Adozione etica: “Il dovere di sostenere prima di tutto le famiglie biologiche“

Standard

Vi proponiamo alcune riflessioni tratte dal Bollettino 04/2003 – Ottobre / Dicembre 2003 dell’ANFAA. La lettura ci aiuterà a capire che cosa è cambiato e che cosa è rimasto uguale negli ultimi dieci anni. La CAI, in questo, ha avuto un ruolo importante. Nelle linee guida per gli enti ha loro imposto una maggiore cooperazione internazionale nei paesi in cui effettuano adozioni. Ne è risultata una maggiore attenzione verso i minori e il reinserimento in famiglia e i programmi educativi per mamme ed operatori.

(…) Per un’etica dell’adozione

Secondo Melita Cavallo, presidente della Commissione per le adozioni internazionali, per etica dell’adozione si deve intendere “l’insieme dei valori che la collettività (…) ritiene debbano caratterizzare i comportamenti sia dei soggetti che operano nel campo a livello istituzionale, sia dei cittadini i quali aspirano a diventare genitori adottivi”.

Nel dibattito sull’adozione si sono privilegiati in questi anni gli aspetti giuridici e psicologici e si sono trascurate le implicazioni etiche. Le coppie adottanti attribuiscono spesso alle opportunità offerte dalla normativa vigente un valore automaticamente morale. Ma non sempre è così.

Talvolta dietro le motivazioni apparenti dei genitori aspiranti adottivi possono nascondersi scelte etiche discutibili. La coppia aspirante adottiva dovrebbe essere mossa dall’impulso di dare una famiglia a un bambino che non ce l’ha, pur potendo coesistere questo impulso fondamentale e prioritario con altri desideri e bisogni perfettamente rispettabili e legittimi.

Essenziale è che la scelta dell’adozione non venga strumentalizzata in senso utilitaristico e che il bambino non venga equiparato ad una cosa.

(…) mentre non è difficile trovare una famiglia ai bambini piccoli e sani, gravi difficoltà si incontrano nell’inserimento familiare dei bambini grandicelli e di quelli handicappati o malati. E’ però importante dire che molti di loro hanno incontrato famiglie che li hanno accolti ed amati, famiglie che devono però essere preparate e sostenute da parte delle istituzioni (Servizi socio-sanitari, scolastici, ecc.).

E questo avviene quando l’adozione è realizzata eticamente nell’interesse preminente del minore.

Non possiamo poi sorvolare su alcune tendenze, contrarie ai principi dell’etica, che stanno prendendo piede oltre Atlantico. Negli Stati Uniti è possibile un abbinamento diretto coppia-bambino, via internet. Bambini ordinati su catalogo. Anche la cosiddetta “adozione prenatale” ha i suoi siti. La gestante che non intende riconoscere il figlio sceglie, via internet, la coppia migliore, in base alla composizione familiare, alla professione esercitata, alla religione praticata, ecc. Procedure aberranti che ricordano le nostre video-promozioni e che di recente Melita Cavallo ha energicamente disapprovato. (..)

“La dichiarazione dello stato di adottabilità di un bambino straniero – ha ribadito Chantal Saclier, Segretario generale del Servizio Sociale Internazionale di Ginevra nel convegno di Firenze – non è un fatto meramente giuridico, e gli eventuali problemi non sono solo burocratici, ma investe aspetti di ordine psicologico, sociale, medico e anche giuridico. Non basta quindi dare un’altra famiglia a un bambino che ne resta privo, ma bisogna dare la priorità a tutti gli interventi che possano prevenire l’abbandono attraverso adeguate politiche di sostegno alla famiglia nel paese di origine, politiche di accompagnamento per madri in difficoltà o di semplice sostegno economico, poiché la povertà non deve più essere la causa dell’adozione. Sono rimasta sconvolta nel vedere un reportage sulla Colombia in cui una mamma di quattro figli era in procinto di abbandonare il quinto perché non avrebbe potuto mantenerlo ed era disperata. Era però stata una buona mamma per gli altri quattro fino a quel momento e un po’ di dollari al mese le sarebbero bastati per evitare una separazione certo traumatica per lei e per il bambino!”.

“In realtà – aggiunge ancora la Saclier – dobbiamo rilevare innanzitutto che di prevenzione dell’abbandono se ne fa molto poca, solo pochi Paesi sono consapevoli di questa necessità; anche se recentemente si è visto qualche progresso. Resta poi ancora molto da fare sul piano della deistituzionalizzazione, sulla consapevolezza che l’istituto non può rappresentare una soluzione.

L’adozione nazionale negli attuali paesi di origine è molto poco diffusa e non viene vista in modo positivo, un po’ come avveniva da noi fino agli anni 30 e 40. A volte avviene segretamente, si fa credere che il bambino adottato sia invece figlio naturale della coppia (…).

Anche a questo riguardo si è però constatato un certo miglioramento negli ultimi 10 anni, in parte anche perché il fenomeno delle adozioni internazionali ha avuto l’effetto positivo di suscitare degli interrogativi nei paesi d’origine, dove all’inizio non si capiva perché qualcuno volesse adottare questi bambini. Si è così iniziato a cambiare mentalità e sempre più adozioni vengono fatte apertamente.

Vi è poi l’aspetto economico legato alle adozioni internazionali, nei paesi d’origine si identifica la felicità con la ricchezza, per cui si ritiene sempre migliore l’adozione all’estero con la quale il bambino potrà vivere in una famiglia “ricca” anche se il concetto di ricchezza è molto relativo. Questa visione ostacola la prevenzione e il reinserimento nella famiglia d’origine, perché sono gli stessi operatori a credere nel mito della ricchezza.

Un altro problema è quello dei veri e propri traffici di minori, che hanno dato luogo, in alcune ONG, a posizioni ostili verso l’adozione internazionale, vista come un’ennesima forma di sfruttamento”.

Un caso a parte è costituito dalla tragedia dei figli dei “desaparecidos” adottati (o falsamente riconosciuti) dai carnefici dei loro genitori.(…)

Un bambino adottato può dover superare, più di altri, una serie di ostacoli per sentirsi inserito prima nella propria famiglia e poi nel contesto più ampio di appartenenza.

Ma quando un bambino raggiunge la sicurezza psicologica di appartenere ad una famiglia in quanto si prende cura di lui, questa sicurezza a volte può vacillare di fronte al non riconoscimento esterno dell'”altro”.

A volte gli viene richiesto dalla scuola stessa, a volte dai compagni, ma quello che conta è in che contesto il bambino si trova quando si deve porre davanti agli altri con la sua “diversità”. Non è la diversità ad essere un problema, ma come la diversità viene recepita dagli altri. (…)

(leggi l’intero bollettino su http://old.anfaa.it/boll_0304a.htm)

Sempre sull’argomento vedi le recenti riflessioni ANFAA su www.anfaa.it nella sezione notizie.

Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...