Adozione e luoghi comuni: “Abbandonati o Lasciati?”

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di Margarita Soledad Assetati – psicologa e psicoterapeuta

Se leggo o ascolto “esperti”, articoli, commenti, libri, o qualsiasi cosa che tratti l’argomento dell’adozione, viene menzionato, almeno una volta il termine abbandono e di seguito il “Trauma dell’abbandono”, da cui le inevitabili domande: Come si supera il trauma dell’abbandono? I bambini abbandonati e poi adottati riusciranno mai ad essere persone equilibrate? Come potranno essere felici sapendo e convivendo con il trauma e la ferita dell’abbandono? E così via…

Cosa significa “Abbandonare”?

Da un punto di vista etimologico abandomun è una parola difficile. Ai giorni nostri è comune il senso derivante dal francese antico del lasciare alla mercé di qualcuno. Altri scompongono la particella Ab-bandum che viene sostituito in tedesco arcaico con ab- handum  cioè togliersi qualcosa dalle mani: “lasciar andare”. Quest’ultima versione sembra essere coerente con la connotazione positiva che si dà a questa parola quando si dice “mi abbandono a te” ovvero “mi lascio andare a te”.

Secondo Padre Alceste Piergiovanni, religioso e pioniere delle adozioni internazionali in Italia, questa parola si poteva scomporre in “ab-donare”, cioè: donare a qualcuno qualcosa. Infatti diceva, se “quel bambino è stato abbandonato”, e diamo una connotazione negativa a questo termine, è come dire “quel bambino non ha valore!”

Ma “Come può un bambino, o un ragazzo non avere valore?

Infatti quando si parla di bambini abbandonati, l’uso di questa parola suona così fastidioso, a volte tanto dolorosa. Beh, capisco il fastidio o il dolore di essere definiti e quindi considerati come persone che non hanno valore!

Mi chiedo, dunque: “Come si può superare il trauma di sapere ed essere trattati come persone che non hanno valore? Quale persona può avere una vita felice ed equilibrata avendo questo marchio di fabbrica?”

Non hai valore. Quindi non sei nessuno. Forse sei una cosa. Ma di certo, non sei una persona!

Ma se sei una persona, un bambino o un ragazzo, e ti viene detto che sei una cosa senza valore, che non vale niente, come una gomma masticata e sei trattato come tale… probabilmente crescerai pensando che sei solo una gomma da masticare. Ti comporterai nello stesso modo di una gomma masticata, appiccicosa, fastidiosa e difficile da togliere!

Come si possono mettere insieme dei bambini con delle gomme masticate? Come si possono considerare delle persone umane, gomme masticate senza valore? Eppure, a me sembra che sia questo il messaggio che viene dato quando si parla di bambini e ragazzi Abbandonati.

E se invece diamo un nome diverso ma più autentico alle realtà che vedono madri che si separano dai figli, e altre mamme che sono pronte ad accoglierli e ad averne cura, come sarebbe?

Come suonerebbe la frase: “La donna che ti ha dato alla luce ti ha LASCIATO, donando il suo bene più prezioso, suo figlio. E noi abbiamo scelto di accoglierti”. Sembra una affermazione autentica, non vi pare?

La storia di uno di noi

C’era una volta, in un luogo lontano, una donna che ebbe nella pancia per nove lunghi mesi, un  dono, un bambino. Questa donna  ha scelto di darlo alla luce, con il dolore di un parto. Dopo aver dato a questo bambino la vita, ha scelto di lasciare suo figlio…

In un’altra parte del mondo, c’era una coppia di persone che scelse di diventare genitori di un bambino che era stato lasciato dalla mamma.

C’era un bambino, a cui una donna aveva scelto di dare la vita. E poi, ad un certo punto, è stato scelto da una coppia di genitori, ed è diventato loro figlio…

To be continued…

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  1. Parole per girare attorno alle molteplicità della realtà. Tante parole. Poi le storie sono uniche ed ognuna a sè. Come conciliare tutte queste parole con la realtà di chi magari ha subito abusi in famiglia. O di chi essendo stato “lasciato” ha subito abusi e maltrattamenti in istituto. Guardiamo la luna ma, invece di accettarne la vastità, preferiamo fissarci sul dito che la indica e dare alle parole una politically correctdness ideologica.

    Essere “lasciati” non è traumatico? Lo è meno? E quanto lo è, non sentire la parola, ma aver vissuto “l’esser stati lasciati”. Ci preoccupiamo nella vita vera dell’inserimento al nido, del passaggio alla scuola dell’infanzia … ma poi crediamo che usare “lasciare” invece che “abbandonare” faccia la differenza su quel momento in cui … si è rimasti soli e si era troppo piccoli per comprenderne il senso e il significato.

    Certo i nostri figli hanno un grande valore. Il valore di ogni figlio di questo mondo. Rispettiamoli lasciando a loro le parole. Senza imporgliele. Ascoltando quando ci raccontano la loro storia. Quando ci comunicano solitudine, angoscia, sofferenza. Come quando ci manifestano capacità di dare un senso e un significato.
    Aver vissuto l’abbandono non ha a che fare con una parola usata ma con un’esperienza vissuta, cui si da un senso … vivendo.

    • Gentile signora Guerrieri, Lei ha ragione nell’affermare “Rispettiamoli lasciando a loro le parole. Senza imporgliele. Ascoltando quando ci raccontano la loro storia. Quando ci comunicano solitudine, angoscia, sofferenza. Come quando ci manifestano capacità di dare un senso e un significato. Aver vissuto l’abbandono non ha a che fare con una parola usata ma con un’esperienza vissuta, cui si da un senso … vivendo.”
      .
      Prima di essere psicologa, sono una Figlia Adottiva, e ne ho viste davvero tante di persone nella mia vita che mi dicevano di rispettarmi e poi dimostrare il contrario. Queste sono le mie parole, in cui da figlia e da esperta chiedo rispetto alla mia realtà di figlia e di molti miei amici adottivi con cui spesso ci confrontiamo e a cui chiedo sempre un’opinione di ciò che scrivo o di ciò che penso. Questa è la nostra storia, e non significa che sia stata una vita bella o facile, o di non abusi di vario genere.

      Significa che il figlio adottivo, quando cresce va oltre alle definizioni, va oltre la solitudine e l’angoscia di cui lei parla, andiamo oltre la sofferenza, perché mi permetta di dirle, che purtroppo la vita è anche questa.
      .
      Tutto passa, anche i traumi si possono superare, quello che non passerà mai sono le etichette, le definizioni, i messaggi inconsci che ci vengono mandati, e con cui da grandi ci ritroviamo a fare i conti.

      Le faccio un esempio per spiegarmi meglio. Io appartengo alla generazione in cui si cresceva sentendosi dire: “Sei una bambina cattiva perché hai detto una bugia” o cose simili. Le chiedo: “Può una bambina di otto anni essere cattiva?” Forse, anche a lei sarà stato detto per mille altri motivi, e in fondo da qualche parte, uno finisce con il crederci, di essere cattivo perché si è fatto questo o quello… è molto diverso dire “Hai fatto qualcosa che era meglio non fare”.

      Forse sono sfumature, ma per noi figli non lo sono tanto. Credo che anche questa sia esperienza di vita e di senso.

      • Di seguito vi allego quello che è stato un commento di una persona su FB dopo aver letto l’articolo; si tratta di un’altra figlia adottiva!
        “Mariagnese Vaboni: Ciao Margarita Soledad Assettati….chissà, forse se i miei genitori adottivi mi avessero detto : “La donna che ti ha dato alla luce ti ha LASCIATO, donando il suo bene più prezioso, suo figlio, e noi abbiamo scelto di accoglierti”, anzicchè tenermi nascosta l’adozione a tal punto da convincermi che “abbandonata ” significava “figlia di nessuno” e quindi “sola al mondo”, forse oggi noi figli di un tempo passato non avremmo tante paure. Ma quelli erano altri tempi….oggi per fortuna i genitori adottivi hanno la possibilità di rimediare agli errori del passato.”

  2. Ciao Margarita, questa poesia gira in rete da anni, anche se è erroneamente attribuita a Madre Teresa di Calcutta.
    Può interpretare il tuo pensiero?

    C’erano una volta due donne che
    non si conobbero mai.
    Una che tu non ricordi, l’altra che tu chiami “mamma”.
    Due vite differenti nel completamento di una sola, la tua.

    Una era la tua buona stella, l’altra era il tuo sole.
    La prima ti diede la vita, la seconda ti insegnò come viverla.
    La prima ti diede il bisogno d’amore, la seconda era lì per colmarlo.
    Una ti diede le radici, l’altra ti offri il suo nome.
    La prima ti trasmise i suoi doni, la seconda ti propose un obiettivo.

    Una fece nascere in te l’emozione, l’altra calmò le tue angosce,
    una ricevette il tuo primo sorriso, l’altra asciugò le tue lacrime.
    Una ti offrì in adozione, era tutto quello che poteva fare per te;
    l’altra pregò per un bambino e Dio la guidò diritto a te.

    E ora quando piangendo tu mi poni l’eterna domanda,
    eredita’ naturale o educazione, di chi sono frutto ?
    Ne’ dell’uno ne’ dell’altra, mio bambino,
    ma semplicemente di DUE differenti forme d’amore.

    (Autore filippino sconosciuto )

    • Buona sera Enrico, conosco bene quella poesia ed in effetti credo che tu abbia capito appieno il messaggio che volevo trasmettere! Grazie per l’osservazione!

    • Buongiorno, mi permetto di intervenire, poiché mia figlia come tesina alla maturità, sta preparando un elaborato sull’adozione internazionale.
      La sua professoressa di lingua italiana le ha consigliato di inserire la poesia precedente, attribuendola a madre Teresa di Calcutta…
      Dove posso reperire la notizia certa, che è invece stata scritta da un autore filippino sconosciuto?
      Ringraziando in anticipo per la cortese risposta, porgo i più sinceri saluti.
      Una mamma adottiva.

      • Gentle sigra, ho fatto anch’io una ricerca su internet e la fonte non è chiara. Le consiglierei di contattare la congregazione delle suore di madre Teresa. Sapranno dirle sicuramente qualcosa di più preciso.
        .
        Le sarei molto grata se sua figlia ci mandasse l’indice della sua tesi per essere al corrente delle tematiche affrontate dall’Università e metterle a disposizione di tutti. Dica a sua figlia di contattarci. Grazie. R.

      • Mia figlia non sta preparando una tesi universitaria, ma una tesina da presentare all’esame di maturità. Un cordiale saluto.

  3. Non è difficile fare dell’ironia sull’uso del linguaggio “politicamente corretto”: lasciare invece di abbandonare, handicappato invece di disabile (o di diversamente abile), operatore ecologico invece di spazzino. E’ anche vero che, al di là delle parole-etichette, sono i conti con la realtà, a pesare.

    Le parole hanno, però, un loro peso. Io faccio il giornalista. Cosa accadrebbe se domani scrivessi sul mio giornale, di un portatore di handicap coinvolto in un incidente, “Storpio investito sulle strisce”?. Oppure, “Disgraziato alle gambe travolto da un Suv”?. Sempre di persona con problemi a camminare, si tratta. Ma il risultato è diverso, sia per chi legge, sia per chi “si legge” sul giornale.

    La “terapia semantica” di cui parla Habermas, non a caso, fa riferimento al linguaggio come strumento del pregiudizio. L’uso della parola – orrenda – “extracomunitario” ne è una dimostrazione: chiamare una persona non appartenente alla Ue “cittadino immigrato”, non ne cambia la condizione, ma certo contribuisce a non caricarne la estraneità.

    Credo, allora, che sia giusto come suggerisce Anna Guerrieri, guardare in faccia la realtà e con quella fare i conti. Ma è anche giusto quanto ci invita a fare Margarita Soledad: usare un linguaggio che eviti di calcare la mano sul dolore che, lasciati o abbandonati, investe tutti noi quando ci troviamo in certe situazioni.

    Sull’importanza delle parole, suggerisco il libro “Parlare civile”, scritto da un gruppo di giornalisti, e che l’11 giugno sarà presentato alla Camera dei deputati (www.parlarecivile.it).

  4. Gentile signora Assetati,

    nessuno mette in dubbio le esperienze altrui e le percezioni altrui. D’altra parte lei ha messo una dichiarazione sul suo blog ed io ho espresso un mio commento. Quello che conta non è detto che sia una ragione o un torto, quanto piuttosto il confronto che ne nasce. Lei dice che le parole contano più dei traumi e che i traumi si superano. Io ho avuto a che fare con dei traumi (fanno parte della mia esperienza di vita) e non so bene cosa significhi superarli. So cosa significa riuscire a conviverci piuttosto, cosa significa saper trovare loro un posto senza che ti invadano la vita. Questo si, lo so perfettamente. E sono certa, certissima che il trauma (perchè trauma è) di esser stati lasciati soli (per qualsiasi motivo che abbia indotto il lasciare il proprio figlio, mettiamoceli tutti), il trauma di trovare una famiglia per adozione, sia qualcosa che possa benissimo trovare un posto nella propria vita, senza che la invada, senza che la pervada. Mi creda, io ci credo perfettamente. Non ho nessun (ma assolutamente nessun dubbio) su questo. Semplicemente credo nella sincerità delle parole. E rimuovere la parola abbandono non ha senso, come non ha senso rimuovere altre parole dal mio punto di vista.

    Se poi invece si pensa che un genitore vada a dire ad un figlio “tu sei stato abbandonato” questo è un altro paio di maniche. L’uso delle parole è chiaramente importante nelle relazioni affettive e spero che nessun genitore voglia mai usare le parole come clave sulla pelle dei figli. Ascoltare le storie dei figli non significa giudicarle connotando di “significati” negativi e di giudizi quel che narrano. Significa ascoltarli mentre pensano ai loro genitori di origine, significa aiutarli a non pensarsi svalutati qualsiasi cosa accada, o sia accaduta, significa abbracciare in silenzio se serve il silenzio, significa mettere anche della tenerezza dove a volte la tenerezza manca. Significa tante cose ed è a mio vedere in quell’ascolto, in quello stare vicino, in quel camminare accanto, che sta tutto il valore.

    Ma la parola abbandono non è rimovibile. Camuffabile. E non è un’etichetta. Talvolta è un fatto.

  5. Caro Maurizio raccolgo il suo invito. E infatti credo che si debba andare molto in profondità sul tema, per non rimuovere realtà senza per questo offendere o “inscatolare” le persone, senza insomma ridurre una persona ad una caratteristica unidimensionale.
    Io ho subito nella mia vita degli eventi traumatici, ma non mi riduco a quel che ho subito. Sono molto di più.
    Se di una persona dico “una persona abbandonata” la riduco ad un’unica limitante connotazione. Se dico, “chi subisce un abbandono fa i conti con un trauma” io non inscatolo nessuno, ma rendo onore piuttosto alla complessità dell’aver vissuto un evento.
    Una donna che subisce uno stupro, lo subisce. Ma non è per sempre sotto l’azione di quello stupro. Non è “una stuprata”.
    Non ci si identifica con il danno che si subisce, si è molto di più.

    Le persone adottate a mio vedere non sono persone “abbandonate”. E’ ben diverso. Ma l’aver subito un abbandono fa parte dell’esperienza di molte persone adottate, se non tutte. I motivi per cui tutto questo avviene pertengono a chi ha lasciato i figli (e possono essere davvero molteplici perchè tante sono le storie). Ma la percezione della solitudine … c’è stata per tanti, davvero tanti. Ed è qualcosa con cui ci si misura. Come per tante altre cose.

    Quindi per me non si è persone “lasciate” o “abbandonate”. Si è persone che si è subito (senza poter intervenirvi) l’azione di qualcun altro, si è stati lasciati, si è subito un abbandono. E non ci si identifica col danno.

    E quindi si, per me le parole contano profondamente. Proprio per questo credo vadano riconosciute nel loro vero senso.

  6. Ho letto il commento della persona su fb. E riguarda una storia in cui “l’adozione non era stata detta”. Punto molto profondo e delicato. Il non dire, il nascondere è tutta un’altra storia.

  7. Sono entrata nella seconda parte della mia vita. Se ci penso non mi piacerebbe essere chiamata “vecchia” signora, bensì “anziana” signora.
    La sostanza non cambia. Gli anni sono gli stessi, gli acciacchi pure. “Anziana” signora, però, nel mio immaginario, rimanda ad una donna ben curata, con dei contenuti esistenziali e una certa dignità.
    “Vecchia” lo trovo un po’ dispregiativo, anche con minore attenzione ai dettagli e al rispetto di una vita vissura.

    “Abbandonato” o “lasciato”?
    Alla fine il risultato è lo stesso: il bambino è solo e impaurito. “Lasciato”, però, dà l’idea di una madre che ha sofferto nel separarsi dal suo piccolo, che ci ha pensato tanto prima di decidere, che ha avuto qualche dubbio. E’ una madre che trasmette dignità e rispetto.

    Ecco, il rispetto.
    E’ mia opinione che una persona che usa con attenzione le parole abbia alla fine più rispetto per le vite degli altri. E’ da qui che bisogna partire, secondo me, dalla nostra capacità di “mettersi nei panni degli altri”.

    Mia figlia ha sempre guardato con ostilità alla sua mamma di origine. Oggi, quando ne parla, esprime maggiore attenzione e comprensione. E’ una giovane donna ormai, ha visto ragazze intorno a lei diventare ragazze madri e le difficoltà nell’accudire il loro bambino. Ha capito che essere donna in certi paesi non è facile. Neanche in Italia lo è!
    Sua madre di nascita non l’ha “abbandonata”, ma “lasciata” perchè non aveva alternative.

    Ci sono poi altre mille storie di degrado e dolore che lasciano tracce ben più profonde.
    A me però piace pensare che si possa trasmettere sempre una positività dei fatti, che anche il più lacerante dei dolori possa diventare risorsa. Se non credessi questo non sarei oggi un mamma adottiva.

    Nelle favole ci sono sempre gli orchi cattivi (le esperienze traumatiche) ma a bilanciare arrivano le fate e i maghi buoni (le risorse dei ragazzi e dei genitori accudenti). E’ vero, ci sono anche le storie che finiscono male…

    ABRACADABRA
    Non significa nulla eppure racchiude tutto il mio amore per te (e il rispetto per la tua mamma di nascita), figlia mia!

  8. Buongiorno a tutti!
    La mia opinione, basata sulla mia esperienza e in qualità di figlia adottiva, è che le parole contano moltissimo soprattutto quando si è piccoli. I bambini sono come le spugne, assorbono tutto quello che a loro viene detto e lo fanno girare nella testa, ripetendolo a loro stessi e al mondo che li circonda. E’ importante non dare per scontate le parole perché esse sono delle finestre sul mondo. Hanno un enorme potere sui nostri sentimenti e sulle nostre azioni. Come diceva perfettamente Maurizio Corte, c’è una differenza grandissima tra “disabile” e “handicappato”, tra “extracomunitario” e “cittadino immigrato”.
    Le parole formano il modo in cui si vede il mondo. Un bambino che cresce con la parola “abbandonato” in testa, cosa penserà di se stesso? Quanta autostima avrà?

    Che poi, tra l’altro, io non mi sento abbandonata.

    Il termine “abbandonare” come diceva Margarita Soledad Assetati, si rifà all’idea di un oggetto che non si vuole più e lo si dà a qualcuno.
    Io credo che una donna che decide, con coraggio, di portare avanti una gravidanza pur sapendo che non potrà tenere con sé quel figlio, è una donna che compie il gesto d’amore più grande di tutti.
    Avrebbe potuto abortire e continuare la sua vita. Ma sceglie di portare in grembo per nove mesi un figlio che poi non potrà tenere con sé. Quanto è meraviglioso?

    Lasciare un figlio per amore è quello che ha fatto anche Maria con Gesù.

    I miei genitori mi hanno sempre detto “tu sei il più grande gesto d’amore”.
    Non hanno mai usato la parola “abbandono”, forse qualche rara volta hanno usato la parola “lasciare” ma caricandolo comunque di un significato profondo, d’amore, non di sofferenza.
    La sofferenza c’è, il dolore anche, ma il sentimento più presente in un’adozione è l’amore e questo dobbiamo ricordarlo sempre.

  9. Una domanda: chi è quel genitore che guarda negli occhi suo figlio o figlia e gli dice/le dice “Tua madre ti ha abbandonato”? Forse questa è la preoccupazione che leggo. Io ne conosco davvero pochi. Chi sa ascoltare i figli e parlare coi figli si pone dalla loro parte e certamente non vuole farli sentire oggetti svalutati. Così facendo si pone in continuità coi genitori di origine, non demonizza, non idealizza, non enfatizza. Sa quando dire “Io non c’ero e non giudico, gli eventi della vita sono tanti”. Sa soprattutto porsi dalla parte dei figli qualsiasi emozione facciano emergere. Perchè non conta cosa pensassero genitori di origine che in quell’istante sono assenti. Conta invece come sta il figlio pensandoli. Contano le emozioni che i figli provano. Conta sapere ascoltare una sofferenza e saperla calmare, conta saperla riconoscere senza per questo usarla per dare valore a se stessi (i genitori adottivi).

    Per quello che riguarda il senso dell'”abbandono” (e l’abbandono esiste), mi dispiace ma le storie sono tante quanti gli esseri umani. E mi dispiace ma ci sono anche storie estremamente gravi e che non sono affatto gesti di amore, o gesti consapevoli. E nel contatto e incontro con le proprie famiglie di origine che non pochi adottati intraprendono, non tutto è “ricomponibile” nello scoprire che c’è stato un meraviglioso gesto d’amore o qualcosa che ha imposto situazioni che non si potevano evitare.

    Nella vita vera c’è molto altro. Capita. A volte tocca anche farci i conti.

    Quindi dubito che ci sia una ricetta unica e dubito fortemente che si possa abbellire sempre l’abbandono. Questo non toglie che i traumi si possano superare benissimo, ma davvero benissimo.

    Infine, vedo che chi mi risponde si dichiara; figlia adottiva, madre adottiva.

    Io non mi sono dichiarata, volutamente. Credo che le esperienze contino in quello che si pensa, enormemente. Ma non tutto si riduce ad esperienza. E di persone adottate ve ne sono tante. Ognuna con un suo pensiero. Come giusto che sia.

    • Infastidisce anche a me presentare una mamma o un papà come adottivo (sembra un’etichetta), ma è il mezzo (il blog) che porta a farlo, quasi a volerci identificare meglio.

      Spero anch’io che un genitore preparato non dica al figlio che è stato abbandonato. So che gli enti stanno migliorando sotto questo profilo. Dobbiamo, tuttavia, fare i conti con il vicino di casa, il fruttivendolo o l’insegnante.

      Ecco, appunto, credo che questa riflessione serva a sensibilizzare anche chi il mondo dell’adozione non lo conosce da vicino e magari ha il ruolo di educatore.

    • Ho infatti scritto che il dolore c’è, la sofferenza anche. La mia intenzione non era quella di “abbellire l’abbandono” ma di proporre ai figli un modo diverso di vedere l’adozione. Per quanto ci siano esperienze gravi e distruttive, credo sia meglio parlare con ottimismo ad un figlio, specie se è un bambino piccolo. Non c’è una ricetta unica ma parlare di amore, di speranza e di bellezza penso sia un punto di inizio.
      Mi sono “etichettata” per far capire che io l’ho vissuta, quell’esperienza. Nella vita non mi etichetto assolutamente, mi sento figlia in quanto tale, com’è giusto che sia.

  10. Vi ringrazio della cortese conversazione. Per quel che riguarda le identificazioni io ho sempre scelto nella mia vita il nome e cognome. A cercarmi, si vede chi sono, forse anche un pò (non tutta) della mia storia.

    Il mondo esterno non è mai tanto importante quanto quello interno. Le relazioni esterne contano si, ma molto di più conta come vengono raccolti gli accadimenti esterni dalla famiglia. E’ la famiglia quella che conta davvero per un bambino.

    Buon lavoro col vostro blog.

  11. Poesia trovata su un gruppo di FB: credo che sia una buona risposta per la Sig.ra Guerrieri, in fondo la pensiamo uguale, No?

    PARLAMI D’AMORE
    Se sono un bambino, sfuggito al carnaio notturno, trattenuto da un filo d’amore lanciato da chissà dove.
    Se sono un bambino caduto dal nido, abbandonato da padre e madre, rapiti o mortalmente feriti alle sbarre della loro gabbia.
    Se sono un bambino nudo, senza panni d’amore, o con panni imprestati, ma col diritto di vivere, perchè sono vivo.

    E se nello stesso istante persone innamorate piangono davanti ad una culla vuota, consumandosi nel desiderio di accarezzare un bambino….Se sono ricchi d’amore che ritengono sprecato, e vogliono gratuitamente donarlo, perchè cresca e fiorisca ciò che non hanno piantato…Allora io voglio che vengano silenziosamente a chiedermi se io desidero adottarli come miei genitori del cuore.

    Ma non voglio dei fanatici del bambino, come collezionisti d’arte che cercano febbrilmente il pezzo raro che manca alla loro vetrina. Non voglio clienti che hanno fatto l’ordinazione e, pagata la fattura, reclamano il loro bebè prefabbricato, Perchè non sono fatto per salvare genitori dalle membra amputate, ma loro sono stati fatti, misterioso percorso, magnifico progetto, per salvare dei bambini dal cuore malato, forse anche condannato.

    Io berrò un latte di cui ignoravo il sapore.
    Ascolterò musiche sconosciute, imparerò nuove canzoni.
    Sulle vostre dita, sulle vostre labbra, genitori adottati, decifrerò lentamente l’alfabeto della tenerezza.
    E l’amore sconosciuto per me prenderà volto alla luce dei vostri occhi.
    Voi innesterete le vostre vite sulla mia crescita selvatica, e grazie a voi io rinascerò una seconda volta.

    Così sarò ricco di quattro genitori.
    Due lo saranno della mia carne, e due del mio cuore e della mia carne cresciuta.
    Voi non giudicherete i miei genitori sconosciuti, li ringrazierete, e mi aiuterete a rispettarli.
    Perchè dovrò riuscire, lo so, ad amarli nell’ombra, se un giorno vorrò poterli amare nella luce.

    E se in una sera di tempesta, adolescente focoso, impacciato di me stesso, io vi rimprovero duramente di avermi accolto, non vi addolorate, amatemi ancora di più: lo sapete, perchè un innesto prenda, ci vuole una ferita, e, chiusa la ferita, rimane la cicatrice…..

    Ma io sogno…. io sogno, perchè non sono che un bambino in viaggio, lontano dalla terra ferma.
    La mia parola è muta e il mio canto senza musica, ciò che vi dico piano non potrò dirlo ad alta voce…Se non il giorno in cui, avendomi voi adottato, mi avrete messo in cuore tanto amore e autentica libertà.
    Sulle mie labbra parole sufficienti. Perchè possa dire: papà, mamma, io vi scelgo e vi adotto.
    Allora saprete che il vostro amore é dono, e che è riuscito.

    Michel Quoist

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