Adozione etica. Papà Enrico 4: “La coppia va preparata e supportata ad accogliere un minore abusato”

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Altro ruolo dell’Ente è quello di preparare le coppie a vivere l’accoglienza del figlio come percorso di supporto, a lenire e metabolizzare il vissuto di privazioni e violenze. In questo vissuto può esserci anche l’abuso sessuale. Le coppie devono capire che non è colpa sua, non è un marchio d’infamia! E’ una ragione in più per essergli vicino. Non si può dire “non me la sento di affrontare questo problema”, è una cattiveria che il bambino non merita. 

E’ evidente che la coppia deve essere pienamente supportata prima, durante e, soprattutto, dopo l’ingresso in Italia. L’Ente deve promuovere corsi specifici per i propri operatori e per le coppie atti a capire cosa significhi abuso e violenza su un minore e come affrontarli aiutati possibilmente da un mediatore interculturale che vive o ha vissuto nel paese d’origine del minore e ne possa capire e interpretare le varie dinamiche. 

Troppo spesso ci si illude che una volta che il minore è in Italia, con noi ”tanto buoni” in un paese “ricco”, ambiente famigliare sereno, possa dimenticare il passato e vivere sereno. Niente di più sbagliato. Permettetemi di dire che questo modo di pensare mi suggerisce la continuazione di un colonialismo che oltre a depredare il paese delle varie materie prime ora vorrebbe, “ovviamente a fin di bene ????”, accogliere i loro figli. I nostri figli sono portatori di una cultura diversa, con usi e costumi diversi, con un vissuto “triste” che dobbiamo imparare ad accettare e fare nostro. E’ un invito a vedere questa diversità come crescita individuale nostra e di chi ci è vicino, con assoluto rispetto per chi ha accolto nostro figlio prima. 

La coppia deve essere preparata ad accogliere un vissuto “problematico” che metterà in discussione la loro quotidianità e sicurezze acquisite negli anni, devono essere pronte a rimettere tutto in gioco per aiutare loro figlio a mettere insieme la vita precedente l’adozione e quella attuale per avere una dimensione corretta del sé, di chi è. Solamente cosi nel periodo della pre-adolescenza potrà essere aiutato a formarsi un’immagine del “se” che sarà una somma del passato e del presente. Il passato non può e non deve essere cancellato, ma capito ed accettato. 

Si va verso un cambiamento importante dell’istituto dell’adozione, i paesi d’origine tradizionalmente aperti all’adozione internazionale stanno iniziando a praticare l’adozione nazionale anche se ancora limitata ai più piccoli (sotto i 4 anni). Sotto la spinta delle coppie ad avere bambini piccoli si aprono nuovi “canali” tipo Cina, Vietnam, altri paesi Asiatici e Africani.

Oggi dai paesi che storicamente avevano accettato e condiviso l’adozione internazionale  vengono proposti quasi esclusivamente bambini grandicelli e i paesi che iniziano ora l’apertura all’adozione internazionale non sempre sono pronti a gestirla nel solo interesse del minore con le tutele dell’effettivo stato di abbandono e la trasparenza necessaria per la tutela anche della  famiglia d’origine. 

Penso sia utile ricordare che l’adozione deve essere proposta solamente dopo aver verificato l’impossibilita di dare una famiglia o un’adeguata soluzione nel proprio paese. Forse sarebbe opportuno fermarsi un po’ ed approfondire le varie tematiche legate all’adozione altrimenti si corre il pericolo di mettere in discussione “ l’etica” dell’adozione stessa. 

Enrico

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  1. Questo è quanto ha voluto comunicarmi un’amica pedagogista da sempre impegnata nel sociale, dopo aver letto le mie considerazioni.
    Enrico

    Ciao Enrico penso che le tue considerazioni siano da pubblicare perchè restituiscono la vera essenza dell’adozione, sono un estratto molto significativo di cultura dell’adozione.
    Condivido pienamente ciò che hai scritto, purtroppo sono pessimista circa il futuro poichè come lasci intravedere nella conclusione si sta rischiando di perdere l’etica dell’adozione stessa.
    A tale proposito penso che stiamo vivendo tempi duri per l’umanità, un regresso con forme di sfruttamento che ci riportano all’ottocento.
    Il giornalista si stupisce che ciò possa accadere in una Bulgaria che ha firmato la convenzione dell’Aja ma io credo che anche in Italia non siamo esenti da tale rischio, vi sono istituti, anche cattolici, che ospitano bambini di varie fasce d’età in cui nessuno può entrare…e di cui nessuno parla.
    Inoltre il mercato globale sta mettendo a dura prova i diritti umani e travolge perfino l’adozione, permettendo a chi lo desideri di scegliersi il proprio bambino tagliato su misura… e i bambini che non ne avranno la possibilità?
    Secondo l’etica dell’adozione tutti dovrebbero avere la stessa possibilità di
    essere adottati ma la concorrenza sta diventando spietata e non si potrà
    vigilare su tutto, perciò credo siano fondamentali dei seri e documentati progetti di sussidiarietà e di aiuto a distanza.
    Il lavoro di formazione sulle coppie, come dici tu è importante, anzi fondamentale ma dovrebbe seguire delle procedure standard uguali in ogni tipo di associazione che si occupi di adozione, in modo da ridurre al minimo i rischi di seguire vie poco lecite.
    Un saluto e un grazie per questi spunti di riflessione sempre interessanti

    Monica

  2. Pongo l’accento su due affermazioni di Enrico “Si va verso un cambiamento importante dell’istituto dell’adozione, i paesi d’origine tradizionalmente aperti all’adozione internazionale stanno iniziando a praticare l’adozione nazionale anche se ancora limitata ai più piccoli (sotto i 4 anni). Sotto la spinta delle coppie ad avere bambini piccoli si aprono nuovi “canali” tipo Cina, Vietnam, altri paesi Asiatici e Africani.” E ancora “Penso sia utile ricordare che l’adozione deve essere proposta solamente dopo aver verificato l’impossibilita di dare una famiglia o un’adeguata soluzione nel proprio paese. Forse sarebbe opportuno fermarsi un po’ ed approfondire le varie tematiche legate all’adozione altrimenti si corre il pericolo di mettere in discussione “ l’etica” dell’adozione stessa”.

    Sono anch’io convinta che occorra “fermarsi un po’ ed approfondire”.
    Certamente non sono contraria all’istituto dell’adozione (sono mamma adottiva e portavoce di un’associazione ticinese di famiglie adottive) ma in varie occasioni mi sono chiesta se non sia il caso di proporre, come provocazione, il blocco delle adozioni. Un blocco a tempo, finalizzato all’ aggiornamento della formazione degli operatori (e di conseguenza delle coppie che decidono di adottare), che tenga conto dell’ampia letteratura internazionale sull’argomento, e al sostegno delle famiglie durante l’intero percorso adottivo.
    Tutti noi sappiamo che le adozioni internazionali sono in calo, mentre è in aumento l’età dei bambini dati in adozione. Ecco allora, come dice Enrico, la ricerca di nuovi canali: soprattutto Cina e Africa. Preferiamo comportarci da colonizzatori: cerchiamo bambini piccoli perché non pongono problemi!

    E’ ora di aprire gli occhi, di sfatare un incredibile elenco di luoghi comuni sull’adozione e pensare seriamente che ogni genitore adottivo, indipendentemente dall’età dell’adozione, dovrà confrontarsi con dei bambini traumatizzati, spesso pluritraumatizzati e pluriabusati. La parola “abuso” allarma il genitore: il rimando è immediatamente alla sfera sessuale; per contro l’abuso psicologico, che riguarda la quasi totalità dei bambini adottati, è spesso sottovalutato. I disturbi del sonno, enuresi, disturbi alimentari, alterazione dell’umore, ansia, disturbi della condotta, calo del rendimento scolastico, comportamenti sessualizzati, ecc… (cfr. Adozione etica. Papà Enrico 1, fonte citata: Telefono Azzurro, presidente Ernesto Caffo) sono delle realtà con cui ogni genitore dovrà fare i conti. Poi, naturalmente, arriveranno i problemi legati alla mancanza del senso di appartenenza (alla famiglia, al gruppo dei pari, alla società), alla ricerca dell’identità, alla difficoltà di accettare le regole della società, al fascino di tutto ciò che è proibito e sanzionabile, alle fughe da casa, ecc.

    “Non si sa ciò che non si sa; e quando si sa meglio, si fa meglio” (Maya Angelou).

  3. Non ho le competenze per entrare nel merito delle informazioni contenute nell’intervento di Enrico. Non sono neppure se un “blocco delle adozioni” sarebbe poi auspicabile: il proibizionismo, si sa, produce “mercati paralleli” e molto lucrosi.
    Io credo che le tematiche messe in campo da Enrico ci riportino ad alcuni nodi che vanno sciolti, se vogliamo che un’adozione sia “etica” nel pieno senso del termine: con un orizzonte temporale lungo, quindi, e non ferma al singolo momento.

    Il primo tema che mi sento di far notare è legato alla formazione e – voglio dirlo – alla severa “selezione” delle coppie adottive. Fare un figlio non è difficile, anche se in qualche caso è impossibile; ma di sicuro far crescere un figlio è molto complesso, se puntiamo alla qualità dell’educazione e a far crescere un figlio o una figlia che sia un passo avanti a noi, che dia un valore aggiunto a questo nostro mondo.

    Una coppia adottiva deve sapere – nel suo interesse – che quando adotta un bambino o una bambina si fa carico di un peso pesante e affascinante da portare e che pertanto richiede spalle larghe e una forte motivazione. L’adozione è una missione a volte impossibile, se l’obiettivo è crescere un figlio che sia autonomo, sereno, capace di andare un passo avanti a noi.

    Il secondo tema è l’aiuto alle coppie adottive. Senza una rete di professionisti preparati, a livello culturale e al livello dell’anima, una coppia adottiva è come un vascello nel mare: può attenderlo giornate di lenta e tranquilla navigazione, giornate di bonaccia e lunghi giorni di tempeste, quando non di naufragi.

    Infine, l’approccio all’adozione. Ho letto i riferimenti, azzeccati più di quanto si creda, al “colonialismo” (o neocolonialismo). I mass media – mio oggetto di studio, oltre che di lavoro – rinforzano quanto ci hanno insegnato a scuola: la nostra supremazia di “occidentali”, di europei, di moderni, di persone con la religione giusta. Insomma, siamo cresciuti e siamo alimentati con la convinzione che siamo depositari della formula del “migliore dei mondi possibili” (espressione quest’ultima del filosofo Leibniz). Pare quasi che tocchi a noi la missione di civilizzare il “buon selvaggio”. Siamo noi i primi, i migliori, i giusti, anche nei nostri difetti.

    Noi abbiamo una casa, un lavoro (o, male che vada, una forma di welfare), una religione e alcune comodità. I nostri figli adottivi non hanno spesso nulla di tutto questo. In questo sì, abbiamo molto da donare e possiamo ritenerci privilegiati, bravi o fortunati a seconda dei casi.
    Ma la domanda è un’altra: abbiamo una “base etica” – a livello personale, familiare, nazionale, comunitario – per accogliere un minore che ha subìto violenze, torti, privazioni e talvolta abusi?

    Un bambino o una bambina, specie se grandicelli, hanno un passato di sofferenza alle spalle.
    E’ un passato che ci interpella. Che ci mette alla prova. Siamo all’altezza di questa prova? O siamo solo degli presuntuosi “colonizzatori” che suppongono di poter offrire il meglio a un figlio o a una figlia adottivi?

    Quando entro nella stanza di mia figlia, oggi ben grande (sta per prendere la patente). Quando la guardo uscire vestita. Quando torna da scuola. Quando mangia con noi e ci parla. Quando tutto questo accade, mi dico che la partita l’abbiamo vinta: una sua stanza non l’ha mai avuta, non ha avuto suoi vestiti, non ha avuto una tavola piccola e serena dove parlare di se stessa con qualcuno.
    Ecco, in questi momenti mi sento un gigante. Ho “spezzato la catena”, per dirla con Padre Pier.

    Quando scende la notte, quando mia figlia mi racconta di piccole offese subite, quando ci racconta della sua ansia sotto la doccia, quando echi del passato e frammenti di paure emergono nel suo parlare, allora mi viene in mente questo passaggio della poesia “I mari del Sud” di Cesare Pavese:
    .
    Oh da quando ho giocato ai pirati malesi,
    quanto tempo è trascorso. E dall’ultima volta
    che son sceso a bagnarmi in un punto mortale
    e ho inseguito un compagno di giochi su un albero
    spaccandone i bei rami e ho rotta la testa
    a un rivale e sono stato picchiato,
    quanta vita è trascorsa. Altri giorni, altri giochi,
    altri squassi del sangue dinanzi a rivali
    più elusivi: i pensieri e i sogni.
    .
    La città mi ha insegnato infinite paure:
    una folla, una strada mi han fatto tremare,
    un pensiero talvolta, spiato su un viso.
    Sento ancora negli occhi la luce beffarda
    dei lampioni a migliaia sul gran scalpiccio.

    Ecco, una coppia adottiva deve sapere che non si confronterà solo con vestiti non avuti, cibo non di qualità, la mancanza del riscaldamento o di una stanza confortevole. Una coppia adottiva si confronta con “rivali più elusivi: i pensieri e i sogni” del figlio o della figlia. Pensieri, ricordi, traumi, dolori, fantasie. Ma anche la mancanza del “software” (il sistema operativo, insomma) per affrontare questo nostro complesso mondo.

    Ora, la domanda da chiedersi – nell’ottica di un’adozione etica – per una coppia adottiva, a mio avviso, è anche questa: “Siamo pronti, disponibili e capaci a sostenere nostro figlio e nostra figlia nel fare i conti con quei rivali più elusivi di cui parla Pavese?”. E poi un’altra, forse ancor più importante: “Siamo pronti a imparare noi, a cambiare noi, a lavorare noi, a non mollare mai per fronteggiare quei rivali elusivi che possono nascondere il dolore di un abbandono, le violenze di un istituto o, peggio, l’incontro con l’orco molestatore?”.

  4. Pingback: Adozione etica. Papà Enrico 4: “La coppia va preparata e supportata ad accogliere un minore abusato” | ilpostadozione.org | Adozioni internazionali

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