Archivio mensile:aprile 2013

Comunicazione Univ.Sapienza. Corso per operatori 2013: “Adozioni: dalla conoscenza delle coppie all’incontro con il bambino” – Roma

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Scuola di Specializzazione in Psicologia Clinica –  Direttore Prof. Vittorio Lingiardi
 
 
 

ADOZIONI: DALLA CONOSCENZA DELLE COPPIE ALL’INCONTRO CON IL BAMBINO 
giovedì 16 maggio 2013
ore 9:30 – 13:00 
Aula Magna, Dipartimento di Psicologia Dinamica e Clinica 
Via degli Apuli, 1 – Roma
 
 
 
 
PROF. LEONARDO LUZZATTO – Psicologo, psicoanalista S.P.I. e I.P.A – Responsabile dell’équipe GIL-A (Gruppo Integrato di Lavoro per le Adozioni) ASL RM B 
Presidente Associazione Centro Aiuto Adozione
 . 
DOTT.SSA PAOLA RE – Psicologa, psicoterapeuta psicoanalitica  – Socio Ordinario Società Italiana di Psicoterapia Psicoanalitica del Bambino, dell’Adolescente e della Coppia S.I.P.Si.A e Associazione Internazionale della Coppia e della Famiglia A.I.P.C.F.
 
 
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Comunicazione UniCatt & Ist.Innocenti. Seminario per operatori 2013: “Adozioni: l’accesso alle informazioni sulle origini” – Firenze

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Ci segnalano il seminario promosso dall’Università Cattolica e dall’Istituto degli Innocenti nell’ambito del Master “Il lavoro clinico e sociale con le famiglie accoglienti: affido e adozione” sul tema:

“L’ACCESSO ALLE INFORMAZIONI SULLE ORIGINI: PERCORSI DI ACCOMPAGNAMENTO
10 maggio 2013 – Firenze.

.

Il seminario avrà una durata di sette ore ed è patrocinato dalla Commissione per le adozioni internazionali (CAI) e il Coordinamento Nazionale dei Servizi Affido.

Scadenza iscrizioni 3 maggio 2013.

Scarica locandina: http://www.istitutodeglinnocenti.it/sites/default/files/Seminario_origini_10_maggio.PDF

Comunicazione International Adoption. Convegno 2013: “I figli adottivi…diventano grandi” – Zugliano (UD)

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CONVEGNO

I figli adottivi… diventano grandi

SABATO 18 MAGGIO 2013

 ore 9.30 – 17.00

Centro di accoglienza E. Balducci
Piazza della Chiesa 1- Zugliano – Pozzuolo (UD)

Crescere, confrontarsi con il mondo, assumere responsabilità, ridare senso al proprio passato, vivere nel presente e progettare il proprio futuro.

Abbiamo scelto di fermarci a riflettere su tutto ciò, aiutati da esperti e soprattutto “interrogati” dai giovani che stanno diventando adulti.

Per il programma vedi http://www.internationaladoption.it/easyne2/LYT.aspx?Code=IAWS&IDLYT=5269&ST=SQL&SQL=ID_Documento=3929

Segreteria Organizzativa, info ed iscrizioni

Tel. 0432 977405 –


La partecipazione è gratuita l’iscrizione obbligatoria inviando una email a

convegni@internationaladoption.it


E’ previsto un servizio di custodia e animazione per i bambini.

(segnalare numero ed età nella email di iscrizione)

Adozione etica. Mamma Enza: “Che cosa direi ad una coppia che sta adottando?”

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“Di solito se è una coppia all’inizio esordisco dicendo che è un bell’impegno. Sono, in verità, una mamma fortunata, perché mio figlio, ora trentenne, non mi ha dato particolari grattacapi. Però conosco famiglie che stanno facendo molta fatica. Quindi non mi va di raccontare tutto il bene. Anche quello, ma, a mio parere, vanno aggiunte le informazioni sulle difficoltà quotidiane. Poi, lo sappiamo bene, i bambini non sono tutti uguali. Ci sono i più semplici e quelli più impegnativi. Ci può capitare quello della seconda specie. Nell’adozione è meglio metterlo in preventivo. E’ correttezza raccontare alle coppie la verità senza glissare sulle probabili tensioni che si creeranno.”

Adozione etica. Mamma Alessandra: “L’adozione comincia quando il bambino arriva in famiglia”

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“Cosa direi ad una coppia che sta per adottare? Niente di particolare perché tanto non serve a nulla. Anche a noi avevano raccontato varie storie e hanno cercato di farci aprire gli occhi sulle difficoltà, ma niente, noi avanti imperterriti. Quando sei all’inizio hai solo voglie di realizzare il tuo sogno. Le parole passano da una parte all’altra e ci rifletti fino ad un certo punto. Poi arriva il bambino ed è lì che si comincia a ballare! Per lo meno sulla base della nostra esperienza di genitori di una bambina arrivata qui a nove anni”

Adozione etica. L’esperto: “Essere genitori adottivi, un compito non privo di ostacoli”

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“Negli ultimi tempi si sente parlare sempre più d’adozione e dei problemi legati a questa scelta. Che cosa significa essere genitore adottivo? È sufficiente desiderare un bambino e volergli bene per tutta la vita per risolvere i problemi? Purtroppo non sono sufficienti affetto e cure perché si ha a che fare con problematiche diverse rispetto alla genitorialità naturale. Per prima cosa l’adozione è una vicenda diversa dalla “normale” procreazione, perché prima di essere adottati tutti i bambini vivono esperienze di separazione, perdita e abbandono.

Si tratta di momenti che fanno sentire il bambino “incompleto” e portano a relazioni e comportamenti comunemente definibili di afflizione. Un bambino necessita fin dalla nascita del contatto con il corpo della madre, strumento indispensabile per il piccolo al quale viene in questo modo offerta la possibilità di superare le paure e porre nel suo interno l’oggetto buono, fulcro di sicurezza e fiducia.

Il bambino per crescere come persona autonoma e acquisire sicurezza, ha bisogno di veder soddisfatti due bisogni: sentirsi amato e protetto dai genitori e sentirsi incoraggiato a differenziarsi come persona autonoma. L’amore è per il bambino un bisogno principale e la sua mancanza provoca cicatrici che si riescono a superare solo con duri sforzi. Le esperienze dolorose e le carenze affettive hanno una forte incidenza sul bambino. Le conseguenze immediatamente riscontrabili e più frequenti sono:

  • Tratti depressivi con sensi di colpa
  • Cattiva capacità a controllare le tensioni
  • Grande fragilità emotiva
  • Profonda sfiducia in sé e negli altri

Per questo nel bambino adottato sono abbastanza frequenti crisi d’identità, difficoltà di apprendimento, manifestazioni fobiche, tendenza all’isolamento; le difficoltà aumentano ancora di più se il passaggio da un ambiente all’altro comporta anche un cambiamento socioculturale o etnico, quando cioè si possono cogliere differenze nei tratti somatici.

Il genitore adottivo deve essere sempre pronto a fronteggiare questi problemi rassicurando, valorizzando e confermando il proprio amore. Una disponibilità costante permetterà al bambino di accettare la realtà, lo aiuterà a trovare più facilmente gli oggetti d’amore. I genitori devono ricordare che quando il bambino arriva in famiglia, qualunque sia la sua età, porta con sé un bagaglio fatto di ricordi, vissuti ed emozioni.

Nel minore c’è un prima, solitamente doloroso, privo di affetto e cure che spesso è rimosso per difendersi, e un dopo cioè la nuova vita. Proprio questa scansione determina l’abbandono. Un bambino adottivo sarà molto diverso da noi, e bisogna fare di questa diversità un punto di forza; accettare le sue origini, cultura e paese di provenienza.”

La riflessione prosegue proponendo spunti sulla preparazione della coppia e la creazione della nuova famiglia.

(…) Le prime crisi del bambino adottivo

“Nonostante oggi non si nasconda più ai figli adottivi la loro origine, questo non significa proteggerli dal dolore e da un trauma. L’ingresso nell’età adolescenziale vede intrecciarsi la turbolenza emotiva di questa fase evolutiva con la specificità della condizione adottiva. Ciò rischia di acuire i conflitti tipici dell’età. Questo rischio dipende dalla relazione che si è andata strutturando nella famiglia negli anni precedenti.

Il processo di separazione dai genitori appare più conflittuale per gli adolescenti adottati se il passato non è stato sufficientemente elaborato, a livello intrapsichico e all’interno della relazione famigliare.

I ragazzi pensano di essere stati abbandonati perché diversi e indegni d’amore. Sanno di essere nati in condizioni degradate, di provenire dalla parte povera del mondo, ma per loro la più grande ferita è essere stati lasciati, anche se questo gli ha permesso una vita migliore.

Anche i genitori adottivi hanno alle spalle traumi dolorosi: la sterilità. Per questo motivo la via di uscita è cercare di far incontrare i due dolori, di comunicarseli a vicenda, in modo che scontri e conflitti apparentemente inevitabili possano essere elaborati insieme.

L’errore più grande è quando i genitori si offendono perché il figlio mette in evidenza il fatto di non essere nato da loro. Padri e madri devono far capire che anche loro hanno sofferto per non essere stati capaci di generare un figlio, ma che hanno trovato in lui proprio quello che desideravano.

A volte i figli adottivi vivono periodi in cui divengono aggressivi, hanno problemi a scuola e comportamenti antisociali.

Tutto questo non deve essere accettato come tale: bisogna cercare le ragioni per cui questi atteggiamenti si manifestano. È importante il dialogo, ascoltare i dubbi e accettare quella parte di vita precedente all’incontro con i genitori adottivi, che seppur breve e piccola, ha rappresentato una grossa ferita.

L’idea dei genitori naturali deve essere presente sia nei figli sia nei genitori adottivi affinché si possa costruire una storia di vita affettiva mentale comune.

Qualche volta sono sufficienti comprensione e tempo per cicatrizzare le ferite. Altre è necessario l’aiuto di uno specialista.

Consigli utili per i genitori adottivi nel rapporto con il bambino adottato

È fondamentale in una situazione adottiva parlare sempre chiaramente, tirare fuori i propri sentimenti e sensazioni.

Il bambino deve sentirsi libero di esprimersi anche se sa che questo può provocare tristezza e sensi di inadeguatezza nei genitori.

Un percorso di psicoterapia nell’infanzia e adolescenza può essere molto utile al figlio adottivo per chiarire eventuali carenze affettive subite e ricostruire con una terza persona (lo psicoterapeuta) il proprio vissuto. L’elaborazione del trauma è fondamentale per crescere.

Per i genitori adottivi vengono organizzati gruppi condotti da psicologi, in cui le famiglie adottive condividono esperienze e problematiche e non lasciano sola la coppia che affronta questo delicato cammino.

A volte non sono sufficienti l’amore e la volontà, perché i problemi possono essere grossi e ingestibili. Con il supporto e la preparazione giusta, l’adozione può trasformarsi in un’esperienza unica e meravigliosa, che regala immense gioie e felicità.

(Per l’articolo completo vedi: http://www.guidaconsumatore.com/pianeta_donna/genitori_adottivi.html)

Adozione etica. Mamma Gio: “Solo dopo aver riconosciuto le nostre frustrazioni possiamo goderci appieno l’esperienza adottiva”

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“Alle coppie che intendono avvicinarsi al percorso dell’adozione io, basandomi su un’esperienza che dura da più di 25 anni (mia figlia è arrivata che aveva pochi mesi), consiglierei di non farsi scoraggiare dalle difficoltà e dai timori, ma di non chiudere neppure gli occhi di fronte ai problemi, perché poi il tempo ci presenta sempre il conto e se non ce lo aspettavamo pagarlo è molto più doloroso.

Cosa intendo dire?

Che l’esperienza dell’adozione è straordinaria ed estremamente gratificante: è meraviglioso per chi da tempo ha il desiderio frustrato della genitorialità avere un cucciolo da accudire, seguirne la crescita, trasmettergli tutto ciò che si ritiene degno di essere trasmesso, immaginarne il futuro e seguirlo poi mentre si attua, avere quello scambio affettivo che solo con un figlio si può realizzare, sentirsi davvero utili ed importanti per qualcuno.

Tuttavia bisogna sempre essere consapevoli che si tratta di un’esperienza diversa da quella della genitorialità naturale, un’esperienza che dovrebbe essere affrontata prima di tutto dopo aver elaborato il lutto della propria sterilità. Non intendo dire che si debba pensare all’adozione quando non si soffre più per il fatto di non poter procreare (allora forse non ci si arriverebbe mai), ma che ci si deve giungere quando si è accettata questa realtà e dopo aver preso coscienza il fatto che l’adozione non potrà mai toglierci alcune frustrazioni di fondo: ad esempio, per la donna la mancata esperienza della gravidanza e del parto, per entrambi i genitori adottivi il fatto di non potersi fisicamente e spesso anche caratterialmente riconoscere nel proprio figlio, nonché il fatto di dover accettare che quest’ultimo, da adulto, probabilmente desidererà incontrare o ritrovare i genitori naturali e che forse, nonostante la nostra dedizione, vivrà un rapporto affettivamente conflittuale con noi.

Non che molti di questi “rischi” non esistano con un figlio naturale, ma certamente sono più probabili nel caso dell’adozione.

Inoltre bisogna essere consapevoli del fatto che un bambino adottato generalmente ha più difficoltà scolastiche e relazionali rispetto agli altri e che perciò richiederà un impegno elevato e una dedizione spesso frustrata dai risultati.

Insomma, adottare un bambino è una sfida esistenziale importante, che va affrontata con entusiasmo, ma anche con grande consapevolezza.

In base alla mia esperienza, è comunque una sfida che vale mille volte la pena di affrontare.”

Adozione etica. Zygmunt Bauman: “Intercultura significa interagire tra diverse etnie senza perdere la propria identità”

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Zygmunt Bauman, il sociologo e filosofo polacco della «società liquida» sarà domani, lunedì 15 aprile 2013, a Verona per un convegno universitario internazionale. Alla sera ci sarà una conferenza aperta ai non addetti ai lavori alle ore 20.00. Entrambi gli eventi sono organizzati dal Centro Studi Interculturali dell´Università di Verona (http://www.csiunivr.eu/). Nel blog abbiamo riportato la parte dell’intervista a Mr Bauman dove parla di intercultura, visto che i nostri figli e le nostre famiglie possono essere interessati al tema.

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di Agostino Portera e Maurizio Corte  – rispettivamente direttore e docente del Centro Studi Interculturali Università di Verona

Il «diverso» – dice Bauman in questa intervista concessa in esclusiva al nostro giornale – è in casa nostra; e non se ne andrà. La soluzione, allora, è saper trasformare, grazie alle competenze interculturali, quella fonte di rischi e di problemi che può essere la diversità in un´occasione di arricchimento reciproco. Come? «Con la cooperazione e con il dialogo», consiglia il sociologo polacco. (…) 

(…) L´educazione interculturale può essere considerata una rivoluzione copernicana poiché l´identità e la cultura non sono viste come statiche, ma dinamiche e in costante evoluzione. La diversità, l´emigrazione, la vita in una società multiculturale non sono solo fattori di rischio ma anche opportunità di arricchimento e di crescita, per una nuova sintesi, con più ampie occasioni di dialogo, scambio e interazione. Cosa ne pensa?

«Sono assolutamente d´accordo. Noi siamo in effetti sottoposti a qualcosa che ricorda la Rivoluzione Copernicana. Suggerirei anzi che è addirittura qualcosa di più rivoluzionario di quella originale. Copernico rivoluzionò il nostro modo di vedere il mondo in cui abitiamo, mentre il passaggio che lei chiama “educazione interculturale” è sospinto non così tanto da un cambio di visuale, quanto da un cambio del mondo in sé stesso. 

Per gran parte dell´era moderna noi supponevamo, a torto o a ragione, che la diversità culturale fosse un fastidio temporaneo da risolvere; un fastidio e da lasciare indietro nell´ambito di quell´universalismo che noi credevamo fosse la maggiore delle conquiste dell´umanità. Noi pensavamo, inoltre, che questo effetto universalistico sarebbe stato prodotto dalla “assimilazione”: persone “diverse da noi” avrebbero abbandonato la loro alterità per diventare come noi, partecipi dello stesso modello di vita umana. Questo punto di vista non è più sostenibile a lungo, non già perché abbiamo cambiato le nostre menti, ma a causa della continua “diaspora” del pianeta: persone di differente appartenenza etnica, di differenti origini, linguaggi, fedi e scelte culturali ora vivono assieme e interagiscono senza abbandonare le loro differenti identità; e senza rinunciare al loro diritto di affermare sé stessi. 

I diversi modi di essere persona sono qui con noi; e con tutta probabilità non se ne andranno via. Dobbiamo prepararci alla prospettiva di vivere in un mondo culturalmente diversificato in modo permanente. Dobbiamo sviluppare e praticare l´arte del “convivere con la differenza” e trarre beneficio da quel modo di vivere, facendolo non malgrado le nostre differenze, ma grazie ad esse. Noi possiamo davvero diventare tutti più saggi e più ricchi e più umani, imparando ciascuno dai tesori di esperienza e saggezza dell´altro». 

Fra le competenze interculturali una delle più importanti è la gestione dei conflitti. Un´educazione alla pace intesa non come assenza di contrasti (la pace eterna dei cimiteri), non come una finzione diplomatica, non come un qualunquistico «lasciar andare». Al contrario: come un´abilità attiva di gestire i conflitti. Poiché è impossibile eliminare i conflitti, così è necessario imparare a gestirli, senza ricorrere a una schiacciante violenza o distruzione. Cosa ne pensa?

«Concordo anche su questo. Vivere a contatto quotidiano l´un l´altro, conversare, interagire, cercare di conoscersi reciprocamente meglio e conoscersi in modo più profondo, non significa accettare che “tutto va liscio” così. La mia convinzione è, invece, che ciascuno di noi può allo stesso tempo guadagnare in qualità della vita, attraverso la cooperazione con gli altri. Sono convinto che la formula di Richard Sennett di una “aperta e informale cooperazione” indichi la strada per raggiungere quell´effetto. Tutti e tre gli aspetti selezionati in quella formula sono essenziali allo stesso modo. “Informale” significa la rinuncia al fissare delle regole in anticipo e l´essere aperti a che le regole emergano e si mettano alla prova nel corso dell´interazione. “Aperto” significa essere d´accordo sul recitare, quando ne sorga la necessità, sia il ruolo dell´insegnante che quello dell´allievo. E la “cooperazione” ha di diverso dai soliti dibattiti che non mira a persuadere o costringere gli altri ad accettare il mio punto di vista e a rinunciare al loro, ma spinge tutti a condividere qualsiasi cosa sia giusta e utile all´esperienza dei partecipanti alla discussione. Nella cooperazione non ci sono vincitori e sconfitti: ognuno risulta vincitore, guadagnandone in saggezza. Questa è condizione sine qua non per un tipo di coesistenza che esclude le minacce gemelle sia dell´oppressione e che della reciproca indifferenza».

(fonte: L’Arena 14/04/2013)

Adozione etica. Sharal, 23 anni: “La fortuna di vivere in una famiglia gioiosa“

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Dopo lo studio dell’Università Cattolica ci è sembrato appropriato postare questa testimonianza che avvalora la tesi delle due studiose Rosnati e Ferrari: lo stile familiare giocoso ha una sua importanza nella riuscita di un’adozione.

Romanzare la storia della mia vita, in particolare della mia adozione, non mi è mai molto piaciuto. Lo trovo frustrante e anche un po’ ipocrita da parte mia. Perché, in fondo, io non mi sento per niente una “ragazza speciale” per essere stata adottata, come forse credono i media. 

Sono nata a Mangalore, una città a sud-ovest dell’India, e sono stata adottata all’età di un anno. Sono cresciuta in un paese in provincia di Verona, dove vivo tutt’ora con i miei genitori e mio fratello, anche lui adottato. La mia è una storia molto semplice. Inizia in India ma si sviluppa in Italia, la terra che mi ha accolta e amata. A parte il primo anno di vita che ho vissuto “diversamente” rispetto ai miei coetanei, il resto è stato uguale. Scuola, università, relazioni. 

Quella che i media chiamano “sana integrazione” per me non è neanche esistita. Io e mio fratello siamo stati accolti in automatico, proprio come fossimo nati qui. Di certo i nostri genitori hanno contribuito vivere l’adozione in modo sano e spensierato. Casa nostra ha sempre avuto le porte aperte verso il mondo, verso gli amici, il parentado, le persone che avevano bisogno. Così tutte le relazioni sono nate naturalmente e tutti ci hanno conosciuti naturalmente, senza sforzi, senza strani discorsi. I nostri genitori sono sempre stati dentro il mondo, hanno sempre avuto molte persone attorno a loro. Io e mio fratello li riteniamo dei “fighi”. E anche leggermente pazzi.

Ci hanno sempre lasciati liberi di esprimerci, liberi nel pensiero. Prendono la genitorialità come una continua scatola di sorprese. Non si sono mai fatti programmi, né tabelle da seguire. Sono incasinati, anticonformisti e al contempo modaioli e frizzanti. Fanno battute sul fatto che io e mio fratello fisicamente non assomigliamo per niente a loro, e io rido sempre a crepapelle perché mi hanno insegnato la bellezza di essere autoironici e di non prendersi troppo sul serio. 

Non ci hanno mai fatto grandi discorsi sull’adozione, semplicemente ogni tanto raccontano di quando sono venuti a prenderci e ne parlano con grande dolcezza. Raccontano dell’iter durato quattro anni in cui hanno superato sedute psicologiche, incontri in tribunale, burocrazia, per poi essere stati attestati come “idonei” all’adozione.

Raccontano di avere visto molte coppie, che loro ritenevano ottime, non ottenere l’idoneità. Vedendo i miei e conoscendo diversi genitori con figli adottati, sono arrivata alla conclusione che per essere “idonei” non serve essere perfetti o impeccabili, serve invece essere una coppia con mille difetti perché è naturale, con tante paure perché è sana e con tanto amore perché è vera. 

Mamma e papà hanno sempre trattato me e mio fratello come dei figli quali siamo, nel bene e nel male. Non hanno mai giustificato un nostro comportamento sbagliato, né si sono mai sentiti diversi rispetto agli altri genitori, anzi. Sicuramente sono molto aperti di mentalità e molto sensibili a certe tematiche. Anche per questo non hanno mai seguito dogmi imposti, non ci hanno mai dato regole di vita né ci hanno mai fatto grandi discorsi filosofici. Sono sempre stati molto concreti. Ho imparato tutto quello che so dai loro gesti, dal loro comportamento. Si amano ancora alla follia e quando li guardo abbracciarsi come due adolescenti, dopo venticinque anni di matrimonio, sento di avere una famiglia che è una goccia nell’oceano.

E allora penso che non conti essere adottati o biologici, i figli crescono felici se di fronte hanno due genitori felici. Ci sono figli adottati che si imbattono in problemi e che vivono disagi ma sono gli stessi problemi e disagi che può vivere anche un figlio biologico. Quando c’è l’amore c’è tutto, e non è un modo di dire, è la verità. Quando in una famiglia ci si ama davvero, si possono commettere tutti gli sbagli del mondo nei confronti di un figlio ma nessuno sbaglio sarà in grado di dividere, anzi, sarà un ostacolo che rafforzerà tutti i legami. 

La nostra famiglia è un miscuglio di pelli, di idee, di ambizioni e di sogni. È una famiglia in cui ci si aiuta, ci si parla. E si parla davvero di tutto, senza paure né esitazioni. Siamo così diversi, tutti e quattro, e al contempo così uguali. Io e mio fratello ci sentiamo italiani puri, ma al contempo abbiamo, forse geneticamente, un modo di pensare più “orientale”. I miei genitori non hanno fatto di questa nostra diversità un dato di fatto, bensì un valore, una ricchezza. È come se, in un certo senso, ci avessero sempre stimolato ad essere diversi. Diversi dagli altri, capaci di pensare con la nostra testa, di scegliere autonomamente. Di ascoltare la musica che ci piace, di vestirci come ci piace, di amare chi ci piace. Di essere chi vogliamo essere. Ecco che allora la diversità diventa davvero una risorsa, una cosa che ci contraddistingue e ci rende speciali.

Non credo quindi che sia stata l’adozione a rendermi speciale, ma la mia famiglia, così com’è: caotica, creativa, sfrontata, energica e innamorata della vita. “

Ricerche e studi. UniCattolica del Sacro Cuore di Milano: “E’ compito dei genitori facilitare l’integrazione di un figlio di diversa etnia”

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I figli venuti da lontano incontrano difficoltà nel conciliare la doppia appartenenza, quella della famiglia italiana che li accoglie e li cresce e le proprie radici che affondano in paesi con una cultura diversa.

Abbiamo il piacere di pubblicare su ilpostadozione una sintesi della ricerca dell’Università Cattolica Sacro Cuore di Milano curata da Rosa Rosnati e Laura Ferrari nel 2011-2012. Lo studio è stato condotto dal centro Ateneo Studi e Ricerche sulla Famiglia dell’Università Cattolica di Milano sulle relazioni familiari e sulla costruzione dell’identità degli adolescenti e giovani adulti in adozione internazionale e nazionale.

La riflessione che segue sostiene ancora una volta l’importanza che hanno i genitori nel facilitare l’accettazione della doppia appartenenza da parte del figlio. I genitori devono introiettare che una cultura va capita ed amata, non compatita e banalizzata.  Se rispettiamo le origini dei nostri figli, i primi ad aprire le braccia verso il loro mondo dobbiamo essere noi. Da qui la sollecitazione ad enti e operatori a seguire le coppie nell’elaborato compito della fusione dei due mondi.

E’ nostro parere che un’impresa così complessa non debba essere lasciata al caso e alle risorse personali della coppia.

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di Rosa Rosnati e Laura Ferrari, docenti dell’Università Cattolica del Sacro Cuore che hanno curato la ricerca

Nell’ultimo decennio il fenomeno delle adozioni internazionali in Italia ha assunto una rilevanza significativa sia a livello numerico, addirittura nel 2011 siamo stati il secondo Paese a livello mondiale per numero di adozioni, sia dal punto di vista sociale in quanto tale modalità di diventare famiglia è a tutti gli effetti entrata a far parte del nostro tessuto sociale. In questi anni caratterizzati dalla diffusione e della sempre maggiore attenzione alla legislazione e alla cura delle pratiche adottive, la voce della ricerca si è via via interrogata sull’impatto che possono avere le complessità che l’adozione internazionale porta con sé. 

La ricerca condotta dal Centro di Ateneo Studi e Ricerche sulla Famiglia, ha cercato di rispondere a questi interrogativi coinvolgendo 161 triadi adottive italiane, composte da padre, madre e figlio adolescente o giovane adulto di età compresa tra i 15 e i 25 anni provenienti in maggior numero dall’America Latina, ma anche dall’Est Europa, Africa e Paesi orientali

In primo luogo, l’adozione internazionale comporta dei rischi per il buon esito dell’adozione inteso in termini di benessere psicologico e adattamento psicosociale?

I risultati hanno messo in luce un quadro positivo: i partecipanti non hanno riportato in media problemi emotivi e comportamentali, bensì soddisfazione per le proprie condizioni di vita e capacità di sviluppo delle potenzialità personali. Se confrontati con un gruppo di non adottati della medesima età, essi sembrano maggiormente aperti e in grado di mettere in atto comportamento prosociali: questo dato conferma i dati della letteratura statunitense e può essere spiegato alla luce dell’esperienza dell’adozione stessa, atto sociale per eccellenza, compiuto dai genitori adottivi e che potrebbe fungere da modello positivo. 

Inoltre, in media la maggio parte di genitori e figli intervistati hanno sviluppato una salda appartenenza tale per cui i figli si sentono a tutti gli effetti figli di quei genitori e i genitori riconoscono i figli come propri a tutti gli effetti. A conferma dell’importanza delle relazioni familiari, buoni livelli di filiazione e genitorialità adottive influenzano e predicono l’adattamento e il benessere dei figli adottivi: quindi gli esiti più adattivi per i figli sono da attribuire a quelle famiglie in cui essi si sentono inseriti a pieno titolo nella storia famigliare. 

A livello identitario, poi, è la dimensione etnica, generalmente riconosciuta come un aspetto centrale nel corso del ciclo di vita (Phinney, 1990), ad assumere una valenza centrale per coloro che sono stati adottati internazionalmente (Lee, 2006). In questi casi infatti i ragazzi non condividono con i propri genitori adottivi il background etnico e culturale di cui sono portatori per nascita. Come possono quindi costruire la propria identità coniugando da un lato la propria appartenenza al contesto culturale dei genitori e al tempo stesso dare valore al proprio background etnico di origine? 

I risultati della ricerca hanno permesso di identificare quattro gruppi caratterizzati da diversi livelli di identificazione con il gruppo etnico e la cultura italiana: i “duali”, mostrano un’elevata valorizzazione della propria etnicità unitamente all’assunzione del patrimonio culturale trasmesso dai genitori adottivi; gli “assimilati”, assumono il riferimento esclusivo al patrimonio culturale dei genitori adottivi; i “separati”, mostrano un livello nullo o estremamente basso di identificazione con la cultura dei genitori adottivi; i “sospesi” restano ai margini di entrambe mostrando sia una bassa identificazione con il background culturale dei genitori adottivi, ma anche nessun riferimento al gruppo etnico del Paese di origine. 

Dall’analisi dei profili di queste tipologie, emerge come sia la tipologia “duale” ad ottenere esiti più adattivi per benessere psicosociale, autostima, accettazione del proprio corpo e qualità delle relazioni familiari: il processo di integrazione che sembrano attivare permetterebbe loro di fare sintesi tra i due riferimenti culturali, rendendoli in grado di mettere radici nella storia familiare e di guardare con fiducia al proprio futuro. 

Alla luce di questi primi interrogativi, se ne apre un terzo significativo dal punto di vista dell’intervento e del quotidiano incontro con i figli adottivi: quale ruolo possono assumere i genitori di fronte alla differenza etnica e culturale dei figli e al difficile compito di integrazione a cui sono chiamati?

I risultati indicano che i genitori possono sostenere e facilitare il processo di costruzione dell’identità etnica nei loro figli adottivi attraverso l’uso di strategie di socializzazione culturale che permettono di acquisire valori, atteggiamenti e ruoli comportamentali della cultura di riferimento, in questo caso delle culture di riferimento

Nella misura in cui i genitori fanno sintesi e attivano per primi un processo di integrazione della doppia appartenenza culturale del figlio, e, nello specifico, comunicano valori, credenze, usanze e comportamenti culturali al figlio, egli sarà maggiormente in grado a sua volta di costruire la propria identità tenendo conto dei “diversi suoli su cui ha poggiato i suoi passi” per poterli ricordare, nel senso etimologico del termine, cioè “metterli nel cuore”.

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Per approfondire:

Rosnati, R., Ferrari, L., Re, E. (2012). L’in-contro tra culture nell’adozione internazionale: identità etnica degli adolescenti e strategie di socializzazione culturale. Interazioni (in press). 

Rosnati R., Ferrari L., Canzi E., (in press), Benessere, competenze scolastiche e relazioni familiari in ragazzi adottati, in D. Bacchini (a cura di), Il ruolo educativo della famiglia nella società contemporanea, Edizioni Erikson, Trento. 

Rosnati R., Ferrari L. (2012). L’identità etnica in adolescenza, in Commissione per le adozioni internazionali, I percorsi formativi del 2009 nelle adozioni internazionali, Istituto degli innocenti, Firenze, pp. 158-168.

Rosnati R., Ferrari L. (2012). So-stare tra due culture: itinerari di costruzione dell’identità etnica negli adolescenti adottati, in M.L. Raineri (a cura di), Atti del convegno la tutela dei minori, Edizioni Erikson, pp. 83-89.

Comunicazione NonSoloCicogna: “Proiezioni 2013 di film sull’adozione con dibattito – Milano”

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I nostri eventi  “VEDIAMO INSIEME”

presso Spazio Keros  – Piazza Napoli, 24 MILANO-

 

           

Spiccare il volo

13 aprile 2013 dalle 15.00 alle 17.30

Proiezione del cartone animato ‘La gabbianella e il gatto’ seguita da un’attività che coinvolge genitori e bambini per riflettere insieme sui bisogni della pubertà e dell’adolescenza.

Rivolto alle famiglie con bambini dai 6 anni

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Un mondo davvero speciale

20 aprile 2013 dalle 15.00 alle 17.30

Laboratorio ludico-espressivo sul tema della diversità e delle diverse culture del mondo attraverso la metafora del viaggio.

Rivolto alle famiglie con bambini a partire dall’età prescolare

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E’ solo una questione di tempo

3 maggio 2013 dalle 20.30 alle 23.00

Proiezione del film ‘Segreti e Bugie’ seguita da una discussione guidata per meglio comprendere la richiesta dei figli di “conoscere la propria storia” ed aiutarli ad integrare la loro doppia origine.

Rivolto alle coppie di genitori

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Un’avventura insieme

11 maggio 2013 dalle 15.00 alle 17.30

Proiezione di un film o cartone animato seguita da un’attività che coinvolge bambini e genitori per riflettere insieme sul tema delle origini e dell’adozione.

Rivolto alle famiglie con bambini a partire dall’età prescolare

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 17 maggio 2013

Proiezione del film “La piccola Lola” e a seguire discussione guidata con i genitori.

 

 

 

Per partecipare è necessaria la prenotazione inviando una mail all’Associazione entro una settimana dall’evento.

Contatti: Associazione NonSoloCicogna – Via Salutati, 15 MILANO – Tel. 02.36754485                 www.nonsolocicogna.it          e-mail: info@nonsolocicogna.it

Comunicazione Ist.La Casa: “Il cammino per diventare figlio, testimonianza di un ragazzo – Milano”

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L’Istituto La Casa è lieto di invitarvi all’incontro:

“Il cammino per diventare figlio”
Criticità e risorse nell’inserimento del bambino
nella famiglia adottiva

Sabato 13 aprile 2013, ore 10.00 – 13.00
Istituto La Casa – Via Lattuada 14 Milano

Quali sono i bisogni dei bambini? Quali le risposte che attendono di trovare nei genitori? Quale il cammino per passare dallo stato di abbandono al diventare figli e per crescere nella nuova famiglia adottiva fino a trovare il proprio posto nella società?

Il tema sarà approfondito grazie anche alla presenza di Manuel Antonio Bragonzi, coautore del libro “Il bambino invisibile”, che testimonierà la propria storia: dall’infanzia in fuga nei boschi del Cile, all’incontro con la famiglia adottiva, alla sua nuova vita in Italia.

L’esperienza di Manuel sarà un aiuto in più per capire i vissuti e i sentimenti che i bambini adottati portano dal proprio passato e per dare ai genitori, che li hanno accolti, indicazioni e sostegno per accompagnarli nella crescita.

Programma:
Ore 10.00 – Dott.ssa Alice Calori: Accoglienza e presentazione del tema.

Ore 10.30 – Dott.ssa Chiara Righetti: Intervista a Manuel Antonio Bragonzi. La sua storia, il dolore dell’abbandono, le risorse che ha utilizzato, le risposte dei genitori che lo hanno aiutato a crescere diventando figlio.

Ore 11.45 – Dibattito e conclusione.

La partecipazione è libera e aperta a tutti, previa iscrizione tramite modulo online (scegliere il codice G3)

Adozione etica. Paula, 12 anni: “Pagina di diario”

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“Sono una bambina arrivata in Italia due anni fa.

Sono stata adottata da genitori italiani.

Il mio paese è il Cile (Chile).

Sono vissuta fin da piccolina in un istituto fino ai sette anni.

Dopo i sette anni mi hanno portata in un altro istituto e quando ho compiuto otto anni sono finita in un altro posto per i bambini senza famiglia.

In questo istituto mi chiesero se volevo avere una famiglia per sempre.

Io ho riflettuto un po’ e poi ho detto di sì, perché in una famiglia ci sono le coccole, c’è la felicità, ci sono altre cose ma soprattutto c’è l’amore verso i figli…..”