Archivio mensile:luglio 2013

Comunicazione CIAI: “Corsi per operatori e famiglie autunno 2013”

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Corsi Formazione ECM

Tutti  i corsi prevedono l’attribuzione di crediti ECM per psicologi e crediti formativi per assistenti sociali.

Scuola e Adozione: l’inserimento scolastico del bambino adottivo

Corso di formazione per insegnanti, genitori e operatori psico-sociali.

edizione: ROMA, 24 ottobre 2013

edizione: MILANO,  7 novembre 2013

Il presente corso, intende fornire strumenti teorico-operativi per interpretare le più frequenti problematiche di apprendimento che possono avere i figli adottivi e i percorsi di presa in carico più efficaci per gestirle correttamente. Il corso ha ottenuto 10 crediti ECM per psicologi. È in attesa di accreditamento formativo per gli Assistenti sociali.

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CORSI PER FAMIGLIE

Come gestire i problemi di relazione e comportamento del figlio adottivo

edizione: Pistoia, 16 novembre 2013

Accade, a volte, che i figli adottivi abbiano difficoltà di relazione e di comportamento: scarsa tolleranza delle frustrazioni, mancato rispetto delle regole, provocazioni e aggressività sono infatti alcuni dei problemi che sovente caratterizzano la loro condotta e che mettono a dura prova la pazienza dei loro genitori. Il corso rivolto alle famiglie adottive si propone di fornire un’occasione di riflessione sul tema con l’obiettivo di accrescere la comprensione dei genitori relativamente alle difficoltà dei loro figli e l’acquisizione di strategie relazionali ed educative adeguate per fronteggiarle.

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Scuola e Adozione: l’inserimento scolastico del bambino adottivo

Corso di formazione per insegnanti, genitori e operatori psico-sociali.

edizione: ROMA, 24 ottobre 2013; edizione: MILANO,  7 novembre 2013

Il presente corso, intende fornire strumenti teorico-operativi per interpretare le più frequenti problematiche di apprendimento che possono avere i figli adottivi e i percorsi di presa in carico più efficaci per gestirle correttamente. Il corso ha ottenuto 10 crediti ECM per psicologi. È in attesa di accreditamento formativo per gli Assistenti sociali.

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 Ti racconto la tua storia

edizione: Milano, 5 ottobre 2013

È ben noto a quanti si occupano di adozione che il tema dell’informazione al bambino sulla sua storia – la cosiddetta “rivelazione” – costituisce un aspetto delicatissimo e decisivo nel processo di crescita ed inserimento del figlio adottato nella sua nuova famiglia. Il timore di sbagliare, di far soffrire il bambino, di creargli ulteriori traumi è fortissimo. Spesso poi le informazioni sul suo passato sono poche e confuse oppure dettagliate e molto dolorose.

Il presente Corso vuol costituire un occasione di riflessione in merito all’individuazione di criteri chiari e scientificamente attendibili su come affrontare questa complessa tematica.

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In collaborazione con Veneto Adozioni. a Camin (PD) da settembre 2013 continua il ciclo di seminari:  “Essere genitori ….nell’adozione

sabato 28 settembre 2013 – Adozione e scuola

sabato 26 ottobre 2013 – L’adozione ai tempi dei social network

sabato 23 novembre 2013 – Ritorno alle origini

Vedi locandina per maggiori dettagli:

http://www.venetoadozioni.it/files/0000/0975/Essere_genitori…nell_adozione_-_seminari_Padova_2013.pdf

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Comunicazione S.P.I.G.A. “Corso per psicologi e medici per accompagnare la coppia adottiva – Firenze 2013”

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Evento formativo ECM (50 crediti) per psicologi e medici

Verso ed oltre l’adozione. I gruppi di supporto alla genitorialità adottiva”.

Firenze, viale Corsica 49

13 e 27 settembre; 18 e 25 ottobre; 15 e 29 novembre 2013

ore 15.00 – 19.30

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Ammessi Assistenti Sociali, Giudici Onorari, Operatori di Servizi Territoriali e di Enti Autorizzati

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Programma

1)    Divenire genitori: dalla difficoltà procreativa alla scelta adottiva.

2)    Per una cultura dei diritti dell’infanzia. Dalla disponibilità all’idoneità all’adozione: esempi  clinici.

3)    L’esperienza all’estero: dalle aspettative della coppia all’incontro con il minore.

4)    Il costituirsi della famiglia adottiva.

5)    Segnali di disagio e contesto interpersonale: l’ascolto del bambino attraverso l’ascolto dei

vissuti e delle difficoltà dell’adulto. Discussione di casi clinici.

6)   Il bambino a scuola: un approccio ai disturbi dell’attenzione e dell’apprendimento. Discussione di casi clinici.

7 – 8) In due ulteriori incontri (date da concordare individualmente) ciascun iscritto parteciperà in veste di osservatore ad un gruppo di supporto alla genitorialità adottiva e discuterà, all’interno del corso, l’esperienza di osservazione compiuta.

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Per saperne di più: http://www.spigahorney.it/IT/1-Spiga-Horney/5-Altri-corsi/126-Verso-e-oltre-ladozione—I-gruppi-di-supporto-alla-genitorialit%C3%A0-adottiva.html

info@spigahorney.it

Ira e rabbia. Papà Marco: “La mia opinione sugli adolescenti violenti”

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Le ricerche su come arginare atteggiamenti violenti in famiglia riguardano tutti, famiglie adottive e non, soprattutto quando si devono contenere persone adulte come i nostri ragazzi grandi. Abbiamo inserito questa testimonianza come diverso punto di vista in parte avallato da un esperimento dell’Università di Barcellona sull’aggressività dei maschi violenti verso le donne. Durante l’esperimento si è creato un ambiente virtuale in cui tredici maschi patiscono le angherie e le torture afflitte alle partner in maniera virtuale. Con l’esperienza “immersiva” questi uomini vedono e sentono il proprio corpo come quello di una donna. Direte voi, cosa c’entra con i nostri figli litigiosi? Questi esperimenti sono agli inizi, ma ci potrebbero essere dei risvolti interessanti nelle neuroscienze. Forse anche per loro sarebbe utile conoscere il sentimento della persona che aggrediscono per ricevere degli stop. E sarebbe utile anche per noi per capire cosa provano i ragazzi con i loro particolari vissuti. Per l’articolo completo: http://www.senonoraquando.eu/?p=13322 

Per motivi professionali, conosco il giovane “figlio adottivo”, processato la scorsa settimana a Lugano per violenza e bullismo, conosco la sua famiglia e pure la vittima principale, e so quanto tutti loro, per anni, hanno sofferto. Per anni infatti questa famiglia è stata confrontata all’assenza di una struttura in cui il figlio adolescente potesse veramente essere contenuto, protetto e curato. Negli anni Settanta, a Torricella, un centro del genere esisteva; era il cosiddetto “Centro minorile”, poi è stato chiuso. 

Avendo lavorato per decenni con ragazzi problematici, posso dire con convinzione che la mancanza di mezzi efficaci per il contenimento della prepotenza che i giovani aggressivi manifestano si traduce, oltre che in un danno per le vittime e per la società in genere, anche in un gravissimo danno per il giovane stesso, che non farà che peggiorare i suoi comportamenti. Provate a mettervi per un attimo nei panni del ragazzo che ogni giorno aggredisce qualcuno a parole e con i fatti e che, di fronte ad un adulto che interviene (genitore o educatore, poco importa), lo manda “affa…” senza che gli succeda niente, e va avanti a comportarsi come prima. Quel giovane si convincerà sempre di più di essere onnipotente. Se poi l’adulto, frustrato e impotente, osa minacciarlo di un ceffone, lui risponderà: “Prova a toccarmi che ti denuncio!” L’adulto, per non finire sui giornali e sotto processo, lascerà perdere, e così il giovane si sentirà ancora di più invincibile, come i bulli dei molti film o giochi elettronici che plagiano la sua mente. Soltanto quando il suo bisogno di fare il bullo non potrà più esprimersi liberamente, il giovane sarà in grado di concentrare le proprie energie in altri campi, potrà imparare un mestiere e fare delle esperienze positive e valorizzanti.”

(fonte: la Regione Ticino – 11/02/2009)

Ira e rabbia. Metodo EMDR applicato all’adozione

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Queste sono alcune applicazioni del metodo EMDR nel caso specifico dell’adozione. La fonte è sempre la gentile dottoressa di EMDR Italia che ci ha risposto. 

Nei primi anni di vita le interazioni con gli altri permettono di sviluppare importanti connessioni nel cervello, che progressivamente influenzano la percezione interiore di Sè e la capacità di avere relazioni sane con il mondo esterno. La ricerca sull’attaccamento ha dimostrato che le relazioni con le figure di attaccamento durante i primi anni di vita influenzano lo sviluppo dell’abilità di regolare le emozioni, di creare relazioni interpersonali intime, così come dell’abilità di auto-regolazione e mentalizzazione. In aggiunta a ciò, la comunicazione interpersonale ed emotiva all’interno della famiglia d’origine può determinare lo sviluppo di risorse, creare nel bambino un sentimento di essere degno e meritevole di amore, e favorire la resilienza di fronte a forti disagi emotivi, favorendo quindi la salute mentale.

Nel caso di bambini adottati tutte queste acquisizioni risultano essere più o meno deficitarie, in considerazione del fatto che con ogni probabilità essi avranno vissuto sin dai primi anni di vita esperienze traumatiche complesse ripetute nel tempo e/o esperienze profonde di trascuratezza e abbandono. Risulta dunque fondamentale aiutare questi bambini a rielaborare i traumi subiti, ma ancor prima a riorganizzare la loro percezione di sé e degli altri in un senso di identità unitario e coeso.

È importante chiarire che il bambino adottato non necessariamente è un bambino patologico, ma molto più di frequente è un bambino che necessita di un aiuto e di un sostegno specialistico affinché sia messo nelle condizioni migliori per sviluppare al massimo la sua capacità di auto-regolazione emotiva e di relazione con l’esterno, e le sue risorse mentali.

Il trattamento con EMDR rappresenta in questi casi l’approccio migliore. Poiché le esperienze traumatiche vissute sono per lo più nei primi anni di vita, e per tale motivo sono difficilmente ricordate dal bambino in modo esplicito (a livello emotivo invece il vissuto traumatico è ben presente nella mente del bambino), nel trattamento con EMDR si chiede ai genitori adottivi di partecipare scrivendo per il loro figlio una narrativa che ripercorra in modo veritiero quanto vissuto da quest’ultimo.

La presenza durante il trattamento dei genitori adottivi è inoltre di fondamentale importanza per poter ricreare col bambino e fargli vivere in modo completo un clima di accudimento e protezione che gli è precedentemente mancato. Tutto ciò, come detto sopra, favorirà lo sviluppo delle sue capacità cognitive-emotive e relazionali, permettendogli così di rielaborare anche i traumi vissuti.

Sui traumi dei bambini si consiglia di leggere direttamente http://www.emdritalia.it/ita/html/trauma.html

Ira e rabbia. Metodo EMDR: “Per saperne qualcosa di più”

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Per acquisire qualche conoscenza in più sul metodo  EMDR applicato ai bambini/ragazzi traumatizzati abbiamo contattato EMDR Italia. Di seguito la risposta. Domani pubblicheremo il metodo EMDR applicato al caso specifico dell’adozione.

Spett.EMDR Italia,

sono una mamma adottiva che ha letto del vs metodo su un blog. Una mamma parlava di problemi comportamentali del ragazzino di 11-12 anni che veniva trattato per questo motivo con il vs metodo.

Avendo contatto con  gruppi di famiglie che hanno adottato bambini grandi ora nella fascia di età 16-20 anni, che manifestano atteggiamenti violenti nei confronti di coetanei e genitori, mi chiedevo se poteste illustrami in maniera semplice il vs metodo in modo da poterlo trasferire ai miei conoscenti il più chiaramente possibile.

In particolare sarei interessata a capire se tale metodo può avere dei risultati su ragazzi che concentrano una serie di traumi: abbandono, istituzionalizzazione, abusi e violenze che sfociano nell’età adolescenziale in aggressioni verbali e fisiche nei momenti di ira incontrollabile.

Ho visto che c’è una casistica abbastanza ampia per gli abusi sessuali, ma non ho capito se può funzionare come gestione dell’ira, raptus violento.

In definitiva le domande sono:
1.       In che cosa consiste il metodo
2.       Quando viene usato
3.       Benefici per paziente e famiglia
4.       Eventuali tempi e costi della terapia
5.       Casistica nel campo dell’adozione, se l’avete

Vi ringrazio dell’attenzione.

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Risposta di EMDR Italia:

Cara Signora,

può leggere molto sull’EMDR sul nostro sito www.emdritalia.it. Comunque si tratta di un trattamento psicoterapeutico con molta ricerca alla base, riconosciuta dalle linee guida internazionali e da vari servizi sanitari pubblici europei come efficace per la cura delle conseguenze di esperienze traumatiche di vario genere, come quelle che ha citato lei e che in genere i bambini adottati presentano nella loro storia.

Si può iniziare in qualsiasi momento, prima si lavora meglio è, per evitare la cronicizzazione di alcuni sintomi o difficoltà che possono avere.

I benefici sono i seguenti: si evita che fattori di rischio come l’aver vissuto abbandoni, abusi, violenza rimangano in memoria come esperienze traumatiche e questo abbia poi un effetto sullo sviluppo della personalità e su schemi emotivi, cognitivi e comportamentali.

I prezzi sono quelli normali di una psicoterapia, intorno ai 60/100 euro, a seconda del terapeuta e della città. Noi siamo un’associazione nazionale, quindi vi possiamo dare dei riferimenti in qualsiasi città (sul sito si trova la lista degli specialisti che usano tale metodo).

Ira e rabbia. Mamma Blog: “Dalla teoria alla pratica”

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Ci hanno sempre detto che il pequeño andava rassicurato.

Dovevamo fargli capire con certezza che noi non eravamo parte della famiglia degli stronzi che l’avrebbero di nuovo abbandonato, da solo.

E quindi – nonostante le botte, gli insulti, i cazzotti e i lividi, noi – stoici – siamo sempre stati lì, impassibili, a ripetergli NOI CI SIAMO – tu puoi fare quello che ti pare, puoi essere il peggior pequeño del mondo, ma noi non ti molliamo, né mai ti molleremo, accada quel che accada.

Sette anni di “trattamento pequeño”  vi assicuro non sono stati una passeggiatina, anzi.

Eppure – nonostante i pensieri insistenti e ricorrenti (!) del ma chi me l’ha fatto fare – mai, neanche per un secondo ho pensato di mollare da solo il mio pequeño, mai.

Da un figlio non si torna indietro, non si può. E’ un po’ come pensare: ecco, mi sono stufata, adesso prendo questa gamba, me la taglio e la do a qualcuno. Impossibile. Insensato.

Eppure l’altro giorno dalla terapeuta che da qualche mese segue il nostro pequeño (quella dell’EMDR, per intenderci), ho scoperto che il nostro comportamento non era credibile e quindi destabilizzante e dannoso per la creatura.

PAM!

Giuro che ero basita.

Ma poi – più ci pensavo – più capivo che doveva proprio essere vero.

Eh già. Perché hai voglia a dire ad un piccolo che è stato abbandonato per 8 volte (sì, ha dell’incredibile ogni volta che ci penso, ma noi siamo i noni!):

stai tranquillo, noi non ti lasceremo mai

e lo fai mentre lui ti sta massacrando in tutti i modi che la sua piccola ma fervida mente gli suggerisce…. beh, in effetti è davvero poco credibile.

E quindi crea panico. Paura.

Destabilizza.

Attenzione, questo non significa che bisogna mettergli paura che lo molliamo, no, no.

Solo occorre fargli capire che il legame, anche se non si spezza, così si deteriora e lui così ci fa stare male. E sta male pure lui.

Ecco. Fino a ieri avevamo solo un problema. Oggi abbiamo anche una soluzione, teorica. Adesso dobbiamo trovare il modo per fargli capire nella pratica che è al sicuro, ma non vale tutto!

E già me lo vedo che mi dice: Perché se no cosa mi fai?!! Con quella sua faccetta da professionista della provocazione!

Perché se no siamo tutti infelici. Ecco perché. E basta.

Ho solo una piccolissima domanda:

Ma come ca….volo si fa???

Come si passa dalla teoria alla pratica?

😦

(fonte: postadozione.blogspot.com)

Ira e rabbia: “Adolescenti e insulti ai genitori”

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Sembra sia diventata una prassi insultare i genitori, in particolare la madre. Una signora su un autobus è rimasta allibita dal linguaggio di un ragazzino contro sua madre. Per questo ci è sembrato interessante proporre la sintesi di una ricerca condotta tra i ragazzi delle superiori, di 16-17 anni, per capire come viene interpretato il rapporto con i genitori.

Ebbene non si sono notate variazioni tra ordini di scuole o provenienza geografica. Buona parte dei ragazzi considerano ordinaria amministrazione dare della/o “stronza/o” o esprimersi con un “vaffa” contro i genitori. Solo il 23% non insulta i genitori. Secondo gli studiosi ciò sarebbe scatenato da due fattori: la tendenza all’informalità della cultura giovanile e l’autoreferenzialità dei giovani. Nell’indagine si sottolinea che una grande responsabilità ce l’ha la TV con i programmi di basso livello che propongono rapporti conflittuali e litigiosi (talk show, talent show e reality…). Per otto esperti su 10 sono troppe le scene in cui dominano violenza fisica, parolacce e insulti.

Per chi volesse approfondire il tema: http://www.cppp.it/files/inchiesta_adolescenti_conflitti4-09.pdf

Ira e rabbia. Col senno di poi…

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“Ecco, credo che i bambini/ragazzi ti mettano alla prova perché preferiscono liberarsi subito da un genitore pappa molla, piuttosto che affezionarsi e poi essere abbandonato di nuovo… sanno perfettamente che cos’è il dolore dell’abbandono. Ed è meglio essere abbandonati da uno sconosciuto che da una persona alla quale si crede…”- Mamma Betty

Ira e rabbia. “E adesso cosa faccio? Suggerimenti per genitori in difficoltà”

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Come gestire la rabbia nei nostri figli ormai adulti: molti genitori hanno difficoltà a trovare la chiave nei momenti di tensione. Per questo è importante prepararsi prima. .
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Se sai in anticipo cosa ti può capitare, non ti spaventi, hai gli strumenti per intervenire subito e sai a chi rivolgerti.

Ci sono momenti in cui il dialogo con i figli si interrompe e si rischia di arrivare allo scontro. Per evitare il reciproco arroccamento, è meglio tirare il fiato e prendersi una pausa di riflessione. “Cosa mi sta succedendo“?. Ecco alcune cose da non fare e da sapere. Se hai bisogno di un sostegno, è arrivato il momento di chiedere aiuto!

  • Non reagire emotivamente alle provocazioni: fai il suo gioco; sente che ti ha in pugno. Devi sforzarti di mantenere il controllo.
  • Non competere mai per il controllo della situazione.
  • Solo se tuo figlio si sente sicuro può cambiare.
  • Quando non condividi un suo comportamento controlla il tono della voce: deve restare neutro. Massima attenzione al linguaggio del corpo (la comunicazione passa al 50% attraverso il corpo, il 40% attraverso la voce, il 10% attraverso le parole).
  • Non cadere nella trappola del fare (agire d’impulso). Fermati e chiediti cosa ti vuol dire tuo figlio comportandosi così.
  • Essere empatici non vuol dire “ti capisco” (sarebbe presuntuoso, visto che lui non si capisce!).
  • Quando fa la vittima non mostrare empatia.
  • Evita di essere permissivo, accondiscendente, indulgente. La mancanza di regole certe aumenta l’ansia.
  • Poche regole chiare di cui si dà per certo il rispetto (non entrare in discussione! Quando si stabilisce un accordo non si può rinegoziare).
  • Non gettare la spugna: mai dire “fa come ti pare”.
  • Non fare mai domande dirette se sai che tuo figlio dice spesso bugie. Formula delle ipotesi (“Mi sembra che oggi tu…”) e aspetta le sue reazioni.
  • Non avere paura di parlare degli eventi traumatici del suo passato. Parlare lo aiuta a capire il presente.
  • Quando chiedi a tuo figlio di impegnarsi a fare qualcosa che lui non vorrebbe fare, dai un rinforzo positivo per evitare la rabbia e il sabotaggio.
  • Dire “grazie” è per lui molto difficile, è ammettere la propria dipendenza.
  • Quando noi lo ringraziamo dobbiamo sempre spiegare il perché.
  • Può non capire la gentilezza e pensare di essere manipolato.
  • Cerca gratificazioni immediate (la promozione a scuola è una meta troppo lontana!).
  • Basta un rimprovero per interrompere il rapporto di “fiducia vigile”. In tal caso il genitore diventa il suo “persecutore”.
  • Usa i comportamenti come delle “sonde”: provocatori o concilianti per controllare le nostre reazioni. Se ci mostriamo deboli o incerti è finita.
  • Amorevoli, empatici ma vigili e solidi come una roccia.
  • Basta 1 minuto per trasformare l’ansia in crisi di panico: intervieni prontamente, non lasciare che la situazione degeneri.
  • Non comportarti mai in modo prevedibile. Spiazzarlo, ti mette in una situazione di forza.
  • Osserva il comportamento non verbale (leggi lo sguardo)! Il contatto oculare va bene, ma non forzarlo in caso di conflitto!
  • Non usare con lui la parola “manipolare”, preferisci “trucco”.
  • Noi genitori vorremmo essere ricambiati nell’amore… ma è meglio dire “Noi ti diamo amore; sta a te decidere se accoglierlo a meno”. Il fatto che non ci ricambi, non è un nostro problema!
  • Non catturare su di te la sua ansia: non puoi sostituirti a lui nella soluzione dei problemi.
  • Riconoscere che il proprio figlio potrà fare qualche pasticcio nella sua vita, aumenta le probabilità che NON lo farà!
  • La parola “scelta” va spiegata con tanti esempi. Insistere sui motivi.
  • Più proponi soluzioni, più lui si sente minacciato (=perdita del controllo sulla propria vita).
  • Non offrire aiuti o consigli se non richiesti.

(fonte: spazio adozione.blogspot.com -10/05/2012)

Ira e rabbia. Genitori e figli dicono…

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Mamma Laura: “Mio figlio non riesce a trattenersi. Vive momenti di profonda rabbia. Sta seguendo un iter terapeutico e qualcosa è riuscito a migliorare.”

Benedetta, 16 anni: “Sapessi cosa sento. Ho un peso qui – indica l’area tra il cuore e lo stomaco – che non riesco a buttare via in nessun modo. Ho una rabbia che avrei voglia di picchiare tutti. A scuola è successo varie volte. Non parlarmi dello psicologo, non serve a niente!”

Mamma Elisabetta: “Quando si arrabbia, mia figlia cambia persino d’espressione. I lineamenti diventano tirati in tal modo che mi sembra quasi di non riconoscerla. Non è più lei. Sembra che un urlo di aiuto esca dai suoi occhi e dalla sua bocca. Un urlo di dolore che sembra arrivare da molto lontano. In quel momento mi sento impotente. Dapprima le tenevo testa, ma le cose peggioravano. Così ho imparato a lasciar decantare. Non è stato facile perchè le provocazioni sono tante.”

Ira e rabbia. L’esperto: “Holding o abbraccio contenitivo che può far paura”

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E’ interessante questa proposta. Già una nostra conoscente ci aveva parlato di un’assistente sociale che le consigliava di abbracciare il piccolo che aveva in affidamento quando aveva scatti d’ira. Leggendo questo intervento abbiamo capito: l’abbraccio, in realtà, può essere usato anche a titolo preventivo, quando c’è tranquillità, per instaurare un rapporto. Nel caso dei ragazzi grandi è un po’ più difficile da attuare perché alcuni non si lasciano avvicinare. Anche in quel caso, nei momenti di calma, c’è sempre la possibilità di creare un contatto fisico scherzando o facendo un’attività assieme.

L’holding, o abbraccio contenitivo, è un metodo per affrontare le crisi dei bambini e che utilizza l’abbraccio per rafforzare il rapporto tra genitori e figli.

Negli anni ’70 del secolo scorso negli USA un’equipe di psicoterapeuti sperimentava su bambini affetti da autismo una nuova tecnica: l’holding, o abbraccio contenitivo. Gli specialisti avevano constatato notevoli miglioramenti nelle capacità di interazione di questi bambini. Ad una di loro in particolare, Martha Welch, venne in mente di utilizzare l’holding con bambini non disabili ma che manifestavano in famiglia semplici disagi, espressi con capricci, opposizioni o difetti di attaccamento.

Notò che si evidenziavano enormi progressi nel rapporto madre-figlio (in generale è la mamma che applica l’abbraccio contenitivo), in un mutuo arricchimento emotivo e relazionale. Tutto ciò, dopo anni di pratica e “osservazione sul campo”, venne trascritto nel suo libro “L’abbraccio che contiene”.

In sintesi si può dire che la dottoressa è partita dalla considerazione che poiché ogni neonato ha bisogno di contatto fisico per superare il trauma della nascita, crescendo per acquisire padronanza e sicurezza di sé può ricevere giovamento dalla riproposizione dell’abbraccio, in quanto massima espressione della coesione corpo-mente in un legame affettivo.

Infatti il bambino viene avvolto fra le braccia del genitore, il suo corpo viene sollecitato nel senso del tatto, quasi in una riproduzione della gestazione, ma con la variante della volontarietà propostagli dall’adulto. In questa situazione si sviluppano nuovi messaggi che arrivano profondamente al bambino. Innanzitutto si amplia notevolmente la stimolazione sensoriale: oltre al tatto, vengono coinvolti anche l’udito e la vista. La mamma parla al suo bambino con tono sereno e fermo, lo guarda e fa in modo di essere guardata negli occhi.

Tutto questo è la base tramite la quale si veicola il contenimento del disagio infantile: il bambino in braccio alla mamma può urlare, piangere, cercare di mordere, divincolarsi, ma la madre gli comunica che questi sentimenti, per quanto violenti o ostili, sono accolti dal genitore e “disarmati”. Può sfogarsi con la consapevolezza che “non può far male” a nessuno, nemmeno a se stesso, ed è accettato interamente, pur provando impulsi negativi.

Infatti i bambini hanno tutti, profondamente, il terrore di essere rifiutati, specie se fanno i “cattivi”, e paradossalmente molti di loro per mettere alla prova i genitori propongono comportamenti di sfida. Oltre a tutto, specie se sono piccoli, non hanno ancora sviluppato grandi capacità di comunicare il proprio disappunto con le parole e quindi “esplodono” in capricci per noi a volte incomprensibili. Ma se il genitore, non solo non li allontana, ma li tiene fra le braccia, e dedica loro del tempo per aiutarli a “gestire” le sensazioni di rabbia, di smarrimento, di frustrazione o semplicemente di ansia, si sentono interiormente confortati e rassicurati, e quindi il legame profondo che hanno con i propri genitori ne esce rafforzato in modo naturale.

E’ importante durante l’abbraccio contenitivo insegnargli anche le parole per dare un nome a ciò che provano: è un ulteriore espressione di “empatia” da parte del genitore. Dire al proprio bambino, che per esempio ha appena scagliato un oggetto per un diniego del genitore, che capiamo che si senta arrabbiato perché non può fare la tal cosa, e quindi può piangere in braccio alla mamma così non deve rompere nessun giocattolo per colpa della rabbia, è un modo per aiutarlo a “razionalizzare” quello che prova comunicandogli in più comprensione e accettazione da parte nostra.

Il difficile dell’holding è avere la forza e la serenità per portare fino in fondo l’abbraccio: le reazioni dei bambini possono essere veramente violente, e solo se si è determinati si riesce ad attuare questa tecnica. Spesso poi ci si mettono pure coloro che ci circondano: mariti, suocere, vicini, possono non capire perché un bambino urla come un forsennato, quasi gli stessero infliggendo chissà quali torture.

I motivi per cui i bambini reagiscono così sono molteplici: le sensazioni che provano sono “nuove” e difficilmente catalogabili dalla loro esperienza di vita; il desiderio di “vedere fino a dove possono arrivare” e quanto i genitori riescono a “sopportare”; o semplicemente “sentono” che possono dare sfogo a tutti i sentimenti “oscuri” che provano e che così facendo non gliene incoglierà alcun male…

Il fatto è che, in generale, i bambini hanno bisogno di essere “contenuti”, il metodo dell’holding è solo più diretto e immediato, ma esistono altri modi per dargli questa sensazione di contenimento: con le parole, con gli sguardi, con la nostra presenza costante nella loro vita.

Il principio alla base dell’holding è il contatto fisico, un contatto che unisce non solo i corpi ma alla fine anche le menti. Questo è il motivo per cui può fungere da “collante” anche nel rapporto filiale creatosi a seguito dell’adozione. Un figlio adottivo ha subìto, prima di incontrare la sua nuova famiglia, la ferita dell’abbandono. Una ferita che può manifestarsi in vari modi, dalla rabbia, all’isolamento, alla mancanza di fiducia nelle figure genitoriali o altri sintomi di disagio.

Praticando l’abbraccio contenitivo nei momenti di crisi, si crea una tale intimità con il proprio figlio, che infine riesce a “lasciarsi andare” anche con la nuova mamma, sconosciuta fino a qualche tempo prima, e con la quale può risperimentare quelle sensazioni di calore e protezione a cui è stato strappato dalla storia della sua vita.

Per chi desidera saperne di più consiglio di approfondire leggendo il libro di Martha Welch poiché ovviamente la tecnica dell’holding è sviscerata da una professionista e molti passaggi sono chiariti in un linguaggio molto semplice.

(fonte: mammeonline)

Per approfondire vedi anche: http://www.lastampa.it/2012/08/17/scienza/galassiamente/sostegno-fisico-e-emotivo-la-funzione-materna-di-holding-nok8MgL8SEBk6r9R9AkmHM/pagina.html

Ira e rabbia. L’esperto: “La separazione dal genitore e il suo impatto sulla salute psichica in età dello sviluppo”

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di Marco Battaglia, Alessandra Moruzzi, Matilde Taddei

Non è riferito esplicitamente ai ragazzi adottati, ma può illuminare su certe reazioni e comportamenti. 

L’azione dei “fattori ambientali” e della “predisposizione genetica” sui disturbi psichiatrici. Un ulteriore filone di ricerca ha indagato i possibili fattori ambientali che interagiscono con la predisposizione genetica nel contribuire allo sviluppo di disturbi psichiatrici, come i disturbi dell’umore o i disturbi d’ansia.

Uno di tali fattori ambientali è la perdita precoce di un genitore. In particolare è stato osservato che se l’evento di perdita avviene prima dei 17 anni, il rischio di sviluppare depressione durante l’età adulta aumenta.

Uno studio dell’Università Vita-Salute San Raffaele di Milano (Battaglia, M. et al., 2009) ha indagato questi argomenti in 700 gemelli adulti della popolazione generale norvegese (Registro Nazionale dei Gemelli Norvegesi); i ricercatori hanno ricostruito la storia di ciascun individuo, indagando retrospettivamente possibili eventi di vita che riguardassero un periodo di separazione non programmata dal genitore (sia che essa derivasse dal divorzio, sia dalla morte del genitore).

È stata indagata, inoltre, la presenza del disturbo di Ansia da Separazione in infanzia ovvero la presenza di ansia eccessiva nel bambino al momento della separazione con la figura principale di attaccamento. I gemelli del campione sono stati in seguito sottoposti ad un test respiratorio che consisteva nell’inalazione di una miscela d’aria formata da 65% di ossigeno e 35% di anidride carbonica: inalare anidride carbonica in eccesso provoca infatti, in individui predisposti all’ansia e al panico, una risposta ansiosa. Secondi i risultati dello studio, la covariazione tra Ansia da Separazione in infanzia, ipersensibilità al test respiratorio e presenza di panico in età adulta sembra essere spiegata in gran parte da fattori genetici; tuttavia, l’evento di perdita o separazione dal genitore in infanzia ha anch’esso un ruolo importante come fattore di rischio per lo sviluppo del panico in età adulta.

Uno studio successivo effettuato sullo stesso campione di gemelli ha evidenziato che la risposta ansiosa, elicitata dall’inalazione dell’anidride carbonica, sembra essere presente in soggetti che hanno esperito la perdita o la separazione dal genitore in infanzia o che avevano avuto Ansia da Separazione. Inoltre, soggetti che riportavano eventi stressanti o particolarmente negativi (incidenti, aggressioni) mostrano una risposta ansiosa più elevata al test respiratorio: questo indica che eventi avversi avvenuti nel corso della vita possano contribuire ad accrescere il rischio di sviluppare il Disturbo di Panico in età adulta. Le ricerche hanno fornito dati attendibili ed importanti per capire la relazione che intercorre tra eventi di vita precoci e l’insorgenza di psicopatologia. Di fatto esiste un altro ordine di complessità: la relazione tra eventi di rischio precoci ed insorgenza di psicopatologia in età adulta sembra avere un’architettura molto complessa, che non si riduce ad un semplice rapporto di causa-effetto.

È stato osservato, infatti, che il patrimonio genetico degli individui ha un qualche ruolo nell’influenzare la tendenza di essi ad esperire diverse tipologie di eventi di vita. Ciò sembra vero in particolar modo quando si tratta di eventi che sono con più facilità legati alle scelte comportamentali di una persona, come il divorzio o la presenza di un ambiente familiare negativo. Quindi possedere un determinato corredo genetico può portare un individuo ad avere con maggiore probabilità esperienze di un certo tipo piuttosto che di un altro. In quest’ottica, la natura di quelle che vengono definite esperienze “ambientali” risulta almeno parzialmente riconducibile a fattori di tipo genetico.”

(fonte: Centro per lo Studio della Plasticità del Comportamento, Università Vita Salute San Raffaele di Milano – Eurispes 12/2011)

La musica del cuore: “Un giorno credi”

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Un giorno credi di essere giusto
e di essere un grande uomo
in un altro ti svegli
e devi cominciare da zero

Situazioni che stancamente
si ripetono senza tempo
una musica per pochi amici
come tre anni fa

A questo punto non devi lasciare
qui la lotta è più dura, ma tu
se le prendi di santa ragione
insisti di più

Sei testardo, questo è sicuro
quindi ti puoi salvare ancora
metti tutta la forza che hai
nei tuoi fragili nervi

Quando ti alzi e ti senti distrutto
fatti forza e vai incontro al tuo giorno
non tornar sui tuoi soliti passi
basterebbe un istante

Ira e rabbia. Mamma Sabri: “L’urlo di mamma (1)”

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“L’incontro con la rabbia è stato immediato e dirompente, soprattutto perchè era un’emozione che fino a quel momento non mi era mai appartenuta. L’incontro con i miei figli mi aveva messa duramente alla prova e aveva portato a galla una parte di me che non sapevo di avere. Non importa quanti libri si sono letti, quanti incontri pre e post adozione si sono fatti, quanto si faccia appello alla propria razionalità e pazienza nei momenti tranquilli, basta un niente e si esplode.

La collera è in gran parte la conseguenza dei nostri pensieri irrazionali e all’inizio del mio percorso adottivo tali pensieri avevano invaso la mia vita. Di fronte ai continui pianti, capricci, provocazioni, disobbedienze, dinieghi, situazione del tutto normale e comprensibile per chi è stato sradicato dal suo ambiente e deve lentamente adattarsi ad un altro contesto e per chi vuole mettere alla prova i nuovi genitori per riacquistare fiducia negli adulti (Pensiero Razionale), prevaleva il senso di inadeguatezza, la consapevolezza di non essere la madre che volevi essere, la sensazione di rifiuto costante da parte dei tuoi figli che preferivano sempre altre figure femminili a te, il senso di colpa (Pensiero Irrazionale). Da qui la rabbia che faticavo a gestire in quanto incolpavo di questo sentimento sempre gli altri e mai me stessa; erano gli altri infatti che avevano minato il mio valore personale facendomi sentire “brutta e cattiva” e che avevano deluso le mie aspettative. In realtà le altre persone non facevano altro che attivare i pensieri irrazionali che già nutrivo.

Anche uno dei miei bambini, che più di altri innescava “l’urlo di mamma”, aveva frequenti crisi di rabbia. Bastava un semplice no per scatenare la sua reazione e il lancio di oggetti. Il contenimento non dava esito positivo ed era meglio allontanarsi per un po’. Sapevo bene quanto fosse difficile fermarsi dopo aver dato inizio allo sfogo che sembra, solo in apparenza, liberatorio. Come uscire da questa situazione? E’ difficile cambiare ciò che non si accetta.

Abbiamo smesso quindi di condannarci e iniziato a lavorare per accettare noi stessi, con i nostri limiti, con le nostre storie, abbiamo imparato a definire le emozioni e ad esprimere il disappunto in altro modo. Come adulto ho iniziato un intenso dialogo interiore che mi ha portato a riconoscere i pensieri irrazionali causa della collera, sorretta e motivata da una forte volontà di cambiamento. Sono sempre stata convinta infatti che per cambiare gli atteggiamenti dei nostri figli dobbiamo cambiare noi per primi. Mio figlio grazie alla psicomotricità, e al cambiamento della mamma, ha iniziato ad aumentare la propria soglia di frustrazione e a scegliere altre vie per esprimere il disaccordo.

Ci hanno anche aiutato buone letture come le favole di Alba Marcoli (2) e un libro per bambini (3) che per anni è stato, come punto di riferimento, sotto il cuscino di mio figlio.

Un altro metodo che mi sento di suggerire è l’utilizzo degli strumenti del metodo Feuerstein di cui già si è parlato in questo sito. In particolare, tra gli strumenti del PAS Basic ve ne sono alcuni come “Conosci ed identifica”, “Dall’empatia all’azione” e “Pensa e impara a prevenire la violenza” che aiutano i bambini/ragazzi ad identificare, con il supporto di una buona mediazione, gli stati emozionali e la relazione tra questi e le possibili reazioni delle persone coinvolte. L’obiettivo cognitivo è quello di pensare anzichè agire d’impulso e aiutare a scegliere la reazione più appropriata e socialmente accettabile in situazioni di conflitto interpersonale (4).

Gli anni bui della rabbia sono svaniti. Guardando al passato ringrazio i miei figli che, dandomi la possibilità di guardarmi dentro, mi hanno resa migliore. Non so se basterà per arginare la crisi dell’adolescenza. Nel frattempo, godiamoci la guadagnata serenità.”

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Bibliografia

(1) Jutta Bauer, Urlo di mamma, Salani editore

(2) Alba Marcoli, Il bambino nascosto. Favole per capire la psicologia nostra e dei nostri figli, Oscar Mondadori

(2) Alba Marcoli, Il bambino arrabbiato. Favole per capire le rabbie infantili, Oscar Mondadori

(2) Alba Marcoli, Il bambino perduto e ritrovato. Favole per far la pace col bambino che siamo stati, Oscar Mondadori

(3) Domitille de Pressensè, DOREMI’ è stato adottato, Motta junior

(4) R. Feuerstein, L. Falik, Y. Rand, Il programma di Arricchimento Strumentale di Feuerstein, edizioni Erickson

7 -11 Luglio, Bilbao: IV Convegno Internazionale di ricerca sull’adozione

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E’ in corso a Bilbao (Spagna)  la quarta Conferenza Internazionale sulle adozioni. Interverranno i maggiori studiosi sul tema. Per l’Italia, tra i nomi più conosciuti, ci rappresenteranno la dottssa Rosnati (Università Cattolica di Milano), il prof Chistolini (CIAI) e la dottssa Miliotti  ( Ce.S.A.), nonché team tra le diverse università italiane.

Ci saranno gruppi di studio che, per elencarne alcune, seguiranno tematiche quali:

–          L’adozione nel mondo

–          Adolescenza, giovani adulti e adulti

–          Influenza dei genitori sul processo di sviluppo dei figli

–          Identità e origini

–          Servizi post adozione

Non mancheranno casi studio sui diversi paesi (Cina, Bolivia, USA, Italia, Spagna) e testimonianze di operatori, genitori e figli.

Ira e rabbia. L’esperto: “La figura del mediatore dei conflitti”

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di Giulio Maria D’Addio – Mediatore, Formatore ed Insegnante

La figura del mediatore è quella di una persona che “facilita la comunicazione” tra le parti in conflitto, qualunque esse siano, in un modo ben strutturato che più avanti spiegherò. Il mediatore è una figura poco conosciuta poichè in Italia non ha ancora un suo albo come altri specialisti e professionisti. In Europa, invece, è una professione già diffusa e utilizzata nelle situazioni di disagio in azienda, a scuola, tra genitori e figli e tra coppie di partner, realtà che conosco e con cui lavoro da ormai quattro anni. La professione nasce in Francia a metà del secolo scorso. Personalmente ho scelto di sviluppare la parte affettiva sulle basi della comunicazione empatica di Rosemberg.

Il mediatore non ha la bacchetta magica, non è uno psicologo (che stimo, ma anch’egli, purtroppo, sprovvisto della bacchetta!), non prende le parti di uno e non giudica o interpreta situazioni dando letture dictat o consigli dall’alto verso il basso.

Ora diciamo cosa è il mediatore, dopo che abbiamo chiarito cosa non è.

“La mediazione è una modalità di approccio alla gestione dei conflitti. Il suo obiettivo è quello di condurre le parti in disaccordo ad individuare una soluzione mutuamente accettabile e soddisfacente per entrambe attraverso l’ausilio di un terzo neutro: il mediatore.

Chiamando in causa nel proprio processo gli stessi attori della controversia e conducendoli all’individuazione di una soluzione al conflitto in cui non ci siano né vincitori né vinti, la mediazione offre un modo di affrontare il tema del conflitto come una dimensione naturale nel processo di evoluzione di un sistema organizzato, che trova applicazione in ogni ambito della vita sociale.”

Il mio lavoro è quello di facilitare la comunicazione tra le parti in conflitto seguendo una metodologia precisa basata sull’ascolto profondo, il rispetto dei turni di parola e se possibile il tavolo di mediazione.

I “problemi”, che preferisco chiamare “disagi”, non devono essere risolti dal mediatore. Questi, infatti, sono spesso l’espressione di un vissuto pesante aggressivo e incrinato tra le parti. Il mio compito è innanzitutto quello di aiutare la persona a comunicare meglio e con più profondità i propri bisogni inespressi o non sviluppatisi. Quando riusciamo a comprendere che sotto l’aggressività e la violenza verbale superficiale, ci sono motivazioni e sofferenze, quando accettiamo una nuova comunicazione con noi stessi e tra le parti, allora iniziamo ad esprimerci senza irretimenti, andando al sodo, mettendo da parte la rabbia ed investendo nella comunicazione vera. Questo percorso che raccontato bianco su nero pare sterile, schematico e rigido, si sviluppa in realtà con una intensità e magia che spesso va vissuta più che raccontata, poichè, con mia grande gioia, spesso porta ad un profondo incontro insperato, a risoluzioni e serenità ormai date per smarrite.

Dalla mia esperienza di mediatore con le famiglie adottive, ho potuto sperimentare una tensione ed intensità superiore al normale, dato che responsabilità, dubbi, chiusure e valori sono presenti in una gamma ancora più ampia rispetto alle famiglie non adottive.

In questi anni ho seguito più di 20 mediazioni di famiglie adottive. Abitando in Emilia Romagna ho potuto mediare e curare in maniera approfondita soprattutto conflitti di famiglie che si sono rivolte a me dal centro nord.

Senza scendere nei particolari, ho potuto mediare situazioni di conflitto tra genitori adottivi e figli, un genitore e un figlio, figli e fratelli, conflitti tra marito e moglie adottivi.

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“La pace non può essere mantenuta con la forza, può essere solo raggiunta con la comprensione”

Albert Einstein

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Per chi volesse approfondire l’argomento e trovare nuovo modo di relazionarsi con i propri cari, con una nuova fiducia e nuovo rispetto:

Giulio Maria D’Addio

via Ballanti Graziani 1 /A 48018 Faenza (RA)

giulio.daddio@hotmail.it

orario pasti cell 3286669150

Ira e rabbia. Film: “Il ragazzo con la bicicletta” di Jean-Pierre Dardenne (Belgio, Italia e Francia 2011)

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Film suggerito da papà Enrico

Cyril è un ragazzino di 12 anni che vive in una casa d’accoglienza da quando la madre è mancata e suo padre ha rinunciato a prendersi cura di lui. Durante un suo tentativo di fuga per cercare il padre incontra, per caso, una giovane parrucchiera che si affeziona al ragazzino e accetta un affidamento temporaneo. La loro relazione procede per tentativi ed errori, come ogni processo di apprendimento. Il film è realistico e ben riproduce il malessere di questo ragazzino che  infierisce contro se stesso e gli altri come un cucciolo ferito, alla ricerca del filo conduttore della sua vita. Le scorribande e la frequentazione di personaggi dubbi descrivono bene alcune situazioni che a volte viviamo nelle nostre famiglie.

Per chi vuole capire da dove nasce la rabbia autolesionista dei nostri ragazzi.

Ira e rabbia. L’esperto: “Come gestire il litigio dei ragazzi: consigli per genitori ed educatori”

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Tratto da “Il diritto di litigare in pace” di Daniele Novara – pedagogista, consulente e formatore

Vedi articolo completo http://www.associazionegenitoriche.org/index.php?option=com_content&view=article&id=184:il-diritto-di-litigare-in-pace&catid=37:articolo-dalla-reteGenitoriChe 08 Febbraio 2012 

(…) l’ideale del «bravo bambino» è un mito: tanto ambìto quanto impossibile da realizzare, per ottenerlo spesso si paga un prezzo molto, troppo, caro. Come è nato questo mito? Dal punto di vista storico-sociologico l’ambizione all’armonia e alla serenità familiare, l’idea di famiglia come ambito di affetto, amore, sentimenti e relazioni fondate sulla gratuità e l’intimità, nasce nel Novecento assieme al movimento pedagogico, sociale e politico che concentra la sua attenzione sui bambini e conduce a una privatizzazione della relazione con i figli. Prima di allora la famiglia era soprattutto un contratto sociale basato sulla convenienza, i figli garantivano la sussistenza nelle classi meno abbienti o assicuravano una discendenza ai ceti benestanti, e sostanzialmente non crescevano in casa ma per strada o affidati a balie e tate. (…)

Da qui il mito del «bravo bambino»: una famiglia dove il bambino crea problemi, litiga, si oppone, fa i capricci è una famiglia in crisi, non sa educare i propri figli, ha fallito il proprio scopo. Peccato che i bambini siano appunto per loro natura oppositivi e il conflitto, con i coetanei, con i fratelli, con gli adulti, non sia in realtà un problema ma piuttosto un’esperienza quotidiana che può trasformarsi in un’occasione di apprendimento privilegiato.

A travisare il valore del conflitto tra bambini hanno contribuito anche anni di pedagogia tradizionale e moralistica dall’atteggiamento profondamente giudicante: il litigio è sempre stato letto come una parentesi problematica, un intoppo all’interno dell’ordine e dell’armonia da ristabilire il prima possibile. (…)

L’idea che la convivenza si fondi sull’assenza di conflitto è però un’idea profondamente errata oltre che irrealistica. Ciascuno di noi sperimenta nella propria esperienza relazionale quotidiana diversi e numerosi conflitti e, piuttosto che contrapporre la dimensione del litigio e dello scontro a quella dell’incontro, dell’ascolto e della comprensione reciproca, occorrerebbe riflettere che si tratta di due facce della stessa medaglia, due poli della stessa competenza sociale. L’incontro vero e la comprensione reciproca effettiva, anche in famiglia, nascono grazie alla capacità di vivere e affrontare lo scontro e il conflitto come momento dello «stare con» l’altro, come occasione di riconoscimento e di esercizio di apertura e accettazione reciproca. La convivenza nasce dal conflitto, non a prescindere da esso. Un conflitto non va risolto (per ritornare all’armonia perduta…) ma va gestito: occorre imparare a riprendere la comunicazione e vedere se e come si è in grado di mettere in gioco risorse e apprendimenti per contenerne gli aspetti più difficili e pericolosi.

Litigare è un diritto dei bambini

Si capisce allora perché è fondamentale lasciare ai bambini la possibilità e il diritto di litigare. Un bambino che non ha potuto imparare a litigare da piccolo diventerà facilmente un adulto con difficoltà a riconoscere la differenza fra la violenza e la legittima necessità di esprimere le proprie opinioni, di esplicitare le situazioni di conflittualità, di affrontare in maniera costruttiva le problematiche relazionali. (…)

Conflitto e violenza

Ovviamente si parla di conflitto e non di violenza. Conflitto e violenza sono due cose ben diverse, che però nel linguaggio e nell’idea comune tendono spesso a sovrapporsi creando non pochi problemi nel mondo degli adulti come in quello dei bambini. Occorre ricordare però che prima dei sette anni non è possibile parlare di intenzionalità dell’atto violento, non è presente la violenza perlomeno nei termini in cui la intendono e percepiscono gli adulti. Certo, nei conflitti tra bambini è indubbiamente presente una buona dose di fisicità dato che la verbalizzazione non è ancora sufficiente ad esprimere le emozioni, ma la violenza intenzionale (è un’altra cosa). Anzi, tra bambini non si può neanche parlare di vero e proprio conflitto, quanto piuttosto di bisticcio, di microlitigio: fino ai sei anni di età, dal punto di vista psicoevolutivo, non è presente nei bambini il pensiero reversibile, quello che consente di avere memoria delle offese ricevute e questo impedisce che si sviluppi rancore o sentimenti di vendetta tipici dei conflitti adulti. (…)

Gestire i litigi come occasioni formative

(…) Il criterio della neutralità empatica si può riassumere nel: «Evitare di cercare il colpevole». (…) l’educatore non è un giudice ma ha il compito di trasformare le esperienze infantili in occasioni di apprendimento. Per questo, nel momento in cui si viene chiamati in causa o in cui si interviene per evitare che il litigio degeneri l’importante è restituire la situazione ai bambini, mettendo tutti i contendenti in condizione di esprimersi e di spiegare cosa è successo e perché.

Un secondo aspetto da ricordare è allora quello della decantazione narrativa. Si tratta del: «Dammi la tua versione ». È molto importante che ciascun bambino possa spiegare i fatti senza esercitare o subire comportamenti minacciosi e senza insultare. Si può spiegare, o disegnare o scrivere, si può lasciare del tempo perché le emozioni, se troppo forti e difficili da gestire, decantino e trovino uno sbocco nell’esplicitazione. Questa modalità gestionale ha due vantaggi: stimola la capacità di trovare modalità espressive del conflitto e spesso, aspetto non irrilevante, funziona da deterrente nei confronti dei bambini che tendono a ricorrere troppo all’intervento dell’adulto e a delegare la gestione della situazione. I bambini se vogliono aver ragione si devono impegnare, devono far fatica, e questo facilmente ridimensiona la percezione del problema e stimola a trovare accordi e un equilibrio in autonomia. Nel «Dammi la tua versione» appare vincolante ed efficace costruire un’occasione di dialogo tra i due contendenti. Sono loro che hanno il problema, e loro possono parlarsi e chiarirsi.

Il terzo criterio riguarda i rituali. Un litigio crea comunque una ferita relazionale, che può essere interpersonale ma anche di gruppo. Occorre allora darsi il tempo di ricostruire il rapporto, supportando i bambini nel trovare momenti e modi per recuperare il legame. La ritualità, la possibilità di avere dei momenti comunitari in cui i litigi vissuti vengono affrontati e in cui si individuano modalità di riconciliazione di gruppo (4) consente di riallacciare le relazioni compromesse e di acquisire competenze di mediazione e negoziazione molto importanti nell’alfabetizzazione al conflitto. Ritengo le nuove generazioni decisamente più pronte e inclini del passato nell’assumere le complicazioni relazionali come essenza e forza vitale dello stare assieme. (…)

Nelle note ci sono i testi da cui sono state tratte queste riflessioni.

(fonte: Genitori Che – 02/2012)

Ira e rabbia: “L’importanza del giudizio dei coetanei”

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Noi genitori pensiamo di conoscere le amarezze e difficoltà dei nostri figli, ma non è mai del tutto vero perché certe situazioni bisogna viverle in prima persona per capirle nella loro profonda crudeltà.  Di mira vengono presi i “diversi” vuoi  per difetti fisici, caratteri docili o elementi che li estraniano dal gruppo omologato. Persino il modo di vestire può influire nell’idividuare la vittima. Ricordo su un testo dedicato agli adolescenti la testimonianza di un genitore di ragazzino disabile che era riuscito ad inserirsi nella nuova scuola perchè attrezzato con marchi e look simile agli altri studenti. Solo per questo – affermava il papà con lucida e triste consapevolezza – il  figlio non era stato oggetto di scherno. Leggiamo di seguito e riflettiamo su quanto la nostra società, che non tollera “l’originale”, possa essere deleteria sui nostri ragazzi

(…) Non li scuote più il timore di fare una figuraccia, una scena muta davanti alla cattedra, una menzogna o una meschinità scoperta, non hanno paura di deludere genitori e insegnanti. Questo però non significa che i nostri ragazzi, soprattutto i più piccoli, siano liberi da ogni pressione psicologica, che possano anarchicamente rivendicare un diritto incontrollato all’indipendenza e alla felicità. Tutt’altro: forse oggi i nostri figli ancora più di prima devono fare i conti con modelli soffocanti e coercitivi, modelli che non hanno nessuna venatura morosa, che non vengono ribaditi per proteggerli dal caos e dalle incertezze della vita. Oggi sono i coetanei, spesso sprezzanti e feroci, a imporre stili di vita e modelli comportamentali.

E’ il conformismo orizzontale che produce dolore e solitudine. Il tredicenne imbranato, la quattordicenne sovrappeso, il quindicenne balbuziente devono sottostare al giudizio crudele dei loro compagni. Molti libri e film affrontano questo problema: penso ad esempio al fortunatissimo ciclo del “Diario di una schiappa” di Jekk Kinney, sessanta milioni di copie vendute nel mondo, la storia di un ragazzino gettato nel tritacarne della scuola media. Oppure il romanzo “Cate, io” di Matteo Cellini, la vicenda di una giovanissima obesa, incastrata all’ultimo banco, emarginata, lucidissima nell’analisi della sua situazione disperata. O ancora il bel film “Noi siamo infinito”, nelle sale in queste settimane, ritratto poetico della vita di un adolescente alle prese con la brutalità della scuola americana, dove ogni sensibilità viene guardata con sospetto, dove solo i bruti sembrano dettare legge.

I genitori e gli insegnanti contano poco, quasi nulla: conta lo sguardo crudele del gruppo, la percezione della propria diversità, l’incapacità di stendersi sul letto di Procuste e di uscirne uguali agli altri. Basta un vestito sbagliato, un cappelletto fuori moda, una debolezza, un’esitazione esistenziale per essere messi nell’angolo ed essere costretti a vestire i panni del capro espiatorio. L’omologazione crea martiri, la livella è una falce che stronca ogni differenza. E così i nostri ragazzi ormai se ne fregano delle ramanzine familiari, ma sono sensibilissimi a una battuta carogna, a un soprannome assassino, alla spinta collettiva che li porta sul bordo del burrone. Bisogna stare attenti, difendere le personalità, perché i polli d’allevamento diventano avvoltoi davanti a ogni vita fragile e diversa.

(fonte: tiscali.it – 4/03/2013)

Proponiamo anche: “Mio figlio di 9 anni si rifiuta di andare a scuola, che cosa possiamo fare? http://www.corriere.it/salute/pediatria/13_maggio_07/figlio-rifiuto-scuola_42f36338-b3fa-11e2-a510-97735eec3d7c.shtml

e per gli adulti educatori: http://co-moda-mente.com.unita.it/culture/2013/07/03/i-gusti-cambiano/

Ira e rabbia. Mamma Giusy: “A scuola, le frasi sottovoce fanno più male dei pugni”

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“G. ha due occhioni neri e rotondi, capelli ricci, ma non crespi e neppure tanto neri per essere di origini brasiliane. E’ il nostro nuovo alunno iscritto in seconda elementare. I genitori adottivi lo presentano a noi insegnanti durante una riunione formale, c’è anche un mediatore culturale per via dei problemi di lingua, ma loro mettono subito le mani in avanti perchè G. non vuol più sentire una parola nella sua lingua madre. I bambini adottivi hanno una gran “fame” del loro nuovo stato che imparano in fretta la nuova lingua. Così è stato…

Lo abbiamo accolto in classe e lui ha fatto subito amicizia con i compagni e dimostrato affetto verso di noi. L’inserimento ha però avuto qualche ostacolo, comprensibilissimo e già messo in conto data la sua vita passata. Spesso ha avuto crisi di pianto anche solo per uno sguardo che lui interpretava come “giudicante” nei suoi confronti e ogni volta la maggior parte del tempo ruotava intorno a lui per ridargli fiducia e sicurezza, per non assecondare il suo desiderio di tornare a casa…

La sua straordinaria capacità di adattamento lo ha premiato con bei voti in tutte le discipline, così ha conquistato con profitto le sue prime pagelle: in seconda e in terza. Quest’anno però è successo qualcosa che lo ha gradatamente allontanato dalla classe e dalle insegnanti. L’insofferenza verso alcuni compagni si è manifestata anche violentemente con parole pesanti e qualche aggressione fisica. Gli interventi di noi docenti sono sempre stati tempestivi e mirati a consolidare la sua autostima. In quarta si prevede che gli alunni siano anche più propensi ad ascoltare e ad ascoltarsi, così li abbiamo coinvolti anche in esperienze verbali perchè potessero esprimere liberamente la loro opinione e potessero osservare ciò che stava accadendo anche spostando il loro punto di vista….

La calma che si respirava però era sempre tesa a far sì che non succedessero episodi di intolleranza. Ormai G. non stava più bene con i suoi compagni, lui era sempre diffidente perchè tutto quello che succedeva, dalle risatine alle parole dette sottovoce, erano sempre contro di lui. Tante volte abbiamo avuto la conferma che le sue paure erano fondate, abbiamo sentito dire da alcuni compagni “brutto orfanello”, e “perchè non te ne torni in Brasile”… sono frasi che graffiano anche noi insegnanti. Naturalmente abbiamo fatto riunioni su riunioni, con i genitori degli alunni coinvolti, abbiamo sedato tante situazioni “esplosive”, abbiamo cercato di trovare soluzioni ad ogni situazione contingente….

Ma forse non siamo state abbastanza incisive e così G. è stato trasferito dai genitori in un’altra scuola, in un altro paese… Non sappiamo se quella sia stata la soluzione migliore, ma speriamo che la nostra sconfitta sia per lui l’inizio di una nuova, gratificante esperienza.”

Ira e rabbia: “Balotelli, quando la rabbia è dentro”

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Questo è il testo integrale di un articolo di Concita de Gregorio che ha scritto un libro su Balotelli: “Io vi maledico”. Ci è sembrato giusto riportarlo completo, anche se ci sono affermazioni un po’ dure per noi genitori che abbiamo figli di altre etnie, perché in questo modo possiamo entrare nei pensieri della gente “altra” che non ha rapporti stretti con i nostri figli e non conosce la loro storia. E’ certo che l’incazzatura di Balotelli per i cori razzisti allo stadio la capiamo pienamente. 

ROMA – Due gol a Malta, nuova bandiera della nazionale italiana, per Mario Balotelli sembra aprirsi un capitolo nuovo della sua vita da calciatore dopo le tante polemiche tra campo e gossip. Mario Balotelli è ormai uno dei più forti calciatori del mondo: ce lo racconta Concita De Gregorio nel libro “Io vi maledico”, Einaudi Editore. 

Cristina, la sorella. “Ho perso gli ultimi tre anni della mia vita a parlare di Mario. Ora basta. Non ne posso piú”. 

Giovanni, il fratello. “Da piccolo i miei lo portavano a nuoto, a ginnastica, gli facevano fare anche due sport al giorno. Qualunque cosa, purché si stancasse”. Andrea Ferrarese, amico d’infanzia. “La prima cosa che ho saputo di lui è che faceva la pipí dentro gli zaini degli altri bambini. Non avevamo ancora 10 anni. A scuola ci dicevano che era stato malato, che i suoi veri genitori lo avevano abbandonato e che dovevamo avere pazienza. Mi ricordo che in bagno si lavava le mani con l’acqua bollente. Una volta mi disse: cosí diventano bianche”. 

Mauro Tonolini, ex presidente dell’Uso Mompiano. “Quando è arrivato qui, a 5 anni, era l’unico bambino negro di duecentocinquanta”. 

Tiziana Gatti, maestra della scuola di Torricella.“È stato il caso piú difficile con cui mi sia mai confrontata. Aveva un problema di identità evidente. Si dipingeva la pelle di rosa coi pennarelli. Gli domandavo: è cosí che ti vedi? Mi ha chiesto piú di una volta se anche il suo cuore, dentro, era nero. Gli spiegavo di no ma dopo qualche giorno me lo chiedeva di nuovo. La famiglia in cui viveva per problemi burocratici non poteva adottarlo. Dovevano rinnovare periodicamente la tutela, ricordo che non aveva documenti e che doveva spesso visitare la sua famiglia biologica. Ogni volta che rientrava da quelle visite mi diceva: maestra, domani mi fanno tornare in Africa? Mi ricordo che a ricreazione un giorno gli demmo come a tutti una banana. Uscí di corsa dalla mensa arrabbiatissimo, offeso”.

La signora Maria, barista di Brescia. “Ancora adesso quando passa certe volte lo fischiano dalle finestre, gli tirano oggetti dai balconi”.

Giovanni Valenti, primo allenatore nel Mompiano. “Quando andavamo in trasferta dovevamo sempre parlare con lo speaker per chiedergli che lo annunciasse come Mario e non come Barwuah, il suo cognome. Se questo non accadeva lui si rifiutava di scendere in campo”.

Marco Pedretti, compagno di squadra nel Lumezzane. “Era anche simpatico ma tremendamente pesante. Arrivava un momento in cui non lo potevi piú sopportare. Cambiai di squadra”. 

Andrea Ferrarese. “Mi ricordo una festa di compleanno a casa sua. Tutti i bambini giocavano a giochi organizzati dai suoi genitori, lui stava in corridoio a dare colpi con la palla al muro. Lo consideravano tutti un po’ matto, alle bambine faceva paura”. 

Pierluigi Casiraghi, tecnico dell’Under 21 azzurra. “Credetemi, non è matto. Io ho giocato con Gascoigne”.

Vincenzo Esposito, ex tecnico della giovanile dell’Inter.“È un provocatore. Il problema è che non sa calcolare le conseguenze dei suoi gesti. Una volta parlavo ai ragazzi per prepararli a una partita importante, lui si allontanò e tornò leccando un cono gelato. Si misero a ridere tutti, l’avrei ammazzato”.

Giovanni Valenti. “È sempre stato il piú bravo”. 

Walter Salvioni, allenatore del Lumezzane. “Lo convocai in una partita contro il Padova. Loro secondi, noi penultimi. Mancavano trenta minuti e stavamo perdendo. Lo feci entrare, vincemmo”.

Sergio Viotti, portiere di riserva nell’Under 21, suo amico da quando avevano 6 anni
“Diceva sempre che sarebbe stato il primo negro a giocare in Nazionale e che non festeggiava i gol perché lo avrebbe fatto solo il giorno che avesse segnato per l’Italia, nella finale dei mondiali”. 

Papa Dadson, calciatore ghanese. “Quando i miei amici lo hanno visto buttare a terra la maglia dell’Inter hanno detto: pessimo negro”.

Il barista Giuseppe, marito della signora Maria. “Ormai in giro ci sono tanti ragazzi neri che parlano dialetto, nati e cresciuti qui. Lui poteva essere per loro un esempio. Poteva aprire tante porte a chi ha dei problemi. Invece no, perché è proprio stronzo”.

Marco Pedretti. “Un giorno, nell’epoca in cui era all’Inter, mi chiamò. Era tempo che non lo vedevo. Mi chiese se volevo passare il suo compleanno con lui. Un giro, un bicchiere. Era solo. Andammo. Gli dissi: ma che hai, sei incazzato nero. Poi già mentre lo dicevo mi resi conto… pensai adesso mi tira un cazzotto. Invece mi guardò un  po’ cosí, poi si mise a ridere”. 

Padre Mac Mahon, della chiesa di Saint John a Charlton. “È venuto la notte di Natale con una ragazza e un’altra coppia. È rimasto tutto il tempo in fondo alla chiesa. No, non si è confessato. Un po’ mi è dispiaciuto, mi avrebbe fatto piacere parlarci. Però se devo essere onesto ho anche pensato: il diavolo, per oggi, meglio che se lo tenga per sé”. 

Noel Gallagher, musicista ex frontman degli Oasis, Manchester. “Dimenticatemi gente. La nuova rock star, qui, è Balotelli”

Carlton Myers, padre caraibico e madre italiana, campione europeo di basket e portabandiera olimpico per gli azzurri. “Quando vedo Balotelli mi ricorda me stesso da giovane. Un tipo con una rabbia dentro che lo divora. Mi piacerebbe conoscerlo, parlarci. Tra noi non servirebbero troppe parole. So di cosa si tratta”.

(fonte: repubblica.it – 27 marzo 2013)

Ira e rabbia: “Perchè sono talora violenti”

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di Alessandro Bruni – con esperienza genitoriale nel mondo delle adozioni e dell’affidamento

Il fatto. Ad una riunione di mutuo aiuto tra famiglie accoglienti si affronta il tema della violenza. Alcune famiglie hanno sperimentato l’accoglienza di un ragazzo violento. Ci si chiede cosa determini questo comportamento e quali possono essere i rimedi. Si esplorano le possibili cause che sono identificate in:

1. Fattori formativi determinati dalla famiglia di origine
2. Fattori formativi determinati dalla famiglia accogliente (adottiva o affidataria)
3. Fattori formativi di difesa contro un contesto sociale che non li accoglie.
4. Fattori genetici. I genitori biologici erano individui violenti.

Commento. Vediamo di analizzare queste cause:
1. Fattori formativi determinati dalla famiglia di origine. Nel loro vissuto questi ragazzi hanno subito o sono vissuti in un ambiente violento per cui hanno una base di relazione che ritiene la violenza fisica o verbale il mezzo principale per affermare la propria identità. La causa viene quindi identificata in un difetto educativo della famiglia d’origine. La famiglia accogliente deve opporre una forma educativa che annulli, o limiti, questo comportamento asociale abbassando il livello di competitività, fornendo strumenti diversi dalla violenza per dirimere i conflitti, favorendo la cultura del riconoscimento dell’altro. Le difficoltà sono in gran parte determinate da un contesto sociale che pur condannando la violenza, di fatto la perpetua con comportamenti opprimenti e sostanzialmente coercitivi.

2. Fattori formativi determinati dalla famiglia accogliente (adottiva o affidataria). Si verificano soprattutto quando la famiglia accogliente impiega mezzi educativi che prevedono atti di violenza fisica o verbale o sociale o comunque mezzi troppo coercitivi. La filosofia non violenta è un agito adulto, il bambino è istintivamente opportunista e governa egoismo e altruismo in funzione del proprio vantaggio esistenziale. L’adolescente è per sua natura egoista ed egocentrico, almeno sino a che il suo processo identificativo non si è completato. Per entrambi la violenza è solitamente un atto eccezionale e non manifestazione di stile di vita di relazione. Quando il bambino scopre che il metodo violento non paga, cambia atteggiamento, quando l’adolescente scopre che quel che fa agli altri potrebbe essere fatto a lui, diviene meno egoista e meno egocentrico. A completamento del processo identificativo, l’accettazione di norme sociali condivise farà il resto. Rimane comunque importante il correttivo educativo del contesto di riferimento e quindi è necessario che la famiglia accogliente cambi comportamento (se il bambino picchia i suoi coetanei, i genitori non possono correggerlo a suon di sberle per la semplice ragione che rinforzano la sua convinzione che è il più forte che ha ragione…).

3. Fattori formativi di difesa contro un contesto sociale che non li accoglie. Le cause vanno ricercate primariamente in un ambiente di vita extra-familiare che usa la violenza e la coercizione come metodo di relazione. E’ tipico di alcune situazioni di gruppi di coetanei, o comunque di pari significativi, che attuano la violenza o un comportamento asociale come espressione di valore entro il gruppo. E’ tipico del “branco”, di gruppi di “ultras”, di gruppi giovanili fortemente ideologicizzati in senso razziale, etnico, pseudo-religioso, politico, ecc. I fattori correttivi sono principalmente da trovare in ambiti extra-familiare. Solitamente questo tipo di violenza non si esprime tra le mura domestiche, ritenute sacrali, ma nell’ambiente esterno. A meno che l’ambiente familiare non eserciti una azione coercitiva “violenta” che il ragazzo, dovendo scegliere tra famiglia e gruppo di pari, rifiuta opponendo a stato coercitivo un comportamento di violenza fisica anche verso i genitori.

4. Fattori genetici. I genitori biologici erano individui violenti. Questa causa è antica ed è stata in tempi moderni assolutamente ritenuta non scientifica. Come è noto il comportamento non si eredita con i cromosomi, ma con un imprinting formativo che si sviluppa nella relazione tra ambiente familiare e ambiente di contesto extra-familiare. Il ragazzo accolto nell’adolescenza ha anche un aspetto di mitizzazione dei genitori non conosciuti e differenziale rispetto agli genitori che li ha cresciuti. Questo stato di cose, peraltro ben noto, determina una supplementare difficoltà di relazione poiché l’adolescente finisce col giustificare il suo comportamento differenziale (stili di vita, approccio personale al mondo, modelli adattativi, ecc.) con il fatto che lui “è” diverso perché lui è come erano i suoi genitori. Questa deriva comprende e giustifica la sua violenza comportamentale dato che i suoi genitori biologici abbandonandolo hanno esercitato su di lui una “violenza” fisica e psicologica. Sono momenti difficili per i genitori accoglienti che devono confidare nel lavoro già fatto e su una restituzione di riconoscimento spesso tardiva. Solitamente nella seconda adolescenza questi comportamenti sono stemperati ed il riconoscimento che si è quel che si è “mangiato” viene lentamente riconosciuto. (…)

(fonte: crescerefiglialtrui.typepad.com – 02/12)