Archivio mensile:giugno 2013

Ira e rabbia. Papà Mario: “Il maschio ci dà serie preoccupazioni”

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“Sono il genitore di due ragazzi da noi adottati alcuni anni fa in età di 7 e 9 anni. Non abbiamo nessun problema con la ragazzina ormai 13enne mentre stiamo passando bei guai con il maschio ora 15enne, fisico atletico, secondo alle nazionali di atletica…. Questo ragazzo ha una doppia personalità: affettuoso, dolce e molto intelligente quando non viene contraddetto, violento e aggressivo quando contraddetto.

Dall’inizio di quest’anno è peggiorato tantissimo, a scuola ha avuto tre sospensioni. Gli hanno trovato stupefacenti (credo sia scattata la denuncia) ed è stato beccato a rubare profilattici e cioccolata al supermarket mentre io lo pensavo a scuola. Non l’ho mai menato (grazie anche al fatto che ha portato per tre anni l’apparecchio per i denti e avrei rischiato di fargli male). Però quando ho saputo degli stupefacenti gli stavo mollando un ceffone impietoso, ma lui ha avuto la meglio: mi ha gonfiato di pugni (7 giorni di prognosi e denuncia alle autorità competenti), fatto non isolato, già verificatosi in altra circostanza. Lui si giustifica dicendo che quando accumula rabbia non riesce a controllarsi.

Adesso ci siamo arresi e lui fa quel che vuole, sta sempre fuori casa. Con gli assistenti sociali si stava valutando un periodo in comunità. A noi dispiace molto anche perché, quando vuole, è molto bravo e premuroso, ma cosa possiamo fare? Noi abbiamo fallito, speriamo che la comunità riesca a farlo maturare e a far controllare la sua rabbia altrimenti sarà destino che, prima o poi, succederà qualcosa di irreparabile.

Originariamente erano quattro fratelli di sangue, due sono andati in un’altra famiglia. Il fratello maschio ha creato grandi problemi anche all’altra famiglia, è stato in comunità, mentre oggi, maggiorenne, sembra aver messo la testa a posto, anzi rimprovera il fratello più piccolo (mio figlio) dicendo appunto di non fare i suoi stessi errori… Per cortesia non cominciate ad attaccarmi senza aver vissuto questa esperienza. Mi risponda chi ha avuto esperienze analoghe e mi dia speranza su quali scenari potranno aprirsi per il futuro.”

(fonte: it.sociale.adozione)

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Ira e rabbia. Mamma Arianna: “Non vorrei passare per le vie burocratiche”

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“Mio figlio ha 14 anni, adottato in Colombia all’età di un anno e mezzo. E’ stato sempre un bambino vivace ma contenibile. Da circa un anno è diventato irascibile, non rispetta i genitori, è disobbediente, non studia a scuola, se ripreso s’incattivisce e reagisce malamente. Una volta mi ha messo le mani addosso, altre ha mezzo sfasciato la casa e io non so più cosa fare. Con mio marito siamo separati da 3 anni, ho un secondo figlio biologico che oggi ha 12 anni e che è traumatizzato dai comportamenti del fratello. Vorrei un aiuto concreto, ma non so a chi rivolgermi. Ho pensato agli assistenti sociali del tribunale che hanno seguito la pratica di adozione ma non sono ancora sicura di voler passare per queste vie “ufficiali”.”

(fonte: it.sociale.adozione)

Adozione e luoghi comuni. “Biologici e /o Geneticamente modificati?”

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di Margarita Soledad Assetati – psicologa e psicoterapeuta

Assieme ad una mia cara amica, Anna Genni Miliotti, scrittrice, formatrice ed esperta di adozione internazionale, più volte ci siamo trovate a riflettere sulla terminologia usata nel complesso mondo legato all’adozione. Oggi pensavo di condividere le nostre riflessioni legate alla parola “Biologico”. Spesso leggiamo o parliamo di “genitori Biologici” oppure di “figli Biologici”.

Biologico? Dove peschiamo questo termine?

Nei supermercati spesso troviamo il bancone del “cibo biologico”: una selezione di cibo di qualità scelta, controllata, oppure di cibo non trattato chimicamente, più naturale, ecc…Adesso esiste, grazie ai ritrovati della scienza, anche il cibo geneticamente modificato, animali geneticamente modificati, ecc…

Ma come mettiamo insieme questa connotazione che diamo al cibo con i genitori o i figli? Come possiamo usare, in modo indiscriminato, un termine che descrive tanto la qualità di un cibo, quanto quella un figlio o di un genitore?

Semplice: “Evitiamo di metterli insieme!”

Allora che significa essere “figlio biologico”? Un figlio nato dalla mia pancia? Oppure un figlio nato dalla pancia di una donna più in generale? Eppure tutti siamo nati dalla pancia di una donna. Allora perché questi distinguo?

Durante una chiacchiera con una mamma che aveva fatto la scelta di adottare, questa donna mi disse: “Si in effetti i figli sono nati tutti dalla pancia di una donna, ma i miei figli non sono nati dalla mia Pancia!”

Mi venne istintivo risponderle: “Quindi lei è una mamma geneticamente modificata!”

Se stiamo con l’etimologia della parola “biologico” è un aggettivo che si riferisce all’agricoltura o al cibo, derivante da prodotti agricoli, il sostantivo è “Biologia” e qui troviamo che “Bios” significa VITA e “logos”: STUDIO; pertanto se ipotizziamo che il compito di un genitore sia quello di “dare vita attraverso la logica e lo studio, ovvero di rendere autonomi i propri figli”, mi chiedo: “Ma questo non è un compito di tutti i genitori, siano essi “Biologici”, oppure coloro che fanno la scelta di adottare un bambino, o ancora coloro che hanno fatto la scelta di prendere in affidamento un bambino, o quanti sono genitori separati?”

Ogni genitore dovrebbe assumersi responsabilmente tale compito.

Eppure una differenza tra la persona che ha un corredo genetico in comune con un bambino e chi non ce l’ha , ci dovrà pur essere. O no? Quindi il primo si chiama biologico e l’altro adottivo o affidatario, giusto?

Personalmente a me non piace essere definita al pari di una zucchina biologica, o di un carciofo o a un sacchetto di cereali! Chiedetevi o chiedete a vostri figli se a loro piace.

Guardandomi attorno mi chiedo se c’è la stessa differenza anche in altre culture. Con la mia amica Anna, abbiamo poi notato una cosa: nei paesi anglosassoni i genitori “Biologici” vengono chiamati: “Birth Parents”= “Genitori di Nascita”, per distinguerli dagli “Adoptive Parents”= “Genitori Adottivi”.

Il termine “Genitore di nascita” trovo che sia appropriato: rispetta la nascita, i figli e i genitori. Attenendoci al termine non c’è una differenza di qualità (migliore o peggiore) tra il genitore di nascita e il genitore adottivo, e non si punta l’attenzione sull’aggettivo. Ma ci si focalizza sul sostantivo che è comune :“genitore”, quindi essere genitore! Meglio di avere in comune le zucchine e le carote, non vi pare?

E se parliamo dei figli? Che impatto ha sapersi biologico come le zucchine? Torniamo a quanto detto precedentemente: siamo tutti figli biologici, ovvero nati da una “logica” naturale che è quella della procreazione. Un mistero tanto fitto, quanto ben regolato nel suo attuarsi.

Ma allora che differenza c’è tra l’essere un figlio biologico e un figlio adottivo?

Il “Figlio Adottivo” è NATO, dalla pancia di una donna che ha SCELTO di darlo alla luce, e poi è stato anche SCELTO da altri genitori che hanno voluto prendersi cura di lui. Quindi è figlio due volte, o meglio è stato scelto due volte!

Un conto è dire al proprio figlio: “Sei stato scelto!” altra cosa è dirgli: “Sei stato scelto due volte!”

Un conto è sentirsi scelti in quanto nati, un conto è sentirsi scelti due volte in quanto nati e adottati!

Questa, credo, sia l’unica differenza, che poi diventa anche sostanziale, esistenziale, ed è comunque reale!

La storia di uno di noi!

C’era una volta, in un luogo lontano, una donna che accolse nella pancia per nove lunghi mesi, un  dono, un bambino. Questa donna  ha scelto di darlo alla luce, con il dolore di un parto. Dopo aver dato a questo bambino la vita, ha scelto di lasciare suo figlio…

In un’altra parte del mondo, c’era una coppia di persone che scelsero di diventare genitori di un bambino che era stato lasciato dalla  sua mamma di nascita.

C’era un bambino, a cui una donna scelse di dare la vita. E poi, ad un certo punto, è stato scelto da una coppia di persone che diventarono i suoi genitori, e lui è  diventato di nuovo figlio…

To be continued…

Ira e rabbia. L’esperto 3: “Come rapportarsi a una persona adirata”

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di Gary Chapman

1 Ascoltate tre volte prima di dare una risposta. La prima volta ascoltate la persona adirata nel suo sfogo, la seconda chiedetele di ripetere la storia, la terza domandate per comprendere meglio la situazione. La persona comincerà a capire che prendete in seria considerazione ciò che vi sta dicendo. Trattatelo come vorreste che qualcuno trattasse voi se foste adirato. Non è il momento di discutere, ma di comprendere la sua ira in modo da aiutare a gestirla.

2.Cercate di capire la situazione. Domandatevi se nella stessa circostanza sareste adirati.

3.Esprimete comprensione alla persona adirata per la situazione che vive. Parlate con comprensione per i sentimenti d’ira che l’altro manifesta.

4.Fornite informazioni che possano chiarire l’argomento o ammettete il torto e cercate di rimediare. Se ci esprimiamo troppo presto, l’altra persona non ci ascolterà e ci ritroveremo impegnati in un’accesa discussione con lei. E’ importante che comunichiate la vostra visione dei fatti, ma solo dopo che avrete ascoltato, capito ed espresso comprensione per l’ira dell’altra persona.

Evitiamo alcune reazioni errate.

Non cerchiamo di calmare l’ira.

Forse non apprezziamo il modo come la persona si rivolge a noi, ma il fatto che condivida la sua ira con noi è positivo. L’ira non può essere gestita in modo costruttivo se viene trattenuta nell’intimo. Per aiutare la persona adirata all’inizio dovete tollerare la sua voce alta, il suo sguardo truce e l’intensità del linguaggio del corpo che esprime. Dovete guardare al di là di tutto questo per andare al cuore del problema. Cercare di reprimere l’ira di un’altra persona è uno sforzo inutile.

Non imitiamo il comportamento dell’altra persona

Urlare se lei urla o replicare con epiteti se ci insulta peggiora il conflitto. Una persona adirata che perde il controllo non ha bisogno di un individuo che combatta contro di lei, ma di qualcuno che proceda attraverso i fumi dell’ira per andare alla radice del suo comportamento. Quando la persona è stata ascoltata con sincera attenzione, sarà disponibile ad accogliere il vostro aiuto. Finchè non è stata ascoltata, invece, la sua ira continuerà a bruciare. Possiamo essere più grandi ed avere più risorse, ma cercare di avere il dominio su di loro non funziona.

Che la persona adirata abbia sette anni o trentasette, le parole aspre gettate in faccia suscitano un’ira ancora più aspra. Invece un cuore aperto che ascolta con comprensione e offre una risposta gentile fa sfumare l’ira.

Le persone adirate hanno bisogno di qualcuno che voglia abbastanza bene a loro da ascoltarle sufficientemente per comprendere il loro dolore. Il nostro obiettivo è questo: aiutare la persona adirata a trovare una risposta saggia e una soluzione costruttiva.

Ira e rabbia. L’esperto 2: “Come gestire l’ira”

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di Gary Chapman

1.Riconoscete che siete adirati. Dite ad alta voce: “Sono adirato per questo motivo! Adesso che cosa farò?’” – In questo modo avete deciso di gestire l’ira con l’uso della ragione.

2.Controllate la reazione che sta per nascere. Evitate esplosioni verbali e o fisiche. Dismettete i vecchi schemi. Aspettate e contate ad alta voce. Se siete in presenza della persona con cui siete adirati, andate via. Contate mentre fate una passeggiata. Un’altra tecnica è chiedere una pausa dicendolo ad alta voce o con il segno delle gare sportive, con due mani tese in modo da formare una T.

3. Individuate il motivo che ha suscitato l’ira. Individuate il torto e cercate di stabilirne la gravità. La reazione dovrebbe essere proporzionata alla gravità del torto.

4.Analizzate le scelte che si prospettano. Le due scelte più costruttive sono un confronto sereno con l’altra persona o la consapevole decisione di rinunciare a sceverare il problema.

5.Intraprendete un’azione positiva. Se decidete di confrontarvi ascoltate la versione dell’altra persona: può permettervi di acquisire una prospettiva diversa. Perdonate chi vi chiede scusa.

(continua…)

Ira e rabbia. L’esperto 1: “L’ira, una reazione umana”

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L' ira. Come controllare, gestire, trasformare l'altra faccia dell'amore

Gary Chapman

“L’ira. Come controllare, gestire, trasformare l’altra faccia dell’amore.”

 Ed Elledici 2009

Questo libro me l’ha regalato una mia amica con cui avevo parlato delle tensioni con mia figlia. Verranno estrapolati alcuni concetti da focalizzare. Per facilitare la lettura il post sarà diviso in tre parti.  Ancor più significativo il segnalibro che ho trovato all’interno su cui c’era scritto: “Non mollare mai!”

 

“L’ira è il modo naturale di preparare una persona a reagire in momenti di pericolo (…) quando gli adulti sanno elaborare in modo positivo l’ira che provano, hanno anche migliori opportunità di insegnare ai loro figli a gestire questa emozione. (…) L’ira è l’emozione che  nasce quando incontriamo una realtà che consideriamo sbagliata. (…) L’ira dimostra che l’equità e la giustizia ci stanno ancora a cuore. L’esperienza dell’ira è un indizio della nostra nobiltà, non della malvagità. Quando una persona ha cessato di sperimentare l’ira, ha perso interesse per il proprio senso morale.

L’ira distruttiva e immotivata è quella nei confronti di un fatto percepito come un’offesa, mentre non è stato commesso nessun torto. Per riconoscerla basta focalizzarsi sul senso di frustrazione e delusione. La reazione adeguata e contenere l’ira e raccogliere ulteriori informazioni.”

(continua…)

Comunicazione ICYC: “Convegno 6-7-8 settembre 2013 – Senigallia”

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24° Convegno Fam Adottive pro ICYC

L’ADOZIONE…PERCORSO DI CRESCITA “TRA DUE MONDI”

 6-7-8 settembre 2013 – Hotel Ritz – Senigallia

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Come ormai da 24 anni le famiglie ICYC con i loro figli di origine cilena si incontreranno per scambiarsi le loro esperienze.

Quest’anno sono stati coinvolti alcuni dei nostri ragazzi ormai adulti che ci racconteranno della loro avventura, prima in Cile e poi in Italia, e di come sono riusciti a gestire l’incontro tra queste due realtà. Un momento speciale per dare alle famiglie la speranza di un innesto riuscito e ai ragazzi, adolescenti o che stanno entrando nel mondo dei grandi, degli esempi positivi a cui guardare.

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Per il programma del convegno vedi http://www.proicyc.org/wp-content/uploads/2013/06/invito-convegno-2013.pdf

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Trattamento di favore all’Hotel Ritz per chi si fermerà almeno 5 giorni: http://www.hritz.it/it/

E’ preferibile la prenotazione entro il 10 agosto 2013.

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In nuovo sito dell’Associazione: http://www.proicyc.org

Ira e rabbia. Mamma Blog: ”Rage”

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Io sono convinta che la rabbia per me non sia una cosa sana.

Per questo mi arrabbio quando sono arrabbiata…

La rabbia non mi fa bene.

Non mi fa bene al corpo (io somatizzo tutto, ma proprio tutto! Ormai ho macchie e malesseri per ogni cosa!) e non fa bene alla mente (la riempie di pensieri raggomitolati che incasinano tutto il contenuto e obnubilano totalmente ogni capacità logico-cognitiva, per lo meno per me!).

Sono davvero poche le certezze che ho per me stessa.

Una è questa. La rabbia mi fa male.

Ora da buona pragmatica passo al secondo punto, ossia: visto che fa male come evitarla o eliminarla?

No idea.

Perché è proprio una di quelle cose che più cerco di far fuori, più crescono, come una pasta del pane quando fa caldo!

Vuuuuuuuff!

Apri il contenitore testa e ci trovi dentro un ammasso di gomitoli di pensieri rabbiosi! Eh merde! E voi da dove diavolo venite? E così numerosi?! E’ mai possibile?

Quindi ultimamente chiudo e lascio lì a decantare nella speranza che tutto si srotoli.

Non si srotola, anzi sappiate, cari amici, che in realtà fa l’effetto pentola a pressione.

Quindi temo che tra breve sentirete il botto.

Uh!

Si allontani chi può!

(fonte: postadozione.bloog.it)

Ira e rabbia. Mamma Giusy: “L’importanza del tono della voce”

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“Per quanto riguarda la gestione dell’aggressività, mi sento di dire delle cose molto semplici: tutto può passare nel nostro modo di trasmettere la conoscenza, sia come insegnanti che come genitori.

Al di là della consueta e giusta retorica che non ci vede come “depositari della verità”, o “infallibili esempi viventi”, posso dire che elemento essenziale nella relazione dialogata è il tono di voce….

Un tono leggero, suadente e dolce come il momento in cui Elia, nella Bibbia, capì che si trovava al cospetto di Dio:

“Ecco il Signore passò: ci fu un vento impetuoso, ma il Signore non era nel vento; dopo il vento ci fu il terremoto ed il fuoco, ma il Signore non era né nel terremoto né nel fuoco… Dopo il fuoco ci fu una brezza leggera, la voce di un sottile silenzio. Elia si coprì il volto perché era al cospetto di Dio”.

“La voce di un sottile silenzio”… Dovremmo tener presente questa immagine ogni volta che dialoghiamo con i nostri figli, anche quando dobbiamo trasmettere un disagio, un’incomprensione, una disapprovazione.

Oltre al tono della voce, ci sono le espressioni facciali, la nostra mimica gestuale… E poi mai dimenticare il prezioso consiglio che viene da “chissachì” che è quello di contare sempre fino a 10 prima di prendere parte ad una discussione.”

Ira e rabbia. Papà Piero: “Vorrei trovare un modo diverso di comunicare”

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“La bimba minore non da alcun problema, mentre la maggiore ha un carattere terribile. Per questo, se c’è da iniziare una discussione, io e mia moglie ci accordiamo all’inizio e decidiamo se vale la pena combattere la battaglia fino in fondo per fare passare la nostra idea (avendo coscienza che è la cosa buona e giusta da fare) oppure se rinunciare subito ed accontentarla.

A volte però, la bimba non cede e ci costringe ad usare la forza; non gli sculaccioni (che abbiamo visto non producono benefici perchè li snobba) ma le punizioni attraverso la privazione di qualcosa che a lei piace (per esempio qualche trasmissione per ragazzi alla TV). Vediamo però che col tempo aumentano sempre più i motivi di scontro (e non ha ancora 11 anni).

A volte mi pento di non aver fatto capire con l’autorità gli atteggiamenti sbagliati di mia figlia. Eppure ci dev’essere un modo diverso dalle sberle (che nel nostro caso aumentano la rabbia invece di contenerla).

Forse parlarle non è il modo giusto, ci deve essere una modalità non-verbale e non-violenta di far capire gli atteggiamenti sbagliati.

(fonte: it.sociale.adozione)

Ira e rabbia. Tai Chi Chuan: “Arginare lo stress”

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Perchè il Tai Chi Chuan? Perchè è di moda! Scherzo, ma non scherziamo quando diciamo che in un discreto numero di film girati negli ultimi anni c’è una scena in cui qualcuno si muove con la gestualità gentile di quest’arte cinese.  E’ un modo per prendere contatto con se stessi e il proprio corpo, con effetti benefici anche sulla mente. Di seguito una breve spiegazione di questa disciplina, molto gratificante per chi la pratica.

Il Tai Chi Chuan è il prezioso frutto dell’antica cultura cinese, sapiente fusione tra arte marziale e filosofia. Oltre ad essere un’efficace arte marziale, è un formidabile sistema per potenziare le proprie risorse ed imparare ad affrontare con sicurezza ed eleganza ogni situazione della vita.

I principi su cui si fonda sono universali.

Attraverso una continua e paziente educazione al rilassamento, alla concentrazione e ad una crescente consapevolezza del corpo e delle proprie reali risorse energetiche e mentali la saggezza cinese trova nel Tai Chi Chuan il suo strumento principe d’espressione.

Non esiste separazione tra corpo, mente e sfera emotiva. La loro incessante e inevitabile interazione portano all’incremento delle capacità intuitive e percettive.

Lo studio di una posizione o di un movimento, non è mai solo un gesto tecnico. Così come lo studio dell’applicazione di una tecnica, come ad esempio deflettere un attacco, non è solo imparare a parare un colpo ma diventa anche saper gestire un momento delicato nella propria vita.

Il tai chi si pratica all’aria aperta, di solito in gruppo. Il video che segue è stato selezionato per mostrare la grazia dei movimenti di una praticante ad alto livello.  Non serve guardare tutto il video, basta scorrerlo e fermarsi in quelle parti dove la ragazza disegna figure particolari.

Ira e rabbia. Save the Children: “Caso concreto: ritardo al sabato sera”

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“Avete detto a vostro figlio di 17 anni che nel fine settimana deve rientrare entro le dieci di sera. Sono le 22.30 di sabato sera e vostro figlio non è ancora tornato.

Pensate ad una vostra possibile reazione. La migliore sarebbe la seguente:

Dite a vostro figlio che eravate molto preoccupati e gli spiegate che cosa si prova quando si teme che una persona a cui si vuole bene sia in pericolo. Gli spiegate i rischi che ha corso. Gli chiedete cosa ha intenzione di fare in futuro per evitare di mettersi in pericolo e per tornare all’ora stabilita. Definite insieme una serie di regole condivise e dite a vostro figlio che potrà tornare a casa più tardi se rispetterà queste regole per un mese.”

Con tutta la simpatia per Save the Children e altri che danno suggerimenti su cosa fare nella gestione di un adolescente, vorremmo sapere cosa ci consiglierebbero se dicessimo che il rientro è alle sette del mattino, che tutta notte abbiamo cercato di contattare nostro figlio e lui ha staccato il cellulare, che non è la prima volta che lo fa, che non lo fa solo il fine settimana ma anche durante la settimana, che abbiamo provato a dialogare con lui con le buone, poi con le cattive, ponendo degli aut aut e facendo delle concessioni….niente, un muro di gomma!

In questo caso è chiaro che scatta la premessa alla guida: “Tuttavia, famiglie che vivono delle situazioni particolari come esperienza di traumi, rapporti conflittuali o violenti tra genitori o figli con problemi neurologici o malattie croniche dovranno integrare le informazioni presentate nella guida con ulteriori approfondimenti e supporto specifico.”

E voi, dove vi riconoscete?

Ira e rabbia. Save the Children: “Guida pratica alla genitorialità positiva”

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Anche in questo caso abbiamo estrapolato i passaggi più significativi per suggerire come evitare il tranello dello schiaffo. Lo sappiamo bene, la pratica è ben altra cosa, ma sapere che un ente importante come Save the Children ha scritto un manualetto pronto all’uso ci fa capire che ci sono altri genitori in difficoltà, non soltanto noi. Le parti in corsivo sono nostre.

Essere genitore è una delle esperienze più straordinarie della vita. Ci spinge a dare il meglio di noi, ma allo stesso tempo può mettere alla prova la nostra pazienza e la nostra capacità di gestire lo stress. Save the Children, nell’ambito del Programma Daphne, ha elaborato una Guida che non propone delle ricette che i genitori devono seguire per risolvere situazioni specifiche, ma piuttosto li aiuta a riflettere sul loro comportamento e a comprendere meglio il comportamento dei figli.

Nella Guida vengono illustrati gli elementi che sono alla base di un rapporto positivo genitori-figli e si dimostra come questi elementi possano essere utilizzati per risolvere in modo costruttivo le situazioni conflittuali che emergono nel contesto familiare.

Alcuni genitori credono di perdere la propria autorità se non picchiano o urlano ai propri figli. Altri genitori vorrebbero smettere di picchiare o gridare ai propri figli, ma non sanno come gestire diversamente i momenti di stress e di frustrazione. Cosa fare quindi per instaurare una relazione positiva con i nostri figli? E come educarli senza fare ricorso a punizioni fisiche o altre punizioni degradanti? Possiamo farlo applicando a tutte le interazioni con loro, e non solo a quelle più difficili, i quattro principi della genitorialità:

  1. individuare i propri obiettivi educativi di lungo termine;
  2. far sentire il proprio affetto e fornire punti di riferimento ai nostri figli in ogni interazione con loro;
  3. comprendere cosa pensano e cosa provano i nostri figli in diverse situazioni;
  4. assumere un approccio che mira alla risoluzione dei problemi piuttosto che un approccio punitivo.

“Quando il nostro cervello emotivo prede il sopravvento in una situazione di stress o di rabbia può essere molto difficile riuscire a pensare lucidamente. Per riuscire a far prevalere il nostro cervello razionale è necessario fare molta pratica e saper pianificare i comportamenti futuri.

Pianificazione. Potete concentrarvi su una particolare situazione problematica. Quando siete calmi parlatene con vostro figlio e ascoltate il suo punto di vista; poi decidete quale comportamento tenere la prossima volta al fine di raggiungere gli obiettivi di lungo termine e di dare a vostro figlio le informazioni di cui ha bisogno per imparare.

Azione. Quando poi la situazione si presenta, fate un profondo respiro, concentratevi sui vostri obiettivi a lungo termine e cercate di metter in pratica il comportamento che avevate pianificato. Mantenete la calma e fate prevalere il vostro cervello razionale. Continuate a fare questo esercizio concentrandovi su una situazione per volta cercando di migliorare di giorno in giorno.

Nessun genitore è perfetto. Tutti commettiamo degli errori, ma possiamo imparare da questi proprio come fanno i nostri figli.

La guida fornisce informazioni scientifiche sugli effetti collaterali di punizioni fisiche o psicologiche.

Girato in bianco e nero di un retrò del 1940 stylephotographer indossa un cappello Fedora e con una macchina fotografica d'epoca con lampadina lampeggiante lampo Archivio Fotografico - 9519858

Una particolare attenzione deve essere riservata agli obiettivi di medio termine. “Immaginate di osservare la situazione che state vivendo attraverso l’obiettivo di una macchina fotografica. Se zumate in avanti riuscite a veder solo i problemi di breve termine, se invece zumate indietro riuscite ad avere una visione più ampia. Utilizzando questo approccio comincerete a capire quanto sia importante concentrarsi sugli obiettivi di lungo termine anche in situazioni che richiedono una soluzione immediata.

(…) Quando sentite che i muscoli si irrigidiscono, il battito del cuore aumenta, che il tono della voce si alza state ricevendo un segnale: in quel momento avete l’opportunità di insegnare qualcosa d’importante a vostro figlio. Avete l’opportunità di insegnare a

  1. gestire lo stress
  2. comunicare con gentilezza
  3. gestire le situazioni conflittuali
  4. tenere conto dei sentimenti altrui
  5. raggiungere il vostro obiettivo
  6. ogni volta che gestite bene queste situazioni anche loro imparano a gestire nello stesso modo il proprio stress.

Fare sentire il proprio affetto e fornire punti di riferimento”.

Si parla poi dell’evoluzione della mente del bambino in modo da suggerire un giusto approccio in base ai livelli di conoscenza e di apprendimento.

Per quanto riguarda il periodo dell’età scolare (5-13 anni) viene fornito uno schema per individuare i punti di forza del temperamento di ogni bambino e le criticità in modo da far leva sulla qualità e rafforzare gli elementi deboli. Allo stesso tempo, però, lo stesso genitore deve individuare le criticità e le qualità del suo temperamento.

(…) “…comprendere il temperamento può aiutarci a capire i motivi che sono alla base di tante situazioni conflittuali in famiglia. Può aiutarci a capire perché urlare e agitarsi è inutile. I nostri temperamenti possono essere cambiati, possiamo però trovare il modo di risolvere le situazioni conflittuali senza litigare o discutere cercando di rispettare le differenze reciproche e superarle.”

Arriviamo alla pubertà: gli ormoni provocano di per sè sbalzi d’umore.

“Il ruolo dei genitori in questa fase è quello di proteggere i figli rispettando il loro crescente desiderio di indipendenza.” Segue un elenco di suggerimenti tra cui cercare il dialogo senza forzarli, essere sempre presenti e pronti ad aiutarli, invitare i loro amici a casa, sapere dove sono e con chi, rispettando la loro esigenza di privacy, aiutarli a resistere al condizionamento dei coetanei, invitarli ad aiutare gli altri e parlare dei loro sogni ed obiettivi.

“Lo sviluppo cerebrale di un adolescente non è ancora del tutto completo; infatti quelle parti del cervello che ci aiutano a prevedere le conseguenza delle nostra azioni, pianificare, ponderare le opzioni possibili non sono ancora de tutto formate. A volte gli adolescenti fanno cose molto rischiose proprio perché pensano che non possa succedere loro niente di male. (…) e proprio come accadeva quando era bambino ora potete continuare a garantire ai vostri figli un ambiente sicuro, dare loro informazioni e favorire la loro crescita. In questa fase l’adolescente sta tentando di spiccare il volo, a volte cadrà, ma con il vostri aiuto imparerà a volare.

Quando cerchiamo di tenere sotto controllo e punire gli adolescenti provochiamo rancore e rabbia, mancanza di sincerità e forti resistenze. Gli adolescenti che vedono nei genitori solo la forza che li tiene sotto controllo e interferisce con la loro vita tendono ad evitarli e a diventare depressi e ansiosi. Hanno paura di confidarsi con loro quando hanno dei problemi, passano meno tempo con loro e rifiutano i loro consigli.”

fonte:  http://www.savethechildren.it/IT/Tool/Pubblicazioni/Related?id_object=164&id_category=37)

Ira e rabbia. Mamma Giulia: “Uso metodi alternativi alla sberla”

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“Sulla sberla non sono d’accordo, anche se in passato qualcuna ne è volata. Andava bene quando erano più piccoli e una sculacciata faceva finire un capriccio.

I ragazzi, invece, vogliono essere presi sul serio, perché loro si prendono sul serio, e un ceffone non fa altro che sottolineare il nostro potere e la nostra superiorità fisica (nel mio caso devo stare attenta perchè avrei la peggio in uno scontro fisico). La sberla chiude il discorso, non lo apre. Non so neppure io quante volte mi prudono le mani e quante volte sono uscita dalla stanza per non alzarle in faccia alle mie figlie, ma cerco di trattenermi.

Sono d’accordo invece sull’affrontare temi anche pesanti. Con un 15enne si può parlare della parte più dura della vita e se possibile anche mostrarla. Con giusto modo, per non scioccarlo, ma abbastanza da “svegliarlo”.

Ad esempio a mia figlia dopo che era scappata per un intero giorno, ho fatto leggere un articolo su un ragazzo scappato di casa e morto tragicamente, non perchè ha incontrato il mostro, che avrebbe potuto incontrare, ma di stenti e di freddo. Ho cercato qualcosa che non assomigliasse troppo alla sua avventura, che non si spaventasse troppo, e non è stato facile parlare di morte e stupidità allo stesso tempo. Non so se ho fatto bene ma credo le sia servito.

Ho iniziato a parlare di droga e di quanto anch’io (come tutti quelli nati dopo gli anni 50) fossi nella facile condizione di avvicinarmici. E quali tremende porte ho visto aprirsi ad un paio di compagni delle superiori. Quelle del carcere minorile non sono le peggiori, ma si può comunque visitare, basta prendere appuntamento.

Anche i campi estivi organizzati da associazioni di volontariato non sono male. Accettano ragazzi dai 15 anni in su e una delle mie figlie trascorrerà sicuramente un paio di settimane l’estate prossima. Secondo me avvicinano alla realtà e aiutano il ragazzo a ragionare sulla sua condizione.”

(fonte: it.sociale.adozione)

Ira e rabbia. Mamma Mercedes e papà Guido: “Le ombre (oltre la luce) dell’adozione”

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Questi due genitori hanno adottato in India una bambina di 6 anni. Loro sono già genitori di una figlia di 11 anni. La testimonianza, da cui traiamo la sezione che riguarda il tema da noi trattato, è molto interessante perchè si tratta di considerazioni sulle adozioni e difficoltà dei bambini in età scolare. Per chi volesse completare la lettura: http://www.mehala.org/it/adozione/testimonianze_dettaglio.aspx?year=2002&IDAttestation=4

“In genere leggiamo testimonianze molto belle e incoraggianti. Mi sono sempre chiesta se eravamo soltanto noi a vivere l’adozione con difficoltà oppure se c’era nelle coppie un certo pudore a condividere le ombre della nostra esperienza di adozione. Ci siamo fatti coraggio e abbiamo pensato di condividere con voi la nostra esperienza, meno “rosea” di altre, nella speranza che altri forse possano rispecchiarsi e confrontarsi con noi. E anche se il nostro percorso non è ancora concluso in nessun senso (siamo ancora nella proroga dell’anno pre-adottivo) credo che alcune cose che abbiamo imparato possano essere utili a tutti. (…)

Punizioni/limiti. Molti dei nostri figli adottivi, quando arrivano da noi, sono abituati a riconoscere i limiti attraverso le punizioni e i castighi corporali.

A noi occidentali queste pratiche sembrano assurde e facciamo molta fatica a marcare i limiti con le punizioni, e ancora più fatica con i castighi corporali. Eppure per i bambini è tutto uno stravolgimento cambiare di colpo i codici imparati durante anni e passare a codici molto più ragionati, razionali, difficilmente riconoscibili da parte loro. Ad un tratto il NO che veniva espresso con una botta adesso viene soltanto spiegato a parole. A loro risulta tanto difficile riconoscerlo, e noi ci innervosiamo di dover ripetere mille volte la stessa cosa.

Devo dire di essere stupita dal fatto che a volte mi è parso chiarissimo che Rosy stesse chiedendomi un castigo. Mi sono sentita in colpa per l’utilizzo di punizioni e sculacciate (non necessarie con la figlia naturale) finché mi è stato fatto capire come per Rosy il fatto di ricevere punizioni potesse essere la possibilità di riconoscere la genitorialità: “qualcuno si occupa di me, del mio bene, qualcuno ci pensa, non sono sola.”

(fonte: mehala.org)

Ira e rabbia. Mamma Patty: “Vorrei capire la sua sofferenza”

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“Il mio piccolo principe è entrato nelle nostre vite a maggio del 2011 a poco meno di tre anni. E’ un bambino molto intelligente e molto coccoloso… vuole essere aiutato a fare tutto … ha molta paura di essere nuovamente lasciato. Continua a chiedere:”Mamma non scappa vero? Mamma vuole bene anche se faccio tanti capricci?” e si mette il mio pigiama perchè è magico e fa passare tutti i brutti pensieri le paure e le cose brutte…

Però ragazze… ci sono giornate in cui piange per 5-6 ore di fila; giornate in cui ha crisi di rabbia paurose incontrollabili dove picchia scalcia sputa dove riesce a dirti le peggio cose che una mamma può sentire.

E’ molto arrabbiato… fatica a lasciarsi andare. A volte davvero è dura… perchè talvolta perdo la pazienza e mi sento davvero la peggiore mamma del mondo. Ho deciso di stare a casa dal lavoro fino ad ottobre. Le giornate a volte sono interminabili e niente sembra consolarlo. Mi ha detto che io l’ho lasciato quando è nato e poi sono andata a riprenderlo… mi ha detto: “Mamma io sono tanto arrabbiato con te perchè io ti chiamavo e piangevo e tu non sei mai venuta”… vorrei prendere un po’ della sua sofferenza e caricarla sulle mie spalle…”

(fonte: forum AIBI)

Adozione e luoghi comuni: “Abbandonati o Lasciati?”

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di Margarita Soledad Assetati – psicologa e psicoterapeuta

Se leggo o ascolto “esperti”, articoli, commenti, libri, o qualsiasi cosa che tratti l’argomento dell’adozione, viene menzionato, almeno una volta il termine abbandono e di seguito il “Trauma dell’abbandono”, da cui le inevitabili domande: Come si supera il trauma dell’abbandono? I bambini abbandonati e poi adottati riusciranno mai ad essere persone equilibrate? Come potranno essere felici sapendo e convivendo con il trauma e la ferita dell’abbandono? E così via…

Cosa significa “Abbandonare”?

Da un punto di vista etimologico abandomun è una parola difficile. Ai giorni nostri è comune il senso derivante dal francese antico del lasciare alla mercé di qualcuno. Altri scompongono la particella Ab-bandum che viene sostituito in tedesco arcaico con ab- handum  cioè togliersi qualcosa dalle mani: “lasciar andare”. Quest’ultima versione sembra essere coerente con la connotazione positiva che si dà a questa parola quando si dice “mi abbandono a te” ovvero “mi lascio andare a te”.

Secondo Padre Alceste Piergiovanni, religioso e pioniere delle adozioni internazionali in Italia, questa parola si poteva scomporre in “ab-donare”, cioè: donare a qualcuno qualcosa. Infatti diceva, se “quel bambino è stato abbandonato”, e diamo una connotazione negativa a questo termine, è come dire “quel bambino non ha valore!”

Ma “Come può un bambino, o un ragazzo non avere valore?

Infatti quando si parla di bambini abbandonati, l’uso di questa parola suona così fastidioso, a volte tanto dolorosa. Beh, capisco il fastidio o il dolore di essere definiti e quindi considerati come persone che non hanno valore!

Mi chiedo, dunque: “Come si può superare il trauma di sapere ed essere trattati come persone che non hanno valore? Quale persona può avere una vita felice ed equilibrata avendo questo marchio di fabbrica?”

Non hai valore. Quindi non sei nessuno. Forse sei una cosa. Ma di certo, non sei una persona!

Ma se sei una persona, un bambino o un ragazzo, e ti viene detto che sei una cosa senza valore, che non vale niente, come una gomma masticata e sei trattato come tale… probabilmente crescerai pensando che sei solo una gomma da masticare. Ti comporterai nello stesso modo di una gomma masticata, appiccicosa, fastidiosa e difficile da togliere!

Come si possono mettere insieme dei bambini con delle gomme masticate? Come si possono considerare delle persone umane, gomme masticate senza valore? Eppure, a me sembra che sia questo il messaggio che viene dato quando si parla di bambini e ragazzi Abbandonati.

E se invece diamo un nome diverso ma più autentico alle realtà che vedono madri che si separano dai figli, e altre mamme che sono pronte ad accoglierli e ad averne cura, come sarebbe?

Come suonerebbe la frase: “La donna che ti ha dato alla luce ti ha LASCIATO, donando il suo bene più prezioso, suo figlio. E noi abbiamo scelto di accoglierti”. Sembra una affermazione autentica, non vi pare?

La storia di uno di noi

C’era una volta, in un luogo lontano, una donna che ebbe nella pancia per nove lunghi mesi, un  dono, un bambino. Questa donna  ha scelto di darlo alla luce, con il dolore di un parto. Dopo aver dato a questo bambino la vita, ha scelto di lasciare suo figlio…

In un’altra parte del mondo, c’era una coppia di persone che scelse di diventare genitori di un bambino che era stato lasciato dalla mamma.

C’era un bambino, a cui una donna aveva scelto di dare la vita. E poi, ad un certo punto, è stato scelto da una coppia di genitori, ed è diventato loro figlio…

To be continued…

Ira e rabbia. Yoga: “Impariamo a rilassarci”

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Siccome adirarsi fa davvero molto male al cuore (vedi http://www.corriere.it/salute/cardiologia/13_marzo_04/rabbia-rischio-infarto_60ac51c2-8192-11e2-aa9e-df4f9e5f1fe2.shtml) e non risolve il problema, abbiamo pensato di inserire dei consigli per rilassarsi. Partiamo con una semplice tecnica yoga suggerita da Paola.

di Patwant Kaur (Paola Zanuso)  maestra di yoga

Pratico yoga da 30 anni, ho iniziato molto giovane per equilibrare alcuni aspetti emotivi, come l’ansia e l’insicurezza. Ho incontrato il Kundalini Yoga dopo anni di pratica di Hatha Yoga e sono rimasta molto colpita dall’immediatezza dell’esperienza che produceva. Forse non sono io che ho scelto il Kundalini ma il Kundalini Yoga ha scelto me, mi ha conquistata con la sua frequenza potente. Ho iniziato direttamente con il Maestro, che allora era ancora vivo, Yogi Bhajan. All’epoca, avevo molto bisogno di fare un salto di conoscenza.

Il Kundalini Yoga è una tecnologia estremamente valida per la stabilizzazione del sistema nervoso, attraverso l’azione consapevole di movimento, emissione del suono e del respiro, agisce in profondità sugli schemi subconsci della nostra mente, permettendo in tempi rapidi di modificare gli automatismi cui siamo sottomessi. Lo stress è uno di questi. Oltre a ciò, queste mappe di yoga e meditazione agiscono stimolando il rilascio di endorfine e riequilibrando l’intero sistema ghiandolare, surrenali comprese.

Esistono oltre 8000 kriya di Kundalini Yoga che hanno scopi ed effetti specifici. I benefici sono piuttosto rapidi a manifestarsi, ma per ottenere una stabilizzazione del nuovo pattern gli antichi Yogi consigliavano pratiche di almeno 40 giorni.

Tradizionalmente il Kundalini Yoga si pratica in gruppo, questo perché si considera l’interconnessione tra i partecipanti un elemento rinforzante. In alcuni casi possono considerarsi necessarie classi private e singole.

In questo momento di grande e rapida trasformazione sono soprattutto i giovani ad avvicinarsi a questa disciplina che tanto ha da offrire per il loro sano e corretto sviluppo psico-fisico. Per giovani intendo ragazzi della fascia delle scuole superiori. Sarebbe veramente un grande vantaggio poter sperimentare questa conoscenza sin dall’infanzia.

In un sistema familiare complesso anche un piccolo cambiamento di un componente del gruppo modifica tutto il sistema.

Questa pratica di soli 3 minuti è un piccolo suggerimento che vi dono.

Patwant Kaur

Insegnante di Kundalini Yoga,

Kundalini Yoga in gravidanza

e Sat Nam Rasayan

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(attenzione: i palmi delle mani vanno rivolti verso il basso e le braccia sono più tese che in figura)

MEDITATIONE – Rilassa lo Stress

Siedi in posizione facile solleva in alto le braccia a 60° con le palme rivolte verso il basso e le spalle stirate e dritte, stendi le mani in alto e stira il corpo dalla base della colonna fino al collo. Continua a stirare per tre minuti, l’ultimo minuto fa del tuo meglio, stira sincronizzati e rilassati.

Quando sei sotto pressione, stressato o in difficoltà, fai questo esercizio per 3 minuti, lo stress se ne va e tu tornerai fresco come una rosa. Tu sei tu! Stirare la cassa toracica è indicato soprattutto per prevenire il cancro.

Le persone che ci hanno trasmesso la conoscenza dello Yoga, vivevano praticando e perfezionando questi kriya. Qualcuno gli chiedeva: Perchè fai questo? E quelli rispondevano: “Per Te. Perché vogliamo che le generazioni future possano godere di questi benefici”.

Ira e rabbia. Libro: ”Genitori Efficaci”- III parte

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Questa sezione riguarda in primis lo star bene con se stessi.
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Un problema di valori
“Enunciate chiaramente i vostri valori, ma smettetela di volerli inculcare!”
Un genitore può soltanto provare a influenzare il figlio dando l’esempio, diventando un efficace consulente e sviluppando una relazione terapeutica con i figli. Che altro può fare? La mia opinione personale è che un genitore può solo accettare il fatto che, in definitiva, non ha alcun potere di impedire tali comportamenti, se il figlio è propenso ad assumerli.
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Prevenire i conflitti modificando se stessi.
“Chi accetta se stesso con molta probabilità accetta anche gli altri. (…) Un genitore dovrebbe porsi una domanda molto profonda quale: Quanto mi piaccio? (…) I genitori che soddisfano i propri bisogni grazie ai propri sforzi produttivi si accettano. Inoltre la loro gratificazione personale non è subordinata al comportamento dei figli.

Questi genitori non dipendono dalla riuscita dei figli (…) Generare dei bravi figli è diventato per molti genitori uno status symbol. In un certo senso molti genitori usano i propri figli per autostimarsi e per sentirsi meritevoli. (…) Un genitore che vede il figlio come entità separata e diversa da sé senza dubbio accetta maggiormente il comportamento del figlio perché non ritiene che egli debba conformarsi a un modello precostituito. (…) Un genitore accettante desidera consentire al figlio di programmare autonomamente la propria vita. (…) Quanto più si mantiene un atteggiamento separato tanto più si sente la necessità di cambiare l’altro, di essere intolleranti nei confronti della sua unicità e di non accettare la diversità del suo comportamento.” (…)
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Non desiderate che vostro figlio diventi qualcosa di particolare,

desiderate soltanto che diventi.

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“Gran parte dei genitori che vivono profondi problemi relazionali con i figli è costituita da persone che hanno concezioni molto rigide e radicate di ciò che è giusto e ciò che è sbagliato. Ne consegue che quanto più i genitori sono certi della giustezza dei propri valori e delle proprie convinzioni tanto più tendono a imporli ai propri figli (e normalmente anche agli altri).

(…) Soprattutto le madri si appoggiano pesantemente sui figli per ottenere soddisfazioni e piaceri che sarebbe più opportuno cercare nella relazione coniugale. Spesso questo porta a metter i figli prima di tutto, a sacrificarsi per i figli o a contare pesantemente sul fatto che i figli riescano bene. (…) I genitori efficaci sanno mantenere con i figli una relazione più misurata, la loro relazione primaria è quella coniugale. I figli occupano un posto non più importante del posto del coniuge.”

Esistono centri che propongono il metodo Gordon a genitori e operatori. Uno di questi è

http://www.amalteapsicologia.it/index.php/genitori-efficaci-corso-gordon

Ira e rabbia. Libro: ”Genitori Efficaci” – II parte

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Le parti in corsivo sono nostra sintesi o riflessione.

Il Vesuvio in eruzione
(…) Sono convinto che la rabbia insorge nel genitore solo dopo aver provato un sentimento di altro genere. L’ira viene generata da altre emozioni che la precedono ( paura….rabbia..) Il genitore inquietato usa in numerosi casi la propria rabbia e agisce con rabbia con lo scopo di impartire al figlio una lezione. (…) Si farebbe meglio ad assumere un atteggiamento più introspettivo e a interrogare se stessi per rispondere a domande quali: “Che cosa mi sta succedendo? Quali sono i miei bisogni che il comportamento di mio figlio sta minacciando? Quali sono le mie emozioni primarie?”

Conflitti inevitabili tra genitori e figli: chi dovrebbe vincere?
“Quando due persone qualsiasi convivono, il conflitto è destinato a subentrare per il semplice motivo che le persone sono diverse le une dalle altre, pensano in modo diverso, hanno bisogni diversi e aspettative che non sempre combaciano. (…) Un rapporto privo di conflitti potrebbe risultare più malsano di un altro con conflitti frequenti. (…) Il conflitto è estremamente più salutare per i figli di quanto i genitori pensino se espresso apertamente e accettato come fenomeno naturale. (…) E’ questo il punto critico in ogni rapporto, come viene risolto il conflitto, non la quantità di conflitti che insorgono. (…)

Un adolescente non si ribella contro i genitori, si ribella contro il loro potere. Se i genitori ricorressero meno al potere e più a metodi non autoritari per influire sui figli dall’infanzia in poi, questi, divenuti adolescenti, avrebbero ben poco contro cui ribellarsi “……forse non è il nostro caso di genitori che hanno adottato ragazzini grandi
… 
Il manuale prosegue con il metodo senza perdenti che vale la pena leggere perché ci sono esempi e situazioni reali, anche se non portati al limite come nelle nostre famiglia. Qui, ricordiamo, parliamo di ragazzi nati ed educati in famiglia.

La regola del “Cercate di dare la precedenza alle soluzioni di vostro figlio e di fare emergere le vostre dopo aver ascoltato le sue” ci sembra buona e di carattere generale, come quella “Non pensate che una decisione debba essere necessariamente quella definitiva.”

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(continua…)