Adozione etica. “L’Italia non adotta più”

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Secondo noi è limitativo spiegare il calo delle adozioni con la paura del futuro. In fondo l’Italia rimane il secondo paese per numero di adozioni dopo gli USA. E’ vero le stime dell’Unicef sull’infanzia abbandonata sono preoccupanti, ma, a nostro avviso, il fenomeno del calo delle adozioni evidenzia un maggiore rispetto dell’adozione da parte di operatori e genitori.

Forse è subentrata anche una certa consapevolezza da parte delle coppie che non si può arrivare all’adozione dopo un numero estenuante di aborti provocati dalla fecondazione assistita. Chi vuole un figlio biologico a tutti i costi è giusto, valutando il peso psicologico, che segua questa strada. Un figlio adottivo è diverso da un figlio biologico: di solito merita più attenzione e un diverso approccio educativo. Ci vuole molta forza e umiltà per adottare. E’ alquanto sconsigliabile indirizzare una coppia verso l’adozione come ultima spiaggia di un desiderio irrealizzabile e allo stremo delle forze (circa il 90% delle coppie arriva all’adozione dopo più tentativi falliti).

Forse si tratta anche di spingere verso una nuova cultura dell’affidamento, che in Italia stenta a decollare. La cosa peggiore è quando questi ragazzi vengono spostati come pacchi postali alla scadenza dei termini di legge sottovalutando la creazione di un rapporto che si è formato in quegli anni con i genitori affidatari.

Di seguito le opinioni di Melita Cavallo e Milena Santerini raccolte da Maria Novella De Luca – giornalista

(…) «È vero – ammette Melita Cavallo, presidente del Tribunale per i minori di Roma, ed ex presidente della Commissione adozioni internazionali – oggi la tendenza è quella di limitare nei decreti l’età dei bambini, e di essere ancora più attenti nel valutare i genitori. E questo di certo limita le possibilità visto che dall’adozione internazionale arrivano ragazzini sempre più grandi. Ma la nostra severità è data dal fatto che le “restituzioni” di figli adottivi stanno diventando di anno in anno più numerose, proprio perché i bambini arrivano a 8, 9 anche 10 anni, quasi sempre con situazioni gravi alle spalle e i genitori non reggono e li rifiutano. Cioè li riportano a noi, che non possiamo fare altro che metterli in un istituto, nella speranza di trovare loro un’altra famiglia adottiva. E non sempre accade». 

La pagina delle “restituzioni”, ossia dei fallimenti, è l’altra faccia del boom delle adozioni, il lato buio di una storia d’amore, un capitolo quasi sempre censurato. «Da quando dirigo il Tribunale per i minori Roma – aggiunge Cavallo – cioè da due anni e mezzo, ho avuto 10 restituzioni, tra le ultime una bambina indiana di 8 anni e un ragazzino vietnamita quasi adolescente. Troppe. Sintomo di un malessere che non si può ignorare». Un fenomeno nuovo, perché sul numero complessivo delle adozioni in Italia, quelle fallite non superano storicamente l’1,7% del totale, e hanno riguardato nel tempo soprattutto l’adozione nazionale. 

«Non sottovalutiamo però una globale paura del futuro – avverte Milena Santerini, ordinario di Pedagogia all’università Cattolica di Milano, con una lunga esperienza nelle adozioni internazionali – che così come scoraggia i genitori biologici, deprime gli aspiranti genitori adottivi. È l’onda del calo demografico, della cultura della sfiducia. Spesso nelle coppie la scelta adottiva arriva tardi, oltre i 40 anni, dopo molti tentativi falliti di maternità naturale e assistita. Partendo da questa età i tempi oggi sempre più lunghi dell’attesa possono apparire insostenibili». 

E poi c’è il tema controverso della chiusura dei paesi. Alcuni stanno sviluppando un’adozione interna, ma è un fenomeno circoscritto. «Altri invece chiudono per orgoglio nazionale – aggiunge Milena Santerini – per calcolo politico, per alzare il prezzo verso i paesi occidentali, nascondendo il vero stato della loro infanzia». 

(fonte: repubblica.it – 10/01/2012)

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