Ricerca delle origini: “La posizione dell’ANFAA – Associazione Nazionale Famiglie Adottive e Affidatarie”

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Non tutti i genitori adottivi e neppure i figli sono d’accordo su questa ricerca in caso di anonimato. Cerchiamo di capire la posizione dell’associazione ANFAA che difende il diritto alla segretezza del parto come prevenzione all’abbandono e infanticidio. Attraverso queste tre lettere di donne adottate si può osservare come ci sia una diversa reazione umana rispetto alla ricerca delle origini. Il punto in comune è che tutte e tre hanno cercato informazioni e risposte, ma c’è chi si è fermato perché se n’è fatta una ragione e chi, invece, non riesce a desistere perché sente un vuoto da colmare. Per nostra fortuna non siamo tutti uguali e manifestiamo diverse sensibilità che vanno ugualmente rispettate.

LE NORME SUL SEGRETO DEL PARTO VISTE DA TRE FIGLIE ADOTTIVE

A seguito della pubblicazione della lettera riportata da la Repubblica il 27 dicembre 2008 (1) in cui Emilia Rosati rivendica il diritto dei figli adottivi non riconosciuti alla nascita di accedere all’identità della loro procreatrice, sono intervenute due figlie adottive, ormai adulte. Con sfumature diverse esse riportano nelle loro risposte l’attenzione sugli aspetti fondanti della filiazione e del rapporto genitori-figli, su cui crediamo dovrebbero riflettere quanti propongono cambiamenti della normativa sul diritto alla segretezza del parto.

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Ho letto la lettera di Emilia Rosati, pubblicata, nella sua rubrica, su la Repubblica del 27 dicembre scorso, dal titolo “Noi figli e una punizione lunga 100 anni”. La signora Rosati afferma di scrivere a nome di migliaia di figli non riconosciuti, ma sicuramente non a nome mio e di altri che come me non condividono la sua posizione.

Sono nata 43 anni fa da una donna che per mia fortuna ha preferito non praticare un aborto (all’epoca clandestino) e non mettere a repentaglio la mia vita: con grande atto di responsabilità mi ha partorito in ospedale, donandomi la vita, e ha scelto di non essere nominata. Sono stata adottata quando avevo tre mesi (oggi per fortuna l’iter è ancora più rapido) e da allora ho la mia famiglia con cui ho costruito la mia storia e la mia identità.

Non sento che il mio passato sia stato “inghiottito nel nulla” e sono stati i miei veri genitori, quelli adottivi, a strutturare la mia vita nel passato, nel presente e nel futuro. Queste mie certezze, frutto del loro amore nei miei confronti e della tempestiva informazione sulla mia storia, non implicano che io non abbia mai pensato a chi mi ha messo al mondo, anzi, mi sono chiesta spesso quale fosse la causa che ha spinto ad una scelta tanto difficile e definitiva, quanto responsabile e amorevole. Per questo ho voluto parlare con il personale dell’ospedale dove avviene il maggior numero delle nascite (e dei non riconoscimenti) della regione in cui vivo: attraverso le parole delle ostetriche, delle assistenti sociali e delle psicologhe ho cercato di scavare nelle realtà che ci sono alla base della scelta del parto in assoluto anonimato.

Non mi sento diversa da un figlio biologico per il fatto di essere stata adottata e non mi sento di vivere una situazione tragica, né di essere discriminata o punita per il fatto che non mi venga concessa la possibilità (poiché non si tratta di diritto! vedasi la legge sull’adozione) di risalire ai dati di chi mi ha messo al mondo. Si parla poi sempre in questi casi solo della donna che ha dato la vita e non dell’uomo e questo richiederebbe un ulteriore capitolo!

Da figlia, a cui è stato concesso di vivere grazie a questa legge, e da donna penso che sarebbe meglio da parte di noi figli non riconosciuti alla nascita, un impegno e una lotta non per esaudire una possibile e lecita curiosità, ma affinché il diritto di queste donne di essere assistite prima, durante e dopo il parto sia veramente esigibile e perché una legge di cui dovremmo essere fieri continui a rimanere tale a difesa di tutti quei bambini che grazie ad essa verranno al mondo e che non subiranno una triste sorte quale troppo spesso leggiamo sui giornali, grazie a donne che hanno scelto di metterli al mondo nella sicurezza di un ospedale, e che avranno l’affetto di due genitori e di una famiglia. Troppo spesso purtroppo queste donne vengono giudicate negativamente dalla società e dai mass-media che omologano le donne che abbandonano i bambini nei cassonetti, uccidendoli, a quelle che non abbandonano, ma partoriscono in ospedale con un gesto, ribadisco, di grande responsabilità: donano la vita ad un bambino e lo affidano alle istituzioni, consapevoli di non poter svolgere quel ruolo genitoriale di cui i bambini hanno bisogno. Alle spalle di queste storie ci sono percorsi e scelte di vita non facili e facilmente giudicabili da chi nei veri problemi della vita non vuole immergersi.

La signora Rosati afferma: «Ciò ci impedisce di far luce su una zona senza ricordi e senza storia che sta all’origine della nostra vita e del nostro sviluppo, rendendoci eternamente incompleti e destinati a morire senza aver avuto piena cognizione di noi stessi». È triste vedere come ancora oggi si basi la propria esistenza sui puri e semplici legami di sangue, unico legame con quella zona per l’appunto senza ricordi: penso invece serenamente che quella zona sia una piccola parte della mia storia, da cui ha avuto origine la mia vita, fondamentale perché senza di essa io oggi non sarei qui, ma qualsiasi sia l’inizio di quella storia mi sento una persona completa con piena cognizione di me stessa, in pace con la donna e l’uomo che mi hanno generato e con la speranza che dopo le inevitabili sofferenze del loro percorso legato alla mia nascita, siano stati in grado di ricostruirsi una vita serena come la mia, magari con dei figli, con una famiglia che li ami quanto la mia ama me: siamo il frutto delle persone con cui abbiamo vissuto la nostra vita non di quelli che ce l’hanno donata, siamo figli dei genitori che ci amano, ci allevano, educano, siamo genitori dei figli che amiamo, alleviamo, educhiamo, indipendentemente dai legami di sangue!

Ringraziando per l’attenzione saluto cordialmente e rimango a disposizione per eventuali confronti.

Claudia Roffino

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Sono una figlia adottiva adulta non riconosciuta alla nascita, che ha letto con grande interesse le due lettere pubblicate nella Sua rubrica su la Repubblica in data 27 dicembre 2008 e 12 gennaio 2009, rispettivamente firmate dalle signore Emilia Rosati e Claudia Roffino. Poiché mi sento molto coinvolta dall’argomento, mi permetto di inserirmi nel dibattito che ne è scaturito. I due sentimenti che in me prevalgono, nel mare di emozioni suscitate dall’intensità degli interventi letti, sono: rispetto e riconoscenza.

Rispetto per la donna che mi ha messo al mondo che, nello scegliere di compiere un gesto tanto innaturale quale quello di non farmi crescere con sé, mi ha offerto la possibilità di “rinascere” per la seconda volta nell’affetto di una famiglia adottiva, compiendo di fatto un grande atto d’amore, che non va giudicato ma accolto come un dono. Riconoscenza per i miei genitori adottivi, per avermi amata ancora prima di conoscermi, per avermi sostenuta, curata, assistita, consolata, talvolta anche sgridata, per non avermi mai mentito sulle mie origini di figlia adottiva e, soprattutto, per non essersi mai presentati come i “salvatori” di una povera bambina abbandonata, bensì come delle persone “bisognose” di completarsi nel rapporto genitoriale. In altre parole, a definire la mia identità personale e a favorire la mia serena e completa maturazione ha certamente contribuito la consapevolezza di essere stata adottata per una scelta d’amore, che si è esplicata di giorno in giorno nell’unico modo che può rassicurare un bambino adottivo: facendomi, cioè, sentire “veramente” figlia di genitori profondamente convinti di essere “veramente” genitori.

Proprio la forza di questi sentimenti mi induce a ripensare in termini del tutto nuovi all’intera tematica dell’accesso alle informazioni sulle proprie origini da parte del figlio non riconosciuto. Al naturale bisogno di conoscere le proprie origini per definire meglio la propria identità, tipico di ogni essere umano, non si sottrae certamente il figlio non riconosciuto alla nascita, anche se felicemente inserito in una famiglia adottiva che lo ama. Per quest’ultimo, in particolare, la ricerca è motivata non tanto dal desiderio di riallacciare significativi rapporti interpersonali con delle persone estranee, quanto dal più profondo e doloroso bisogno di conoscere le ragioni che hanno determinato il proprio stato di figlio non riconosciuto.

Incoraggiata ed aiutata dai miei genitori adottivi, ho svolto anch’io qualche ricerca sul mio passato. Ricordo ancora, con intensa emozione, il giorno in cui ho visitato l’orfanotrofio che mi ha accolto nei primi mesi di vita (oggi adibito a pubblico ufficio provinciale) e le parole con cui la funzionaria pubblica, preposta alla custodia del mio fascicolo, mi ha narrato gli episodi più significativi accaduti nel breve periodo che ha preceduto la mia adozione. La sensazione di imperfezione e manchevolezza, suscitata dall’impossibilità di conoscere le ragioni profonde del mio non riconoscimento, è stata gradatamente superata dalla consapevolezza che il diritto alla segretezza del parto debba necessariamente prevalere sulle altre ragioni del cuore, se si vuole davvero tutelare la vita delle donne e dei nascituri che non verranno riconosciuti.

Solo la garanzia di un parto anonimo può indurre una donna a rivolgersi ad una struttura pubblica per portare a termine una gravidanza indesiderata, evitando soluzioni più drammatiche quali l’aborto clandestino, l’abbandono in cassonetto o, addirittura, l’infanticidio. È preoccupante osservare come tale garanzia venga messa in costante discussione dalle iniziative di quanti intendono estendere anche al figlio adottivo adulto non riconosciuto il “diritto” di accedere alle informazioni concernenti l’identità dei propri procreatori biologici. Mi domando, innanzitutto, se all’introduzione di questo nuovo “diritto” corrisponda un reale interesse ad esercitarlo meritevole di tutela giuridica, soprattutto se l’affermazione del medesimo implica il riconoscimento del correlato dovere del genitore biologico di fornire delle informazioni documentali atte a consentirne il futuro rintraccio.

A voler analizzare la questione da un punto di vista strettamente giuridico, sembra che la nostra società si voglia predisporre a tutelare con la stessa intensità due diritti tra loro antitetici, dal momento che l’esercizio del primo (diritto alla segretezza del parto) nega l’affermazione del secondo (diritto all’accesso alle informazioni) e viceversa. Tali iniziative inoltre, nell’attribuire una posizione di privilegio al legame di “sangue”, sembrano non tenere conto non solo delle ragioni logico-giuridiche di cui sopra, ma neppure delle conseguenze umane che ne possono derivare.

Penso, in particolare, allo stato d’animo di una donna che, dopo aver superato con enormi difficoltà il trauma del gesto commesso, deve tornare a rileggere le pagine dolorose del suo passato, perché il bambino che ha messo al mondo anni prima, divenuto adulto, le chiede (sia pure per interposta persona) di rimettere in discussione la sua decisione. E penso anche alla sofferenza di quella persona che, dopo tante ricerche, si senta raccontare da un’autorità pubblica, che la donna che lo ha messo al mondo in gran segreto non intende riconoscerlo per la seconda volta; o ancora, nell’ipotesi contraria del ripensamento tardivo, a quale delusione possa portare l’incontro con una persona potenzialmente problematica e talvolta emarginata, comunque diversa da quella idealizzata, con l’illusione di poter riscrivere la propria storia. Il fatto che il nostro Stato non abbia ancora accolto simili posizioni dando prova, secondo taluni, di scarsa “modernità” e persistente “inflessibilità”, mi rasserena un poco; anche se la strada continua ad essere in salita a causa di un’opinione pubblica incapace di affrancarsi da un comune sentire prodotto e alimentato da media spesso disinformati e parziali.

Del resto fa certamente più audience dipingere lo stato di adottabilità di un minore come situazione necessariamente problematica, potenzialmente idonea a provocare delle irreversibili devianze e, pertanto, bisognosa dell’intervento di un legislatore solerte nel ga­rantire “diritti”, che raccontare la storia positiva di un figlio adottivo, non riconosciuto alla na­scita, capace di fare i conti con il proprio passato senza l’ausilio di un cognome e di un indirizzo.

Graziella Tagliani

. (1) Il testo pubblicato su la Repubblica con il titolo “Noi figli e una punizione lunga 100 anni” è il seguente:

«Scrivo per rappresentare la condizione di migliaia di cittadini, figli adottivi non riconosciuti alla nascita. Noi, a differenza dei figli riconosciuti dalla madre naturale, e successivamente adottati, ai quali l’attuale legge sull’adozione, la 149 del 2001, consente, raggiunta l’età di 25 anni, di conoscere l’identità dei propri genitori biologici, non possiamo accedere a tali informazioni, se non trascorsi 100 anni dalla nostra nascita, secondo le disposizioni del Codice sulla privacy.

Infatti il diritto a venire a conoscenza della nostra identità confligge con quello della donna che, al momento del parto, non acconsentì ad essere nominata. Quest’ultimo viene ritenuto, dalla legge attuale, decisamente prevalente sull’interesse del figlio adulto, a poter conoscere le proprie origini. Ciò ci impedisce di far luce su una zona senza ricordi e senza storia che sta all’origine della nostra vita e del nostro sviluppo, rendendoci eternamente incompleti e destinati a morire senza aver avuto piena cognizione di noi stessi.

Partendo dalla domanda fondamentale “chi sono?” l’uomo si aspetta una risposta non solo relativa al presente, ma che si riferisca anche a ciò che è stato nel passato, perché il passato non viene inghiottito nel nulla, ma resta come elemento che struttura la sua vita nell’oggi, e ne condiziona il futuro. La conoscenza delle origini contribuisce a formare l’identità entrando nell’insieme di realtà che rappresentano il punto di partenza dello sviluppo umano. Non desideriamo per questo che venga messa in discussione la possibilità per la donna di partorire in anonimato. Per uscire da tale tragica condizione chiediamo soltanto che, ai figli e alle loro madri naturali, venga offerta un’ulteriore opportunità: che la legge attuale venga modificata prevedendo che il Tribunale dei minori, valutata la richiesta di accesso ai documenti da parte dell’adottato, nomini un mediatore che verifichi se la volontà della madre sia ancora attuale o se essa esprima il consenso al superamento dell’anonimato attraverso una “revoca del diniego”, alla luce delle mutate condizioni esistenziali.

Infatti è verosimile ed ampiamente documentato dalla cronaca che molte madri, vissute in una lacerante sofferenza per tutta la vita, possano non trovare difficoltà, ma anzi un ampio sollievo, nel venire a conoscenza che il figlio abbandonato forse per una scelta imposta da circostanze contingenti, ormai adulto, provi un intimo e profondo desiderio di conoscenza, ispirato da un sentimento conciliativo e riparatore. Crediamo che uno stato civile e democratico non possa non allinearsi al resto dell’Europa, riconoscendo a tutti i cittadini pari dignità, ed è di questa dignità che stiamo parlando, quando chiediamo di riappropriarci dei nostri dati vitali, il tutto nel massimo rispetto e con grande delicatezza nei confronti della donna sconosciuta che ci ha dato la vita.

Con l’augurio che con il nuovo anno si possa sensibilizzare l’opinione pubblica ad una cambiamento di cultura, e le istituzioni ad una modifica delle leggi vigenti».

Emilia Rosati

(fonte: Bollettino ANFAA del 01-02/2009)

Ancora sulla posizione ANFAA: http://www.anfaa.it/wp-content/uploads/2013/09/URGENTE-comunicato-ANFAA-su-ordinanza-TM-Catanzaro-a-Corte-Costituzionale.pdf

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  1. Anch’io sono stata adottata da due angeli. Ora sono in cielo e sarò loro riconoscente per tutta la vita. Anche se sono nata dal cuore di questa mamma il desiderio di conoscere le origini non passa mai… perchè si sa qualcosa o mezze verità …poi se ne sono andati con il loro segreto, ma per chi resta …ho saputo che ho due fratelli. Sono della classe 1945 Venezia… tante volte mi sono recata all’istituto d’infanzia “Santa Maria della pietà”. Mi hanno sempre negato di conoscere il nome di mia madre. Ho 68 anni e ancora provo dolore quando mi soffermo a pensare “madre mia, sono madre anch’io e so che nonostante tutto mi hai donato la vita, …la storia è tua ma io ne ho fatto parte. Come vorrei abbracciarti”.

    Ecco, la legge che si oppone …avrei potuto incontrare i miei fratelli e con questo dico a chi emette queste leggi, non è giusto negare anche a età avanzata… la speranza me la porterò fino alla fine della mia vita!

    Un caro abbraccio a tutte quelle persone che soffrono come me. Amiamo lo stesso la nostra madre. La storia, gli errori sono solo i loro, degli adulti di allora, e chissà, forse, non hanno potuto più riaverci.

    • Gentle Sig.ra Rosa, le ho appena scritto una mail privata. Se non dovesse riceverla si metta in contatto con me all’indirizzo del blog ilpostadozione@tiscali.it. Ho i recapiti per metterla in contatto con il Comitato per la ricerca delle origini. Potrebbe scoprire di avere delle persone con la sua stessa esperienza nella sua stessa città.
      Una condivisione può sollevarci dall’amarezza che ci portiamo dentro. Aspetto un suo segnale.

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