Archivio mensile:agosto 2013

Comunicazione Univ Scienze Politiche di Firenze. Corso per operatori: “Nodi e snodi del percorso adottivo”- Firenze nov 2013 – feb 2014

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Dipartimento di Scienze Politiche e Sociali

 Nodi e snodi nel percorso adottivo

Descrizione del Corso: Il corso sarà diviso in tre sezioni:

  • Sezione psicologica. In questa sezione si prenderanno in considerazione: l’adozione come evento stressante, gli strumenti relativi per misurare le modalità della reazione ad eventi stressanti, l’incontro genitori/figli adottivi, a scuola/inserimento/adolescenza.
  • Sezione normativa affrontata dall’ottica e dall’esperienza di un Presidente del Tribunale dei Minori, di un  Giudice Tutelare, di un’esperta del settore.
  • Sezione sociale: le criticità, con l’intervento di un Presidente di un Ente Autorizzato dal CAI e di soggetti adottati.
    Ciascuna sezione affronterà il percorso adottivo nelle tre fasi temporali: pre, durante e post-adottivo toccando, seppur brevemente, questi tre aspetti nelle tre fasi temporali.

Il corso si pone l’obiettivo di fornire agli specializzandi una visione a tutto tondo delle problematiche relative all’adozione e di fornire loro gli strumenti fondamentali necessari per affrontare e sostenere la famiglia adottiva durante il percorso.
CFU: 6
Direttore del Corso: Prof.ssa Francesca Ditifeci
Sede del Corso: Dipartimento di Scienze Politiche e Sociali (DSPS), Via delle Pandette, 21 Firenze
Durata delle attività didattiche: 48 ore di didattica frontale
Periodo di svolgimento del Corso: novembre 2013 – febbraio 2014

Decreto istitutivo: (pdf)
Iscrizione:
Scadenza: 15.10.2013 – Modulo di domanda (rtfpdf)
Il corso non sarà attivato qualora le iscrizioni siano inferiori a 10
Sono previsti 10 posti per uditori.
Quota di iscrizione: 150 €
Quota di iscrizione per uditori: 100 €
Quota di iscrizione ridotta per laureati iscritti entro il 28° anno di età: 100 €
Sono previsti 15 posti in sovrannumero per studenti iscritti a corsi di laurea o laurea magistrale dell’Ateneo.

e-mail: francesca.ditifeci@unifi.it

http://www.unifi.it/cmpro-v-p-9644.html

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Comunicazione SOS Bambino. Incontri per genitori: “Parlare di adolescenza a Vicenza da settembre 2013”

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Il 19 settembre alle ore 20.30 parte in SOS un nuovo gruppo di genitori di adolescenti. Sarà uno spazio dedicato ai genitori dove condividere preoccupazioni, ansie, gioie, e riflettere sui significati dei comportamenti dei figli dando chiavi di lettura, utili a trovare nuovi equilibri.

Il gruppo sarà coordinato da una psicologa dell’Ente ed i partecipanti saranno organizzati in base all’età dei figli.

Gli incontri sono gratuiti e l’ammissione è vincolata ai posti disponibili.

Per iscrizioni o informazioni, contattare la Segreteria entro il 10 settembre: e-mail: segreteriaprogetti@sosbambino.org

Tel: +39 0444 570309

Comunicazione Human Trainer. Corso per operatori: “Infanzia e abuso in psicologia giuridica” – Forlì Cesena, settembre e ottobre 2013

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Corso: ‘Infanzia e abuso in Psicologia giuridica’
La valutazione del minore presunta vittima di abuso sessuale e/o maltrattamento

21/22 settembre 2013 – 5/6 ottobre 2013

Cesena (Forli’-Cesena / Emilia Romagna)

Via Curiel, 26 (circa 15 minuti a piedi dalla stazione)

2 week-end – 29 ore

L’indagine su situazioni di presunto abuso sessuale e/o maltrattamento su minori è una delle aree in cui, più spesso, il mondo giuridico, richiede l’ausilio di “esperti della psiche” (psicologi, psicoterapeuti, psichiatri).
La valutazione tecnica, sul minore e sui suoi dichiarati, è un compito estremamente complesso. Il professionista, incaricato come Perito o come Consulente Tecnico di Parte o d’Ufficio, può affrontare tale compito solo se, oltre alle conoscenze cliniche, che gli sono proprie, è in possesso di competenze specifiche nell’ambito della psicologia giuridica e nel particolare settore dell’abuso sessuale all’infanzia.

I punti di forza del corso:

  • Definizione quadro normativo di riferimento
  • Definizione degli attuali riferimenti scientifici in materia di abuso sessuale e maltrattamento
  • Esplicitazione delle competenze giuridiche necessarie
  • Contestualizzazione delle competenze cliniche in ambito giuridico
  • Acquisizione di nuove competenze proprie della indagine tecnico-psicologica sul minore
  • Impostazione metodologia di lavoro

A chi è rivolto

Il corso si rivolge a Studenti di Psicologia, Psicologi, Psicologi e Medici specializzati/ndi in: Psicoterapia e/o Psichiatria e/o Neuropsichiatria infantile.

Finalità

Il corso ha la finalità, non solo di offrire un contributo teorico rispetto alla principali aree di indagine richieste “all’esperto” e ai più attuali orientamenti della letteratura in materia, ma anche e soprattutto di permettere ai professionisti in formazione di apprendere le tecniche specifiche per la valutazione del minore presunta vittima di abuso sessuale e/o maltrattamento.

Obiettivi formativi

Obiettivo del corso è quello di rendere in grado il professionista in formazione di svolgere la valutazione tecnico-psicologica in situazioni di presunto abuso sessuale e/o maltrattamento del minore sia come Perito, sia come Consulente Tecnico d’Ufficio e/o di Parte.
In particolare al termine del corso il professionista in formazione è in grado di:
– accettare e svolgere l’incarico come Perito
– accettare e svolgere l’incarico come Consulente Tecnico di Ufficio e/o di Parte
– gestire i ruoli ed i rapporti tra il Perito e Consulenti delle parti
– impostare e svolgere la valutazione tecnica
– scegliere ed applicare gli strumenti propri di indagine e valutazione tecnico-psicologica
– redarre la relazione finale

Utilizzo professionale della formazione

Le competenze teorico-pratiche apprese nel percorso formativo consentono ai professionisti di svolgere con metodo e professionalità le attività di Perito o di Consulente Tecnico di Parte o d’Ufficio richieste dal mondo giuridico.

Metodologia didattica

La didattica utilizzata include lezioni frontali e teoriche, supportate dalla presentazione di slides, ed esercitazioni pratiche attraverso l’analisi di casi (filmati, materiale cartaceo, ecc.) di presunto abuso sessuale e/o maltrattamento. Tra i temi che cosa s’intende per abuso, interventi psicologici sulle vittime e tecniche d’interviste dei minori.

Per il programma dettagliato

Vedi http://www.humantrainer.com/corsi/corso-infanzia-abuso-psicologia-giuridica.html#1

Comunicazione AFAIV. Corso per ragazzi 11-14 anni: “L’isola che c’è – Varese settembre 2013”

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L’ISOLA CHE C’E’

percorso per preadolescenti 11-14 anni

Il prossimo settembre, grazie alla collaborazione ad un progetto comune con l’Associazione L’Albero di Varese, partirà un percorso rivolto ai ragazzi preadolescenti 11-14 anni (qualunque sia l’età di arrivo in famiglia) con il coinvolgimento dei genitori.

Il percorso è gratuito e sicuramente potrà essere un’occasione interessante di sostegno e confronto per le famiglie e i ragazzi che si accingono ad affrontare il periodo adolescenziale.

il programma con tutte le indicazioni è disponibile su richiesta inviando una mail a info@afaiv.it

E’ necessaria l’iscrizione anche solamente per partecipare all’incontro di presentazione del progetto che si terrà il 6 settembre alle ore 20,45 nella sede indicata, possibilmente entro la fine del mese di agosto(via mail o lasciate messaggio in segreteria 0332/475333).

http://www.afaiv.it/rubrica.asp?iR=&iSR=113&iDet=468

Ira e rabbia. Sofia, 48 anni: “Rabbia adottiva”

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Sofia porta alla nostra attenzione la rabbia nel figlio che non ha saputo di essere stato adottato nei tempi ordinari. Vuoi per pudore, vuoi per cultura… Stiamo infatti parlando di un’adozione nazionale avvenuta più di 40 anni fa, quando ancora nemmeno si parlava di cultura dell’adozione. Solo da poco le associazioni di famiglia e altri soggetti sensibili si interrogano sulla necessità di parlare di adozione alla luce del sole perché questa pratica è antica, nobile  e non c’è assolutamente niente da nascondere. I nostri figli grandi a volte hanno vissuto in un contesto diverso. Ascoltiamo il pensiero di una delle nostre figlie ormai donna. 

“La  troppa rabbia nel cuore di chi non riesce ancora a relazionarsi bene su questo delicato argomento, neanche con se stessi, purtroppo… questo è il “punto debole” nell’equilibrio psicologico di molti figli adottivi.

Questa difficoltà, nel tempo, ci fa chiudere in noi stessi e si tramuta in rancore incontrollato, per sfogare quei sentimenti soffocati per troppo tempo. La vera incomprensione la subiamo dai genitori adottivi, i quali spesso e volentieri hanno a loro volta paura che la verità faccia male e, per istinto protettivo, non la svelano, senza però rendersi conto che la “non verità” o la negazione di ciò al proprio figlio adottivo, fa ancora più male. Per un semplice rapporto di credibilità che viene meno, perchè di fronte a questo, ci si sente più soli e questa solitudine fa ancora più male. Ci si sente addirittura traditi da quelli che dovevano essere i tuoi punti di riferimento, accorgendoti in molte occasioni che tutti intorno a te sapevano e tu eri l’unico all’oscuro di tutto!

Niente può scalfire l’immenso amore che si porta a chi ci ha scelto e cresciuto. Dobbiamo essere sempre pronti a sopportare e comprendere. Quindi, anche eccessi di sfogo, da parte di chi ha subito, in passato e ancora purtroppo nel presente, questo lutto che è tanto difficile da rimarginare.

In fondo l’adozione fa parte di una triade: chi abbandona, chi viene abbandonato e chi non può avere figli. Tutto nasce da un dolore! Sta alle nuove generazioni di genitori adottivi essere più consapevoli di questo problema, che inevitabilmente si presenta con l’arrivare dell’adolescenza, se non prima, soprattutto nelle adozioni internazionali, visti i tratti somatici spesso diversi.

Sono fiduciosa che con questa legge (ndr: i ragazzi stanno raccogliendo firme per modificare la legge  rinominata “La punizione dei 100 anni” che in alcuni casi non consente la ricerca dei genitori biologici), chi ci obbliga a questo buio iniziale che spesso ci attanaglia possa muovere per una modifica, magari fatta a piccoli passi, ma che ci aiuti a superare tanti ostacoli che spesso ci fanno vivere l’adozione come un tabù, come una vergogna, con la cattiveria spesso di chi ci circonda ……e …..come un problema di anamnesi familiare….. possa dare anche la possibilità di sapere, un giorno, magari di conoscere e trovare un fratello o una sorella! spersi da qualche parte! …….non saremmo più soli, una volta che i nostri genitori non ci saranno più… sempre con un filtro  che permetta anche  all’altra parte di volerci conoscere! o sapere di Noi! Chissà se tutto questo si tradurrà in qualcosa di concreto. Io spero proprio di Si!”

Ira e rabbia. Il metodo Tomatis: “Esiste una stretta relazione tra orecchio, linguaggio e psiche”

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Il Metodo Tomatis ci è stato segnalato da una mamma che segue il blog. Sempre per la gestione della rabbia nell’adozione il figlio ha seguito questa terapia ottenendo buoni risultati. Com’e’ nostra consuetudine abbiamo fatto una piccola ricerca  e una breve sintesi che mettiamo a disposizione. Per chi fosse interessato consigliamo di contattare direttamente un centro di zona. Ce ne sono vari sul web. 

Il Metodo Tomatis prende il nome da Alfred Tomatis, otorinolaringoiatra e chirurgo, nato a Nizza nel 1920 da famiglia di origine italiana. Nel suo centro di ricerca osservò che le frequenze dei suoni che l’orecchio non riesce a percepire sono le stesse che la voce non riesce ad emettere. Da qui la deduzione che le persone non sono in grado di riprodurre con la voce quelle frequenze che non riescono a sentire. A partire da questa intuizione ha inventato una tecnica di stimolazione sonora e un intervento pedagogico in grado di migliorare il funzionamento dell’orecchio, la comunicazione verbale, il desiderio di comunicare e imparare, la consapevolezza dell’immagine corporea, il controllo audiovocale e quello motorio.

In condizioni normali, l’orecchio umano viene considerato un’unità funzionale “superiore” (nel senso che non è solo organo dell’udito ma interessa altri ambiti della persona) attraverso tre funzioni che si integrano:

  • l’uditiva capace di cogliere i segnali di pericolo (funzione legata al nostro stadio animale)
  • la trasmissione di energia al cervello tramite segnale nervoso (si traduce in una maggiore o minore energia dell’individuo)
  • il mantenimento dell’equilibrio (neurovegetativo e posturale).

Queste funzioni possono essere alterate a qualsiasi età a causa di incidenti, malattie o traumi emotivi. A questo cattivo utilizzo dell’orecchio possono derivare difficoltà di apprendimento, mancanza di motivazione e depressione. Lo sviluppo dell’ascolto condizionerebbe anche lo sviluppo psicocorporeo della persona (immagine corporea del sé) e l’acquisizione del linguaggio. Ripercorrendo le tappe dello sviluppo dell’ascolto dell’individuo si andrebbero a stimolare le frequenze a cui l’orecchio si sarebbe chiuso sia per cause traumatiche che psicologiche.

Una difficoltà di ascolto comporterebbe:

  • difficoltà a gestire la frustrazione
  • mancanza di fiducia in sé
  • timidezza
  • difficoltà ad avere amici
  • irritazione
  • immaturità
  • mancanza d’interesse per scuola e lavoro
  • atteggiamento negativo verso la vita.

“ Una buona voce riflette un buon orecchio e una buona percezione di sè”

In estrema sintesi, per rieducare l’orecchio al buon ascolto il dott.Tomatis utilizza uno strumento speciale chiamato Orecchio Elettronico attraverso cui fa ascoltare in maniera passiva musiche, canti … filtrati elettronicamente per migliorare il potere selettivo dell’orecchio; seguono sedute con esercizi di lettura in modo da raggiungere il pieno controllo audiovocale.

La possibilità di resettare memorie traumatiche permette di guarire paurefobie, insicurezze e risolvere problemi di relazione e comportamento. L’adozione e le perdite affettive precoci trovano nell’Audio Psico Fonologia una risposta efficace.

Curiosità. Scoprendo che il modo di ascoltare condiziona il modo di muoverci e di stare in piedi, attraverso l’osservazione Tomatis era in grado di individuare gruppi linguistici diversi accomunati dalla postura e movimenti.

Ira e rabbia. L’esperto: ”La proprietà di linguaggio aiuta a gestire la rabbia”

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I nostri bambini adottivi arrivano qui con un idioma diverso e la loro proprietà di linguaggio non sempre è all’altezza delle situazioni. Si può considerare che un’esplosione d’ira possa essere collegata ad una incapacità di esprimerla. Così almeno sembra secondo uno studio pubblicato su “Child Development”: le competenze linguistiche aiutano i più piccoli a sviluppare maggior autocontrollo. La tappa successiva è quella di insegnare loro a controllare le emozioni e gestire le frustrazioni. L’articolo che proponiamo  (http://www.corriere.it/salute/pediatria/13_aprile_04/rabbia-infantile-linguaggio_366b7766-54ed-11e2-bf2b-52f2ccd54966.shtml ) ci è sembrato perspicace e utile al nostro caso.

(…) LO STUDIO – I ricercatori del Dipartimento di psicologia dell’Università della Pennsylvania hanno monitorato 120 bambini, dall’età di 18 mesi fino a 4 anni. E, attraverso visite a casa e test in laboratorio, ne hanno misurato lo sviluppo del linguaggio e la capacità di far fronte ad attività frustranti, come per esempio aspettare, prima di scartare un regalo, che le loro mamme terminassero il lavoro in cui erano indaffarate. Hanno constatato che i bambini di tre anni con migliori competenze linguistiche tendono con più calma a chiedere supporto alla mamma («hai finito?», «chissà cosa c’è?») rispetto ai coetanei meno chiacchieroni, e a quattro anni esprimono meno rabbia riuscendo a distrarsi facendo qualcos’altro. «Il linguaggio e un ricco vocabolario aiutano infatti i bambini a verbalizzare le emozioni e a usare l’immaginazione per sopportare un’attesa che a quell’età può essere frustrante» sottolinea Pamela Cole, docente di psicologia alla Pennsylvania State University.

ESPRIMERE LA RABBIA – Il controllo delle emozioni è considerato cruciale per lo sviluppo socio-emotivo dei bambini. Se reazioni di rabbia, istintive e intense, possono essere frequenti nei primi anni di vita, tendono poi a diminuire in età scolare, perché a sei-sette anni i bambini sviluppano altre abilità, cognitive e linguistiche, utili per gestire il proprio stato emotivo. «E i bambini che imparano a parlare precocemente e bene riescono meglio a esprimere i propri bisogni con le parole, a pensare prima di agire, anche alle regole (“mamma ha detto di aspettare”), e a spostare l’attenzione dall’oggetto o dall’attività desiderata. Insomma, manifestano maggior capacità di autocontrollo» ribadiscono i ricercatori. «Infatti, i bambini che hanno capacità linguistiche poco sviluppate tendono ad agire più impulsivamente e aggressivamente perché, non riuscendo a spiegarsi con le parole, tendono a parlare con i fatti» spiega Giorgio Rossi, neuropsichiatra infantile all’Istituto neurologico Mondino di Pavia, che aggiunge: «Anche i bambini iperattivi tendono a controllarsi meno, non riuscendo a contenere la propria impulsività». In ogni caso, come scrive Deborah Plummer nel libro “Esprimere la rabbia” (Erickson, 2010), la rabbia infantile non va negata, temuta o repressa perché è una normale e salutare emozione umana. I bambini piccoli, però, hanno bisogno di aiuto per poter imparare a gestire con successo i propri sentimenti. Il controllo cosciente è infatti un’operazione complessa, influenzata da diversi fattori: dal temperamento del bambino ma anche dall’ambiente familiare. «Se l’ambiente sociale in cui vive è segnato dal disagio e dal degrado, così come se i genitori rivendicano il diritto e la validità pedagogica delle percosse, può essere più difficoltoso imparare a trasformare la propria rabbia in emozioni più gestibili e comunicabili con le parole» spiega Rossi. Capacità che si conquista anche grazie ai limiti e alle regole date dai genitori. «Eppure oggi si è sempre pronti a soddisfare le richieste dei bambini, sottovalutando che i no aiutano a crescere, come recita il titolo del libro di Asha Phillips». (…)

(fonte: corriere.it – 04/04/2013)

Ira e rabbia. L’esperto: “Il bambino arrabbiato, un bambino che soffre”

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di Elisabetta Calvi – pedagogista

Ancora per molti di noi l’infanzia è una sorta di paradiso terrestre cui vorremmo tornare.

Ecco perché non sappiamo cosa fare e ci troviamo disorientati di fronte all’aggressività dei nostri bambini, alle loro paure ed angosce e ci chiediamo se è normale che un esserino, anche molto piccolo, provi anche solo degli attimi di vera collera. Eppure la rabbia è un importante tentativo di comunicazione, seppure inadeguato, e ascoltarla è importantissimo per trovare uno sbocco, una soluzione evolutiva e costruttiva a questo disagio. La rabbia è, insieme alla gioia ed al dolore, un’emozione tra le più precoci ed è un sentimento normale che come tale va trattato altrimenti rischia di diventare un tabù di cui vergognarsi. Essa ha origini diverse; spesso è dovuta al senso di impotenza del bambino, può nascere dal confronto con i coetanei, a volte è rabbia respirata in casa e poi ritrasmessa all’esterno.

La rabbia – sostiene Alba Marcoli – sembra essere una delle manifestazioni che ci spaventano di più, in noi e negli altri. Facciamo di tutto per reprimerla, fingere che non esista, come se fosse una cosa negativa e distruttiva di cui avere paura. Così facendo invece dimentichiamo che essa ha, come tutte le cose del vivere, un inizio, un’evoluzione, una fine […] alcune rabbie sono totalizzanti e faticose da gestire socialmente perché esplodono senza controllo e senza freni inibitori e sono sintomo di una grande sofferenza sul piano mentale, accompagnata spesso da altri segnali di difficoltà nel trovare il proprio adattamento ai problemi e alle situazioni di vita.

Altre rabbie sono l’espressione di disagi che si chiamano, a seconda dei casi, angoscia, dolore, impotenza, paura dell’abbandono, sentirsi svalutati, incompresi, non ascoltati. Alcuni bambini manifestano questi sentimenti con urla o con frasi che considerano offensive. Altri reagiscono picchiando, a volte anche i propri genitori. Che fare allora? E’ importante che il bambino non si senta cattivo o in colpa perché è arrabbiato, altrimenti per conservare il nostro amore tenterà sempre di nascondere e reprimere le sue emozioni negative con conseguenze poco felici anche in età adulta.

A volte i bambini sono anche spaventati da se stessi perciò farli sentire compresi e dare loro gli strumenti per gestire dei sentimenti così forti è la soluzione migliore. Si può tranquillizzare il bambino, dicendogli “capisco che sei arrabbiato, succede anche a me”. Se invece diventa aggressivo fisicamente possiamo bloccarlo dolcemente e fargli notare che nessuno in famiglia usa le mani, che invece può urlare o picchiare un cuscino.

L’importante è non negare la rabbia, non limitarsi a contenerla riportandola sul piano delle “regole” familiari, scolastiche, di comportamento. Ci si può fermare ad ascoltare e stare zitti; questo permette di riportare la relazione con il bambino su un piano evolutivo e costruttivo. Certo la cosa non è semplice; accogliere la rabbia dei nostri bambini infatti significa anche accettare di confrontarsi con le altre emozioni che la sottendono e che possono entrare in risonanza con le stesse corde dentro di noi. Così può capitare che, per evitare di provarle, reagiamo anche noi allo stesso modo perpetuando un circolo vizioso per cui alla rabbia si risponde spesso o con la rabbia o con la fuga.

In tante circostanze noi adulti assumiamo atteggiamenti, a volte consapevoli a volte non voluti, che a lungo termine possono ritorcersi contro di noi ed i nostri bambini; si tratta di modalità che fanno parte della nostra esperienza personale e che passando da una generazione all’altra perpetuano la trasmissione di qualche caratteristica del nostri funzionamento mentale, anche se all’interno di storie diverse.E’ importante insomma che il genitore capisca quali sono le sue ferite, cosa appartiene alla storia del bambino che lui è stato e che può intervenire nella relazione con il figlio creando confusione e sofferenza. Quante volte noi adulti, che magari da bambini ci siamo sentiti abbandonati o iperprotetti, svalutati, ridicolizzati, inadeguati, cerchiamo inconsapevolmente di “riparare” le nostre ferite proiettando sul bambino bisogni che non gli appartengono e che invece parlano proprio di quel “qualcosa” che a noi stessi è mancato quando eravamo piccoli?

Conoscersi per educare rappresenta sempre il primo passo da compiere per presentarsi come adulti maturi, sereni, equilibrati ed accoglienti perché ciò che si può dare ai bambini è sempre e solo ciò che si è.

(fonte: GenitoriChe – 01/2011)

Ira e rabbia. Doc3: “Un caso di adozione in Etiopia”

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Questa è la storia di due bambini etiopi adottati da una coppia danese. In questo documentario gli interessi degli adulti vengono prima di quelli dei piccoli.

Da un lato i genitori etiopi,  a cui viene diagnosticata l’AIDS con prospettiva di pochi anni di vita davanti, che daranno in adozione i figli per garantire loro un futuro certo e pensando di rimanere in contatto con la famiglia allargata da cui si aspettano anche un supporto economico.

Dall’altra la coppia danese, oltre la quarantina, vogliosa di crearsi una famiglia.

Non ne esce pulito l’ente intermediario che promette alla giovane coppia etiope ciò che non può mantenere pur di raggiungere lo scopo.

Nel mezzo due bambini ignari degli accordi tra adulti.

Masho, la maggiore, si ribella da subito  e si stacca sempre di più dai genitori adottivi, dapprima con scatti di rabbia, poi attraverso il rifiuto del cibo.

Stiamo parlando di Danimarca. Ci auguriamo che in Italia prevalga sempre l’interesse del bambino.

E’ un documentario che ci ricollega ad un’altra sezione di questo blog, “Adozione etica”, e che ci colloca in un mondo ben lontano dalle famiglie felici di “Mamma ha preso l’areo”, andato in onda su LA7 qualche anno fa.

Di seguito il link al programma, che dura una cinquantina di minuti, ma che vale la pena di vedere per ribattere a chi crede che l’adozione vada bene sempre e comunque.

http://www.doc3.rai.it/dl/RaiTV/programmi/media/ContentItem-102616e0-8bba-46c5-bc86-4099f38db007.html

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Sempre sullo stesso tema dei bambini “rubati” vedi : http://www.vita.it/welfare/adozioni-internazinali/l-adozione-non-fa-pi-audience.html

Traffico di bambini anche nel film trasmesso di recente sulla Rai: “Chi vuole mia figlia? Storia reale: una coppia di coniugi americani adotta una bimba moldava, ma dalla documentazione qualcosa non torna. La madre scopre un traffico di bambini attivato da una pericolosa organizzazione criminale internazionale.

http://www.rai.tv/dl/RaiTV/programmi/media/ContentItem-83e6718c-7e7e-4785-9332-75b4181652ca.html

Ira e rabbia. “Rabbia, anche i bambini piccoli non scherzano…”

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L’esperienza di mamma Paola e mamma Mag.

 

Mamma Paola: “Io morsi, sputazzi, schiaffi, pugni, calci et similia – con risatina al seguito- me li becco ancora adesso, e la nostra piccola piccola non è più…anch’io ho provato manovre diversive, ma dovrei inventarne una più del diavolo, perchè ogni mattina e/o ogni sera il rito si ripete più e più volte, e non c’è castigo (spesso ritirato perchè “ti ho chiesto scusa” o “scherzavo”) che tenga…Faccio finta di stare al gioco e di fare una lotta alla pari, che alla pari non è mai (anche perchè non voglio farle male). Queste manifestazioni vanno a periodi, e ultimamente si sono particolarmente intensificate in concomitanza con la mia prima assenza da casa per due giorni due (cioè essenzialmente una notte e una mattina) , a cui era stata abbondantemente preparata e per la quale mi aveva detto senza mezzi termini: “Se ci vai è perchè non mi vuoi bene” (vai con i sensi di colpa!). Mah, forse troverò il mio sistema, per il momento sono sputi etc. etc.”

Mamma Mag: “Mio figlio è stato spesso, ora meno, forastico: nei suoi momenti di crisi – che possono venire da una sua frustrazione, da un NO o da nulla – lui diventa una furia rabbiosa, scalcia, si getta per terra, grida e soprattutto mi mordeva. Col padre l’ha fatto solo due volte, a me decine. Ora mi morde sempre, quando è molto arrabbiato, ma piano, senza farmi male. E molto più spesso, dopo che l’ho consolato e abbracciato anche beccando calci e graffi, lui si lascia andare al pianto e mi abbraccia a sua volta. Pian piano la sua aggressività si dirige altrove, oggi ha detto “cattivo e NO!” all’elicottero…Credo che quello che intendesse dire Rap, e la psico, è che è la madre che abbandona un bimbo di pochi giorni, mesi o anni. E per quanto remoto possa essere questo abbandono nel loro inconscio, c’è. Io non vi nego che le prime crisi di disperazione di Yo mi disperavano: mi sentivo inutile e vittima a mia volta. Bisogna sempre ricordare a se stesse che siamo noi, adulte, ad avere gli strumenti per sopportare questa rabbia che pure non abbiamo provocato, non farci travolgere da essa e riuscire a lenire il dolore dei nostri bambini. Bisogna ESSERCI, nelle crisi, magari stando solo accanto al bimbo, se è proprio intrattabile, e dargli un po’ di spazio per esprimere i suoi sentimenti. Non bisogna aver paura (facile dirlo, esserci, un po’ meno) di lasciargli vivere anche i momenti negativi.”

(fonte: amalteablog.com e cercounbimbo.net/forum)

Ira e rabbia: “Esiste un razzismo sottile per i diversi”

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Parliamo di nuovo di razzismo sotterraneo. Riprendiamo questo articolo e questo argomento con piacere per evitare inutili allarmismi e per affrontare la situazione nella vita di tutti i giorni con decisione e risolutezza. Quello che intendiamo dire è che non si risolve il problema dicendo che il razzismo a scuola, per la strada, nei negozi non esiste, Quel sottile razzismo, come lo abbiamo definito, noi famiglie adottive più sensibili e attente lo sentiamo, eccome! Dobbiamo fornire ai nostri figli gli strumenti per difendersi e stoppare da subito chi con barzellette, battute e buonismo tratta questo argomento con superficialità.

La star TV Oprah vittima dell’ordinario razzismo

di Maurizio Corte

La star della televisione Usa, Oprah Winfrey, afroamericana, davanti alla boutique «Trois Pommes», di Zurigo, è stata attirata da una borsa in vetrina del costo di 38 mila dollari. Entrata nel negozio, ha chiesto di poterla vedere. La risposta della commessa italiana è stata, secondo la denuncia di Oprah, razzista: «È troppo costosa per lei. Non se la può permettere».

Una scena analoga sarebbe accaduta a Torino a una donna italiana, 33 anni, di origine indiana e con la pelle olivastra: una commessa di negozio le avrebbe negato l’acquisto di un paio di scarpe di montagna. Per entrambe le clienti un comune denominatore: il razzismo. La Winfrey ha potuto denunciarlo al mondo intero, grazie alla sua notorietà di star televisiva. La giovane donna di Torino, adottata quando aveva 4 anni, ha potuto confidarlo solo a un giornale locale.

Chi ha il colore della pelle diverso – oppure chi ha un figlio o un conoscente con la pelle scura – sa che scene di questo tipo purtroppo accadono nelle nostre città. In un negozio non ti urlano «sporco negro»: quello lo fanno, o lo pensano, i razzisti e i nazifascisti più rozzi. In un negozio ti lasciano indietro nella fila; oppure ti dicono o ti fanno capire che tu un certo prodotto non te lo puoi permettere.

Sono episodi che accadevano a noi italiani in Germania o in Svizzera, quando eravamo migranti. Ora capita, come a Zurigo, che sia un´italiana a compiere un atto di razzismo. Sono fenomeni che vanno da un lato puniti con severità; mentre dall’altro occorre fare un’azione educativa. Tutti noi, infatti, siamo in qualche cosa «diversi» dagli altri:  vuoi per l’età, l’estrazione sociale, il genere sessuale, il colore della pelle o la lingua che parliamo.

A tutti noi può capitare di essere discriminati. Nessuno può sentirsi al sicuro, in una società che tratta con razzismo il «diverso».
È naturale che la diversità possa a volte far paura, intimorire o infastidire. Ma non autorizza a discriminare, a sfruttare, a violentare e a compiere atti di razzismo. In questo, i mass media (giornali, radio, tv) e i nuovi media (con Facebook, i blog) svolgono un ruolo importante. Per questo noi giornalisti ci siamo dati un codice – la Carta di Roma – che ci invita a un´informazione rispettosa della diversità di pelle, di religione, di nazionalità e di cultura.

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(fonte: L’Arena – 11/08/2013)

Ira e rabbia: “Rilassarsi e liberare energia vitale con il Rebirthing”

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Proponiamo un’altra tecnica di rilassamento per far fronte a certe giornate di tensione in famiglia con i nostri cari figli e coniugi. La terapia permette al soggetto di mettere a fuoco i suoi punti di forza e debolezza liberando maggiore consapevolezza ed energia. Il rebirthing, che significa rinascita, ha infatti lo scopo di ristabilire i ritmi vitali individuando le situazioni che si sono vissute dal momento del concepimento alla nascita. Secondo tale teoria le emozioni vissute dal feto in questo periodo si radicano a livello inconscio e condizionano la vita e le relazioni successive. Già alla terza seduta si sentono i primi benefici su tensione nervosa ed eventuale insonnia. Di seguito un testo che sintetizza cos’è il rebirthing.

Rebirthing, rilassamento in ambiente accogliente

Il Rebirthing, che significa letteralmente “rinascita”, è una disciplina che usa una particolare tecnica di respirazione unita a una forma consapevole di pensiero. Ciò che rende differente la respirazione praticata dal rebirthing da altre discipline, specialmente dallo yoga e dalle discipline orientali, è l’utilizzo di un respiro connesso, cioè senza pause e ritenzione del respiro.

Eliminando le pause si crea una respirazione pranica, cioè che carica l’organismo di prana (o energia vitale) oltre che di ossigeno. Tale processo energetico consente di liberare le memorie cellulari e di produrre dei cambiamenti effettivi in quegli stati come l’ansia, il panico, gli schemi ripetitivi, la depressione, altrimenti difficilmente modificabili.

Man mano che la persona riesce a far diventare la propria respirazione circolare, anche la sua vita lo diventa, nel senso che più si eliminano blocchi, emozioni negative e pensieri limitanti e più tutto fluisce più facilmente, con maggiore “circolarità”.

Respirando si localizzano i pensieri che stanno creando delle conseguenze di cui l’individuo non si sente responsabile a livello conscio e che probabilmente non portano né benessere né armonia, bensì sofferenza e complicazioni. Il Rebirthing è quindi una tecnica di respirazione circolare che ci aiuta a ritrovare in noi stessi nuova energia ed equilibrio.

Il Rebirthing agisce su vari livelli, a livello fisico purificando il corpo attraverso l’eliminazione di scorie e tossine, a livello psichico in quanto scarica le tensioni, ed a livello mentale, emozionale e spirituale perché sviluppa una maggior consapevolezza e conoscenza di sé.

Le sedute di Rebirthing consistono nel rilassamento in posizione supina in un ambiente tranquillo supportato da musica di sottofondo e con un rebirther che conduce l’incontro dando ritmo al respiro e aiutando il soggetto a individuare le problematiche prioritarie che la persona vuole risolvere.

Tra i benefici collaterali del rebirthing ci sono l’aumento dell’apprendimento e della memoria, della capacità di concentrazione e il superamento dell’insonnia.

Ira e rabbia. “Disagio psichico dei giovani: dai media sembrerebbe che…”

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Un ragazzo italiano su cinque tra i 18 e i 24 anni dichiara di avere “difficoltà di vita” (i problemi riguardano soprattutto l’ambito familiare) e il 61 per cento accusa sintomi di vario tipo, ovvero disturbi fisici o psichici. Nella fascia di età successiva, 25-34 anni, queste percentuali sono pure più alte, rispettivamente il 72 e l’80 per cento (sondaggio condotto da Sinopia Ricerche nel settembre 2012). Chiedono però aiuto in pochissimi, lo fa soltanto il 15 per cento. Timore di stigma sociale, onnipotenza adolescenziale, ambiente protetto della famiglia e delle strutture accademiche possono essere alcune delle motivazioni alla base di questa resistenza a esprimere il proprio disagio. I giovani che decidono di consultare qualcuno per farsi aiutare vanno in prevalenza dal medico (nel 40 per cento dei casi) oppure si rivolgono a un mix eterogeneo di figure (tra cui farmacisti, sacerdoti e maghi). Ma soltanto il 20 per cento sceglie i servizi di assistenza psicologica. – Vera Martinella –corriere.it 10/12/2012

Depressione, disturbi dell’umore, d’ansia e del comportamento alimentare: nel 2015 saranno le malattie psichiche più diffuse nella popolazione italiana e potrebbero riguardare addirittura un italiano ogni quattro. Questo almeno, stando alle stime rese note durante l’ultimo convegno della Federazione Nazionale delle Strutture Comunitarie Psico-Socio-Terapeutiche (Fenascop), ovvero le comunità che si occupano della cura del disagio psichico. Le categorie considerate più a rischio dagli esperti sono i giovani fino a 25 anni (l’80 per cento dei casi di disagio psichico infatti ha gli esordi entro questa età) e le donne, che hanno il doppio delle probabilità di ammalarsi di depressione rispetto agli uomini, mentre ragazze giovani e giovanissime, tra i 12 e i 20 anni, restano le più esposte al pericolo di manifestare disturbi alimentari. – Vera Martinelli – corriere.it 10/12/2012

Disturbo bipolare, troppe diagnosi sbagliate. Ogni giorno in Italia si verificano migliaia di errori di diagnosi in pazienti affetti da disturbo bipolare scambiati soprattutto per semplici depressi (60%) o per ansiosi (26%), con conseguenti inadeguati trattamenti che possono finire col peggiorare la loro situazione talora al punto da spingerli sull’orlo del suicidio, un rischio che in questi pazienti è 15-30 volte più elevato del normale. (…) Se il paziente arriva da noi nella fase depressiva può ingannarci, per poi virare nella fase maniacale in cui il tono dell’umore è completamente opposto. Purtroppo i pazienti non vanno mai dal medico quando sono in questa fase in cui si sentono dei leoni e pensano di non aver alcun bisogno di cure e si oppongono ai familiari che tentano di convincerli a farsi visitare. Come riconoscerli? L’unica arma di cui disponiamo è un’attenta valutazione clinica perché purtroppo è sempre mancato, in questa come nelle altre malattie psichiatriche, un marker obbiettivo capace di fornire una diagnosi di certezza. (…) all’Università L.U.de.S. di Lugano hanno invece ideato un metodo adatto alla spending review che ha ristretto i fondi della ricerca nell’ultimo anno: al servizio sanitario costerebbe qualcosa come 50 euro a paziente, che potrebbe semmai contribuire con un ticket comunque alla portata di tutti. Può essere effettuato in qualsiasi ospedale e basta un semplice prelievo ematico: si chiama ADAM e si basa sul presupposto, già in parte noto, che la membrana delle piastrine del sangue è lo specchio di quella dei neuroni, cosicché studiando le piastrine possiamo capire cosa succede nelle cellule nervose. Affidabile al 98%. Lo studio nato dall’altra parte delle Alpi ha intanto già varcato i confini elvetici e il prof. Massimo Cocchi, direttore scientifico dell’Istituto Paolo Sotgiu per la ricerca in Psichiatria affiliato all’Università luganese, ha avviato una collaborazione con gli psichiatri dell’Università di Bologna. – Cesare Peccarisi – corriere.it 14/12/2012.

Ira e rabbia. L’esperto: “Conoscere se stessi per relazionarsi con i nostri figli in difficoltà”

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Ancora sulla gestione della rabbia degli adolescenti. David Taransaud, (psychotherapeutic counsellor per adolescenti), in occasione di un incontro con i genitori da consigli su come gestire il conflitto. Ci ha colpito la ”teoria del supereroe”: nei momenti di difficoltà le persone si rifugiano nella fantasia e s’identificano con personaggi forti e invincibili. Non è un caso che i fumetti dei supereroi fossero molto in voga durante la II Guerra Mondiale. Così i nostri ragazzi si trincerano dietro ad un’immagine fredda che nasconde la loro fragilità e consente loro di sentirsi inviolabili. L’importante è capire che tutto ciò deriva dalla loro sofferenza. Siamo noi adulti che dobbiamo fare lo sforzo maggiore, quello di entrare nel loro mondo e comunicare nella loro lingua. Invitiamo a leggere il post completo http://spazioadozioneticino.blogspot.it/2013/04/david-taransaud-fantasie-di-onnipotenza.html.

 

 

(…) Come relazionarci con gli adolescenti

Dobbiamo far loro capire che ci interessa conoscerli. Di fronte alla loro aggressività dobbiamo restare calmi, in caso contrario confermiamo l’uso dell’aggressività nelle situazioni di impotenza. Il primo contatto deve avvenire con il loro Sé onnipotente e questo ci fa sentire impotenti.

Davanti a questa sensazione spiacevole possiamo reagire in diversi modi:

1. Il gendarme: ordina, punisce e ha un atteggiamento aggressivo e dominante. Ma cosi rafforziamo la sua convinzione che il mondo è popolato da persone crudeli e che per sopravvivere è necessario il potere e il controllo.

2. L’indifferente: smette di ascoltare e riduce le cure al minimo. Così facendo, l’adolescente ci vede come insensibili ai suoi bisogni e concentrati solo su noi stessi. Si convince che è meglio tenere nascosto il suo Sé ferito, che resta per lui fonte di vergogna.

3 .Il vinto: si sottomette alle richieste dell’adolescente. In questo modo ci mostriamo troppo fragili per affrontare le sue fantasie di onnipotenza e confermiamo la sua credenza che nessuno sia in grado di aiutarlo ad affrontare il suo caos interiore.

4. Il salvatore: presta attenzione con parole di supporto, offre consigli, aiuto e soluzioni. L’adolescente ci vede come una figura autoritaria, forte e potente e ciò rinforza il suo senso d’impotenza e conferma la sua strategia di sopravvivenza attraverso il suo Sé onnipotente.

In tutti questi modi non promuoviamo la fiducia, la crescita e la creatività e consolidiamo il ruolo del suo Sé onnipotente, creando un divario maggiore con quello ferito. I conflitti tra l’adolescente e gli altri peggiorano.

Approcci giusti

Scegliere di credere che il loro comportamento è una forma di comunicazione. Questo automaticamente si riflette sul nostro operato: come lo guardiamo, cosa diciamo e come ci muoviamo. L’adolescente si sentirà ascoltato e questo ci aiuterà a entrare in contatto con lui.

L’adolescente ha attivato in noi il suo (ora nostro) “Sé ferito” e questo ci fa star male. Se siamo coscienti di questo, possiamo riconnetterci e continuare a concentrarci sul ragazzo. Per arrivare a ciò dobbiamo lavorare prima su noi stessi con l’aiuto di qualcuno di cui ci fidiamo.

Dobbiamo dare empatia a noi stessi, alla nostra parte ferita.

Così saremo forti a sufficienza per reagire ai suoi attacchi aggressivi e gli dimostreremo che si può essere, allo stesso tempo, deboli e forti. Se riusciremo a trasmettergli ciò, gli daremo speranza e sarà l’inizio della sua salvezza.

Lavorare su noi stessi

Per il lavoro su noi stessi dobbiamo essere coscienti che vi sono tre tipi di adulti.

1. Quelli che ricordano la loro infanzia e adolescenza. Ricordano come si sono sentiti ed hanno empatia per il loro Sé ferito. Questi adulti (purtroppo sono una minoranza) sanno sempre cosa fare quando sono di fronte agli adolescenti aggressivi.

2. Quelli che hanno dimenticato molti aspetti della loro infanzia e adolescenza. L’adolescente aggressivo ha attivato in loro dei sentimenti che pensavano di avere dimenticato e questo li fa stare male. Ma se prendono coscienza di questo e ci lavorano, potranno crescere emotivamente. Questi sono la maggioranza degli adulti.

3. Quelli che hanno dimenticato di avere dimenticato. Sono gli adulti che reagiscono con aggressività e che non capiscono l’adolescente traumatizzato. Anche per essi è necessario entrare in contatto con le loro parti dolorose dell’infanzia e dell’adolescenza e provare empatia per esse.

L’importante è essere autentici e dobbiamo essere coscienti che di fronte ad un adolescente aggressivo non è sempre facile. Bisogna parlargli di ciò che ci fanno provare, dei nostri sentimenti e per farlo dobbiamo prima conoscerci.

Il ragazzo ci farà provare gli stessi sentimenti che prova lui. E’ importante non attaccarlo o giudicarlo, ma usare empatia. Entrare nei suoi panni, nel suo dolore, ma sapere ciò che noi siamo (vulnerabili e forti assieme). Aiutarlo a esplorare i suoi sentimenti attraverso i nostri. Raccontandogli ciò che ci fa provare con il suo atteggiamento, gli diamo la possibilità di arrivare al suo Io ferito.

Quando sono aggressivi o ci urlano addosso è solo per dirci: “Sii autentico, ti do la possibilità di essere in contatto con me!”. Il modo in cui decidiamo di interpretare il suo atteggiamento avrà un impatto sul nostro comportamento.

Dobbiamo sempre ricordarci che per un ragazzo traumatizzato l’amore fa male. Riaccende ricordi dolorosi. Tramite l’aggressività può tenerci lontano e proteggere la sua parte ferita.

(fonte: spazioadozioneticino.blogspot.it – 04/2013)

Ira e rabbia. Vanja, 21 anni: ”Quell’irresistibile voglia di menare…”

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“Ricordo bene l’istituto. Non me ne vengano a parlare! Qualsiasi occasione era buona per prenderle e per darle. Per prime le operatrici: se la facevi nel letto ti picchiavano, se non avevi voglia di fare i compiti pure, se ti pettinavano ti tiravano i capelli, se sbagliavi qualcosa sempre le mani addosso. E noi? C’era un istinto irresistibile a rifarsi sui bambini più piccoli. Anche tra coetanei …

Adesso che sono grande un po’ mi vergogno di quello che facevo. A mia difesa potrei dire che lo facevano tutti. Mi sono posta anche delle domande. Cos’è che mi portava a picchiare? La mia solitudine? La mia invidia verso i piccoli perché venivano coccolati di più? L’imitazione?

Ancora oggi ci sono degli episodi in cui faccio fatica a trattenermi. Per fortuna gli amici che mi conoscono se ne accorgono e mi aiutano a superare il momento di crisi.”

Ira e rabbia. L’esperto: “Il comportamento degli adulti di fronte ad un caso di violenza familiare”

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Gli adulti sono importanti per i bambini, sia che si trovino a fare i genitori, sia che siano figure sostitutive di genitori deficitari. Ci guardano e imparano. L’intervento mira a far comprendere che niente è perduto, una figura di adulto “sano” può aiutare un bambino/ragazzo a decifrare la realtà e a mettere ordine nella sua mente ripartendo a costruire la sua vita da esperienze positive.

Sintesi dell’intervento della dott.ssa Chiara Braioni – Centro il Faro (VR) che si occupa di maltrattamenti e abusi sui minori 

Iniziamo dicendo che la relazione di cura è importante per il bambino. Un normale accudimento nei primi anni di vita gli consente di sviluppare opinioni, di esprimere emozioni e di relazionarsi con il mondo esterno creando una sua autonomia e sicurezza.

Tutte le figure all’interno della famiglia sono importanti: madre, padre e fratelli, ognuno per il suo ruolo, accudente la mamma e protettivo il papà. Le relazioni in famiglia gli consentono di creare quelle che saranno le basi per costruire le sue relazioni del futuro. E’ una sorta di tramando di modelli e stili.

Se però all’interno della famiglia le cose non funzionano e il bambino assiste ad atti di violenza, sviluppa senso d’impotenza e non sa spiegarsi l’accaduto. Impotenza e confusione sono i due effetti traumatici che si riscontrano in questo tipo di bambini che peggioreranno se non saranno opportunatamente accolti da un adulto. I fatti violenti in famiglia si tramuteranno in abitudini, con il convincimento che sia normale che le violenze accadano in qualsiasi nucleo familiare.

I bambini traumatizzati manifestano tre tipi di reazioni: 1) iperattività (sono nervosi, non sanno stare fermi, picchiano i compagni, non riescono a concentrarsi…); 2) depressione (sono chiusi, isolati anche dai compagni, sviluppano problemi cognitivi…); 3) reazione dissociativa (assenza, fuga del pensiero, sbadataggine…).

Se non vengono accolti, con la crescita non avranno altre alternativa che seguire quei modelli che hanno introiettato. Da adulti avranno esplosioni di aggressività, non sapranno gestire le pulsioni e anche la relazione tra i sessi prenderà dei connotati deviati, rimarcando un modello femminile e maschile malato, come avevano visto in famiglia.

Esistono, per fortuna, dei fattori di resilienza che fa ogni bambino unico: 1) carattere del bambino che lo rende capace di elaborare le informazioni distorte e 2) il contesto di vita in cui è inserito, diverso dalla famiglia. Potrebbe essere la scuola, un centro sportivo, insomma la società in genere.

Cosa devono fare gli adulti? Qua rientriamo nell’ambito della prevenzione:

–      Ascoltare il disagio

–      Fare attenzione e avere un occhio di riguardo per i bambini inibiti e isolati

–      Aiutarli a riconoscere le emozioni

–      Offrire loro un appoggio su cui possono contare

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IN QUESTO SENSO OGNUNO DI NOI E’ RESPONSABILE DI OGNI BAMBINO

–      Vedere un posto ordinato aiuta a creare uno spazio ordinato dentro la testa del bambino

–      Se il mondo esterno risponde in maniera sensata il bambino è influenzato positivamente

–      L’attenzione degli adulti è importante per dare senso agli avvenimenti e mettere ordine.

Insomma, la dott.ssa ci dice che per ogni bambino c’è una speranza se accolto, ascoltato e amato.

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Ira e rabbia. Film: “Affliction” di Paul Schrader (USA 1997)

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Storia di una famiglia con padre alcolizzato e violento e madre sottomessa. Con il tempo, nei due figli ormai adulti, riaffiorano i traumi. Da ragazzini hanno assistito a scene brutali e subìto le angherie del papà. Si parla di legami familiari malati, di un padre e di una madre che non lasciano un’eredità positiva, il primo per la carica di ira e terrore scaricato all’interno delle mura domestiche, l’altra per non aver saputo ribaltare la storia proponendo una figura di donna alternativa. E’ una visione pessimistica ambientata nell’America lontana da Wall Street. Oscar all’attore che impersonifica il padre (J. Coburn), ma Niki Nolte sa trasmettere molto bene l’inquietudine di fratello maggiore che si è fatto carico dei mali familiari. Grazie al suo sacrificio il fratello minore riesce a costruirsi una vita normale. Tratto dal romanzo “Tormenta” (Affliction, 1989) di Russel Banks. E’ un film che trasmette molta amarezza.

Per capire le ferite profonde che lasciano rapporti familiari malsani.