Ira e rabbia: “L’importanza del giudizio dei coetanei”

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Noi genitori pensiamo di conoscere le amarezze e difficoltà dei nostri figli, ma non è mai del tutto vero perché certe situazioni bisogna viverle in prima persona per capirle nella loro profonda crudeltà.  Di mira vengono presi i “diversi” vuoi  per difetti fisici, caratteri docili o elementi che li estraniano dal gruppo omologato. Persino il modo di vestire può influire nell’idividuare la vittima. Ricordo su un testo dedicato agli adolescenti la testimonianza di un genitore di ragazzino disabile che era riuscito ad inserirsi nella nuova scuola perchè attrezzato con marchi e look simile agli altri studenti. Solo per questo – affermava il papà con lucida e triste consapevolezza – il  figlio non era stato oggetto di scherno. Leggiamo di seguito e riflettiamo su quanto la nostra società, che non tollera “l’originale”, possa essere deleteria sui nostri ragazzi

(…) Non li scuote più il timore di fare una figuraccia, una scena muta davanti alla cattedra, una menzogna o una meschinità scoperta, non hanno paura di deludere genitori e insegnanti. Questo però non significa che i nostri ragazzi, soprattutto i più piccoli, siano liberi da ogni pressione psicologica, che possano anarchicamente rivendicare un diritto incontrollato all’indipendenza e alla felicità. Tutt’altro: forse oggi i nostri figli ancora più di prima devono fare i conti con modelli soffocanti e coercitivi, modelli che non hanno nessuna venatura morosa, che non vengono ribaditi per proteggerli dal caos e dalle incertezze della vita. Oggi sono i coetanei, spesso sprezzanti e feroci, a imporre stili di vita e modelli comportamentali.

E’ il conformismo orizzontale che produce dolore e solitudine. Il tredicenne imbranato, la quattordicenne sovrappeso, il quindicenne balbuziente devono sottostare al giudizio crudele dei loro compagni. Molti libri e film affrontano questo problema: penso ad esempio al fortunatissimo ciclo del “Diario di una schiappa” di Jekk Kinney, sessanta milioni di copie vendute nel mondo, la storia di un ragazzino gettato nel tritacarne della scuola media. Oppure il romanzo “Cate, io” di Matteo Cellini, la vicenda di una giovanissima obesa, incastrata all’ultimo banco, emarginata, lucidissima nell’analisi della sua situazione disperata. O ancora il bel film “Noi siamo infinito”, nelle sale in queste settimane, ritratto poetico della vita di un adolescente alle prese con la brutalità della scuola americana, dove ogni sensibilità viene guardata con sospetto, dove solo i bruti sembrano dettare legge.

I genitori e gli insegnanti contano poco, quasi nulla: conta lo sguardo crudele del gruppo, la percezione della propria diversità, l’incapacità di stendersi sul letto di Procuste e di uscirne uguali agli altri. Basta un vestito sbagliato, un cappelletto fuori moda, una debolezza, un’esitazione esistenziale per essere messi nell’angolo ed essere costretti a vestire i panni del capro espiatorio. L’omologazione crea martiri, la livella è una falce che stronca ogni differenza. E così i nostri ragazzi ormai se ne fregano delle ramanzine familiari, ma sono sensibilissimi a una battuta carogna, a un soprannome assassino, alla spinta collettiva che li porta sul bordo del burrone. Bisogna stare attenti, difendere le personalità, perché i polli d’allevamento diventano avvoltoi davanti a ogni vita fragile e diversa.

(fonte: tiscali.it – 4/03/2013)

Proponiamo anche: “Mio figlio di 9 anni si rifiuta di andare a scuola, che cosa possiamo fare? http://www.corriere.it/salute/pediatria/13_maggio_07/figlio-rifiuto-scuola_42f36338-b3fa-11e2-a510-97735eec3d7c.shtml

e per gli adulti educatori: http://co-moda-mente.com.unita.it/culture/2013/07/03/i-gusti-cambiano/

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