell’abbandono e, spesso, uno scarso legame di attaccamento iniziale incidono molto sul modo di affrontare la fase adolescenziale.

È chiaro, quindi, che molte famiglie adottive possono vivere l’adolescenza dei figli con ansia e preoccupazione presentando difficoltà nello stabilire nuove forme di dialogo avvertendo il bisogno di un sostegno da parte di figure professionali esperte e servizi adeguati. Questo è quanto emerso anche dall’indagine, infatti, circa il 62% delle famiglie, ha richiesto un sostegno. È stato interessante sottolineare che dai dati si evince una scarsa fiducia nelle istituzioni e nei servizi pubblici in quanto il 37% si è rivolto a professionisti privati e circa il 10% a più servizi e professionisti avendo, probabilmente, riscontrato maggiori difficoltà. Il consultorio, servizio che annovera tra le sue finalità proprio il sostegno alla genitorialità, ha avuto solo il 3% delle risposte. Tutto questo evidenzia un’esistente carenza e, forse, inadeguatezza dei servizi presenti sul territorio, a livello nazionale.

Uno dei compiti più importanti e delicati dell’adolescente è costruire una propria identità attraverso un’integrazione di parti di sé legate all’infanzia e di parti che potremmo definire “nuove” per arrivare ad un soddisfacente adattamento all’età adulta. Per i ragazzi adottati porsi domande sulla propria identità è un processo mentale, sempre difficile, accompagnato, spesso, da un senso di vuoto e turbamento. Per costruire la loro identità, pur facendo riferimento ai genitori adottivi come modello di identificazione, gli adolescenti adottati necessitano di informazioni sui genitori naturali e sulla loro storia passata. Il bisogno di ricercare le proprie origini si manifesta, quindi, in particolar modo, durante il periodo adolescenziale in quanto i cambiamenti, soprattutto somatici, innescano il bisogna di ricercare uno specchio vivente che giustifichi quanto sta accadendo. Detto ciò risulta discrepante il dato emerso dall’indagine relativo al desiderio di conoscere le proprie origini in quanto emerge che soltanto il 46% degli adolescenti esprime tale desiderio.

Quanto detto può dare spazio a diverse interpretazioni; in primis, è importante sottolineare che il 31% aveva al momento dell’adozione un’età compresa tra i 9 e i 13 anni quindi, si tratta di ragazzi che hanno ben chiare le loro origini e la loro storia tanto da non avere, probabilmente, l’esigenza di rivivere traumi passati ancora chiaramente impressi nella loro memoria. Un’altra ipotesi potrebbe essere il timore di dare una delusione ai genitori adottivi che li hanno cresciuti e verso cui provano un sentimento di riconoscenza, o ancora la paura di conoscere “verità scomode” e difficili da superare. Dall’indagine emerge, altresì, che una maggiore richiesta è espressa da figli adolescenti che rientrano nella fascia di età 15 – 20 (Sì=59%); i dati mostrano, ancora una volta, a mio giudizio, che gli adolescenti appartenenti alla fascia prima adolescenza presentano, probabilmente, una minore maturità e consapevolezza che si traduce in una più scarsa richiesta di conoscere le proprie origine (Sì=34%); questa esigenza, forse, sarà espressa in seguito. Esattamente, i dati rivelano, per la risposta Sì, una dissomiglianza per fasce di età attuale pari al 25%.

La necessità di conoscere il proprio passato non sempre è determinato dal rifiuto del presente o della famiglia adottiva, molto più spesso consegue, come abbiamo già evidenziato, al bisogno tipicamente adolescenziale di costruire la propria identità e biografia. Dalla ricerca, in riferimento a quanto detto, si evince che nessuno dei genitori ritiene che il ricercare le proprie origini sia dettato da un rifiuto del presente o della famiglia adottiva, quindi, alla base di questa istanza non esiste, secondo gli intervistati, un rapporto familiare deludente e/o insufficiente. Quasi l’unanimità del campione (97%) ritiene, tuttavia, normale esprimere tale richiesta.

In conclusione possiamo affermare che anche se da questa ricerca non sono emerse problematiche rilevanti, le famiglie spesso si sentono sole nell’affrontare questa particolare fase della vita dei loro figli adottivi. Si parla di famiglie adolescenti in quanto questa particolare e importante fase sovverte non soltanto la vita dell’adolescente ma, inevitabilmente, l’intero nucleo famigliare. In merito a quanto detto è importante rimarcare che il maggior numero di fallimenti adottivi si registra soprattutto in corrispondenza dell’entrata del figlio in adolescenza, dunque, è importante prevenire i fallimenti adottivi nell’ottica di tutela, di protezione, ma, soprattutto, di supporto alle famiglie che possono presentare maggiori difficoltà e trovarsi in situazioni più complesse. Tuttavia è fondamentale garantire alle famiglie adottive un concreto sostegno post adozione che consenta ai genitori di affrontare in modo sereno la fase adolescenziale dei loro figli e permetta ai ragazzi, che già hanno vissuto cospicue sofferenze, di affrontare questo delicato percorso con limitati turbamenti.

Per concludere è fondamentale sottolineare che oltre alla costruzione di buone relazioni all’interno della famiglia adottiva, per i genitori, supportare l’adolescente al fine di favorire la costruzione di relazioni positive con il gruppo di pari e l’inserimento nel proprio contesto sociale rappresentano variabili determinanti nella crescita del figlio durante il suo percorso adolescenziale.

Annunci

Una risposta »

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...