Ricerche e studi. UniCattolica del Sacro Cuore di Milano: “E’ compito dei genitori facilitare l’integrazione di un figlio di diversa etnia”

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I figli venuti da lontano incontrano difficoltà nel conciliare la doppia appartenenza, quella della famiglia italiana che li accoglie e li cresce e le proprie radici che affondano in paesi con una cultura diversa.

Abbiamo il piacere di pubblicare su ilpostadozione una sintesi della ricerca dell’Università Cattolica Sacro Cuore di Milano curata da Rosa Rosnati e Laura Ferrari nel 2011-2012. Lo studio è stato condotto dal centro Ateneo Studi e Ricerche sulla Famiglia dell’Università Cattolica di Milano sulle relazioni familiari e sulla costruzione dell’identità degli adolescenti e giovani adulti in adozione internazionale e nazionale.

La riflessione che segue sostiene ancora una volta l’importanza che hanno i genitori nel facilitare l’accettazione della doppia appartenenza da parte del figlio. I genitori devono introiettare che una cultura va capita ed amata, non compatita e banalizzata.  Se rispettiamo le origini dei nostri figli, i primi ad aprire le braccia verso il loro mondo dobbiamo essere noi. Da qui la sollecitazione ad enti e operatori a seguire le coppie nell’elaborato compito della fusione dei due mondi.

E’ nostro parere che un’impresa così complessa non debba essere lasciata al caso e alle risorse personali della coppia.

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di Rosa Rosnati e Laura Ferrari, docenti dell’Università Cattolica del Sacro Cuore che hanno curato la ricerca

Nell’ultimo decennio il fenomeno delle adozioni internazionali in Italia ha assunto una rilevanza significativa sia a livello numerico, addirittura nel 2011 siamo stati il secondo Paese a livello mondiale per numero di adozioni, sia dal punto di vista sociale in quanto tale modalità di diventare famiglia è a tutti gli effetti entrata a far parte del nostro tessuto sociale. In questi anni caratterizzati dalla diffusione e della sempre maggiore attenzione alla legislazione e alla cura delle pratiche adottive, la voce della ricerca si è via via interrogata sull’impatto che possono avere le complessità che l’adozione internazionale porta con sé. 

La ricerca condotta dal Centro di Ateneo Studi e Ricerche sulla Famiglia, ha cercato di rispondere a questi interrogativi coinvolgendo 161 triadi adottive italiane, composte da padre, madre e figlio adolescente o giovane adulto di età compresa tra i 15 e i 25 anni provenienti in maggior numero dall’America Latina, ma anche dall’Est Europa, Africa e Paesi orientali

In primo luogo, l’adozione internazionale comporta dei rischi per il buon esito dell’adozione inteso in termini di benessere psicologico e adattamento psicosociale?

I risultati hanno messo in luce un quadro positivo: i partecipanti non hanno riportato in media problemi emotivi e comportamentali, bensì soddisfazione per le proprie condizioni di vita e capacità di sviluppo delle potenzialità personali. Se confrontati con un gruppo di non adottati della medesima età, essi sembrano maggiormente aperti e in grado di mettere in atto comportamento prosociali: questo dato conferma i dati della letteratura statunitense e può essere spiegato alla luce dell’esperienza dell’adozione stessa, atto sociale per eccellenza, compiuto dai genitori adottivi e che potrebbe fungere da modello positivo. 

Inoltre, in media la maggio parte di genitori e figli intervistati hanno sviluppato una salda appartenenza tale per cui i figli si sentono a tutti gli effetti figli di quei genitori e i genitori riconoscono i figli come propri a tutti gli effetti. A conferma dell’importanza delle relazioni familiari, buoni livelli di filiazione e genitorialità adottive influenzano e predicono l’adattamento e il benessere dei figli adottivi: quindi gli esiti più adattivi per i figli sono da attribuire a quelle famiglie in cui essi si sentono inseriti a pieno titolo nella storia famigliare. 

A livello identitario, poi, è la dimensione etnica, generalmente riconosciuta come un aspetto centrale nel corso del ciclo di vita (Phinney, 1990), ad assumere una valenza centrale per coloro che sono stati adottati internazionalmente (Lee, 2006). In questi casi infatti i ragazzi non condividono con i propri genitori adottivi il background etnico e culturale di cui sono portatori per nascita. Come possono quindi costruire la propria identità coniugando da un lato la propria appartenenza al contesto culturale dei genitori e al tempo stesso dare valore al proprio background etnico di origine? 

I risultati della ricerca hanno permesso di identificare quattro gruppi caratterizzati da diversi livelli di identificazione con il gruppo etnico e la cultura italiana: i “duali”, mostrano un’elevata valorizzazione della propria etnicità unitamente all’assunzione del patrimonio culturale trasmesso dai genitori adottivi; gli “assimilati”, assumono il riferimento esclusivo al patrimonio culturale dei genitori adottivi; i “separati”, mostrano un livello nullo o estremamente basso di identificazione con la cultura dei genitori adottivi; i “sospesi” restano ai margini di entrambe mostrando sia una bassa identificazione con il background culturale dei genitori adottivi, ma anche nessun riferimento al gruppo etnico del Paese di origine. 

Dall’analisi dei profili di queste tipologie, emerge come sia la tipologia “duale” ad ottenere esiti più adattivi per benessere psicosociale, autostima, accettazione del proprio corpo e qualità delle relazioni familiari: il processo di integrazione che sembrano attivare permetterebbe loro di fare sintesi tra i due riferimenti culturali, rendendoli in grado di mettere radici nella storia familiare e di guardare con fiducia al proprio futuro. 

Alla luce di questi primi interrogativi, se ne apre un terzo significativo dal punto di vista dell’intervento e del quotidiano incontro con i figli adottivi: quale ruolo possono assumere i genitori di fronte alla differenza etnica e culturale dei figli e al difficile compito di integrazione a cui sono chiamati?

I risultati indicano che i genitori possono sostenere e facilitare il processo di costruzione dell’identità etnica nei loro figli adottivi attraverso l’uso di strategie di socializzazione culturale che permettono di acquisire valori, atteggiamenti e ruoli comportamentali della cultura di riferimento, in questo caso delle culture di riferimento

Nella misura in cui i genitori fanno sintesi e attivano per primi un processo di integrazione della doppia appartenenza culturale del figlio, e, nello specifico, comunicano valori, credenze, usanze e comportamenti culturali al figlio, egli sarà maggiormente in grado a sua volta di costruire la propria identità tenendo conto dei “diversi suoli su cui ha poggiato i suoi passi” per poterli ricordare, nel senso etimologico del termine, cioè “metterli nel cuore”.

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Per approfondire:

Rosnati, R., Ferrari, L., Re, E. (2012). L’in-contro tra culture nell’adozione internazionale: identità etnica degli adolescenti e strategie di socializzazione culturale. Interazioni (in press). 

Rosnati R., Ferrari L., Canzi E., (in press), Benessere, competenze scolastiche e relazioni familiari in ragazzi adottati, in D. Bacchini (a cura di), Il ruolo educativo della famiglia nella società contemporanea, Edizioni Erikson, Trento. 

Rosnati R., Ferrari L. (2012). L’identità etnica in adolescenza, in Commissione per le adozioni internazionali, I percorsi formativi del 2009 nelle adozioni internazionali, Istituto degli innocenti, Firenze, pp. 158-168.

Rosnati R., Ferrari L. (2012). So-stare tra due culture: itinerari di costruzione dell’identità etnica negli adolescenti adottati, in M.L. Raineri (a cura di), Atti del convegno la tutela dei minori, Edizioni Erikson, pp. 83-89.

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