Archivio mensile:ottobre 2013

Ricerca delle origini. Mamma Giuliana: “Il punto di vista di una madre che non ha riconosciuto il figlio alla nascita.”

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Oltre ai figli ci sono anche le madri che vorrebbero recedere dall’anonimato, ma che per una decisione passata presa in situazione di emergenza e necessità, con la legge attuale non hanno la possibilità di farlo per le vie legali. Ecco la testimonianza di una di loro.

Alle madri naturali che non hanno riconosciuto il figlio alla nascita: è molto difficile scrivere ed esporsi, tanto più quando si è di per sè una persona riservata. Ma io – ed immagino molte di voi – cerco mio figlio e voglio fare tutto il possibile perché questo avvenga. Questa “esposizione” deve avvenire gradatamente, gradualmente, con calma, per non soffrire troppo e sentirsi quasi male…Eppure è necessario: non solo per noi, per raggiungere “l’obiettivo prefissato”, ma soprattutto per un senso di dovere verso i nostri figli, i quali – delle nostre decisioni – non hanno nessuna colpa né responsabilità. Non dobbiamo più’ farli soffrire.

Semplicemente abbiamo deciso noi per loro. E’ terribile , ma è cosi’. Se quella che – al momento – sembrava la soluzione più semplice e definitiva, col passare del tempo, per moltissime di noi, non si è rivelata né semplice né definitiva….Anzi, più passa il tempo, più c’è la piena consapevolezza del gesto che si è compiuto….Con tutte le conseguenze del caso.

Di una sola cosa – positiva – ho anche consapevolezza e orgoglio: mio figlio è vivo perché io l’ho voluto vivo. Sicuramente sarà così anche per moltissime di voi.

Questo gruppo è nato con due obiettivi di fondo: fare pressione non solo perché possa essere modificata la legge sulla possibilità per i figli adottivi non riconosciuti di accedere alla conoscenza delle proprie origini ben prima dei 100 anni (40 sono sempre troppi …) ma soprattutto perché possa essere riconosciuto il nostro “diritto”/possibilita’ a recedere dall’anonimato. La legge potrebbe offrire a noi madri “anonime” una scelta di questo tipo/non obbligo.

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Ricerca delle origini: “Perché non supporto la petizione”

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Proseguiamo nel dibattito sulla petizione “Per il diritto alla conoscenza delle proprie origini”. Abbiamo contattato l’Associazione ANFAA che ci ha fornito un importante supporto per la loro tesi. In particolare ci ha illuminati l’intervento che ANFAA ha presentato al seminario di studi “L’accesso alle informazioni sulle origini percorsi di accompagnamento”, tenutosi il 10 maggio 2013 a Firenze presso l’istituto degli Innocenti (Prospettive assistenziali, n182 aprile-giugno 2013), e la relazione della psicologa dott.ssa Marisa Persani “Considerazioni inerenti all’identità delle persone adottate non riconosciute alla nascita”. Di seguito la sintesi dei principali punti. Non entriamo nella costituzionalità o meno della norma perché è un discorso troppo tecnico da affrontare nelle sedi competenti.

 – Attenzione alla tutela del minore

Si evidenzia che nell’attuale legge il TdM può autorizzare l’accesso alle informazioni a conclusione di una procedura che prevede la raccolta a monte di tutte le informazioni di carattere sociale e psicologico al fine di valutare che l’accesso alle notizie suddette non comporti grave turbamento all’equilibrio psico fisico del richiedente.

 – Numero limitato di richieste

Da una ricerca condotta sui dati 2008-2009 si è visto che le richieste per vie legali da parte dei figli e genitori adottivi sono in numero limitato. Di queste sono state rifiutate solo le domande dei ragazzi non riconosciuti alla nascita, come indicato dalla legge.

 – Manca una metodologia uniforme nella consegna delle informazioni

Ogni Tribunale opera come un pianeta a sé, senza accompagnamento del ragazzo alla ricerca della madre e senza valutare da vicino la portata emotiva che può scaricarsi su ragazzo e famiglia adottiva, oltre che sulla madre biologica.

 – Ci sono stati casi di comportamenti persecutori da parte della famiglia di origine

Anche in questo caso la famiglia adottiva e il ragazzo sono lasciati soli.

 – La ricerca si fa più insistente nei soggetti che hanno saputo del loro stato  adottivo in età avanzata

In questo ANFAA è molto chiara nel sostenere che il ragazzo va accompagnato in tutto il percorso di vita con la verità narrabile. Saperlo tardi può incrinare il rapporto di fiducia tra ragazzo e adulto, scatenando il desiderio di cercare l’ignoto nella speranza di trovare un rapporto affettivo più autentico che non è detto si realizzi, creando un’ulteriore frustrazione.

 – Superamento del legame di sangue

L’adozione si basa sulla creazione di un rapporto che non ha niente a che vedere con l’ereditarietà e il rapporto basato sul sangue: “La storia di ognuno di noi, compresa quella dei figli adottivi, va accettata e non deve confondere il diritto all’informazione sulla propria condizione di adottato e alla conoscenza della propria storia con la conoscenza dell’identità dei genitori biologici”.

 – La condizione delle mamme che ricorrono al parto in anonimato è di estrema fragilità

Questa legge che consente alle mamme di partorire in segretezza è stata considerata una conquista per la salvaguardia di quelle donne e bambini che altrimenti potrebbero venir danneggiati dal “parto fai da te” senza assistenza sanitaria o addirittura sfociare in infanticidio. A supporto di questa tesi: “La riservatezza è un elemento fondamentale per tutelare e garantire la vita stessa del nascituro e per rassicurare le donne interessate sul loro effettivo diritto alla segretezza del parto“.

 – Ci sono bambini dati in adozione contro il volere dei genitori biologici.

In questo caso la segretezza serve a tutelare il minore da ingerenze pericolose da parte della famiglia di origine che potrebbe avere, in alcuni casi, radici criminali.

 – Non esistono studi che confermino un maggiore equilibrio del ragazzo grazie alla conoscenza dei dati anagrafici della propria madre generatrice

Le domande “Chi sono? Da dove vengo? Dove vado?” sono di tutti gli esseri umani. Secondo questa tesi i genitori sono quelli che ti accudiscono. Ognuno di noi è in qualche modo adottato, nel momento in cui la madre e il padre decidono, oltre ad averti generato, di prendersi cura di te. Dare un nome non dà risposta ai quesiti. Molto spesso dare un volto al genitore biologico amplifica i problemi.

Per approfondire:

Pier Giorgio Gosso: “Davvero incostituzionali le norme che tutelano il segreto del parto in anonimato?” – Famiglia e diritto 8-9/2013

Ricerca delle origini: “Perché supporto la petizione”

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Abbiamo estratto le testimonianze più significative dalla petizione Per il diritto alla conoscenza delle proprie origini. Sono figli che stanno cercando o vorrebbero cercare i genitori di origine oppure genitori adottivi che si interrogano. Li abbiamo raggruppati per aree tematiche ricorrenti.

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Le risposte necessarie e la fragilità di chi non sa

– Ho ritrovato con fatica le mie origini e sono stato molto fortunato… dopo 30 anni ho potuto dare molte risposte alle domande che mi facevo da sempre. Ognuno di noi ha una storia diversa, non sempre è a lieto fine come la mia anzi, spesso ci sono storie di dolore… Ciò non toglie il diritto di sapere e di conoscere il nostro passato! Per noi adottati, c’è come un “punto interrogativo” e poi l’inizio della nostra vita, con il tempo, con l’età, quel punto interrogativo si fa sempre più grande, le domande sempre più numerose e la possibilità di conoscere le nostre origini sempre minori… I legami di sangue e genetici sono molto forti e spesso sono dominanti nella formazione del carattere di una persona, e NON conoscerli può creare disturbi, problemi, depressioni… Mi rivolgo a chi dovrà decidere se questa legge dovrà passare, vi prego di mettere da parte per una volta, burocrazia, politica, idee religiose e tutt’altro…Siamo persone non numeri, siamo esseri umani non solo cittadini o consumatori.

– C’è tutto il diritto di sapere da dove si viene….anzi io lo farei sapere sin da piccoli…agli adottandi….la cosa bella è che chi adotta è il vero genitore..perchè cresce con amore il pargolo adottato….poi, viene chi ci ha messo al mondo…perchè se si ha un figlio si sanno le difficoltà nel crescerlo, i sacrifici….e quindi che paura c’è perchè si vuol nasconderlo????? e la legge..che diritto ha di dire che l’adottando non deve sapere???? l’adottando è un essere umano..e deve esser responsabile nel sapere che vicino a sè ha chi l’ama e non deve temere di sapere le proprie origini….più cresce in questa menzogna…più diventerà un adulto instabile….quando saprà  la verità……..

– La vita è fatta di fasi, tutte importanti a noi manca la prima cioè le fondamenta della casa, non negatecelo xchè la casa avrà sempre questa crepa. Donateci il nostro sconosciuto passato, tutti voi che siete in condizioni normali non immaginate cosa significa.

– Ritrovare le mie origini di sangue, è stata la cosa più giusta da fare perchè, se questo non fosse successo, per tutta la vita resti con il mistero ed il perchè è successo tutto questo con conseguenze di problemi di identità personale, fantasie mentali e senso di inferiorità. La verità qualunque essa sia, anche la più brutta, è sempre giusto saperla, perchè così ti aiuta ad accettare la realtà.

Le malattie genetiche

– Non è giusto che dobbiamo vivere nell’ombra abbiamo il diritto di conoscere la persona che ci ha dato la vita. Sono stata male ho avuto un tumore all’utero, i dottori mi chiedevano dei parenti ….mamma, papà….quali malattie avevano avuto……io riuscivo solo a piangere.

– Capisco che si vuole proteggere una donna che magari si è rifatta una vita, ma è pur vero che proprio in questi tempi in cui si scoprono sempre più malattie genetiche sarebbe utile risalire ai genitori, perchè solo alla madre?

L’importanza della regolamentazione della materia per evitare la solitudine della ricerca

– (…) ho affrontato tutto da sola attraverso internet, i social network questo perchè mi è stato detto all’inizio delle mie ricerche che fino ai 25 anni non si poteva accedere alle proprie origini! perchè usare metodi illegali?? non ha alcun senso! (…)

– E’ giusto far sì che, chi vuole, sappia per vie ufficiali e nei modi giusti ciò che è stato, piuttosto che scoprire dolorose verità senza alcun filtro che ci aiuti a “comprendere” ed accettare, nonché a superare.

Comprensione per le madri di nascita e riconoscimento del valore dei genitori adottivi

– La coscienza di chi siamo e quali siano le nostre radici naturali è un sacro santo diritto per l’essere umano civilizzato. La verità ci completa, qualsiasi essa sia. In quanto alla protezione delle madri naturali, sono gran poche quelle che sono arrivate a partorire un figlio senza pensarlo per tutta la vita. Molte sono state costrette a cedere il figlio. I genitori adottivi sono molto coraggiosi, sia nel crescere un figlio non nato da loro, sia, e doppiamente, non ostacolando la verità a quest’ultimo, sia, al momento opportuno e col il consenso di tutti gli interessati, a favorire l’incontro con i genitori e/o i parenti naturali. Legalmente e “storicamente” rimarranno incondizionatamente figli di chi li ha cresciuti.

– Sono anch’io un’adottata. Ho 54 anni e mi piacerebbe saper di più del mio passato. Ho avuto una mamma ed un papà adottivi meravigliosi che ora non ci sono più …mi piacerebbe colmare quel vuoto, quel buco nero che ha sempre condizionato la mia vita….grazie per quel che riuscirete a fare.

– Il perchè dell’abbandono può dirlo solo una madre!

– A te che vorresti dire a tua madre biologica “Ti odio”, sappi che non è un sentimento costruttivo. Un giorno te ne renderai conto come è successo anche a me.

Le difficoltà dei genitori adottivi nella ricostruzione della storia familiare del figlio

– Sono una mamma adottiva di un bimbo arrivato con adozione internazionale. Non ho purtroppo dati sulla madre biologica di mio figlio e questo mi dispiace terribilmente. Forse contrariamente alla maggioranza di mamme Ado, o almeno quelle che conosco io, condivido e vi appoggio in toto! Ritengo che il nostro compito di genitori Ado sia quello di donare ali forti ai nostri figli per permettergli di volare in alto. Ma come possono farlo se non hanno radici? Questi figli hanno il diritto di sapere, di chiedere e forse anche di capire. E fosse anche x semplice curiosità, quando esiste la possibilità, bisogna dar loro la possibilità di dare un volto a colei che spesso vedono come il lupo cattivo, spesso come una figura sacra etc etc. Sono d’accordo nell’accompagnamento in un percorso simile ma perché vietarlo? La vita di questi figli è sacra e nessuno può, ancora una volta, decidere x loro. La vita è un puzzle; a loro mancano dei tasselli! Ripeto, io non so nulla di mio figlio ma se avessi anche solo un nome lo tratterei come oro. La cosa farà soffrire i genitori Ado? Certo che si, ma la vita di un essere umano è la cosa più importante e se un domani dovessi soffrire io, cosa importa? La mia sofferenza probabilmente corrisponderà alla verità x mio figlio e forse solo allora mio figlio potrebbe essere sereno e non vedere più i fantasmi del passato. Impegniamoci un po’ tutti quanti a dar valore al mondo dell’adozione. Se ne parla poco e male. E i nostri figli meritano di più, molto di più!!

La ricerca dei fratelli

– Salve, sono anch’io un’adottata (classe 1964) e sto seguendo il lungo iter burocratico presso il TdM per conoscere NON mia madre (sono una n.n.), ma la mia gemella. Non ho rancori, solo questo gran rimpianto di non aver condiviso questa vita con mia sorella a cui penso da sempre (cioè dai 14 anni quando ho appreso il mio status di adottata).

Comunicazione S.P.I.G.A.: “Esperienza di gruppo per coppie adottive – 7 nov 2013 – Roma”

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Incontro di presentazione

“I Gruppi di supporto alla genitorialità adottiva”

Giovedì 7 novembre 2013 ore 17.30-19.30

Via Poggio Moiano, 34/c – 00199 ROMA

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L’incontro è organizzato dalla

Società di Psicoanalisi Interpersonale e GruppoAnalisi S.P.I.G.A.

www.spigahorney.it

Responsabile del Progetto: Dott.ssa Ivana De Bono

 

L’incontro nasce per presentare ai genitori adottivi le caratteristiche di un’esperienza di gruppo. Le coppie adottive, attraverso il gruppo ed il clima emotivo che si respira al suo interno, sperimentano la possibilità di confrontarsi sulla loro storia di genitori e sulle difficoltà che incontrano nella quotidianità della loro famiglia.

Diventare genitori adottivi consapevoli “significa offrire un terreno su cui il bambino possa poggiare le sue radici e ripristinare quel filo vitale, più o meno violentemente reciso, per tornare ad esprimersi lungo il percorso evolutivo che gli è proprio. Significa, ancor più, permettergli di rapportarsi ad adulti significativi in grado di accogliere e contenere la sua sofferenza, capaci di rendere pensabile e comunicabile il suo vissuto traumatico per favorirne la trasformazione e il risanamento” (De Bono I., “Il gruppo come luogo di formazione all’adozione”, Trasformazioni, n.7-8, 2009, p.100).

 

È gradita la prenotazione via e-mail all’indirizzo info@spigahorney.it

L’incontro è gratuito.

Ricerca delle origini: “Emilia Rosati, una delle sostenitrici della Petizione, risponde a ilpostadozione”

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Abbiamo contattato Emilia Rosati, autrice dell’ultima lettera del post precedente e componente del direttivo “Comitato nazionale per il diritto alle origini biologiche” che ha risposto a qualche nostro dubbio. La ringraziamo per la sua apertura e disponibilità.

 Ruota degli esposti – Chiesa dell’Annunziata (Napoli)

D. Ilpostadozione

Fermo restando il vostro diritto alla ricerca dando la possibilità alla mamma di ritrattare il suo anonimato, ci sono alcune perplessità che ci piacerebbe condividere con voi per superarle:

1) timore di destabilizzare un equilibrio conquistato difficilmente nel tempo (sconquasso interiore per il figlio senza un adeguato accompagnamento; sconquasso della madre di nascita – anche lei va accompagnata, secondo noi, come i genitori adottivi);

2) possibili ingerenze destabilizzanti della famiglia di origine (sappiamo di casi di ritrovamento di fratelli maggiori che hanno scaricato sui minori, che li hanno cercati, la responsabilità dello sfascio della famiglia perché loro ultimi nati);

3) ricatti in termini pecuniari;

4) possibili vendette dei figli sui genitori biologici

Ci preoccupa soprattutto la stabilità emotiva dei nostri figli. Il fatto di averli avuti in adozione internazionale potrebbe essere un elemento di maggiore sicurezza per eventuali contatti “fisici” con i parenti lontani. Non si possono, tuttavia, escludere incontri attraverso internet.

Forse c’è un’età più adatta per la ricerca, forse sono due mondi quello dei bambini adottati in fasce e quelli entrati in famiglia già grandi…Lo chiediamo a voi perché siete tanti e avete storie diverse. Insomma, se vi fa piacere, ilpostadozione è a disposizione per chiarire la vostra posizione rispetto ad un tema tanto delicato e personale.

R. Emilia Rosati

Risponderò con ordine seguendo i punti da voi elencati.

1) La ricerca deve nascere da un intimo e profondo desiderio, non da un impulso temporaneo, e tantomeno da una qualsivoglia sollecitazione esterna della madre naturale, che del figlio sa, mentre è il figlio a non conoscere e dunque a desiderare, eventualmente, il completamento della propria identità attraverso le notizie che riguardano la propria origine e la propria storia. Quindi, se ciò avverrà ad una età giusta (che potrebbe essere indicata intorno ai 25 anni, come previsto dalla stessa legge 149/2001 e dopo un percorso di reale interiorizzazione del bisogno, non dovrebbe dare adito a traumi, ma anzi potrebbe sanare il trauma della non conoscenza, che, credetemi, equivale per molti di noi, ad una invalidità permanente.

2 e 3) Se la conoscenza avvenisse attraverso un tribunale, un mediatore familiare, insomma una figura istituzionale, così come le nostre proposte di modifica della legge prevedono, una volta conosciuti i dati anagrafici ciascuno sarebbe libero di procedere come meglio crede, anche eventualmente acquisendo preventive informazioni di carattere privato sulla famiglia in questione per poi stabilire se sia il caso o meno di creare un contatto. Purtroppo non esistendo una legge che regolamenti la questione molti ragazzi si rivolgono a facebook o altri social network, senza il necessario supporto da parte della famiglia adottiva, e rimangono esposti a qualsiasi suggestione o relazione non opportuna, ricattatoria o coercitiva emotivamente e moralmente.

4)Credo che se il percorso nella conoscenza ha seguito la giusta traiettoria, magari con l’aiuto di un counselor, e comunque con il supporto della famiglia adottiva, sottolineando sempre l’importanza di un’età matura, anche la rabbia dovrebbe essere stata elaborata e non lasciare residui spazi alla vendetta o a qualsiasi altra forma di azione che non sia una civile e rispettosa conoscenza/famigliarità. Comprendo benissimo lo stato d’animo di tanti genitori adottivi, la lontananza è una sicurezza, soprattutto se i figli sono giovani, da eccessive ingerenze ed implicazioni di tipo emotivo.

La mia esperienza è stata positiva. A 56 anni ho incontrato i miei fratelli che sono davvero bravi ed onesti. Ci sentiamo spesso telefonicamente e ci incontriamo di rado perchè abitiamo lontano. Mi hanno raccontato la storia di mia madre, ormai morta, ed io provo per lei un sentimento di tenerezza avendo conosciuto la sua esistenza difficile. Prego per lei, ma mai mi viene da considerarla madre, perchè mia madre si chiamava Concetta, ed è quella che ha pianto e gioito insieme a me, nei momenti importanti della mia vita. Purtroppo se ne è andata troppo presto (avevo ventiquattro anni), ma il suo ricordo non mi lascerà mai. Nella mia solitudine la presenza di due fratelli affettuosi mi gratifica……li sento come qualcosa tra amici e parenti, ma il nostro rapporto si costruisce piano piano come in qualsiasi incontro umano.

Ogni caso è diverso: c’è chi di noi più vecchie ha fatto le ricerche solo dopo molti anni dalla morte dei genitori adottivi, chi dopo poco, chi mentre loro sono in vita. Non dipende da quanto ci si voglia bene, ma dall’indole e dalla sensibilità di ciascuno ed anche, forse, da una maggiore o minore modernità ed apertura mentale, sia dei figli che dei genitori.

Ricerca delle origini: “La posizione dell’ANFAA – Associazione Nazionale Famiglie Adottive e Affidatarie”

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Non tutti i genitori adottivi e neppure i figli sono d’accordo su questa ricerca in caso di anonimato. Cerchiamo di capire la posizione dell’associazione ANFAA che difende il diritto alla segretezza del parto come prevenzione all’abbandono e infanticidio. Attraverso queste tre lettere di donne adottate si può osservare come ci sia una diversa reazione umana rispetto alla ricerca delle origini. Il punto in comune è che tutte e tre hanno cercato informazioni e risposte, ma c’è chi si è fermato perché se n’è fatta una ragione e chi, invece, non riesce a desistere perché sente un vuoto da colmare. Per nostra fortuna non siamo tutti uguali e manifestiamo diverse sensibilità che vanno ugualmente rispettate.

LE NORME SUL SEGRETO DEL PARTO VISTE DA TRE FIGLIE ADOTTIVE

A seguito della pubblicazione della lettera riportata da la Repubblica il 27 dicembre 2008 (1) in cui Emilia Rosati rivendica il diritto dei figli adottivi non riconosciuti alla nascita di accedere all’identità della loro procreatrice, sono intervenute due figlie adottive, ormai adulte. Con sfumature diverse esse riportano nelle loro risposte l’attenzione sugli aspetti fondanti della filiazione e del rapporto genitori-figli, su cui crediamo dovrebbero riflettere quanti propongono cambiamenti della normativa sul diritto alla segretezza del parto.

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Ho letto la lettera di Emilia Rosati, pubblicata, nella sua rubrica, su la Repubblica del 27 dicembre scorso, dal titolo “Noi figli e una punizione lunga 100 anni”. La signora Rosati afferma di scrivere a nome di migliaia di figli non riconosciuti, ma sicuramente non a nome mio e di altri che come me non condividono la sua posizione.

Sono nata 43 anni fa da una donna che per mia fortuna ha preferito non praticare un aborto (all’epoca clandestino) e non mettere a repentaglio la mia vita: con grande atto di responsabilità mi ha partorito in ospedale, donandomi la vita, e ha scelto di non essere nominata. Sono stata adottata quando avevo tre mesi (oggi per fortuna l’iter è ancora più rapido) e da allora ho la mia famiglia con cui ho costruito la mia storia e la mia identità.

Non sento che il mio passato sia stato “inghiottito nel nulla” e sono stati i miei veri genitori, quelli adottivi, a strutturare la mia vita nel passato, nel presente e nel futuro. Queste mie certezze, frutto del loro amore nei miei confronti e della tempestiva informazione sulla mia storia, non implicano che io non abbia mai pensato a chi mi ha messo al mondo, anzi, mi sono chiesta spesso quale fosse la causa che ha spinto ad una scelta tanto difficile e definitiva, quanto responsabile e amorevole. Per questo ho voluto parlare con il personale dell’ospedale dove avviene il maggior numero delle nascite (e dei non riconoscimenti) della regione in cui vivo: attraverso le parole delle ostetriche, delle assistenti sociali e delle psicologhe ho cercato di scavare nelle realtà che ci sono alla base della scelta del parto in assoluto anonimato.

Non mi sento diversa da un figlio biologico per il fatto di essere stata adottata e non mi sento di vivere una situazione tragica, né di essere discriminata o punita per il fatto che non mi venga concessa la possibilità (poiché non si tratta di diritto! vedasi la legge sull’adozione) di risalire ai dati di chi mi ha messo al mondo. Si parla poi sempre in questi casi solo della donna che ha dato la vita e non dell’uomo e questo richiederebbe un ulteriore capitolo!

Da figlia, a cui è stato concesso di vivere grazie a questa legge, e da donna penso che sarebbe meglio da parte di noi figli non riconosciuti alla nascita, un impegno e una lotta non per esaudire una possibile e lecita curiosità, ma affinché il diritto di queste donne di essere assistite prima, durante e dopo il parto sia veramente esigibile e perché una legge di cui dovremmo essere fieri continui a rimanere tale a difesa di tutti quei bambini che grazie ad essa verranno al mondo e che non subiranno una triste sorte quale troppo spesso leggiamo sui giornali, grazie a donne che hanno scelto di metterli al mondo nella sicurezza di un ospedale, e che avranno l’affetto di due genitori e di una famiglia. Troppo spesso purtroppo queste donne vengono giudicate negativamente dalla società e dai mass-media che omologano le donne che abbandonano i bambini nei cassonetti, uccidendoli, a quelle che non abbandonano, ma partoriscono in ospedale con un gesto, ribadisco, di grande responsabilità: donano la vita ad un bambino e lo affidano alle istituzioni, consapevoli di non poter svolgere quel ruolo genitoriale di cui i bambini hanno bisogno. Alle spalle di queste storie ci sono percorsi e scelte di vita non facili e facilmente giudicabili da chi nei veri problemi della vita non vuole immergersi.

La signora Rosati afferma: «Ciò ci impedisce di far luce su una zona senza ricordi e senza storia che sta all’origine della nostra vita e del nostro sviluppo, rendendoci eternamente incompleti e destinati a morire senza aver avuto piena cognizione di noi stessi». È triste vedere come ancora oggi si basi la propria esistenza sui puri e semplici legami di sangue, unico legame con quella zona per l’appunto senza ricordi: penso invece serenamente che quella zona sia una piccola parte della mia storia, da cui ha avuto origine la mia vita, fondamentale perché senza di essa io oggi non sarei qui, ma qualsiasi sia l’inizio di quella storia mi sento una persona completa con piena cognizione di me stessa, in pace con la donna e l’uomo che mi hanno generato e con la speranza che dopo le inevitabili sofferenze del loro percorso legato alla mia nascita, siano stati in grado di ricostruirsi una vita serena come la mia, magari con dei figli, con una famiglia che li ami quanto la mia ama me: siamo il frutto delle persone con cui abbiamo vissuto la nostra vita non di quelli che ce l’hanno donata, siamo figli dei genitori che ci amano, ci allevano, educano, siamo genitori dei figli che amiamo, alleviamo, educhiamo, indipendentemente dai legami di sangue!

Ringraziando per l’attenzione saluto cordialmente e rimango a disposizione per eventuali confronti.

Claudia Roffino

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Sono una figlia adottiva adulta non riconosciuta alla nascita, che ha letto con grande interesse le due lettere pubblicate nella Sua rubrica su la Repubblica in data 27 dicembre 2008 e 12 gennaio 2009, rispettivamente firmate dalle signore Emilia Rosati e Claudia Roffino. Poiché mi sento molto coinvolta dall’argomento, mi permetto di inserirmi nel dibattito che ne è scaturito. I due sentimenti che in me prevalgono, nel mare di emozioni suscitate dall’intensità degli interventi letti, sono: rispetto e riconoscenza.

Rispetto per la donna che mi ha messo al mondo che, nello scegliere di compiere un gesto tanto innaturale quale quello di non farmi crescere con sé, mi ha offerto la possibilità di “rinascere” per la seconda volta nell’affetto di una famiglia adottiva, compiendo di fatto un grande atto d’amore, che non va giudicato ma accolto come un dono. Riconoscenza per i miei genitori adottivi, per avermi amata ancora prima di conoscermi, per avermi sostenuta, curata, assistita, consolata, talvolta anche sgridata, per non avermi mai mentito sulle mie origini di figlia adottiva e, soprattutto, per non essersi mai presentati come i “salvatori” di una povera bambina abbandonata, bensì come delle persone “bisognose” di completarsi nel rapporto genitoriale. In altre parole, a definire la mia identità personale e a favorire la mia serena e completa maturazione ha certamente contribuito la consapevolezza di essere stata adottata per una scelta d’amore, che si è esplicata di giorno in giorno nell’unico modo che può rassicurare un bambino adottivo: facendomi, cioè, sentire “veramente” figlia di genitori profondamente convinti di essere “veramente” genitori.

Proprio la forza di questi sentimenti mi induce a ripensare in termini del tutto nuovi all’intera tematica dell’accesso alle informazioni sulle proprie origini da parte del figlio non riconosciuto. Al naturale bisogno di conoscere le proprie origini per definire meglio la propria identità, tipico di ogni essere umano, non si sottrae certamente il figlio non riconosciuto alla nascita, anche se felicemente inserito in una famiglia adottiva che lo ama. Per quest’ultimo, in particolare, la ricerca è motivata non tanto dal desiderio di riallacciare significativi rapporti interpersonali con delle persone estranee, quanto dal più profondo e doloroso bisogno di conoscere le ragioni che hanno determinato il proprio stato di figlio non riconosciuto.

Incoraggiata ed aiutata dai miei genitori adottivi, ho svolto anch’io qualche ricerca sul mio passato. Ricordo ancora, con intensa emozione, il giorno in cui ho visitato l’orfanotrofio che mi ha accolto nei primi mesi di vita (oggi adibito a pubblico ufficio provinciale) e le parole con cui la funzionaria pubblica, preposta alla custodia del mio fascicolo, mi ha narrato gli episodi più significativi accaduti nel breve periodo che ha preceduto la mia adozione. La sensazione di imperfezione e manchevolezza, suscitata dall’impossibilità di conoscere le ragioni profonde del mio non riconoscimento, è stata gradatamente superata dalla consapevolezza che il diritto alla segretezza del parto debba necessariamente prevalere sulle altre ragioni del cuore, se si vuole davvero tutelare la vita delle donne e dei nascituri che non verranno riconosciuti.

Solo la garanzia di un parto anonimo può indurre una donna a rivolgersi ad una struttura pubblica per portare a termine una gravidanza indesiderata, evitando soluzioni più drammatiche quali l’aborto clandestino, l’abbandono in cassonetto o, addirittura, l’infanticidio. È preoccupante osservare come tale garanzia venga messa in costante discussione dalle iniziative di quanti intendono estendere anche al figlio adottivo adulto non riconosciuto il “diritto” di accedere alle informazioni concernenti l’identità dei propri procreatori biologici. Mi domando, innanzitutto, se all’introduzione di questo nuovo “diritto” corrisponda un reale interesse ad esercitarlo meritevole di tutela giuridica, soprattutto se l’affermazione del medesimo implica il riconoscimento del correlato dovere del genitore biologico di fornire delle informazioni documentali atte a consentirne il futuro rintraccio.

A voler analizzare la questione da un punto di vista strettamente giuridico, sembra che la nostra società si voglia predisporre a tutelare con la stessa intensità due diritti tra loro antitetici, dal momento che l’esercizio del primo (diritto alla segretezza del parto) nega l’affermazione del secondo (diritto all’accesso alle informazioni) e viceversa. Tali iniziative inoltre, nell’attribuire una posizione di privilegio al legame di “sangue”, sembrano non tenere conto non solo delle ragioni logico-giuridiche di cui sopra, ma neppure delle conseguenze umane che ne possono derivare.

Penso, in particolare, allo stato d’animo di una donna che, dopo aver superato con enormi difficoltà il trauma del gesto commesso, deve tornare a rileggere le pagine dolorose del suo passato, perché il bambino che ha messo al mondo anni prima, divenuto adulto, le chiede (sia pure per interposta persona) di rimettere in discussione la sua decisione. E penso anche alla sofferenza di quella persona che, dopo tante ricerche, si senta raccontare da un’autorità pubblica, che la donna che lo ha messo al mondo in gran segreto non intende riconoscerlo per la seconda volta; o ancora, nell’ipotesi contraria del ripensamento tardivo, a quale delusione possa portare l’incontro con una persona potenzialmente problematica e talvolta emarginata, comunque diversa da quella idealizzata, con l’illusione di poter riscrivere la propria storia. Il fatto che il nostro Stato non abbia ancora accolto simili posizioni dando prova, secondo taluni, di scarsa “modernità” e persistente “inflessibilità”, mi rasserena un poco; anche se la strada continua ad essere in salita a causa di un’opinione pubblica incapace di affrancarsi da un comune sentire prodotto e alimentato da media spesso disinformati e parziali.

Del resto fa certamente più audience dipingere lo stato di adottabilità di un minore come situazione necessariamente problematica, potenzialmente idonea a provocare delle irreversibili devianze e, pertanto, bisognosa dell’intervento di un legislatore solerte nel ga­rantire “diritti”, che raccontare la storia positiva di un figlio adottivo, non riconosciuto alla na­scita, capace di fare i conti con il proprio passato senza l’ausilio di un cognome e di un indirizzo.

Graziella Tagliani

. (1) Il testo pubblicato su la Repubblica con il titolo “Noi figli e una punizione lunga 100 anni” è il seguente:

«Scrivo per rappresentare la condizione di migliaia di cittadini, figli adottivi non riconosciuti alla nascita. Noi, a differenza dei figli riconosciuti dalla madre naturale, e successivamente adottati, ai quali l’attuale legge sull’adozione, la 149 del 2001, consente, raggiunta l’età di 25 anni, di conoscere l’identità dei propri genitori biologici, non possiamo accedere a tali informazioni, se non trascorsi 100 anni dalla nostra nascita, secondo le disposizioni del Codice sulla privacy.

Infatti il diritto a venire a conoscenza della nostra identità confligge con quello della donna che, al momento del parto, non acconsentì ad essere nominata. Quest’ultimo viene ritenuto, dalla legge attuale, decisamente prevalente sull’interesse del figlio adulto, a poter conoscere le proprie origini. Ciò ci impedisce di far luce su una zona senza ricordi e senza storia che sta all’origine della nostra vita e del nostro sviluppo, rendendoci eternamente incompleti e destinati a morire senza aver avuto piena cognizione di noi stessi.

Partendo dalla domanda fondamentale “chi sono?” l’uomo si aspetta una risposta non solo relativa al presente, ma che si riferisca anche a ciò che è stato nel passato, perché il passato non viene inghiottito nel nulla, ma resta come elemento che struttura la sua vita nell’oggi, e ne condiziona il futuro. La conoscenza delle origini contribuisce a formare l’identità entrando nell’insieme di realtà che rappresentano il punto di partenza dello sviluppo umano. Non desideriamo per questo che venga messa in discussione la possibilità per la donna di partorire in anonimato. Per uscire da tale tragica condizione chiediamo soltanto che, ai figli e alle loro madri naturali, venga offerta un’ulteriore opportunità: che la legge attuale venga modificata prevedendo che il Tribunale dei minori, valutata la richiesta di accesso ai documenti da parte dell’adottato, nomini un mediatore che verifichi se la volontà della madre sia ancora attuale o se essa esprima il consenso al superamento dell’anonimato attraverso una “revoca del diniego”, alla luce delle mutate condizioni esistenziali.

Infatti è verosimile ed ampiamente documentato dalla cronaca che molte madri, vissute in una lacerante sofferenza per tutta la vita, possano non trovare difficoltà, ma anzi un ampio sollievo, nel venire a conoscenza che il figlio abbandonato forse per una scelta imposta da circostanze contingenti, ormai adulto, provi un intimo e profondo desiderio di conoscenza, ispirato da un sentimento conciliativo e riparatore. Crediamo che uno stato civile e democratico non possa non allinearsi al resto dell’Europa, riconoscendo a tutti i cittadini pari dignità, ed è di questa dignità che stiamo parlando, quando chiediamo di riappropriarci dei nostri dati vitali, il tutto nel massimo rispetto e con grande delicatezza nei confronti della donna sconosciuta che ci ha dato la vita.

Con l’augurio che con il nuovo anno si possa sensibilizzare l’opinione pubblica ad una cambiamento di cultura, e le istituzioni ad una modifica delle leggi vigenti».

Emilia Rosati

(fonte: Bollettino ANFAA del 01-02/2009)

Ancora sulla posizione ANFAA: http://www.anfaa.it/wp-content/uploads/2013/09/URGENTE-comunicato-ANFAA-su-ordinanza-TM-Catanzaro-a-Corte-Costituzionale.pdf

Ricerca delle origini: “Ai genitori adottivi chi ci pensa?”

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“Non è chi ti mette al mondo genitore.

Genitore è colui che ti sta vicino

 nonostante tu non sia nato dal suo ventre,

bensì dal suo cuore.”

Abbiamo scelto questo video perché creato da una delle nostre figlie ed è rassicurante per i genitori adottivi perché risulta chiaro che la ricerca delle proprie origini non necessariamente scaturisce da difficoltà di rapporto con la famiglia adottiva che ti ha accolto. Oltre a crescere figli altrui, placare le loro ansie e paure, instillare fiducia nel futuro, essere esempi viventi di un modo diverso di essere famiglia, noi famiglie adottive dovremmo accompagnare i figli nella ricerca delle origini. In questo caso stiamo parlando in generale, non di parto in anonimato, che merita uno spazio a sé che vedremo nei prossimi post.

L’accompagnamento è, secondo la nostra opinione, uno dei requisiti che dovrebbe essere richiesto al momento dei colloqui di preparazione della coppia.

.

In un nuovo contesto di “cultura dell’adozione” il genitore adottivo dovrebbe:

1) svelare delicatamente la storia e le origini al figlio

2) spiegare con modelli positivi la scelta/necessità di una madre di lasciare un bambino

3) accompagnare il figlio adulto nella sua ricerca deludente o meno

4) ricordarsi che un figlio, di solito, cerca le sue origini quando si sente forte e dobbiamo essere orgogliosi di avergliela trasmessa noi questa forza

5) facilitare la ricerca dei nostri figli che hanno il desiderio di sapere da dove vengono, dove affonda la loro radice. Solo in limitati casi nasce dai conflitti con la famiglia adottiva

6) meglio parlarne prima che facciano incontri non mediati sui social network

.

In definitiva, se voglio bene a mio figlio e voglio il suo bene dovrei

– accompagnarlo in questa ricerca del passato

– mediare i suoi sentimenti e i miei

– tutelarlo in caso di invadenze fuori luogo

.

Chi parla, però, ha adottato un bambino grande.

Come si fa con un bimbo che ha un buco nero alle spalle?

Abbiamo la competenza per farlo o l’adeguato supporto?

Ne abbiamo la forza? E’ giusto farlo?

Ricerca delle origini: ”Cosa dice la legge italiana, diritti dell’adottato e diritto all’anonimato della madre”

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Ad oggi la legge italiana (L183/1984 modificata in seguito) consente all’adottato di conoscere le sue origini:

–          al compimento del 25° anno di età

–          al compimento del 18° anno di età in caso di “gravi e comprovati motivi di salute”

–          mai se la madre ha partorito in anonimato (“al compimento del 100° anno”).

La corte Europea dei Diritti Umani ha condannato la legge italiana perché, secondo i giudici di Strasburgo, l’Italia tutelerebbe solo il diritto all’anonimato della madre a scapito del diritto di conoscere le origini del figlio.

 

  • Le motivazioni dei ragazzi che cercano

Ci sono quelli che riescono a convivere con quest’incognita ma c’è chi non ce la fa. Più che desiderio di sapere chi è la madre desidera sapere perché l’ha lasciato.

C’è chi cerca per sapere se ci sono casi di malattie ereditarie in famiglia. Si tratterebbe di un legittimo diritto alla salute.

Chi lo fa perché viene a sapere di essere adottato in età adolescenziale e rimane scioccato dalla rivelazione. Necessita di capire meglio e ricomporre i tasselli della sua storia.

In buona parte dei casi lo scopo è quello di trovare maggiore equilibrio dentro di sé.

…..

  • Le motivazioni dell’anonimato delle mamme

C’è chi desidera rifarsi una vita e non vuole sentir parlare di un episodio passato. Parliamo di casi particolari e delicati come maternità causate da violenze, o dettate da problemi economici gravi o da situazioni di dipendenza da alcool e droga, oltre che da prostituzione.

C’è chi è stata costretta a lasciare il suo bambino perché allora era minorenne e in una certa epoca avere un figlio fuori dal matrimonio era un disonore.

C’è chi potrebbe approfittare della solitudine e della disperazione di una donna per offrirle strade alternative, ad esempio, vendere il figlio. L’anonimato potrebbe coprire il traffico di bambini.

C’è invece chi può tenere una porta aperta perché lasciare un figlio è sempre un gran trauma anche per la madre e il desiderio di conoscerlo può crescere ogni giorno di più.

……….

  • Cosa si chiede alle istituzioni

Non crediamo sia semplice da parte di un legislatore domare una materia tanto variabile e delicata. La proposta di legge presentata dalla deputata PD Luisa Bossa si avvicina a quella francese. La Francia ha superato il diritto all’anonimato della madre concedendo la reversibilità della decisione, consentendo alla madre di rivedere la sua posizione di genitrice anonima. In questo modo è libera di togliere l’anonimato in qualsiasi momento. Ebbene si è potuto osservare che su 100 genitori cercati, metà vengono identificati, di questi la metà accetta di togliere l’anonimato.

La soluzione francese richiede la costituzione di un ente ad hoc che

1)   raccolga i dati

2)   li divida tra dati accessibili e dati non accessibili (in anonimato)

3)   accompagni, con supporto psicologico ante e post, i ragazzi e famiglie alla ricerca della genitrice che in qualsiasi momento può togliere l’anonimato.

In UK, Svezia e Spagna sono i servizi sociali a curare la mediazione localizzando la mamma di origine e, su suo consenso, mettendola in contatto con l’adottato.

In Italia si chiede la reversibilità dell’anonimato una volta che il figlio, compiuti i 25 anni, desideri conoscere la madre di nascita. Solo con il suo consenso potrà esserci l’incontro. Viene quindi salvaguardato il diritto della madre e si va incontro alle esigenze del figlio. La nuova legge se verrà approvata non obbliga quindi a cercare la mamma di origine, è solo un’opportunità per chi lo desidera.

Ricerca delle origini: “Una petizione per sbloccare una proposta di legge più volte ignorata”

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Come dicevamo, siamo nell’ambito dell’adozione nazionale, ma quest’indagine può essere utile anche a quelli che hanno intrapreso l’adozione internazionale. Le motivazioni che spingono alla ricerca dei genitori biologici sono più o meno le stesse.

Cercheremo di spiegare che cosa vogliono quelle donne e quegli uomini italiani adottati che stanno raccogliendo le firme attraverso la petizione Per il diritto alla conoscenza delle proprie origini”. L’intento è di sbloccare una proposta di legge più volte presentata e più volte ignorata. La legge attuale viene chiamata ironicamente “La Punizione dei 100 anni” perché i figli non riconosciuti alla nascita possono accedere al certificato di nascita dopo 100 anni dalla registrazione dell’atto, cioè quando compiono 100 anni. Solo una signora ci è riuscita. Aveva 103 anni e non ha potuto certo incontrare di persona la sua mamma biologica.

Cercheremo di capire il punto di vista dei ragazzi adulti, delle madri biologiche e del legislatore. Non mancherà in altri post la voce dei genitori adottivi che in questa vicenda si spaccano tra sostenitori del cambiamento e conservatori della norma vigente.

Per introdurre il tutto riportiamo un articolo pubblicato sul giornale “La Stampa” dove ci sembra ben spiegato il limite della legge e che cosa chiedono i figli adottivi.

Genitori naturali, il “segreto” cade dopo venticinque anni

Se sia giusto o meno svelare l’identità dei genitori naturali ai bimbi adottati è una questione che da sempre suscita aspre discussioni. Oggi deve passare un secolo prima di poter conoscere la famiglia d’origine: la legge sta per cambiare

di Lorenza Castagneri

Cent’anni. Come dire mai. È il tempo che il Codice sulla privacy prevede che debba passare perché un figlio non riconosciuto possa scoprire chi sono i suoi genitori naturali. Una condanna per circa 400mila persone. Ragazzi e ragazze adottati da piccoli, uomini e donne ormai adulti che mai rinnegherebbero quella mamma e quel papà che li ha accolti e cresciuti, ma che non vogliono rinunciare a riempire il buco nero dato dall’incertezza delle proprie origini.

Dicono che sia un’esigenza che sentono tutti prima o poi. Un desiderio finora irrealizzabile, per quelli che una volta chiamavano “i figli di n.n.”.

Qualche mese fa, la deputata del Pd Luisa Bossa ha presentato una proposta di modifica della legge su adozione e affidamento dei minori. Che, tra l’altro, nemmeno parlava del tetto dei 100 anni (introdotto nel 2003), ma dava per assodato che non si doveva sapere mai.

La proposta punta a vincolare il segreto per 25 anni. Trascorso questo tempo, i figli non riconosciuti potranno rivolgersi al Tribunale dei minori per richiedere l’accesso alle informazioni sulla propria origine: la procedura di adozione, i dati sanitari, la permanenza in istituti, per esempio. Per rendere nota l’identità dei propri genitori naturali toccherà allo stesso tribunale chiedere il consenso agli interessati. Due le vie possibili a questo punto: confermare l’anonimato oppure revocarlo. «Una soluzione di compromesso» commenta la deputata Bossa. E spiega: «Da un lato si tutela il diritto della madre a rinunciare a riconoscere al proprio figlio, un diritto civile conquistato dopo anni e anni di battaglie. Dall’altro, viene garantita ai figli la possibilità di ricostruire la propria identità».

La proposta di legge – ora in seconda Commissione giustizia – prevede anche che, qualora la madre sia deceduta e il padre sconosciuto o, anche lui, deceduto, il tribunale, attraverso una propria indagine, possa comunicare al figlio la presenza di eventuali patologie ereditarie trasmissibili. «Informazioni – rimarca Bossa – talvolta fondamentali e che oggi purtroppo sono negate».

Con la modifica si creerebbe una situazione di parità nell’accesso alle origini, tra i figli non riconosciuti e quelli riconosciuti, a cui la riforma dell’adozione formulata con la legge 149 del 2001, già dava la possibilità di richiedere, al Tribunale dei minori, il nome dei genitori naturali una volta compiuti 25 anni.

Sulla questione, nel 2012, la Corte europea per i diritti umani di Strasburgo ha condannato l’Italia affermando che la legge attuale è troppo sbilanciata a favore degli interessi della madre, a discapito di quelli del figlio.

Ma ad oggi l’unica strada per ricostruire le proprie origini è affidarsi al web. Faegn (Figli adottivi genitori naturali), nato 12 anni fa per iniziativa di Luisa Di Fiore, come Astro Nascente, è uno dei siti a cui si rivolge chi vuole rintracciare i genitori naturali: migliaia le richieste di aiuto. Ci sono decine di appelli nuovi quasi ogni giorno. Qui come sui forum, nei blog e sui social network. Nel 2008 è nato anche il Comitato nazionale per il diritto alla conoscenza delle origini, che da anni si batte perché la legge che impone la “punizione dei 100 anni”, come la chiama qualcuno, venga modificata. «Un principio anacronistico e punitivo – lo bolla la presidente Anna Arecchia – Perché non è possibile – che ci siano persone condannate a crescere senza poter conoscere la loro storia».

(fonte: La Stampa – 16/09/2013)

Per approfondire vedi anche:

Espresso 16/09/2013: http://espresso.repubblica.it/dettaglio/torna-fra-centanni-e-ti-diro-chi-sei%3Cbr-%3E/2214557

Avvenire 25/09/2013 http://www.avvenire.it/famiglia/Pagine/genitori-naturali-e-minori-adottati.aspx

Ricerca delle origini: “Alcuni genitori adottivi la considerano ancora un tabù”

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La ricerca delle origini è un tema molto sentito dai nostri ragazzi, soprattutto i più grandi.

Quando si diventa genitori adottivi si dovrebbe sin da subito fare i conti con il passato dei nostri figli. Invece, ancora oggi, molti di noi vivono questo argomento come un tabù. Gli enti, le associazioni di famiglie e le ASL si stanno attivando nel sostenere le coppie nella ricostruzione della “verità narrabile” per i più piccoli. Già è un buon passo in avanti. Più difficile è quando ci si relaziona con un adolescente o un giovane che scalpita alla ricerca della sua radice, come è normale che sia.

Si teme che ciò possa sconquassare un equilibrio raggiunto negli anni tra mille difficoltà. Temiamo anche intromissioni da parte di figure terze.

Nella nostra ricerca ci siamo imbattuti in una petizione attivata da un gruppo di persone adulte italiane combattive nel voler cambiare una legge che, allo stato attuale, non consente di avere i nomi dei genitori che non li hanno riconosciuti alla nascita. Stiamo quindi parlando di adozione nazionale.

Li abbiamo seguiti sul web e abbiamo cercato di capire le loro ragioni. Abbiamo anche cercato di spiegare con parole semplici le convinzioni o perplessità di sostenitori e non,  A volte lanceremo delle provocazioni per accendere un dibattito.

Per prima cosa proponiamo un video che sintetizza il loro credo.

Adozione Etica. Intervista a Susan George: “Si ruba ai poveri per dare ai ricchi”

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Con Susan George integriamo la sezione “Adozione Etica” che abbiamo trattato ad inizio anno. Proponiamo l’intervista completa uscita in questi giorni. Ci ha colpito il passaggio dove la studiosa asserisce che c’è troppo scollamento tra le parti sociali (sindacato, femministe, ambientalisti….) quando invece si dovrebbe agire tutti uniti per proporre un modello alternativo. Ebbene crediamo che tale osservazione vada applicata anche al mondo dell’adozione.  Non ci può essere miglioramento se non agiamo tutti assieme verso una direzione comune del “fare sempre meglio e di più”, senza disperdere energie in percorsi solitari.

carta diritti unione europea

I neoliberisti hanno imparato perfettamente la lezione di Gramsci, riuscendo a creare una egemonia culturale inattacabile, che fa passare per ineluttabili scelte che si rivelano disastrose per la stragrande maggioranza della popolazione e che fanno arricchire ancor di più gli straricchi. Un mondo alla rovescia, nel quale i movimenti della società civile – come Occupy! – riescono solo a manifestare la rabbia, senza costruire una reale alternativa.

Intervista a Susan George di Paolo Lambruschi, da Avvenire

La guerra di classe non è morta, ma l’hanno stravinta i ricchi. Anzi, i super ricchi, nuova classe globale che ora si chiama Hnwi, acronimo di High net worth individuals, individui con alto patrimonio finanziario (almeno 35 milioni di dollari). Parola di Warren Buffett, re dei mercati finanziari globali, uno degli uomini più facoltosi del pianeta dunque membro di questo club esclusivo in crescita continua nonostante la crisi, tanto da includere quest’anno la quota record di 200 mila persone e del quale si parla troppo poco.

La lotta di classe al contrario, un mondo paradossale dove si ruba ai poveri per dare ai ricchi, è il tema trattato dall’economista franco-statunitense Susan George, leader alla fine dello scorso secolo del movimento no global, nel libro “Come vincere la lotta di classe” edito in Italia da Feltrinelli. George, 69 anni, oggi presidente del Transnational Institute di Amsterdam, è considerata una delle massime esperte mondiali di fame nel mondo e di studi sulle disuguaglianze. Ma è anche autorevole animatrice dei gruppi della società civile. A cavallo del 2000 scrisse “Il rapporto Lugano”, un’opera di finzione letteraria basata paradossalmente su fatti veri nel quale immaginava che un gruppo di brillanti economisti venisse convocato da una misteriosa Commissione, espressione del potere economico e finanziario, per disegnare gli scenari adatti alla sviluppo del capitalismo nel XXI secolo. Volume che azzeccò la previsione della crisi finanziaria disastrosa puntualmente verificatasi nel 2007.

Nel suo ultimo volume la studiosa scrive il seguito, riproponendo con una certa ironia la medesima formula di finzione basata su fatti veri e immaginando che il gruppo di consulenti sia stato di nuovo convocato nella quiete di una villa sul lago in Svizzera per stilare un bilancio al termine della crisi e capire come si possa mantenere lo status quo politico, economico e finanziario. Con l’obiettivo di togliere di mezzo i diritti umani e la democrazia, considerati l’ultimo ostacolo (o l’ultimo baluardo) da superare per ricavare profitti più alti senza troppe seccature. Senza dimenticare l’altra profezia azzeccata 13 anni fa dalla studiosa, quella sui disastri ambientali dovuta ai cambiamenti climatici. Nella lettura del mondo al contrario, che rende tragicamente reale la lotta di classe degli ultraricchi di Susan George, viene considerata ormai superata dai consulenti del capitalismo selvaggio la strategia negazionista dell’inquinamento globale da parte delle multinazionali petrolifere. Anzi, occorre considerare seriamente i pericoli (evitare i Paesi colpiti perché politicamente instabili) come le opportunità di investimento e profitto che i mutamenti del clima offrono, come la possibilità di accedere ai giacimenti di combustibile fossile e minerari dell’Artico o di speculare con il land grabbing, l’acquisto di terreni agricoli in Paesi poveri, da destinare alla creazione di riserve di cereali e cibo per i ricchi Paesi del Golfo.

Signora George, nel suo libro denuncia che l’establishment economico e finanziario non ha sensi di colpa per quello che è accaduto nel mondo negli ultimi sei-sette anni. Nemmeno un dubbio?
«Assolutamente no. È uno dei paradossi di quest’epoca, i neoliberisti hanno capito il significato del concetto di egemonia culturale di Antonio Gramsci e l’hanno applicato benissimo. La loro ideologia è penetrata negli Stati Uniti, poi si è diffusa in tutte le organizzazioni internazionali e vanta un supporto intellettuale mai visto. Prendiamo l’Ue. Sono riusciti a ottenere consenso e supporto proponendo misure di austerità per uscire dalla crisi convincendo tutti che il bilancio di uno Stato e quello di una famiglia sono la stessa cosa per cui si può spendere solo in base alle entrate. Non è così, il debito pubblico storicamente finanzia la crescita, è altra cosa dagli sprechi. Per fare un esempio due economisti della Bocconi di Milano, Alesina e Ardeagna, a mio avviso hanno fornito una errata base teorica alla Banca centrale europea, ai governi e alle istituzioni europee proponendo l’austerità per fronteggiare la depressione. E la gente è stata convinta dell’ineluttabilità delle scelte. La prova? In Grecia non hanno fatto la rivoluzione».

Perché è una teoria sbagliata?
«Dipende da cosa si taglia. Se tagli gli sprechi, va bene. Ma un euro tagliato ai servizi sociali come alla scuola ha un impatto che produce costi tre volte più alti».

Liberismo o no, le banche occidentali sono state salvate dall’intervento pubblico…
«I lavoratori hanno pagato e stanno pagando i costi della crisi provocata da altri. Mi pare obiettivo dire che chi lavora oggi non riesca a guadagnare abbastanza mentre i manager della finanza si sono elargiti subito i lauti bonus derivanti da questi salvataggi. E che la ricchezza accumulata in poche mani ammonti a 45 triliardi di dollari e sia posseduta, da 200 mila persone. Trovo immorale tutto ciò. Ma è ancor più immorale l’ideologia che consente loro di accumulare queste smisurate ricchezze e di manipolare le persone facendo loro credere che tutto ciò sia giusto e che le ricette per combattere la povertà siano quelle della Banca mondiale o del Fondo monetario».

Ovvero?
«Si continua a credere che ogni dollaro detassato alle grandi aziende e ai più ricchi venga reinvestito produttivamente. Invece la ricchezza finisce nei paradisi fiscali. E aldilà dei proclami nulla è stato fatto per illuminare gli angoli bui di queste giurisdizioni segrete e controllare i profitti di aziende e singoli. Le grandi corporation sono ormai troppo forti e determinano il pensiero unico che ci racconta un mondo bello, quello della globalizzazione, che crea occasioni per tutti. Peccato sia così solo sulla carta».

Il movimento di Occupy contestava le grandi disuguaglianze. Perché non ha fatto breccia?
«Aveva buoni contenuti, ma è stato anarchico. Hanno consentito a tutti di parlare in un momento di rabbia collettiva, ma non hanno mai preso una sola decisione per passare all’azione. Il problema della società civile è la mancanza di una visione globale: gli ecologisti pensano solo all’ambiente, i sindacati al lavoro, le femministe alle donne, altri a finanza e tasse».

C’è un’alternativa percorribile al pensiero unico?
«Non credo alle rivoluzioni, Ad esempio il modello non profit, quello cooperativistico, è una via praticabile se cooperative e imprese sociali trovano sistemi di finanziamento per crescere».

Nel libro lei prevede che democrazia e diritti siano a rischio. Qual è il pericolo?
«Il pericolo è che la gente, il 99% di chi non detiene nulla, venga convinta dal restante 1% dell’inutilità della politica. Prenda l’Ue. Credo nell’Unione e nell’euro, ma a patto che siano partecipate dai cittadini. Ormai l’85% delle leggi in Paesi come Italia e Francia recepiscono le direttive della Commissione europea, un organismo non eletto democraticamente e influenzato dalle lobby. Ma gli europei non si ribellano, preferiscono astenersi dal voto. Così garantiscono lunga vita al sistema ingiusto che ho descritto».

(fonte: MicroMega – 7 ottobre 2013)

 

Comunicazione CIAI: “Nuovo incontro ragazzi adottati – Milano 16 nov 2013”

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16 NOVEMBRE SAVE THE DATE
Bis a Milano per “Adottivi non si nasce, si diventa!”

Sala convegni di Palazzo Reale – ore 9.00

 

Sabato 16 novembre, a Milano, i partecipanti al primo meeting nazionale, svoltosi a fine giugno a Bologna, “Adottivi non si nasce, si diventa!” tornano insieme a psicologi e esperti per ‘restituire’ a tutti i risultati di quella giornata.

Un centinaio di adottivi – accolti con l’adozione nazionale o internazionale – si confronteranno sulle loro origini, sull’identità etnica, sul loro percorso personale.

Il convegno è aperto a genitori, figli e operatori.

Le iscrizioni sono obbligatorie al sito CIAI

Per ulteriori informazioni:
centrostudi@ciai.it 0284844428

Comunicazione Comune Verona: “Giornata per l’affido e l’accoglienza” – Verona, 20 ottobre 2013

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Giornata per l’affido e l’accoglienza familiare

Gran Guardia – Piazza Bra – Verona

domenica 20 ottobre 2013

Organizzato dal Centro per l’Affido del Comune di Verona, con Famiglie per l’Accoglienza, Movimento per l’Affido e l’Adozione e Terra dei Popoli per sensibilizzare sull’Affido e Accoglienza Famigliare.

La giornata prevede al mattino un momento di incontro e testimonianze tra i vari protagonisti dell’accoglienza: i ragazzi accolti, le famiglie accoglienti, i servizi sociali.

Al pomeriggio saranno proposti laboratori per i bambini, burattini per i più piccoli e alle 18.00 lo spettacolo del gruppo “Diversamenteindanza”.

Una giornata di convivenza e di informazione, ma anche di festa, aperta a tutta la città, dove si potrà ascoltare ma anche chiedere e avere informazioni sull’affido e altre forme di accoglienza al  “Punto di Ascolto”, stand dove si troveranno persone del Centro per l’Affido del Comune e delle Associazioni disponibili ad approfondire il dialogo iniziato al mattino.

Per il programma completo dell’evento, vai al link:

http://www.comune.verona.it/media/_ComVR/Cdr/Ser_tut_min_pol_ac/Allegati/Affido%202013/93811_COMUNE_MN_2.pdf

AmLatina. I Nostri Padri: ”Dio delle Donne fai rinascere il mondo“

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Chiudiamo con una riflessione sulle donne, tutte le donne, anche quelle che non hanno mai partorito, ma portano in grembo sempre e comunque il seme della vita e il futuro del mondo.

Oggi il nostro pensiero va in particolare a quelle donne (e ai loro compagni di sventura) che sono partite per un viaggio. Pensavano di andare incontro al futuro, ad una vita diversa, lontano da guerre e violenza. Invece, purtroppo, non hanno trovato l’accoglienza degli uomini e delle donne, ma del nostro mare.  Partecipiamo con amarezza al lutto nazionale (nelle scuole si è osservato un minuto di silenzio), chiediamo un’Europa più attenta alle esigenze vere degli uomini e delle donne che intendono viverci e meno schiava degli affari di pochi.

 

Siete voi a portare i vostri figli o i vostri figli vi hanno portato? Quando si è incinte di futuro è la speranza che spinge avanti.

 

I bambini hanno danzato nel vostro grembo come in un giardino fiorito.

 

Nella voce di Giovanni, Elisabetta, c’è il tuo coraggio di scrivere parole nuove, di non piegare la schiena al potere del tempio.

 

Nello sguardo di Gesù, Maria, c’è il tuo canto il Magnificat dei poveri rimessi in piedi e dei potenti rovesciati.

 

Voi donne siete il futuro del mondo, madri sempre incinte di Dio, con voi tutta la creazione si fa grembo per partorire un nuovo mondo.

 

Attraversate senza timore le montagne perché è l’amore che vi porta in alto. Perché l’amore vince la paura.

Nessuno più vi ferisca donne, nessuno più vi tolga la voce, perché senza di voi il mondo si spegne, la terra lentamente muore.

 

Siano come voi anche le Chiese, incinte di Dio, gravide d’amore, lontane dai palazzi del potere.

 

Nel vostro incontro si prepara il tempo nuovo. Nel vostro abbraccio si racchiude un nuovo sogno e Dio rinasce dentro il cuore della terra…

(fonte: Comunità cristiana di San Nicolò all’Arena – 2012)

Nonsoloamericalatina: “Il problema della violenza sulle donne e gli effetti devastanti sui minori, purtroppo, accomunano tutti i paesi del mondo

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La violenza sulle donne merita una puntualizzazione. Nessun paese ne è esente, compresa l’Italia di cui conosciamo i tristi fatti di cronaca. Dai tavoli di lavoro seri esce un’immagine del fenomeno diversa da come la presentano media e giornali.

1.   Il fenomeno colpisce tutte le classi sociali

2.   Gli uomini violenti rientrano anche nelle categorie di impiegati e professionisti e raramente sono dipendenti da sostanze o uso di alcool

3.   I media parlano di violenze di immigrati, ma una percentuale ben maggiore si perpetua nelle nostre case

4.   Le persone attorno sanno ma non intervengono perché la violenza sulle donne trova radici nella nostra mentalità e cultura.

L’America Latina è solo un altro continente dove la cultura machista è molto radicata. Le osservazioni delle prossime sezioni non intendono puntare l’indice con arroganza ma vorrebbero invitarci a riflettere anche sul nostro modello di coppia e a chiederci che cosa trasmettiamo ai nostri figli per rompere un circolo di azioni perverso.