Fuori dal coro: “Il dolore, la morte di un figlio, le domande che restano…”

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Oggi la terribile notizia nella morte di Habtamu, il ragazzino quattordicenne di cui avevamo parlato su questo blog il 4/06/2012 nella sezione “fuga da casa”. Le righe che seguono sono state scritte dopo aver letto varie testate giornalistiche e il commento di un blog. Ci sembra un po’ semplicistico affermare che ciò che è successo sia legato al suo desiderio di tornare alla terra madre, che i suoi genitori adottivi avrebbero dovuto capire, essere più umili.

I nostri figli racchiudono dolori e segreti che nessuno potrà decifrare con precisione e certezza. Quello che, invece, ci sentiamo di affermare, perchè nato dall’osservazione di tanti nostri adolescenti in sofferenza, è che, molte volte, una grande fonte di disagio deriva da una falsa accoglienza che la nostra società riserva  loro.

Non è detto che ciò sia stato il caso di Habtamu di cui non conosciamo la storia intima. Noi de ilpostadozione ci limitiamo ad esprimere la nostra vicinanza ai suoi genitori nel timido tentativo di alleviare il loro profondo dolore.

.

Entro nei tuoi occhi neri,

ti vedo sereno e penso di conoscerti.

Quando il vento della tormenta si alza

ti perdo di nuovo.

.

Capisco che noi siamo qui

ma non siamo il tuo mondo.

Il tuo mondo è altro.

Possiamo parlarne

costruire ponti

dare significato a ciò che c’è

e a ciò che è lontano.

Possiamo anche dirti che

quel mondo lo amiamo

che siamo arrivati a te

tramite il rispetto e la stima per la tua gente.

.

Forse capisci,

forse ci compatisci.

Sappi solo che tutto è stato fatto con onestà,

quella onestà che in questo drammatico momento

è la nostra forza.

.

Di fronte alla tua risposta risoluta al dolore

rimane la nostra inconsolabile disperazione

e l’eterna domanda:

perchè a te, nostro figlio,

che abbiamo desiderato e amato tanto?

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  1. Sergio ci scrive: “Davanti alla morte di un ragazzo si resta sempre attoniti, gelati dall’ingiustizia di una vita giovane che si spegne prima di aver dipanato il proprio gomitolo di emozioni, senzazioni, sentimenti, incontri, avvenimenti che alla fine si chiamano vita, quella vita terminata troppo in anticipo…

    Davanti ad un suicidio poi aumenta il mio senso di colpa, come intera umanità che si sente incapace di comprendere compiutamente chi ti è vicino, chi credi di conoscere, anche di chi daresti la vita per salvarlo eppure non riesci a farlo perchè…

    Che spiegazioni dare?

    Nessuna e… solo silenzio nasce dentro l’anima a piangere un giovane che spero sia ora tra le braccia di un altro genitore, più grande di noi eppure così vicino a noi, da provare ad essere uomo tra di noi, per soffrire come noi.”

    Un abbraccio. Sergio
    .

    • La domanda che resta, per me, è: come prevenire?
      Una possibile risposta: non sottovalutare le fughe né i desideri dei nostri figli adottivi.
      Gioia

  2. Paola ci scrive:
    “Cara Bertarò,
    siamo tutti attoniti e addolorati per la perdita di Habtamu e per la sofferenza che sta vivendo la sua famiglia. In questi momenti vorremmo sentire intorno a noi solo silenzio e rispetto. Invece, per la prima volta, ho deciso di scrivere sul tuo blog perchè mi ha colpito l’articolo di Isabella Bossi Fedrigotti sul Corriere del 21 febbraio scorso.

    Tra le altre cose, l’autrice nel suo articolo riferendosi a Habtamu ha parlato di ricerca della “sua vera famiglia” in Africa, ha parlato di incapacità di “sentirsi fortunato” per essere stato portato al sicuro in Italia …
    Nonostante l’apprezzamento che ho sempre avuto per l’autrice, e nonostante il suo indubbio tentativo di comprendere le difficoltà di inserimento dei ragazzi adottati all’estero in un contesto italiano, ecco, nonostante tutto, quelle due affermazioni mi hanno ferito.

    Ancora oggi dobbiamo vedere in qualche moldo contrapposti i “veri genitori”, quelli che non hanno potuto o voluto crescere quel figlio con i “genitori adottivi” che quindi non sarebbero veri genitori.
    Io ormai penso che i genitori siano tutti genitori: quelli buoni e quelli cattivi, quelli biologici e quelli adottivi, quelli belli e quelli brutti. Entrambe quelle madri, entrambi i padri sono e saranno sempre nella vita, nel cuore, nella testa e nei sogni dei loro figli.

    Ancora oggi mi stupisce che qualcuno possa pensare, e addirittura scrivere, che un bambino che ha subito l’abbandono, l’istituzionalizzazione – per non parlare del resto, come maltrattamenti, denutrizione, violenze – possa “sentirsi fortunato” perchè adottato, perchè portato in un Paese “ricco” ….

    Un figlio adottivo, da bambino e poi ancora di più da adolescente, non si sente in alcun modo fortunato. Anzi, si chiede come mai a lui è toccato in sorte l’abbandono, la solitudine, la disperazione e agli altri intorno a lui – compagni di scuola, cugini, amici – non è successo niente di tutto ciò? Cosa ha fatto lui di male per aver meritato di essere stato in istituto, di essere stato maltrattato, di aver avuto fame?
    Si chiede questo, giustamente. Altro che sentirsi fortunato!

    Ma vado ancora oltre: il figlio che si trova al sicuro nella sua casa con i nuovi genitori vive una sofferenza ancora più grande: si sente in colpa. Terribilmente in colpa.
    Lui è sopravvissuto, è al sicuro, al caldo, a casa, con una famiglia che lo ama profondamente mentre gli altri bambini dell’istituto, tutti gli altri bambini in difficoltà, invece hanno ancora fame, hanno ancora paura. Sono ancora soli e disperati.

    Sento sulla mia pelle il dolore della famiglia di Habtamu. Anche io, a volte, vedo negli occhi di mio figlio un dolore ed una rabbia che nè io nè altri possiamo veramente leggere e capire. Soffro con lui sapendo che il nostro amore e la nostra vicinanza daranno i loro frutti molto più avanti.
    La scommessa di noi genitori è quella di riuscire a traghettare i nostri figli indenni fino al momento in cui avranno la maturità, la serenità e la fiducia per guardare il mondo come uomini e donne. Persone in grado di fare pienamente i conti con la propria storia, non per continuare a soffrirne, ma per vivere pienamente il loro presente ed andare con fiducia incontro al futuro.”

    Paola Cutaia
    .
    .

    Ringraziamo Paola, Sergio,Mamma Blog e Gioia per la loro partecipazione. Ringraziamo anche tutti quelli che hanno condiviso le nostre riflessioni su facebook. E’ solo in questo modo che si può far conoscere la realtà dell’adozione al di là delle semplici e, molte volte, superficiali notizie dei giornali.

  3. Nella lettura dei servizi giornalistici sul caso del ragazzino etiope che si è ucciso a 14 anni, possiamo ritrovare le insufficienze, le letture parziali, gli stereotipi che caratterizzano anche l’informazione sui migranti di origine straniera. Un’informazione che studio assieme al mio gruppo di analisi interculturale dei media (www.prosmedia.org) all’Università di Verona.

    C’è innanzi tutto l’idea radicata che l’Africa non sia un continente composito, ma una “nazione”, un monolite. Molti articoli pubblicati sulla vicenda hanno usato l’espressione “sognava l’Africa”, che a dire il vero è solo l’espressione del sentire di qualche occidentale che si è innamorato di una qualche parte di quel continente. Useremmo mai l’espressione “sognare l’Europa”? Se un ragazzino tedesco, un italiano o in francese dovesse scappare dall’Australia o dagli Stati Uniti dov’è stato adottato, i giornali di quelle aree userebbero forse l’espressione “ragazzino europeo” e “nostalgia dell’Europa”? Scriverebbero mai che è morto inseguendo il suo sogno europeo? Ne dubito.

    E’ stata data insomma una lettura “mitica” del suo malessere. Il dolore, i problemi di integrazione, la difficoltà di relazione e tutto quanto può esservi in una morte così violenta (l’impiccagione) anche a livello comunicativo, sono stati letti con la lente occidentale del “sogno africano”. Una lente per la quale l’Etiopia o la Nigeria, il Mozambico piuttosto che l’Algeria non sono luoghi precisi, ma sono un’indistinta “Africa”.

    La seconda annotazione che mi sento di fare riguarda il ritratto del ragazzino etiope. Come per l’informazione sui migranti, quando l’Altro straniero è bambino (o donna incinta o anziano malato), allora l’informazione assume i toni e l’inquadratura della compassione. E’ un dolore compassionevole quello che possiamo rintracciare negli articoli di giornale sul ragazzino etiope adottato. La compassione per un “bravo ragazzo”, studioso, atleta, che serviva pure a messa.

    Se quel ragazzo etiope fosse stato più grande di 4-5 anni e avesse commesso un reato (una “rapina in villa”, ad esempio), avremmo potuto rintracciare nei servizi giornalistici il ritratto del “criminale straniero”, dell’africano minaccioso che ritroviamo nel manifesto razzista di un candidato consigliere regionale della Lega Nord in Lombardia.

    Il taglio narrativo “compassionevole” per il ragazzino adottivo lo ritroviamo esteso all’ambiente che lo ha circondato. Qualche giornalista ha insistito sull’amore da cui era circondato, sulle buone relazioni con i compagni, sulla famiglia adottiva che gli aveva offerto agi e affetto. Insomma, dal mito del sogno africano al mito del paradiso terrestre europeo.

    Solo l’articolo della Bossi Fedrigotti pone l’interrogativo sull’accettazione del ragazzino etiope da parte dei compagni di scuola e dell’ambiente in cui viveva. Anche qui abbiamo, però, la lettura del tragico evento attraverso una “lente africana”: il dolore e i problemi di cui soffriva il ragazzo sono visti come conseguenza della sua alterità, con particolare riguardo al fatto di essere (ancora una volta) “africano”. Non vi è un’analisi attenta del caso, ma solo la lettura sotto una certa angolazione: eppure bastavano tre telefonate a tre conoscitori/operatori del settore per andare oltre lo “stereotipo africano” e il sogno della terra natìa.

    Il ragazzino etiope è stato insomma inquadrato dai media sì come ragazzino adottato, ma soprattutto come “africano strappato alle sue radici”. Non vi è stata una piena comprensione e uno scavo dell’evento tragico, ma il suo inquadramento entro una certa cornice interpretativa (il “frame” di cui parla il sociologo Erving Goffman) che poco ci aiuta a capire. E che anzi ci incanala in un vicolo che non ha finestre sul mondo e sulla vita vera.

    E’ un limite del giornalismo italiano – stando alle ricerche su “media e diversità culturale” – il non saper scavare, il non saper andare nel profondo. Il giornalismo italiano si porta dietro, per motivi che sarebbe lungo spiegare, un’abitudine di lavoro e di espressione “paraletterarie”: la passione per il racconto (per lo “storytelling”, per usare un’espressione che va per la maggiore adesso), per il “bello scrivere” e le sue suggestioni narrative si impone sull’analisi attenta, informata, rigorosa.

    Questa volta a farne le spese è stato un ragazzino adottivo che si è ucciso. La prossima volta sarà un adulto adottivo che commette qualche altra infrazione alle regole. Si badi bene, però: non è solo il mondo dell’adozione, con le sue problematiche, a non essere capito dai media italiani e dai suoi operatori (giornalisti, blogger d’informazione, fotoreporter eccetera); è un po’ tutta la società a non essere tematizzata in modo serio e attento dai mass media. Un po’ per loro limiti strutturali, legati alle routine professionali; molto per la scarsa formazione dei giornalisti.
    Questo ho riscontrato con il mio gruppo di ricerca, da 15 anni in qua; e questo mi sento di affermare anche nel caso del ragazzino che si è tolto la vita.

    Maurizio Corte – giornalista professionista, docente a contratto di “Giornalismo interculturale e multimedialità” all’Università di Verona, membro del comitato scientifico del Master in Intercultural Competence and Management (UniVerona). Sito web: http://www.csiunivr.eu

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