Ira e rabbia: “Perchè sono talora violenti”

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di Alessandro Bruni – con esperienza genitoriale nel mondo delle adozioni e dell’affidamento

Il fatto. Ad una riunione di mutuo aiuto tra famiglie accoglienti si affronta il tema della violenza. Alcune famiglie hanno sperimentato l’accoglienza di un ragazzo violento. Ci si chiede cosa determini questo comportamento e quali possono essere i rimedi. Si esplorano le possibili cause che sono identificate in:

1. Fattori formativi determinati dalla famiglia di origine
2. Fattori formativi determinati dalla famiglia accogliente (adottiva o affidataria)
3. Fattori formativi di difesa contro un contesto sociale che non li accoglie.
4. Fattori genetici. I genitori biologici erano individui violenti.

Commento. Vediamo di analizzare queste cause:
1. Fattori formativi determinati dalla famiglia di origine. Nel loro vissuto questi ragazzi hanno subito o sono vissuti in un ambiente violento per cui hanno una base di relazione che ritiene la violenza fisica o verbale il mezzo principale per affermare la propria identità. La causa viene quindi identificata in un difetto educativo della famiglia d’origine. La famiglia accogliente deve opporre una forma educativa che annulli, o limiti, questo comportamento asociale abbassando il livello di competitività, fornendo strumenti diversi dalla violenza per dirimere i conflitti, favorendo la cultura del riconoscimento dell’altro. Le difficoltà sono in gran parte determinate da un contesto sociale che pur condannando la violenza, di fatto la perpetua con comportamenti opprimenti e sostanzialmente coercitivi.

2. Fattori formativi determinati dalla famiglia accogliente (adottiva o affidataria). Si verificano soprattutto quando la famiglia accogliente impiega mezzi educativi che prevedono atti di violenza fisica o verbale o sociale o comunque mezzi troppo coercitivi. La filosofia non violenta è un agito adulto, il bambino è istintivamente opportunista e governa egoismo e altruismo in funzione del proprio vantaggio esistenziale. L’adolescente è per sua natura egoista ed egocentrico, almeno sino a che il suo processo identificativo non si è completato. Per entrambi la violenza è solitamente un atto eccezionale e non manifestazione di stile di vita di relazione. Quando il bambino scopre che il metodo violento non paga, cambia atteggiamento, quando l’adolescente scopre che quel che fa agli altri potrebbe essere fatto a lui, diviene meno egoista e meno egocentrico. A completamento del processo identificativo, l’accettazione di norme sociali condivise farà il resto. Rimane comunque importante il correttivo educativo del contesto di riferimento e quindi è necessario che la famiglia accogliente cambi comportamento (se il bambino picchia i suoi coetanei, i genitori non possono correggerlo a suon di sberle per la semplice ragione che rinforzano la sua convinzione che è il più forte che ha ragione…).

3. Fattori formativi di difesa contro un contesto sociale che non li accoglie. Le cause vanno ricercate primariamente in un ambiente di vita extra-familiare che usa la violenza e la coercizione come metodo di relazione. E’ tipico di alcune situazioni di gruppi di coetanei, o comunque di pari significativi, che attuano la violenza o un comportamento asociale come espressione di valore entro il gruppo. E’ tipico del “branco”, di gruppi di “ultras”, di gruppi giovanili fortemente ideologicizzati in senso razziale, etnico, pseudo-religioso, politico, ecc. I fattori correttivi sono principalmente da trovare in ambiti extra-familiare. Solitamente questo tipo di violenza non si esprime tra le mura domestiche, ritenute sacrali, ma nell’ambiente esterno. A meno che l’ambiente familiare non eserciti una azione coercitiva “violenta” che il ragazzo, dovendo scegliere tra famiglia e gruppo di pari, rifiuta opponendo a stato coercitivo un comportamento di violenza fisica anche verso i genitori.

4. Fattori genetici. I genitori biologici erano individui violenti. Questa causa è antica ed è stata in tempi moderni assolutamente ritenuta non scientifica. Come è noto il comportamento non si eredita con i cromosomi, ma con un imprinting formativo che si sviluppa nella relazione tra ambiente familiare e ambiente di contesto extra-familiare. Il ragazzo accolto nell’adolescenza ha anche un aspetto di mitizzazione dei genitori non conosciuti e differenziale rispetto agli genitori che li ha cresciuti. Questo stato di cose, peraltro ben noto, determina una supplementare difficoltà di relazione poiché l’adolescente finisce col giustificare il suo comportamento differenziale (stili di vita, approccio personale al mondo, modelli adattativi, ecc.) con il fatto che lui “è” diverso perché lui è come erano i suoi genitori. Questa deriva comprende e giustifica la sua violenza comportamentale dato che i suoi genitori biologici abbandonandolo hanno esercitato su di lui una “violenza” fisica e psicologica. Sono momenti difficili per i genitori accoglienti che devono confidare nel lavoro già fatto e su una restituzione di riconoscimento spesso tardiva. Solitamente nella seconda adolescenza questi comportamenti sono stemperati ed il riconoscimento che si è quel che si è “mangiato” viene lentamente riconosciuto. (…)

(fonte: crescerefiglialtrui.typepad.com – 02/12)

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