Archivio mensile:novembre 2013

Brasile. Turismo sessuale 1: “Il paradiso degli orchi”

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Riportiamo questo articolo completo per dare un’idea di cosa succede in Brasile a causa di alcuni nostri connazionali. Il post, per facilità di lettura verrò diviso in due parti. Ci addolora affermare che la prostituzione minorile e la pedofilia non sono un fenomeno solo dei paesi extra UE. Ne è un esempio la nostra Napoli da cui è tratto questo servizio del Corriere. E’ palese che anche in altre città italiane, tra cui Milano, la tratta di minori stia diventando sempre più pesante.

http://www.corriere.it/inchieste/infanzia-rapita-ragazzini-che-si-prostituiscono-strada-napoli/d0c95f16-eee0-11e2-b3f4-5da735a06505.shtml

 

di Angela Lano e Fernando Lattarulo

A Fortaleza e a Natal gli italiani sono disprezzati. E con ragione. I nostri connazionali hanno in mano il business sporco. Sono inoltre tra i turisti più assidui delle due città brasiliane. La stragrande maggioranza di loro non cerca però le spiagge, bensì la prostituzione, compresa quella minorile. E, sull’aereo di ritorno a casa, se ne vanta. Senza neppure provare un minimo di vergogna…

Natal (Rio Grande do Norte). «Quella là non è il mio tipo: troppo bassa, troppo piatta». L’attenzione del gruppetto si concentra su una giovane brasiliana non molto alta e non troppo formosa.

L’autore dell’indagine anatomica è un italiano sulla sessantina, tracagnotto, dall’accento regionale marcato e dallo sguardo che saetta da una donna all’altra, tra le tante che affollano la sala d’attesa dell’aeroporto di Natal. Il resto dell’allegra brigata è formato da connazionali di varie età, tutti di ritorno da una «gita turistica» nel Nordest del Brasile.

Volano altri commenti e apprezzamenti per questa o quella, tra sgomitate e risate sguaiate. Lo spettacolo è a tratti ridicolo, quando non del tutto indecente: il branco di italiani schiamazzanti e gesticolanti si racconta ad alta voce le prodezze sperimentate durante il viaggio alla scoperta delle bellezze locali, possibilmente giovanissime e a volte (o spesso?) minorenni, incuranti del fatto che qualcuno – italiano o brasiliano che sia – possa capire e scandalizzarsi. O, semplicemente, vergognarsi di loro e di condividere la stessa patria. Ad un tratto, tra le sedie della sala d’aspetto, passa una bella ragazza dai capelli lunghi, in pantaloncini corti e maglietta aderente, e qualcuno della compagnia fa il gesto di tirare una manata sul sedere, ma è trattenuto dal vicino. «Ehi, vuoi che ti mettano dentro?», gli chiede ridacchiando il compagno.

Già, in Brasile la fama dei cacciatori di sesso facile italiani s’è ormai diffusa, e le misure contenitive e punitive si sono fatte sempre più severe, nel corso degli anni. Prostituzione, e droga, speculazione edilizia e altro ancora, in vaste aree del Nordest sono in mano ai nostri connazionali, che hanno pienamente contribuito a renderci odiosi alla popolazione locale. In certe città, dove essi si sono distinti per corruzione e sfruttamento, o utilizzo, della prostituzione, in particolare minorile, e spaccio di stupefacenti, il solo parlare in italiano può essere pericoloso, o, comunque, fortemente sconsigliato. Il razzismo nei nostri confronti è, infatti, fortissimo, e motivato dalla diffusione delle attività sopracitate, in cui diversi nostri compatrioti si sono distinti particolarmente.

PARADISO PER CHI?

Fortaleza (Cearà), marzo 2012. Entriamo in un internet-caffè in una via a ridosso del lungomare, e ci sediamo nel dehors all’aperto. Ordiniamo dell’acqua di cocco e approfittiamo per chiedere, in portoghese, al proprietario come mai tutti i clienti, seduti a fumare e a bere caffè, parlino in italiano. Ci risponde che sono nostri connazionali – lui compreso – che lavorano in Brasile o che trascorrono qui le vacanze. «Questo Paese è il paradiso per noi – dice convinto – Non tornerei più in Italia, per nessuna ragione. Qui ho trovato la mia fonte di guadagno e di vita».

Ci guardiamo intorno: il locale è sgarrupato, fatiscente, con sedie e tavoli di plastica, sporchi, quattro o cinque computer vecchio modello, un bancone sovraffollato di cianfrusaglie e un cesso degno di questo nome… Possibile, ci chiediamo, che abbia trovato «l’America», con questo postaccio e vendendo connessioni internet lente, caffè, sigarette e acqua di cocco? Mentre ci frullano in testa diverse domande che non osiamo rivolgergli, lui ci risponde da solo: intermedia l’affitto (a prezzi stratosferici, scopriremo dopo) di appartamenti per le vacanze – vacanze di tutti i tipi – per italiani che approdano in queste zone del Brasile, depresse, sporche ma dalle bellissime spiagge e con giovani donne povere e travestiti che si vendono in mezzo alla strada.

Da lì a poco, a fornirci ulteriori risposte, arriva un gruppetto di nostri compatrioti accompagnato da un paio di rumorose ragazze locali, che salutano affabilmente il nostro ristoratore. Non ci vuole molto a capire come Piero (nome di fantasia) abbia trovato il paradiso in Brasile. E come non sia il solo italiano ad essersi sistemato economicamente in questo modo, lo scopriremo nei giorni successivi, entrando in altri bar, ristoranti e internet-caffè, e osservando il traffico umano che vi si articola di giorno e di sera tardi davanti e all’interno.

Visitando altre zone della capitale dello Stato del Cearà, con minore presenza di italiani, e parlando con la gente, ci rendiamo conto di quanto siano disprezzati, se non addirittura odiati, i nostri connazionali che hanno fatto delle vacanze a scopo sessuale, o dello sfruttamento stesso della prostituzione, il leit motif della loro vita. Ne arrivano a frotte, ancora adesso, nonostante i provvedimenti punitivi anche esemplari (nei casi di sfruttamento di minorenni), introdotti dalle autorità brasiliane. Semplicemente, si sono fatti più furbi… e spesso mascherano le loro avventure con lo sport – il surf va per la maggiore in spiagge da sogno o in altri paradisi naturali, così come il nuoto o le escursioni – il business, i «fidanzamenti via internet».

(continua……)

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Brasile. Sara, 29 anni: “Dopo aver visto il Brasile ho capito il significato della mia adozione”

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Per chi non l’avesse vista, finalmente una storia di adozione raccontata con garbo, che porta una boccata di ossigeno a tutti noi. Sara è nata in Brasile.

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Comunicazione DonneInsieme: “Uomo e donna, quale disagio?”- Villafranca – VR – 30 nov 2013

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Diamo spazio a questi avvenimenti e tavole rotonde contro la violenza sulle donne perchè noi genitori adottivi dobbiamo fare i conti con queste tematiche vissute sulle pelle dei nostri figli. Il problema della violenza sulle donne investe tutto il mondo e molto spesso i bambini che arrivano nelle nostre famiglie sono stati spettatori di indescrivibili conflitti familiari. Capire il fenomeno a casa nostra aiuta a capire anche quello che succede negli altri paesi. Soprattutto ci servono cultura e strumenti per aiutare i nostri bambini/ragazzi.

L’11 per cento delle donne in gravidanza subisce violenza. E’ proprio durante la gravidanza che la violenza maschile debutta e aumenta” – Antonella Grazia, coordinamento politiche sociali Regione Emilia Romagna.

Nessun reato tanto grave gode di una simile complicità. Dare “quattro schiaffi a quella stronza” o “farle la festa” trova complicità estese in tutti gli ambienti sociali ” – Daniele Barbieri, giornalista.

“C’è il rischio che tutto questo parlare di vittime di violenza ci scaraventi nella miseria femminile. E’ molto importante illuminare la forza delle donne dove c’è” – Sara Gandini, Libreria delle donne di Milano

convegno organizzato da DONNE INSIEME di Villafranca di Verona

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UOMO E DONNA: QUALE DISAGIO?

Quando la sessualità maschile è malata – le radici del disagio e della violenza contro la donna”

SABATO 30 NOVEMBRE 2013 ore 15.30

AUDITORIUM di Villafranca (Piazzale S. Francesco)

Ingresso libero

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Relatore: dott. Marco Cunico, sessuologo clinico, direttore del Consultorio Verona sud

Programma

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Alle origini della mente tra amore violenza e follia”

Relatore: dott. Luciano Cordioli, psichiatra-psicoterapeuta

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Maschi alfa e dintorni. Violenza di genere e mascolinità egemoni”

Relatrice: prof.ssa Elisabetta Ruspini, associata di Sociologia,

Dipartimento di Sociologia e Ricerca Sociale, Università di Milano-Bicocca

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Il femminicidio: vittime e carnefici nei media italiani”

Relatore: prof. Maurizio Corte, giornalista del quotidiano l’Arena, prof. a contratto

di Giornalismo Interculturale e Multimedialità all’Università di Verona

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 vedi http://donneinsieme.myblog.it/

 

Comunicazione Comune di Verona: “Il mercato e la dignità delle persone”

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Nell’ambito delle manifestazioni organizzate dal Comune di Verona e le Associazioni Femminili locali in occasione della Giornata contro la violenza sulle Donne, evidenziamo un incontro che parla di intercultura, mercato e rispetto degli uomini e donne di questo pianeta. 

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mercoledì 27 novembre

Diritti umani, trasformazione o estinzione? Libertà, eguaglianza, dignità di fronte ai cambiamenti imposti dal Mercato e dalla globalizzazione, con presentazione del saggio “Nelle mani di Golia”, a cura di Paolo Moiola, Gabrielli editori

ore 18.00 –  Gran Guardia Auditorium – VR

Ingresso gratuito con prenotazione obbligatoria

Interventi di:
Alessandra Algostino, docente Diritto Pubblico-Università di Torino
Paolo Moiola, giornalista, coautore del libro
Aldo Antonelli, sacerdote, coordinatore di Libera a L’Aquila, collabora con “L’Huffington Post”
Cécile Kyenge, Ministra per l’integrazione e le Politiche giovanili

Modera: Jessica Cugini, giornalista di “Combonifem”

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Informazioni e contatti:

Servizio Cultura delle Differenze Pari Opportunità
tel. 045 8077701
e-mail: pariopportunita@comune.verona.it

Brasile. La condizione delle donne: “Ancora gravidanze precoci e violenze”

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Con l’aumento del tasso di scolarizzazione più donne entrano nel mondo del lavoro e le famiglie riducono il numero dei figli.  Il Brasile è però ancora citato tra i sei paesi in cui vi è un’elevata percentuale di madri adolescenti. Gli altri sono Bangladesh, Congo, Cina, India e Nigeria. Le adolescenti tra i 15 e 19 anni rappresentano l’11% delle baby mamme nel mondo.

Nel 2012 è stato celebrata la prima giornata internazionale contro i matrimoni precoci, il “Girls not Brides Day”. Le ragazzine che si sposano molto giovani sono a maggior rischio di violenza domestica e di abusi sessuali. Inoltre non hanno raggiunto un adeguato sviluppo del corpo per portare avanti una gravidanza senza pericoli. Non conoscono neppure i loro diritti e non sanno che cosa fare in caso di gravidanze a rischio.

Per quanto riguarda il tema violenza domestica, si può affermare che, nonostante l’introduzione di una legge più severa ormai da sette anni, le donne brasiliane continuano ad essere vittime di violenza e, quel che è più grave, i loro aguzzini non vengono perseguiti. Si parla di centinaia di donne senza giustizia e di cure adeguate. Un’ennesima dimostrazione che non è sufficiente avere una legge per estirpare il fenomeno.

(fonte: globalfactiva.com 2013-2012)

Brasile. Renan, 17 anni: “L’importanza della famiglia e degli amici speciali”

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“Ci sono dei giorni, dei giorni in cui è difficile credere in se stessi, quando il mondo per primo non crede in te e tanto meno alle tue parole. Quando ti guardi allo specchio e vorresti ridurlo in briciole perché riflette un’immagine diversa da quella delle persone intorno a te, quando a scuola qualcuno ti deride perché gli insegnanti per primi, non capiscono la tua realtà, il tuo animato rifiuto dell’ingiustizia che ben conosci perché l’hai dovuta conoscere troppo presto.

A questi atteggiamenti la gente risponde in modo superficiale, non comprendendo una realtà come la tua perché semplicemente fuori dagli schemi mentali. La presa in giro, il considerarti lo zimbello della scuola o del quartiere, l’additarti come qualcosa di strano che non si colloca né tra gli Italiani nè tra gli stranieri: tutto ciò ti fa soffrire e tu cominci a rispondere a modo tuo, prendendo a calci o a pugni qualcuno, usando l’ironia, urlando al mondo l’ingiustizia. Altre volte ancora tieni il tuo dolore per te, chiudendoti nell’apatia, creando un mondo tuo dove nessuno può entrare perché il mondo interiore fa meno male di quello esterno e soprattutto non ti delude mai.

Ciò che comunque ti aiuta è la speranza che la tua famiglia ti venga in aiuto, ti protegga, ti dia le armi giuste, quelle di cui un bambino non dispone e che solo una mamma e un papà sensibili e attenti, ti possono dare e così…

Se i tuoi genitori comprendono, finalmente ti comprendono, così non ti senti più solo e diverso nella società bensì ti senti parte di un nucleo che cambia il mondo a partire dal tuo: i tuoi genitori diventano catalizzatori, portavoce dei tuoi problemi e delle tue richieste ma soprattutto diventano prolungamenti di te stesso, persone forti come alberi a cui si appoggia un piccolo innesto: io.

Ciò nonostante capita a volte di avere bisogno di qualcosa di più, o meglio qualcuno che comprenda cosa hai nel cuore, senza dover continuamente spiegare che la tua storia è simile a quella di Mario Balotelli, perché la gente capisce solo quello.

Succede poi che ad una festa incontri dei ragazzi veramente speciali come Hercules, Carol, Lucas e Agatha che sono originari del tuo stesso Paese ma da una zona diversa e che, di primo acchito, sembrano semplicemente dei normali adolescenti con la passione per il rap ma poi ti accorgi che loro ti guardano in modo diverso dagli altri; sì, questi fratelli ti fanno sentire speciale, ti regalano un sorriso che ti scalda il cuore e capiscono che tu avevi proprio bisogno di avere accanto persone speciali, AMICI SPECIALI come loro che ti incoraggiano, ti spronano, che fanno di te una mascotte, che ti aiutano a fare COSE che né tu né tanto meno gli altri pensavano mai avresti potuto fare come: giocare a calcio o arrampicarsi a una spalliera. Così ho cominciato a credere che ce la potevo fare e di questo RINGRAZIO QUESTI MIEI AMICI SPECIALI!!!!!!!!!!!!!!!!!”

(fonte: aipaergapueros.wordpress.com/brasile)

Brasile. UNICEF: “La riduzione del lavoro minorile”

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Tra il 1992 e il 2009, per quanto riguarda il diritto allo studio, le disparità di genere, tra campagna e città e regionali sono di molto diminuite, se non del tutto eliminate. Grazie all’aumento dell’età scolare, i bambini lavoratori fino ai 10 anni sono diventati una percentuale irrisoria. Per i bambini più grandi si registrano percentuali superiori, ma comunque in flessione rispetto agli anni passati.

La maggior parte dei ragazzi lascia la scuola dopo i 16 anni. Tra i 7-15 anni è ancora al lavoro il 7% dei ragazzini. Si tratta in genere di maschi, vivono in campagna e aiutano i genitori in agricoltura. Ovviamente, ci sono anche altre forme di lavoro irregolare. Magari alcuni vanno anche a scuola, ma la fatica del lavoro non lascia molta energia per concentrarsi sulle materie scolastiche e molto spesso rimangono indietro nei programmi.

Per la diminuzione del lavoro minorile sono state importanti i programmi messi in atto dalla politica. Bolsa Escola, per esempio, ha portato ad una diminuzione delle disuguaglianze e un aumento della frequenza scolastica con conseguente flessione del lavoro minorile. Inoltre è stata fissata a 16 anni l’età lavorativa dei ragazzi (prima era 14) e la richiesta della moderna industria di manodopera qualificata ha dato una nuova credibilità alla scuola vista ora come un investimento per il futuro.

Il 30% del calo del lavoro minorile è legato in primis alla crescita dell’istruzione dei genitori che si è rivelata la molla principale per l’inversione del trend. Ha aiutato anche il calo della povertà. che non ha più obbligato le famiglie a mandare i bambini a lavorare per integrare il magro bilancio familiare, e l’accesso all’acqua con relativo miglioramento dello stile di vita.

(fonte Unicef: “Understanding the Brasilian success in reducing Child labour: empirical evidence and policy lessons – giugno 2011)

Brasile. Ist.degli Innocenti: “La scuola primaria”

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Alla scuola materna ci va solo il 10% dei bambini. La scuola primaria, invece, è obbligatoria dai 7 ai 15 anni. E’ per tutti gratuita e pubblica.

L’anno scolastico è diviso in semestri e le lezioni si svolgono da marzo a novembre con 15 giorni di vacanze invernali (dal 15/07 al 1/08).

Le lezioni iniziano alle 7.00 e terminano alle 17.00 con intervallo per il pranzo (12.00 – 13.00).

I bambini lavorano spesso in gruppo in classi di 27–35 alunni. Con gli insegnanti creano un rapporto di tipo affettivo. La famiglia partecipa poco alla vita scolastica. Programmi ad hoc sono studiati per le popolazioni indigene. In Brasile esistono più di 200 gruppi indigeni e 170 idiomi.

(fonte: Istituto degli Innocenti 2008 – “Viaggio nelle scuole: i sistemi scolastici nei paesi di provenienza”)

Brasile. World Bank: “Gli asili nido e le scuole materne”

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L’offerta formativa degli asili nido e scuole materne in Brasile è bassa: c’è necessità di avere migliori strumenti didattici, di un maggiore monitoraggio del sistema e di far circolare le esperienze. Fare valutazioni precise è difficile in quanto sono basate sull’osservazione visto che i bambini in tenera età non sono in grado di rispondere a test. Neppure i genitori hanno una reale percezione dell’efficienza delle strutture che di solito è inadeguata.

Dal 2001 al 2009 gli asili nido e le scuole materne sono comunque migliorati anche se con differenze geografiche. Le regioni al nord hanno registrato un aumento delle iscrizioni senza un adeguato numero di insegnanti a disposizione (media 26 alunni negli asili nido contro i 10 delle direttive). Manca materiale didattico e strumenti di sostegno come computer, video etc. La situazione è peggiore nelle aree rurali che scontano la difficoltà di raggiungere i centri per bambini. In questo senso sarebbe necessario creare un numero maggiore di centri più piccoli per accorciare le distanze.

Buona invece l’interazione tra bambini ed insegnanti. Si nota una minore preparazione degli insegnanti delle scuole materne ed asili nido rispetto a quelli della scuola primaria, ma è un gap che sta via via colmandosi anche se il livello d’istruzione rimane inferiore rispetto a quello di paesi più evoluti. Le migliori strutture rimangono quelle private ma sono accessibili solo ai ricchi. Lo stato ha cercato di trasferire fondi dalle regioni ricche alle povere ma le disparità permangono. Si è notato, inoltre, che i bambini ricchi delle zone rurali hanno la stessa opportunità di frequentare una scuola come i bambini più poveri che vivono in città.

In Brasile non si nota una discriminazione di genere nella frequentazione della scuola: sotto questo aspetto maschi e femmine sono trattati alla stessa maniera. Le differenze emergono nell’entrata nel mondo del lavoro quando il 50% delle donne con figli dai 0 ai 3 anni restano a casa, soprattutto nelle zone rurali. Anche le mamme casalinghe si stanno abituando all’idea di mandare i bambini piccoli all’asilo, ma non la considerano ancora una priorità.

(fonte: “Early child education” – World Bank 2012)

Brasile. OECD: “Scuola, maggiore attenzione alle famiglie povere e agli indigeni”

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English: The logo of the Organisation for Econ...

Anche la scuola ha risentito della crescita economica. Tra il 2000 e il 2009 sono stati fatti molti investimenti sebbene ancora inferiori alla media OECD. Ancora nel 2009 un brasiliano su cinque, dai 15 ai 29 anni, non aveva un’istruzione né un impiego.

Le autorità hanno concentrato gli sforzi sulla scuola primaria. Nel 2010 il 92% dei bambini di sei anni frequentavano la scuola (erano l’83% del 2003). In certe aree la presenza femminile a scuola è paritaria anche se poi le donne adulte seguono modelli ancora legati all’accudimento di figli ed anziani, invece di entrare nel mondo del lavoro.

Da alcuni studi nell’area di Santa Caterina, una delle zone ricche del Brasile, si è osservato che uno dei limiti della scuola era la dispersione di fondi perché non c’era una piano organico statale per l’educazione scolastica. Inoltre la formazione degli insegnanti lasciava piuttosto a desiderare e il tasso di assenteismo era molto elevato. Mancavano per di più delle linee guida per la valutazione e i programmi scolastici.

Il programma Bolsa Familia ha dato un notevole contributo spezzando un destino segnato, che i figli di analfabeti fossero analfabeti.

Oggi anche gli insegnati sono più preparati  e le scuole si sono attrezzate di materiale didattico. Questo grazie alla creazione di FUNDEF (Fondo de Desenvolvimento do Ensino Fundamental) che garantisce una spesa per studente equa in tutte le regioni.

Il programma porta avanti anche piani di scolarizzazione per gruppi indigeni e adulti analfabeti.

Risulta interessante l’attenzione verso le famiglie povere con dei piani di finanziamento per invitarle a mandare i figli a scuola e il bancomat alle madri per rafforzare il loro ruolo genitoriale.

Se gli incentivi possono funzionare per la scuola primaria e secondaria, più difficile è l’accesso alle università dove i ragazzi poveri arrivano in numero limitato.

Possiamo concludere che la spesa statale per l’educazione sta progressivamente aumentando, ma che la qualità dei risultati è ancora bassa, in particolare per le materie scientifiche e la matematica. Come nota positiva gli studenti risultano adesso più in linea con il percorso di studio, fatto  non scontato alcuni anni fa quando un ragazzo ripeteva una classe più volte.

Il programma di riforma della scuola continua e si sta orientando anche al rafforzamento degli istituti tecnici per avere personale qualificato da inserire nel sistema produttivo.

(fonte: “Achieving world class education in Brasil”  – World Bank 11/2011)

NonsoloAmLatina. Adozione e approccio interculturale: “Oltre i pregiudizi e le chiusure”

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La riflessione che segue si adatta a qualsiasi etnia o cultura di provenienza dei nostri figli. Il diverso aspetto fisico e il diverso sentire, soprattutto quando parliamo di bambini non neonati, è una sfida che tutti i genitori adottivi devono essere pronti ad affrontare nel modo più naturale possibile.

di Maurizio Corte – Docente di Comunicazione interculturale e di Giornalismo Interculturale Università degli Studi di Verona

L’adozione si misura comunque con la diversità. Una diversità spesso culturale, a volte persino religiosa, quando si adottano bambini e bambine di altri Paesi. Proprio per questo misurarsi con la diversità culturale, possiamo considerare l’adozione un percorso di dialogo e di esperienza interculturale ai più alti livelli. Proprio in quanto esperienza “interculturale”, l’adozione deve a mio avviso evitare un duplice rischio: quello dell’assimilazione e quello del multiculturalismo.

Il rischio dell’assimilazione lo corriamo là dove vogliamo che i nostri figli adottivi diventino come noi; che crescano secondo i nostri standard. L’assimilazione c’è là dove puntiamo a “plasmare” i nostri figli, convinti che – specie se piccolissimo possano crescere a nostra immagine e somiglianza. In un’azione di questo genere, rischiamo di fare gli apprendisti stregoni: ignoriamo la cultura d’origine, le radici dei nostri figli e puntiamo a costruire personalità finte, che sono frutto solo della nostra immaginazione e non di un incontro fecondo.

Il rischio del multiculturalismo lo corriamo là dove pensiamo che – specie per i bambini grandicelli – vi sia una sorta di loro “estraneità” che non ci appartiene, che non appartiene alla nostra cultura e che è incorreggibile. Ricordo, a questo proposito, un padre adottivo che anni fa mi diceva: “Vedi, si capisce che nostro figlio è di un’altra cultura e che non abbiamo nulla in comune. E’ un altro mondo, che non si concilia con il nostro”. Ecco, nel suo pessimismo multiculturalista c’è un pregiudizio che è anche un errore: l’idea che la cultura sia qualcosa di dato, qualcosa di statico, qualcosa di immutabile.

Rifuggiamo l’idea del poter plasmare l’altro. Rifuggiamo l’idea dell’altro – di nostro figlio o figlia adottivi – immutabili e impossibili da educare. Evitiamo soprattutto di cadere nella sciocchezza e nell’errore del “mito del Dna”: quasi che tutto sia scritto nel codice genetico e che tutto sia ormai definitivo, immodificabile, irrecuperabile (nel bene e nel male). Gli studi scientifici ci dicono che persino il Dna viene mutato, con processi molto lunghi, dal nostro stile di vita: alimentazione, ambiente, relazioni. Gli studi sociali ci dicono che siamo frutto sia dell’ambiente che del patrimonio fisico che ci portiamo dietro: basti del resto osservare due gemelli monozigoti, per verificare che nascono uguali (almeno all’apparenza) ma poi hanno destini molto diversi, anche quando crescono nella stessa famiglia.

Se riusciamo ad andare oltre il pregiudizio dell’assimilazione, oltre il pregiudizio del multiculturalismo; se riusciamo a entrare in una prospettiva interculturale, allora siamo sulla strada giusta per costruire con i nostri figli adottivi una relazione che può portare
frutti positivi. La strada spesso non è facile. Il fallimento dei nostri sogni e dei nostri progetti è dietro l’angolo. Ma possiamo contare sul fatto che abbiamo delle carte da giocare: nelle relazioni con i nostri figli adottivi, nella loro educazione, nella semina di valori ed esempi di comportamento che un giorno potranno essere proficui per loro.

Su questo concetto dell’approccio interculturale, al Centro Studi Interculturali dell’Università di Verona, dal 2003 abbiamo un master in mediazione e comunicazione interculturale diretto dal professor Agostino Portera, pedagogista e psicologo, che ha formato sin qui oltre 300 specialisti. Proprio l’esperienza del master, dove insegno Giornalismo Interculturale e dove mi occupo della programmazione didattica, mi ha consentito di verificare come l’impegno interculturale, la fatica dell’andare oltre i pregiudizi, gli stereotipi, i conflitti sterili, porti frutti positivi anche nella mia vita quotidiana di padre adottivo.

Brasile. World Bank: “Uno sguardo d’insieme”

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Il Brasile è uno dei paesi con maggior numero di bambini in difficoltà familiare e sociale. Nel pieno rispetto della Convenzione dell’Aja l’Italia è il paese che riceve più minori brasiliani, età media 7,4 anni. Cerchiamo di capire qualcosa di più di questo paese per avvicinarci in punta di piedi ai nostri figli.

Il Brasile è l’area più vasta dell’America Latina e con la popolazione più numerosa. Negli ultimi anni ha beneficiato di una crescita economica stabile che però ha messo in evidenza i limiti delle sue infrastrutture e servizi. Il divario tra nord più povero e sud più ricco rimane soprattutto se si guarda ad indicatori come la salute, la mortalità infantile e la nutrizione.

Dal 2003 la povertà è diminuita (21% nel 2003 all’11% del 2009) e anche la povertà estrema (dal 10 al 2,2%).

La classe media è cresciuta del 50% in America Latina e il Brasile è il paese che ha contribuito con il 40% della crescita regionale. Oggi la classe media brasiliana rappresenta più del 30% della popolazione. Si noti, tuttavia, che lo studio “Economic Mobility and the Rise of the Latin American Middle Class” definisce classe media la popolazione che guadagna tra $10 e 50 al giorno. Il che significa che, considerato il basso tasso di risparmio e l’elevata propensione al consumo, al minimo rallentamento dell’economia per una buona parte della popolazione c’è il rischio di ricadere nella povertà.

Nonostante un indubbio miglioramento, le disuguaglianze sono elevate e ci sono ancora forti disparità all’accesso della scuola basica e secondaria. Ricordiamo che l’America Latina è una dei continenti con la redistribuzione più iniqua, rivale solo a certe zone dell’Africa Sub-Sahariana.

Per disuguaglianza s’intende la possibilità di accedere ai servizi di base (scuola, salute…). Le disparità hanno raggiunto l’apice negli anni ’90. Negli ultimi 15 anni l’indice GINI che misura l’inequality si è abbassato confermando che la crescita economica ha contribuito in qualche modo a livellare l’indice verso il basso. La crescita della scolarità e il progresso tecnologico sono tra i motori della diminuzione della povertà. Sono stati fatti passi avanti anche della diminuzione della deforestazione.

(fonte: “Lesson from the recent decline in income inequality in Brasil” – World Bank 01/2012)

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Da inizio giugno 2013 continua la protesta nel paese. E’ bastato l’aumento del prezzo del biglietto degli autobus per innescare la rivolta dei poveri e del ceto medio che chiedono più servizi (sanità e scuola) per tutti. La presidenta Dilma Roussef si è impegnata a realizzare riforme politiche ma oggi solo il 30% dei brasiliani approva la sua gestione. Per la prima volta dopo decenni gli abitanti delle favelas hanno protestato in maniere indipendente.Preoccupa il tasso di criminalità (Internazionale 05/07/2013). 

Sulle recenti proteste degli insegnati vedi: http://www.lastampa.it/2013/10/08/blogs/voci-globali/brasile-si-fanno-violente-le-proteste-a-sostegno-degli-insegnanti-9xIQeGe6ESYbucOGrV90HO/pagina.html

Studi e ricerche. Tesi di laurea: “L’adozione alla prova dell’adolescenza”

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Giusto un anno fa Alfonsina Mandiello ci chiedeva di compilare un questionario sull’adolescenza per poter concludere la sua tesi di laurea. Oggi ci fa partecipi del suo lavoro che siamo contenti di presentarvi come ringraziamento a quanti hanno partecipato all’intervista. Questo è un articolo pubblicato su una rivista di settore in cui l’autrice, dopo aver focalizzato le principali peculiarità dell’adozione, entra nel cuore della ricerca sull’adolescenza.

di Alfonsina Mandiello, assistente sociale, e Prof. Aldo Diavoletto, docente di psicologia dinamica all’Università degli Studi suor Orsola Benincasa – Rivista “Qualità Sociale” Anno XVII – Associazione Centro Culturale

L’adozione è un istituto complesso e di antica tradizione, è stato oggetto di diverse modifiche ed approfondimenti fino a giungere al significato attuale. Oggi l’adozione, sia a livello nazionale che internazionale, è l’istituto mediante il quale si istaura, fra l’adottante e l’adottato, un rapporto di filiazione legittima il cui obiettivo è, principalmente, quello di sottrarre il minore dalla situazione di abbandono inserendolo in un ambiente familiare sostitutivo.

La genitorialità è uno dei percorsi più complessi della vita, quella adottiva ha in sé dei livelli di difficoltà ancora più importanti, infatti, spesso l’adozione è un percorso d’incontro e di riparazione di due vissuti dolorosi: da una parte c’è il bambino, portatore di una sofferenza abbandonica, dall’altra c’è il dolore dovuto al fallimento del progetto generativo degli aspiranti genitori adottivi. Diventare genitori adottivi implica, quindi, una visione trasformativa della genitorialità fondata non più sulla trasmissione biologica ed ereditaria, ma sul legame affettivo che si costruisce giorno per giorno nel percorso adottivo e nella consapevolezza delle reciproche diversità.

Sovente si commette l’errore di spostare completamente l’attenzione sul bambino lasciando ai margini il punto di partenza che è rappresentato dalla coppia e dalle sue motivazioni all’adozione. È fondamentale sottolineare che la scelta di adottare un bambino richiede un importante lavoro di conoscenza e consapevolezza di sé e di formazione e preparazione all’accoglienza dell’altro; in coppia si arriva a tale decisione, spesso, dopo percorsi lunghi e dolorosi con tante aspettative ma anche con dubbi, preoccupazioni e paure.

Sappiamo bene che la sterilità è la causa più frequente che spinge le coppie ad intraprendere la strada dell’adozione, la delusione per la mancata maternità e paternità biologica costituisce innanzitutto una ferita narcisistica che genera un vero e proprio lutto, in termini emotivi, alterando profondamente sia la personalità di uno o entrambi i coniugi, che l’equilibrio della coppia stessa. È essenziale affrontare la realtà dell’evento doloroso senza censure recuperando il normale narcisismo, arrivando al vero risanamento del Sé della coppia.

È chiaro che la coppia che intraprende il percorso adottivo deve garantire la capacità di “riparare” i vissuti dolorosi e angosciosi del bambino abbandonato. Tuttavia, due adulti che non hanno per primi elaborato e compreso i propri stati affettivi non potranno mai aiutare un bambino a contenere e ad elaborare la sua storia di deprivazione e di perdita. Il genitore deve, quindi, essere in grado di accogliere ed elaborare i vissuti dolorosi del bambino, legati alla sua storia passata, restituendoglieli in forma meno angoscioso, in modo da permettere al piccolo di farli propri e dotarli di significato. Adottare significa, quindi, aprire uno spazio d’accoglienza al figlio adottivo non solo fisico, ma soprattutto mentale all’interno della propria famiglia.

Non possiamo non soffermarci, in seguito, sul vissuto del bambino prima dell’adozione essendo consapevoli che il percorso adottivo ha inizio da un drammatico evento, il suo abbandono.

Un bambino che sperimenta, alla nascita o successivamente e in qualsiasi circostanza, la separazione forzata dai propri genitori biologici vive una situazione profondamente traumatica che altera, inevitabilmente, una condizione fisiologica di crescita e di sviluppo. Questo evento determina una dinamica relazionale e intrapsichica che condiziona i futuri possibili attaccamenti a nuove figure genitoriali. L’esperienza dell’abbandono può generare conseguenze gravissime, soprattutto nel bambino molto piccolo, privo di risorse a cui ricorrere per far fronte a una frattura che mina le basi dell’esistenza stessa.

Numerosi studi scientifici confermano che il periodo critico per un attaccamento adeguato è tra il 4°-5° e il 7°-8° mese e che assolutamente in questo periodo della vita è critica la presenza di una figura adulta stabile e adeguata, tuttavia è una convinzione comune considerare il bambino piccolo più duttile e più facile da allocare proprio per la sua plasticità psicologica. In merito a quanto detto è importante sottolineare che ognuno di noi è il frutto di un proprio patrimonio genetico e di una specifica ed irripetibile esperienza ambientale, che inizia dalla vita fetale e prosegue per tutta la vita in una interazione continua e complessa.

Pertanto, il cervello ha una sua capacità plastica che permette di modificare funzioni e struttura al mutare delle esperienze interpersonali, ciò significa che il bambino, anche gravemente deprivato, al fine di riattivare il suo sano processo di crescita e di far ritrovare la continuità della sua esistenza, deve beneficiare di figure alternative capaci di accudirlo. È chiaro, quindi, che il comportamento del genitore è decisivo nell’indirizzare il successivo sviluppo del bambino.

Come ho già accennato l’esperienza dell’abbandono viene vissuta dal bambino come un evento altamente traumatico, se, poi, a questo evento si aggiunge quello dell’istituzionalizzazione ciò non può che aggravare la già difficile situazione di carenza affettiva che il bambino sta vivendo. Un bambino che vive in istituto cresce senza punti di riferimento, diventa diffidente nei confronti degli altri, vive nell’insicurezza e nell’instabilità. In questi casi diventa per loro davvero difficile e faticoso instaurare dei rapporti affettivi che durano nel tempo con altre persone che dimostrano loro affetto, vive in loro la paura di essere delusi ancora.

Un sentimento comune in questi bambini è il senso di colpa per l’abbandono subito, spesso si sentono responsabile di quanto gli è accaduto e, con una carica di angoscia, tendono a ricercare dentro di sé le cause del proprio abbandono. Paradossalmente arrivano a pensare che il genitore tornerà a riprenderli quando saranno diventati buoni, fino a sentirsi non più degni di avere dei genitori alimentando atteggiamenti di isolamento e chiusura.

In molti casi i bambini in “attesa” vivono sentimenti contrastanti: da una parte avvertono il desiderio della vicinanza di un adulto, che soddisfi i loro bisogni di cure e di attenzioni, ma dall’altra vive in loro il timore di essere nuovamente traditi. Per evitare il perdurare di questi conflitti e far sì che non ci sia il rischio di rimanere prigionieri di questa angoscia esistenziale è necessario far durare il meno possibile questa fase di attesa nella vita dei bambini abbandonati.

Purtroppo nella realtà dei fatti questo non accade, il minore che viene sottratto dal proprio nucleo familiare, per svariate situazioni, è condannato, nella maggior parte dei casi, ad una lunga fase di attesa. Da quando il Giudice assegna il bambino nella casa famiglia a quando dispone l’affidamento o l’adozione il soggetto interessato rischia di non essere più minore; tuttavia il bambino oltre a vivere il proprio disagio familiare vive in un ambiente, anche se confortevole e positivo, ma, non a misura familiare.

Quindi, un bambino deprivato, soltanto beneficiando di una relazione, che soddisfi il bisogno di ritrovare la traccia iniziale della sua vita, può elaborare l’evento drammatico che ha, inevitabilmente, segnato la sua esistenza e può dare un nome ai suoi stati emotivi che in passato lo hanno sommerso e reso fragile ad ogni frustrazione. In questo percorso può gradualmente introiettare nuove figure genitoriali a sostegno del suo Io, riparare gli aspetti più danneggiati del suo mondo interno e recuperare le capacità di stabilire e mantenere dei nuovi legami d’amore.

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L’adozione, come abbiamo detto in precedenza, è un percorso arduo e disseminato di ostacoli, che mettono a dura prova l’equilibrio della coppia stessa. Una delle fasi particolarmente a rischio per le famiglie adottive è rappresentato dall’adolescenza del figlio adottato. Molti ricercatori, non a caso, definiscono questo periodo una “messa alla prova” del percorso adottivo che amplifica le fantasie e i conflitti naturali di questa epoca di passaggio.

L’adolescenza dell’adottato contiene in sé un potenziale destabilizzante sulle dinamiche familiari, uno specchio che amplifica e, talvolta, distorce le fragilità della coppia e del sistema familiare stesso. Le famiglie adottive si trovano a dover affrontare non solo i compiti evolutivi di questa delicata fase, ma anche quelli ben più specifici relativi allo status adottivo.

Al contempo il ragazzo si trova a dover conciliare l’apprendimento di nuovi compiti di sviluppo, propri dell’adolescenza, e a far fronte a problematiche quali: il senso di appartenenza, l’identità d’origine e il disagio, frutto dell’abbandono da parte della famiglia biologica. Il figlio adottivo in adolescenza sente di dover integrare la propria identità attraverso la memoria, le tracce del proprio passato, conciliando quello che «era» con quello che «è» ed è diventato, si trova in una condizione in cui deve sostituire, soprattutto se adottato in “tarda” età, le aspettative costruite sulla base della sua storia passata con la realtà di una nuova vita, di nuovi contatti, cercando di ritrovare fiducia negli adulti che lo circondano.

L’idea di questa indagine parte proprio da queste riflessioni, il fine è stato quello di unire due tematiche, adozione e adolescenza, e comprendere come i genitori adottivi vivono e percepiscono questa tappa importante della vita dei loro figli adottivi e se, a loro avviso, le conflittualità che emergono siano aggravate dal loro status di figli adottivi.

Il focus di questa ricerca sono state proprio le famiglie con figli adolescenti. La scelta della fascia di età dei ragazzi non è stata semplice, sappiamo che l’adolescenza è l’età «di mezzo» tra l’infanzia e il mondo degli adulti e questo rende assai arduo un loro inquadramento preciso all’interno degli «schemi» stabiliti dalla società. Essendo l’adolescenza un’età di crescita, la fascia di età varia a seconda delle condizioni sociali e culturali, nonché psicologiche proprie del singolo adolescente. La fascia di età da me scelta, analizzando i diversi studi antropologici, è stata 12 – 20 anni, divisa in due classi: 12 – 14 e 15 – 20, definite, ai fini dell’indagine, rispettivamente prima adolescenza e adolescenza. Lo strumento d’indagine utilizzato è stato il questionario, somministrato online in forma anonima.

Il questionario si compone di 29 items strutturati e misti divisi in sette aree e 1 domanda a risposta libera in modo da consentire ai genitori di approfondire alcuni temi che ritenessero di maggiore rilievo. Sono stati raccolti 61 questionari, l’indagine, in riferimento ai dati emersi, si presta a molte chiavi di lettura, ma in questa sede riporto solo i punti ritenuti più indicativi.

Dai dati emerge che l’80% degli adolescenti è straniero evidenziando un elemento noto a tutti, cioè come sia difficile adottare un bambino italiano in quanto il numero dei minori italiani adottabili è nettamente inferiore rispetto all’elevato numero di coppie che si dichiarano disponibili all’adozione.

L’età al momento dell’adozione, divisa in tre classi (0-3,4-8,9-13), sottolinea che il 78% dei bambini stranieri è stato adottato in un’età compresa tra i 4 e i 13 anni nel rispetto del principio di sussidiarietà sancito dalla Convenzione de L’Aja.

Dalla ricerca emerge una maggiore difficoltà degli stranieri, soprattutto se adottati in tarda età, nell’inserimento scolastico, sono ostacolati dalla differente lingua e dall’appartenenza a culture, spesso, molto differenti. Attraverso l’analisi delle risposte libere emerge la conclusione dei genitori che denunciano una forte inadeguatezza e incapacità delle istituzioni scolastiche ad affrontare queste tematiche. In riferimento a quanto detto, dai dati emerge, altresì, che tutti i figli italiani frequentano la scuola e l’università mentre gli stranieri, con un’età superiore ai 15 anni, hanno intrapreso altre attività (lavoro, corsi di formazione etc.) o sono disoccupati.

È interessante sottolineare che un considerevole numero di questionari (74%) è stato compilato da famiglie residenti nel Nord Italia facendo emergere una maggiore apertura e sensibilità verso tali tematiche a differenza del Sud e delle Isole (12%).

Per quanto concerne la comunicazione una maggiore difficoltà è presente negli adolescenti che rientrano nella fascia di età 15-20. Nonostante ciò la qualità della comunicazione nelle famiglie risulta essere al quanto positiva per entrambi i genitori. Complessivamente il dialogo, all’interno delle famiglie, è piuttosto aperto e poco problematico e considerando che i dati fanno riferimento a questo particolare momento di transizione, un dialogo aperto può essere ritenuto un fondamentale fattore protettivo nello sviluppo psicologico e sociale degli adolescenti. Tutto questo può facilitare il loro adattamento psicosociale e permette loro di esprimere liberamente i sentimenti e le emozioni connessi a questa complessa fase consentendo di superarla con una minore sofferenza.

Importante è stato evidenziare che dai dati è emerso un ruolo rilevante e una forte presenza dei padri nella crescita dei figli, dato sottolineato già da altri studi in cui è stato ipotizzato che in queste famiglie vi sia un’assenza del primato biologico materno permettendo alla figura paterna di acquisire uno spazio fisico, psicologico e sociale più significativo nella relazione con i figli adottivi. Tuttavia la madre resta sempre un riferimento affettivo importante, soprattutto per i maschi.

Per quanto riguarda i “tratti tipici” dell’adolescenza (rabbia, comportamenti aggressivi, tendenza ad isolarsi etc.) una maggiore difficoltà è presente negli adolescenti appartenenti alla fascia di età 15-20. A differenza dei coetanei, oltre alle caratteristiche tipiche dell’adolescenza come: bassa autostima, aggressività, oscillazione dell’umore e manifestazioni di rabbia, l’adolescente adottato presenta, sovente, una più elevata diffidenza nei confronti degli adulti, una più marcata insicurezza nel relazionarsi con gli altri e una difficoltà maggiore di tollerare ogni minima frustrazioni e/o rimprovero. È interessante sottolineare che nelle risposte libere alcuni genitori hanno manifestato un elemento già affrontato nei paragrafi precedenti. Emerge l’esistenza di un senso di colpa nei loro figli adolescenti che li porta a giustificare l’abbandono dei genitori biologici e alla persuasione di non meritare l’affetto e le attenzioni dei genitori adottivi. Naturalmente è importante evidenziare che non sempre la loro condizione di figli adottati è vissuta da loro come un problema, anzi molti genitori hanno dichiarato una serena crescita dei loro figli emersa soprattutto nella prima adolescenza.

La ricerca, in relazione all’adattamento socio-relazionale, si pone in netta contrapposizione alla convinzione comune secondo cui la precoce età del bambino al momento dell’adozione abbia un’importanza rilevante per la riuscita dell’adozione e, in seguito, per l’adattamento socio relazionale del ragazzo. Infatti, dai dati emerge, paradossalmente, che le maggiori difficoltà sono presenti in coloro che sono stati adottati in età precoce (risposte sempre e spesso: 0 – 3 = 50%) rispetto agli adolescenti adottati in tarda età (risposte sempre e spesso: 9 – 13 = 21%).

Un altro dato rilevante riguarda i cambiamenti degli adolescenti emersi in relazione ai compiti educativi dei genitori. In questa fase, un numero rilevante di genitori, nonostante abbia dichiarato una maggiore difficoltà nell’educare i propri figli, soprattutto per chi ha figli che rientrano nella fascia di età 15-20 (59%), ha affermato che i cambiamenti emersi in questa fase non sono, a loro avviso, aggravati dallo status di figli adottivi. Dalle risposte aperte, infatti, emerge che buona parte del campione ritiene che i propri figli presentino maggiori difficoltà dei loro coetanei durante il periodo adolescenziale non perché adottati ma per i traumi vissuti in precedenza che in questa fase riemergono con forza. I traumi dell’abbandono e, spesso, uno scarso legame di attaccamento iniziale incidono molto sul modo di affrontare la fase adolescenziale.

È chiaro, quindi, che molte famiglie adottive possono vivere l’adolescenza dei figli con ansia e preoccupazione presentando difficoltà nello stabilire nuove forme di dialogo avvertendo il bisogno di un sostegno da parte di figure professionali esperte e servizi adeguati. Questo è quanto emerso anche dall’indagine, infatti, circa il 62% delle famiglie, ha richiesto un sostegno. È stato interessante sottolineare che dai dati si evince una scarsa fiducia nelle istituzioni e nei servizi pubblici in quanto il 37% si è rivolto a professionisti privati e circa il 10% a più servizi e professionisti avendo, probabilmente, riscontrato maggiori difficoltà. Il consultorio, servizio che annovera tra le sue finalità proprio il sostegno alla genitorialità, ha avuto solo il 3% delle risposte. Tutto questo evidenzia un’esistente carenza e, forse, inadeguatezza dei servizi presenti sul territorio, a livello nazionale.

Uno dei compiti più importanti e delicati dell’adolescente è costruire una propria identità attraverso un’integrazione di parti di sé legate all’infanzia e di parti che potremmo definire “nuove” per arrivare ad un soddisfacente adattamento all’età adulta. Per i ragazzi adottati porsi domande sulla propria identità è un processo mentale, sempre difficile, accompagnato, spesso, da un senso di vuoto e turbamento. Per costruire la loro identità, pur facendo riferimento ai genitori adottivi come modello di identificazione, gli adolescenti adottati necessitano di informazioni sui genitori naturali e sulla loro storia passata. Il bisogno di ricercare le proprie origini si manifesta, quindi, in particolar modo, durante il periodo adolescenziale in quanto i cambiamenti, soprattutto somatici, innescano il bisogna di ricercare uno specchio vivente che giustifichi quanto sta accadendo. Detto ciò risulta discrepante il dato emerso dall’indagine relativo al desiderio di conoscere le proprie origini in quanto emerge che soltanto il 46% degli adolescenti esprime tale desiderio.

Quanto detto può dare spazio a diverse interpretazioni; in primis, è importante sottolineare che il 31% aveva al momento dell’adozione un’età compresa tra i 9 e i 13 anni quindi, si tratta di ragazzi che hanno ben chiare le loro origini e la loro storia tanto da non avere, probabilmente, l’esigenza di rivivere traumi passati ancora chiaramente impressi nella loro memoria. Un’altra ipotesi potrebbe essere il timore di dare una delusione ai genitori adottivi che li hanno cresciuti e verso cui provano un sentimento di riconoscenza, o ancora la paura di conoscere “verità scomode” e difficili da superare. Dall’indagine emerge, altresì, che una maggiore richiesta è espressa da figli adolescenti che rientrano nella fascia di età 15 – 20 (Sì=59%); i dati mostrano, ancora una volta, a mio giudizio, che gli adolescenti appartenenti alla fascia prima adolescenza presentano, probabilmente, una minore maturità e consapevolezza che si traduce in una più scarsa richiesta di conoscere le proprie origine (Sì=34%); questa esigenza, forse, sarà espressa in seguito. Esattamente, i dati rivelano, per la risposta Sì, una dissomiglianza per fasce di età attuale pari al 25%.

La necessità di conoscere il proprio passato non sempre è determinato dal rifiuto del presente o della famiglia adottiva, molto più spesso consegue, come abbiamo già evidenziato, al bisogno tipicamente adolescenziale di costruire la propria identità e biografia. Dalla ricerca, in riferimento a quanto detto, si evince che nessuno dei genitori ritiene che il ricercare le proprie origini sia dettato da un rifiuto del presente o della famiglia adottiva, quindi, alla base di questa istanza non esiste, secondo gli intervistati, un rapporto familiare deludente e/o insufficiente. Quasi l’unanimità del campione (97%) ritiene, tuttavia, normale esprimere tale richiesta.

In conclusione possiamo affermare che anche se da questa ricerca non sono emerse problematiche rilevanti, le famiglie spesso si sentono sole nell’affrontare questa particolare fase della vita dei loro figli adottivi. Si parla di famiglie adolescenti in quanto questa particolare e importante fase sovverte non soltanto la vita dell’adolescente ma, inevitabilmente, l’intero nucleo famigliare. In merito a quanto detto è importante rimarcare che il maggior numero di fallimenti adottivi si registra soprattutto in corrispondenza dell’entrata del figlio in adolescenza, dunque, è importante prevenire i fallimenti adottivi nell’ottica di tutela, di protezione, ma, soprattutto, di supporto alle famiglie che possono presentare maggiori difficoltà e trovarsi in situazioni più complesse. Tuttavia è fondamentale garantire alle famiglie adottive un concreto sostegno post adozione che consenta ai genitori di affrontare in modo sereno la fase adolescenziale dei loro figli e permetta ai ragazzi, che già hanno vissuto cospicue sofferenze, di affrontare questo delicato percorso con limitati turbamenti.

Per concludere è fondamentale sottolineare che oltre alla costruzione di buone relazioni all’interno della famiglia adottiva, per i genitori, supportare l’adolescente al fine di favorire la costruzione di relazioni positive con il gruppo di pari e l’inserimento nel proprio contesto sociale rappresentano variabili determinanti nella crescita del figlio durante il suo percorso adolescenziale.

Comunicazione UniFirenze: “Nodi e snodi nel percorso adottivo”

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di Anna Genni Miliotti – esperta di adozione internazionale e scrittrice

E’ il titolo del corso universitario di perfezionamento all’adozione che si terrà all’Università di Firenze (Facoltà di Scienze politiche-Dipartimento di Scienze Politiche e Sociali) da novembre (http://www.unifi.it/cmpro-v-p-9644.html#percorso_adottivo) e di cui sarò uno dei docenti, dopo aver lavorato alla sua progettazione, con il coordinamento di Francesca Ditifeci, come me anche madre adottiva.

La nostra esperienza personale è stata la spinta che ci ha spinto nel comune cammino, insieme agli altri docenti, tutti con anni di esperienza nel settore, che troverete nel programma del corso. Tanti sono gli aspetti dell’adozione che spesso rimangono in ombra nella preparazione degli operatori, ma che sappiamo bene essere al centro della vita di una famiglia adottiva: l’inserimento scolastico, i bisogni dei figli adottati, il tema dell’identità e dalla ricerca delle origini, l’adolescenza e le sue sfide… tanto per citarne alcuni tra quelli che tratterò.

Altre importanti tematiche saranno quelle degli aspetti psicologici, relativi alle coppie ed agli adottati, al lavoro dei giudici e degli operatori, in un corso che sarà interdisciplinare. Ma quello che proponiamo sarà anche un laboratorio in cui, per la prima volta in Italia, giovani laureati, operatori, genitori adottivi e persone adottate si incontreranno e lavoreranno insieme. Questo darà modo di condividere esperienze di lavoro ma anche di vita, ed è il modo di formazione che preferisco, e che adotto ogni volta che posso (non sono molte in Italia). Oltre al sapere che ci trasmettono i libri, (ne ho scritti e ne scrivo tanti anch’io!), o docenti e formatori, si impara anche attraverso le testimonianze. Queste, quando sono autentiche, valgono più di tante pagine scritte, perché è attraverso le emozioni che le pagine scritte si fermano nella nostra mente e diventano, con la riflessione, nostro patrimonio culturale.

Durante il periodo del corso, ci sarà sui media molta attenzione sul tema della ricerca delle origini: in Parlamento per le proposte di riforma volte ad adeguare la nostra legge a quelle degli altri paesi europei, in tv per la messa in onda su RAI1 di una trasmissione sul tema. Alcune associazioni si daranno da fare per dar voce alle paure consce ed inconsce dei genitori adottivi, altre a dar voce al movimento degli adottati. In questo il nostro lavoro sarà di dare una formazione adeguata sul tema che è assolutamente al centro del successo di un’adozione, ma soprattutto del benessere delle persone adottate: l’identità.

Come ho scritto nel mio libro “Ci vuole un paese” (Franco Angeli Editore), che raccoglie testimonianze ed istruzioni per un viaggio possibile: “L’identità è infatti il tema intorno al quale si costruiscono, crescono, vivono o muoiono le relazioni all’interno della famiglia adottiva. E le relazioni, in essa, sono basilari: la famiglia adottiva non ha legami di sangue, ma solo legami affettivi che si costruiscono, nel tempo, sulla relazione. Spesso la famiglia esplode perché non lo si affronta mai, il tema dell’identità, o perché lo si affronta nel modo sbagliato.”

La sfida che perseguiamo è quella di lavorare ad una più completa preparazione di quanti lavorano o lavoreranno nel mondo dell’adozione, direttamente come assistenti sociali, operatori degli enti, psicologi e giudici, ma anche per quelli che come gli insegnati si trovano ad aver contatti con la famiglia adottiva nel loro lavoro. Una corretta e diffusa cultura dell’adozione farà star meglio tante famiglie, ne sono certa, ma farà fare un passo avanti anche alla nostra società, per la quale l’adozione deve essere vista come quello che realmente è: una risorsa, e non un problema o una serie di traumi da affrontare.

Comunicazione Comune Verona: “Rassegna 7 incontri musicali dedicati alle famiglie” – nov 2013/apr 2014

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 Agorà, spazio di incontro, dialogo e scambio tra le famiglie e la città attraverso il linguaggio universale della musica e dell’espressione artistica, è un progetto in collaborazione con la musicista Elisabetta Garilli di Disegnare Musica Ensemble e con l’Associazione Culturale La Foglia e il Vento. L’iniziativa è dell’Assessorato alla Famiglia di Verona con l’obiettivo di prevenire lo svantaggio sociale e di sostenere la genitorialità.

I due spettacoli di Disegnare Musica Ensemble Viaggio nella notte blu e Iuiumanè e la nave del deserto porteranno le famiglie a riflettere sulle emozioni e le paure, ma anche sulla preziosità delle risorse ambientali e sull’importanza di una visione di vita in equilibrio con la natura.

“Agorà. Le famiglie e la città incontrano la musica”

2013-2014 – Teatro Ristori di Verona

Biglietto eur 5

Vedi programma in http://www.teatroristori.org/agorale-famiglie-e-la-citta-incontrano-la-musica

 

Primo appuntamento: 10 novembre 2013, ore 16.30 – Teatro Ristori

Viaggio nella notte blu. Spettacolo musicale.

Testo e illustrazioni dal vivo di Bimba Landmann. Musiche di Elisabetta Garilli. Arrangiamenti e orchestrazione di Francesco Menini. Interpretato da Disegnare Musica Ensemble.

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Nell’ambito del progetto vi è la possibilità di laboratori per le scuole e Associazioni che si occupano dell’infanzia. Sono invitate all’iniziativa:

Famiglie affidatarie afferenti al Centro Affido e della Solidarietà Familiare

– Associazioni Famiglie per l’Accoglienza

– Movimento per l’Affido e l’Adozione

– Associazioni aderenti alla Consulta della Famiglia

– Mamme e bambini stranieri che si incontrano alla Casa di Ramìa e alla Casa Rifugio

– Case Famiglia e Comunità del territorio che accolgono bambini e ragazzi  sotto tutela

– Genitori che si rivolgono ai servizi sociali comunali con la richiesta di sostegno e di accompagnamento nella relazione con i propri figli

– Genitori con figli che frequentano Centri Diurni e Centri Aperti.

Per alcune famiglie che rientrano in certi parametri, nonché per gli operatori che eventualmente accompagnano i bambini, l’ingresso agli spettacoli sarà gratuito.

Per i laboratori e la partecipazione delle Associazioni è necessaria la prenotazione a sportelloinfosociale@comune.verona.it (Claudia Dal Grande).

Comunicazione Fam Accoglienza: “Quattro incontri per parlare di accoglienza in famiglia” – Sommacampagna (VR ) 2013

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In collaborazione con la Parrocchia e il Comune di Sommacampagna, l’Associazione propone un percorso di avvicinamento all’accoglienza e alla solidarietà famigliare, aperto sia a chi già sta facendo accoglienza, ma soprattutto a chi desidera conoscere meglio questa realtà, raccontata da chi la vive ogni giorno, sia dal punto di vista delle famiglie, ma anche dei ragazzi e degli operatori.

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Percorso di avvicinamento all’accoglienza e alla solidarietà familiare

Parrocchia S.Andrea – ore 20.45

Sommacampagna – Verona

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Primo incontro:  giovedì 14 nov 2013 alle ore 20.45 – relatore dott F. Varalta

Chi è quella famiglia che fa accoglienza? Noi possiamo?

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Secondo incontro:  giovedì 21 nov 2013 alle ore 20.45 – relatrice dottssa A. Marazza

Mi aiutate anche voi a crescere? Chi sono i bambini accolti

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Terzo incontro:  giovedì 28 nov 2013 alle ore 20.45

Cosa dicono i nostri figli? Storie di figli accolti e che accolgono

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Quarto incontro: mercoledì 11 dic 2013 alle ore 20.45

Vi raccontiamo cosa è stato per noi. Testimonianze di famiglie.

Si aggiungerà il punto di vista dei servizi socio educativi del comune: dottssa Palma Beghini e dottssa Chiara Beschin.

Comunicazione OGV: “Concerto inaugurale del XXXIII Festival del Cinema Africano” – Verona 8 nov 2013

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Un appuntamento interculturale capace di abbracciare discipline artistiche diverse e di regalare una serata di grande impatto creativo.

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La cinematografia africana incontra la musica dei giovani interpreti scaligeri, offrendo al pubblico uno spettacolo unico, creato mettendo insieme alcuni spezzoni del documentario pluripremiato  Kinshasa Symphony di Claus Wischmann e Martin Baer e l’interpretazione musicale e corale dei musicisti dell’Orchestra Giovanile Veronese

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Concerto inaugurale del XXXIII Festival di Cinema Africano.

Dirige  l’orchestra Stefano Gentili,  maestro del coro Valentino Perera.

Verona – Kinshasa: La musica non ha confini
venerdì 8 novembre alle ore 21
Teatro Filippini, via Dietro Filippini 1, Verona
ingresso: € 5,00

 

 

Ricerca delle origini. Il punto…

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Ricapitoliamo:

–          I figli non riconosciuti alla nascita possono conoscere il nome della madre solo al compimento dei 100 anni d’età il che equivale a dire mai

–          I figli non possono neppure sapere se ci sono dati/notizie su di loro (nel tempo potrebbero essere stati distrutti o persi) in modo da mettersi l’animo in pace

–          La legge tutela in primis il diritto all’anonimato della madre e non le dà la possibilità di tornare sui suoi passi neanche a distanza di tempo.

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La proposta di legge chiede:

–          L’abbassamento del limite ai 25 anni d’età (si valutano anche i 40 anni) dell’adottato equiparandolo ai figli riconosciuti

–          La figura di un mediatore (TdM, counselor, assistente sociale…) che faccia da intermediario tra madre e figlio

–          La ricerca deve nascere da un’esigenza del figlio, non della madre biologica

–          La madre biologica può acconsentire o negare il contatto

–          Nessuno è obbligato a cercare la madre, è solo una possibilità.

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Eventuali problematiche, pro e contro:

–          Sono state presentate varie proposte di legge da diversi schieramenti politici ma una modifica alla legge non è mai stata approvata. Ora si aggiungono le pressioni della Corte di Strasburgo che ha invitato l’Italia ad adeguarsi al resto d’Europa

–          Vi è il timore che arrivi il messaggio che la tutela dell’anonimato della madre biologica non sia più prioritaria e che porti donne già in grandi difficoltà a diffidare del diritto preferendo la strada più semplice e definitiva dell’aborto o dell’abbandono senza tutele

–          Da parte dei genitori adottivi c’è timore per il figlio se non ha ancora elaborato certe instabilità emotive, perplessità che, secondo noi, potrebbe essere superata considerando un’età più elevata per il diritto alla conoscenza e un sostegno durante tutto l’iter della ricerca ed eventuale incontro con il genitore bio

–          Non si tratta solo di garantire il diritto all’anonimato. Le madri in difficoltà dovrebbero essere informate anche sulle alternative quali il riconoscimento e la rinuncia alla patria potestà, rendendo il piccolo adottabile; si dovrebbe prevedere un sostegno di tipo economico, psicologico e sociale; bisognerebbe diffondere una nuova cultura della dignità della donna che non deve essere mero oggetto sessuale.

–          Conoscere le proprie origini eviterebbe l’”attrazione sessuale genetica”, quella cioè che nascerebbe tra parenti per familiarità e che potrebbe sfociare nell’ìncesto all’insaputa dei due attori.

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Non è facile districarsi tra molteplici punti di vista e ragioni. Ricordiamo, comunque, che con la nuova proposta di legge nessuno è obbligato a cercare sua madre se non lo vuole, come una madre non è obbligata a incontrare il figlio a distanza di anni se non lo vuole. D’altro lato non si può nemmeno sottovalutare il diritto al rispetto della vita privata inteso come diritto di essere protetti da intrusioni nella sfera intima.

Vanno quindi considerate attentamente le varie sensibilità e condizioni: non è la stessa cosa cercare una mamma criminale o una madre che negli anni ‘60 è stata costretta a lasciare suo figlio per convenzione sociale.

In questa direzione il nodo centrale ci sembra l’inadeguatezza del servizio offerto alle famiglie in questa ricerca, punto d’incontro tra la posizione ANFAA e il Comitato della Ricerca per le Origini che chiede la figura di un mediatore.

Siamo allora d’accordo che ci vuole mediazione e sostegno. Il TdM cerca di capire se il soggetto è in grado di gestire la cosa per non creargli ulteriore turbamento. Non si possono però consegnare dei dati crudi senza un accompagnamento. E’ necessario il sostegno all’adottato, alla famiglia adottiva e alla madre genitrice.

Il Comitato della Ricerca per le Origini chiede che sulla cartella clinica vengano lasciati dalla madre indicazioni sulle malattie genetiche in modo che il figlio possa accedere almeno a queste notizie utili per la sua salute. Su questo ci pare concorde anche ANFAA. Un servizio del genere è già attivo a Roma attraverso un protocollo di intesa tra il Comune di Roma e il TdM che recita: “A garanzia della salute del bambino è necessario registrare tutti i dati anamnestici materni nonché effettuare alla partoriente tutti gli esami diagnostici indispensabili all’accertamento di patologie a trasmissione genetica….ma non dovranno comparire dati che possano ricondurre all’identità della madre naturale”. Tale prassi potrebbe essere applicata su scala nazionale.

Su questo blog parliamo sempre del dovere delle istituzioni, delle associazioni e degli enti di sostenere le famiglie nel post adozione. Ebbene, secondo noi, la ricerca delle origini e la ricostruzione della storia personale è una parte importante del post adozione.

La petizione ha il grande pregio di creare un confronto che dovrebbe tradursi in una legge più attenta alla salvaguardia dei diversi soggetti, senza trincerarsi dietro a luoghi comuni e barriere invisibili. Noi del blog ilpostadozione auspichiamo che il dibattito porti ad un risultato soddisfacente per entrambe le parti senza immobilismi e nel rispetto di ciascuna posizione.

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Ringraziamo il Comitato Nazionale per la Ricerca  delle Origini e ANFAA per il materiale che ci hanno messo a disposizione per completare in modo esaustivo questa sezione.

Ricerca delle origini. Film: “Fratelli” di Angelo Longoni (Ita 2006)

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Alla morte del padre, Anna scopre di avere un fratello in Canada. La madre non ne vuole parlare ma alla fine cede e racconta la storia di una famiglia in difficoltà, dopo la seconda guerra mondiale, e del raggiro di un sacerdote del luogo. I due coniugi erano convinti di dare il figlio in affidamento, ma al momento di riabbracciarlo non hanno più avuto sue notizie. Anna rimane sconvolta dalla rivelazione e decide di assoldare un investigatore privato per cercare il fratello, contro il volere della madre.

Il film è semplice ma evidenzia lo scombussolamento di una notizia così importante nella vita di Anna e il desiderio di conoscere il fratello, lei che pensava di essere figlia unica. Interessante anche l’atteggiamento della madre che, pur non avendo colpe, preferisce lasciare chiusa quella porta per non avere e creare nuovi dissesti interiori. Il padre, invece, alla morte aveva predisposto di non portarsi quel segreto nella tomba quasi a significare che un figlio, una madre o un fratello non sono semplici pedine, ma tracce profonde che non si possono cancellare mai del tutto e che nei momenti importanti riaffiorano.