Adozione etica. L’esperto: “Adozione, un progetto condiviso della coppia in cui è necessario un inarrestabile allenamento”

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di Emilio Masina – psicologo

Come tutte le questioni di cuore che implicano affetti profondi il tema dell’adozione non è facile da trattare perché si presta a tante considerazioni positive ma anche a rilievi critici. Sono spinto ad occuparmene dalla crescente banalizzazione dell’argomento, di moda nei salotti televisivi, che trasmettono un’immagine tutta rose e fiori, dove le uniche difficoltà sono i limiti imposti dalla legge e da giudici e psicologi considerati ingiusti, se non persecutori.

Diciamolo subito: l’adozione di un bambino è una delle avventure più belle e affascinanti che una coppia possa intraprendere ma, al tempo stesso è, sempre, un percorso difficile e sofferto, che richiede preparazione e una grande mole di investimenti: economici ma soprattutto psicologici e affettivi.

Le motivazioni per cui si adotta sono molteplici: alcune sono conosciute dalla coppia, mentre altre sono inconsce. Alla base c’è un intento altruistico: aiutare un bambino che soffre ad uscire dalla condizione di abbandono e a trovare una famiglia che se ne prenda cura. C’è anche la motivazione di dare alla propria coppia, che il più delle volte non è fertile, per cause organiche riconosciute oppure per motivi inesplicabili (si dice “sine causa” in gergo tecnico), un orizzonte più ampio, la possibilità di arricchire la propria sfera affettiva e di sperimentarsi nel compito evolutivo di diventare genitori.

Sappiamo infatti come la dimensione a due, se non è nutrita da un progetto condiviso rischia di impoverirsi affettivamente o di ripiegare su sostituti (un cane, una barca, una casa), che non soddisfano né i propri bisogni di intimità e di condivisione né quelli di realizzare più compiutamente la propria identità di uomo e di donna. L’adozione, inoltre, è un progetto sensato quando corrisponde alla scelta della coppia di non insistere in modo onnipotente ad avere un figlio biologico quando tutte le condizioni sono avverse, rinunciando a ricorrere a procedure tecniche che, con l’andare del tempo, diventano pratiche disumane.
E tuttavia l’adozione rimane un progetto a rischio. In Italia, negli ultimi quattro anni, secondo una ricerca dell’Istituto degli Innocenti, sono stati restituiti 331 bambini ma sono molte di più le famiglie che approdano agli studi degli psicoterapeuti perché non riescono a creare un’armonica relazione con il figlio adottivo. Chi sono allora i protagonisti del processo adottivo? E quali difficoltà cercano di superare?

Solitamente c’è una coppia, ferita nel proprio desiderio di avere un bambino, di fronte alla necessità di fare un lutto con le proprie aspettative. Questo lutto viene elaborato dalla coppia? Si riesce, cioè, a pensare la sofferenza e a stabilire collegamenti fra i vari pensieri, oppure dare corpo ai propri vissuti smuove troppo dolore? Il partner responsabile, per così dire, dell’infertilità si sente, oltre che inadeguato personalmente, di aver tradito le aspettative del coniuge? E quest’ultimo rinforza questa sensazione, tagliando corto, oppure la smentisce, mostrando comprensione per il dolore dell’altro? O invece, paradossalmente, vi è nella coppia un sollievo condiviso perché uno o tutti e due i partners si sentivano inadeguati nell’assumere l’identità di genitori e si sentono meno in ansia all’idea che il bambino che educheranno è già stato partorito? I coniugi appaiono talmente occupati a nutrire reciprocamente il bambino interiore dell’altro da non avere spazio per i bisogni di un bambino reale? L’adozione si configura come un progetto che, quasi magicamente, rimetterà tutto a posto?

E poi c’è un bambino. Ancora non lo conosciamo ma sappiamo che è stato ferito nella sua esigenza più elementare, quella di avere un padre e una madre, che deve superare la perdita e ritrovare la speranza. Spesso egli ha subìto altri traumi, ha provato più volte a riaprirsi alla vita ed è stato sconfitto. Con quali risorse e quali difese psicologiche è sopravvissuto a queste difficoltà? E’ diventato diffidente? Ha imparato a mettere alla prova la tenuta degli adulti che gli si propongono, a sfidarli, a saggiarne, facendo il diavolo a quattro, le risorse e le competenze? Oppure è diventato compiacente perché deve garantirsi di essere preso e di non essere più cacciato? E’ buono, anche affettuoso ma ha sviluppato un falso Sé che, con la crisi dell’adolescenza spesso non tiene, perché è diventato come un’ ingessatura troppo stretta e soffocante?

L’incontro fra questi interlocutori che la vita ha messo a dura prova è un incontro aperto. Sapranno i “nuovi” genitori lenire le ferite del bambino oppure chiederanno, in modo inconsapevolmente egoistico, un risarcimento affettivo per quanto hanno subìto, che diventerà per il “nuovo” figlio una pesante e incondizionata aspettativa da soddisfare? Saprà il bambino, specie se grandicello, apprezzare le qualità di chi lo ha così intensamente cercato e voluto oppure proietterà loro addosso le immagini dei genitori “cattivi” che lo hanno abbandonato?
Fortunatamente, in molti casi dopo le prime difficoltà la paura dell’estraneo è superata e la “nuova famiglia” può cominciare il suo cammino con un grado sufficientemente buono di fiducia e di affetto reciproco.

Altre volte le cose vanno meno bene: le difficoltà di inserimento si prolungano oppure la coppia dei partners, incapace di fronteggiare il difficile passaggio dal due al tre, si separa. O, ancora, tutto sembra procedere per il meglio ma, con l’avvento dell’adolescenza, si presentano problemi mai nemmeno immaginati: il ragazzo scappa di casa alla ricerca dei suoi veri genitori, oppure diventa violento, o comincia a drogarsi…

Insomma, meglio prepararsi. Nel senso di non dare nulla per scontato ma anche di allenarsi all’impresa di crescere insieme con un bambino che non sarà mai, come non lo è nemmeno il figlio biologico, completamente “tuo”. I magistrati, gli psicologi, gli assistenti sociali che si occupano della selezione delle coppie adottive non devono essere sentiti (non devono farsi sentire) giudici della “bontà” o della “cattiveria” della coppia che vuole adottare; non devono essere sentiti (non devono farsi sentire) come genitori castranti o detentori del potere di dare o non dare un bambino, disinteressati ai bisogni e alle difficoltà di quella specifica famiglia.

Non sempre i genitori adottivi chiedono aiuto ma è compito degli operatori competenti, che conoscono il processo adottivo, offrirsi come compagni di strada. Che possono, come una guida in un territorio sconosciuto, facilitare il viaggio.

(fonte: rifornimentoinvolo.it)

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