Ira e rabbia. Mamma Mercedes e papà Guido: “Le ombre (oltre la luce) dell’adozione”

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Questi due genitori hanno adottato in India una bambina di 6 anni. Loro sono già genitori di una figlia di 11 anni. La testimonianza, da cui traiamo la sezione che riguarda il tema da noi trattato, è molto interessante perchè si tratta di considerazioni sulle adozioni e difficoltà dei bambini in età scolare. Per chi volesse completare la lettura: http://www.mehala.org/it/adozione/testimonianze_dettaglio.aspx?year=2002&IDAttestation=4

“In genere leggiamo testimonianze molto belle e incoraggianti. Mi sono sempre chiesta se eravamo soltanto noi a vivere l’adozione con difficoltà oppure se c’era nelle coppie un certo pudore a condividere le ombre della nostra esperienza di adozione. Ci siamo fatti coraggio e abbiamo pensato di condividere con voi la nostra esperienza, meno “rosea” di altre, nella speranza che altri forse possano rispecchiarsi e confrontarsi con noi. E anche se il nostro percorso non è ancora concluso in nessun senso (siamo ancora nella proroga dell’anno pre-adottivo) credo che alcune cose che abbiamo imparato possano essere utili a tutti. (…)

Punizioni/limiti. Molti dei nostri figli adottivi, quando arrivano da noi, sono abituati a riconoscere i limiti attraverso le punizioni e i castighi corporali.

A noi occidentali queste pratiche sembrano assurde e facciamo molta fatica a marcare i limiti con le punizioni, e ancora più fatica con i castighi corporali. Eppure per i bambini è tutto uno stravolgimento cambiare di colpo i codici imparati durante anni e passare a codici molto più ragionati, razionali, difficilmente riconoscibili da parte loro. Ad un tratto il NO che veniva espresso con una botta adesso viene soltanto spiegato a parole. A loro risulta tanto difficile riconoscerlo, e noi ci innervosiamo di dover ripetere mille volte la stessa cosa.

Devo dire di essere stupita dal fatto che a volte mi è parso chiarissimo che Rosy stesse chiedendomi un castigo. Mi sono sentita in colpa per l’utilizzo di punizioni e sculacciate (non necessarie con la figlia naturale) finché mi è stato fatto capire come per Rosy il fatto di ricevere punizioni potesse essere la possibilità di riconoscere la genitorialità: “qualcuno si occupa di me, del mio bene, qualcuno ci pensa, non sono sola.”

(fonte: mehala.org)

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