Adozione etica. Zygmunt Bauman: “Intercultura significa interagire tra diverse etnie senza perdere la propria identità”

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Zygmunt Bauman, il sociologo e filosofo polacco della «società liquida» sarà domani, lunedì 15 aprile 2013, a Verona per un convegno universitario internazionale. Alla sera ci sarà una conferenza aperta ai non addetti ai lavori alle ore 20.00. Entrambi gli eventi sono organizzati dal Centro Studi Interculturali dell´Università di Verona (http://www.csiunivr.eu/). Nel blog abbiamo riportato la parte dell’intervista a Mr Bauman dove parla di intercultura, visto che i nostri figli e le nostre famiglie possono essere interessati al tema.

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di Agostino Portera e Maurizio Corte  – rispettivamente direttore e docente del Centro Studi Interculturali Università di Verona

Il «diverso» – dice Bauman in questa intervista concessa in esclusiva al nostro giornale – è in casa nostra; e non se ne andrà. La soluzione, allora, è saper trasformare, grazie alle competenze interculturali, quella fonte di rischi e di problemi che può essere la diversità in un´occasione di arricchimento reciproco. Come? «Con la cooperazione e con il dialogo», consiglia il sociologo polacco. (…) 

(…) L´educazione interculturale può essere considerata una rivoluzione copernicana poiché l´identità e la cultura non sono viste come statiche, ma dinamiche e in costante evoluzione. La diversità, l´emigrazione, la vita in una società multiculturale non sono solo fattori di rischio ma anche opportunità di arricchimento e di crescita, per una nuova sintesi, con più ampie occasioni di dialogo, scambio e interazione. Cosa ne pensa?

«Sono assolutamente d´accordo. Noi siamo in effetti sottoposti a qualcosa che ricorda la Rivoluzione Copernicana. Suggerirei anzi che è addirittura qualcosa di più rivoluzionario di quella originale. Copernico rivoluzionò il nostro modo di vedere il mondo in cui abitiamo, mentre il passaggio che lei chiama “educazione interculturale” è sospinto non così tanto da un cambio di visuale, quanto da un cambio del mondo in sé stesso. 

Per gran parte dell´era moderna noi supponevamo, a torto o a ragione, che la diversità culturale fosse un fastidio temporaneo da risolvere; un fastidio e da lasciare indietro nell´ambito di quell´universalismo che noi credevamo fosse la maggiore delle conquiste dell´umanità. Noi pensavamo, inoltre, che questo effetto universalistico sarebbe stato prodotto dalla “assimilazione”: persone “diverse da noi” avrebbero abbandonato la loro alterità per diventare come noi, partecipi dello stesso modello di vita umana. Questo punto di vista non è più sostenibile a lungo, non già perché abbiamo cambiato le nostre menti, ma a causa della continua “diaspora” del pianeta: persone di differente appartenenza etnica, di differenti origini, linguaggi, fedi e scelte culturali ora vivono assieme e interagiscono senza abbandonare le loro differenti identità; e senza rinunciare al loro diritto di affermare sé stessi. 

I diversi modi di essere persona sono qui con noi; e con tutta probabilità non se ne andranno via. Dobbiamo prepararci alla prospettiva di vivere in un mondo culturalmente diversificato in modo permanente. Dobbiamo sviluppare e praticare l´arte del “convivere con la differenza” e trarre beneficio da quel modo di vivere, facendolo non malgrado le nostre differenze, ma grazie ad esse. Noi possiamo davvero diventare tutti più saggi e più ricchi e più umani, imparando ciascuno dai tesori di esperienza e saggezza dell´altro». 

Fra le competenze interculturali una delle più importanti è la gestione dei conflitti. Un´educazione alla pace intesa non come assenza di contrasti (la pace eterna dei cimiteri), non come una finzione diplomatica, non come un qualunquistico «lasciar andare». Al contrario: come un´abilità attiva di gestire i conflitti. Poiché è impossibile eliminare i conflitti, così è necessario imparare a gestirli, senza ricorrere a una schiacciante violenza o distruzione. Cosa ne pensa?

«Concordo anche su questo. Vivere a contatto quotidiano l´un l´altro, conversare, interagire, cercare di conoscersi reciprocamente meglio e conoscersi in modo più profondo, non significa accettare che “tutto va liscio” così. La mia convinzione è, invece, che ciascuno di noi può allo stesso tempo guadagnare in qualità della vita, attraverso la cooperazione con gli altri. Sono convinto che la formula di Richard Sennett di una “aperta e informale cooperazione” indichi la strada per raggiungere quell´effetto. Tutti e tre gli aspetti selezionati in quella formula sono essenziali allo stesso modo. “Informale” significa la rinuncia al fissare delle regole in anticipo e l´essere aperti a che le regole emergano e si mettano alla prova nel corso dell´interazione. “Aperto” significa essere d´accordo sul recitare, quando ne sorga la necessità, sia il ruolo dell´insegnante che quello dell´allievo. E la “cooperazione” ha di diverso dai soliti dibattiti che non mira a persuadere o costringere gli altri ad accettare il mio punto di vista e a rinunciare al loro, ma spinge tutti a condividere qualsiasi cosa sia giusta e utile all´esperienza dei partecipanti alla discussione. Nella cooperazione non ci sono vincitori e sconfitti: ognuno risulta vincitore, guadagnandone in saggezza. Questa è condizione sine qua non per un tipo di coesistenza che esclude le minacce gemelle sia dell´oppressione e che della reciproca indifferenza».

(fonte: L’Arena 14/04/2013)

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