Ira e rabbia. Mamma Giusy: “A scuola, le frasi sottovoce fanno più male dei pugni”

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“G. ha due occhioni neri e rotondi, capelli ricci, ma non crespi e neppure tanto neri per essere di origini brasiliane. E’ il nostro nuovo alunno iscritto in seconda elementare. I genitori adottivi lo presentano a noi insegnanti durante una riunione formale, c’è anche un mediatore culturale per via dei problemi di lingua, ma loro mettono subito le mani in avanti perchè G. non vuol più sentire una parola nella sua lingua madre. I bambini adottivi hanno una gran “fame” del loro nuovo stato che imparano in fretta la nuova lingua. Così è stato…

Lo abbiamo accolto in classe e lui ha fatto subito amicizia con i compagni e dimostrato affetto verso di noi. L’inserimento ha però avuto qualche ostacolo, comprensibilissimo e già messo in conto data la sua vita passata. Spesso ha avuto crisi di pianto anche solo per uno sguardo che lui interpretava come “giudicante” nei suoi confronti e ogni volta la maggior parte del tempo ruotava intorno a lui per ridargli fiducia e sicurezza, per non assecondare il suo desiderio di tornare a casa…

La sua straordinaria capacità di adattamento lo ha premiato con bei voti in tutte le discipline, così ha conquistato con profitto le sue prime pagelle: in seconda e in terza. Quest’anno però è successo qualcosa che lo ha gradatamente allontanato dalla classe e dalle insegnanti. L’insofferenza verso alcuni compagni si è manifestata anche violentemente con parole pesanti e qualche aggressione fisica. Gli interventi di noi docenti sono sempre stati tempestivi e mirati a consolidare la sua autostima. In quarta si prevede che gli alunni siano anche più propensi ad ascoltare e ad ascoltarsi, così li abbiamo coinvolti anche in esperienze verbali perchè potessero esprimere liberamente la loro opinione e potessero osservare ciò che stava accadendo anche spostando il loro punto di vista….

La calma che si respirava però era sempre tesa a far sì che non succedessero episodi di intolleranza. Ormai G. non stava più bene con i suoi compagni, lui era sempre diffidente perchè tutto quello che succedeva, dalle risatine alle parole dette sottovoce, erano sempre contro di lui. Tante volte abbiamo avuto la conferma che le sue paure erano fondate, abbiamo sentito dire da alcuni compagni “brutto orfanello”, e “perchè non te ne torni in Brasile”… sono frasi che graffiano anche noi insegnanti. Naturalmente abbiamo fatto riunioni su riunioni, con i genitori degli alunni coinvolti, abbiamo sedato tante situazioni “esplosive”, abbiamo cercato di trovare soluzioni ad ogni situazione contingente….

Ma forse non siamo state abbastanza incisive e così G. è stato trasferito dai genitori in un’altra scuola, in un altro paese… Non sappiamo se quella sia stata la soluzione migliore, ma speriamo che la nostra sconfitta sia per lui l’inizio di una nuova, gratificante esperienza.”

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