Ira e rabbia. L’esperto: “Come gestire il litigio dei ragazzi: consigli per genitori ed educatori”

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Tratto da “Il diritto di litigare in pace” di Daniele Novara – pedagogista, consulente e formatore

Vedi articolo completo http://www.associazionegenitoriche.org/index.php?option=com_content&view=article&id=184:il-diritto-di-litigare-in-pace&catid=37:articolo-dalla-reteGenitoriChe 08 Febbraio 2012 

(…) l’ideale del «bravo bambino» è un mito: tanto ambìto quanto impossibile da realizzare, per ottenerlo spesso si paga un prezzo molto, troppo, caro. Come è nato questo mito? Dal punto di vista storico-sociologico l’ambizione all’armonia e alla serenità familiare, l’idea di famiglia come ambito di affetto, amore, sentimenti e relazioni fondate sulla gratuità e l’intimità, nasce nel Novecento assieme al movimento pedagogico, sociale e politico che concentra la sua attenzione sui bambini e conduce a una privatizzazione della relazione con i figli. Prima di allora la famiglia era soprattutto un contratto sociale basato sulla convenienza, i figli garantivano la sussistenza nelle classi meno abbienti o assicuravano una discendenza ai ceti benestanti, e sostanzialmente non crescevano in casa ma per strada o affidati a balie e tate. (…)

Da qui il mito del «bravo bambino»: una famiglia dove il bambino crea problemi, litiga, si oppone, fa i capricci è una famiglia in crisi, non sa educare i propri figli, ha fallito il proprio scopo. Peccato che i bambini siano appunto per loro natura oppositivi e il conflitto, con i coetanei, con i fratelli, con gli adulti, non sia in realtà un problema ma piuttosto un’esperienza quotidiana che può trasformarsi in un’occasione di apprendimento privilegiato.

A travisare il valore del conflitto tra bambini hanno contribuito anche anni di pedagogia tradizionale e moralistica dall’atteggiamento profondamente giudicante: il litigio è sempre stato letto come una parentesi problematica, un intoppo all’interno dell’ordine e dell’armonia da ristabilire il prima possibile. (…)

L’idea che la convivenza si fondi sull’assenza di conflitto è però un’idea profondamente errata oltre che irrealistica. Ciascuno di noi sperimenta nella propria esperienza relazionale quotidiana diversi e numerosi conflitti e, piuttosto che contrapporre la dimensione del litigio e dello scontro a quella dell’incontro, dell’ascolto e della comprensione reciproca, occorrerebbe riflettere che si tratta di due facce della stessa medaglia, due poli della stessa competenza sociale. L’incontro vero e la comprensione reciproca effettiva, anche in famiglia, nascono grazie alla capacità di vivere e affrontare lo scontro e il conflitto come momento dello «stare con» l’altro, come occasione di riconoscimento e di esercizio di apertura e accettazione reciproca. La convivenza nasce dal conflitto, non a prescindere da esso. Un conflitto non va risolto (per ritornare all’armonia perduta…) ma va gestito: occorre imparare a riprendere la comunicazione e vedere se e come si è in grado di mettere in gioco risorse e apprendimenti per contenerne gli aspetti più difficili e pericolosi.

Litigare è un diritto dei bambini

Si capisce allora perché è fondamentale lasciare ai bambini la possibilità e il diritto di litigare. Un bambino che non ha potuto imparare a litigare da piccolo diventerà facilmente un adulto con difficoltà a riconoscere la differenza fra la violenza e la legittima necessità di esprimere le proprie opinioni, di esplicitare le situazioni di conflittualità, di affrontare in maniera costruttiva le problematiche relazionali. (…)

Conflitto e violenza

Ovviamente si parla di conflitto e non di violenza. Conflitto e violenza sono due cose ben diverse, che però nel linguaggio e nell’idea comune tendono spesso a sovrapporsi creando non pochi problemi nel mondo degli adulti come in quello dei bambini. Occorre ricordare però che prima dei sette anni non è possibile parlare di intenzionalità dell’atto violento, non è presente la violenza perlomeno nei termini in cui la intendono e percepiscono gli adulti. Certo, nei conflitti tra bambini è indubbiamente presente una buona dose di fisicità dato che la verbalizzazione non è ancora sufficiente ad esprimere le emozioni, ma la violenza intenzionale (è un’altra cosa). Anzi, tra bambini non si può neanche parlare di vero e proprio conflitto, quanto piuttosto di bisticcio, di microlitigio: fino ai sei anni di età, dal punto di vista psicoevolutivo, non è presente nei bambini il pensiero reversibile, quello che consente di avere memoria delle offese ricevute e questo impedisce che si sviluppi rancore o sentimenti di vendetta tipici dei conflitti adulti. (…)

Gestire i litigi come occasioni formative

(…) Il criterio della neutralità empatica si può riassumere nel: «Evitare di cercare il colpevole». (…) l’educatore non è un giudice ma ha il compito di trasformare le esperienze infantili in occasioni di apprendimento. Per questo, nel momento in cui si viene chiamati in causa o in cui si interviene per evitare che il litigio degeneri l’importante è restituire la situazione ai bambini, mettendo tutti i contendenti in condizione di esprimersi e di spiegare cosa è successo e perché.

Un secondo aspetto da ricordare è allora quello della decantazione narrativa. Si tratta del: «Dammi la tua versione ». È molto importante che ciascun bambino possa spiegare i fatti senza esercitare o subire comportamenti minacciosi e senza insultare. Si può spiegare, o disegnare o scrivere, si può lasciare del tempo perché le emozioni, se troppo forti e difficili da gestire, decantino e trovino uno sbocco nell’esplicitazione. Questa modalità gestionale ha due vantaggi: stimola la capacità di trovare modalità espressive del conflitto e spesso, aspetto non irrilevante, funziona da deterrente nei confronti dei bambini che tendono a ricorrere troppo all’intervento dell’adulto e a delegare la gestione della situazione. I bambini se vogliono aver ragione si devono impegnare, devono far fatica, e questo facilmente ridimensiona la percezione del problema e stimola a trovare accordi e un equilibrio in autonomia. Nel «Dammi la tua versione» appare vincolante ed efficace costruire un’occasione di dialogo tra i due contendenti. Sono loro che hanno il problema, e loro possono parlarsi e chiarirsi.

Il terzo criterio riguarda i rituali. Un litigio crea comunque una ferita relazionale, che può essere interpersonale ma anche di gruppo. Occorre allora darsi il tempo di ricostruire il rapporto, supportando i bambini nel trovare momenti e modi per recuperare il legame. La ritualità, la possibilità di avere dei momenti comunitari in cui i litigi vissuti vengono affrontati e in cui si individuano modalità di riconciliazione di gruppo (4) consente di riallacciare le relazioni compromesse e di acquisire competenze di mediazione e negoziazione molto importanti nell’alfabetizzazione al conflitto. Ritengo le nuove generazioni decisamente più pronte e inclini del passato nell’assumere le complicazioni relazionali come essenza e forza vitale dello stare assieme. (…)

Nelle note ci sono i testi da cui sono state tratte queste riflessioni.

(fonte: Genitori Che – 02/2012)

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