AltroNatale. Stefani, 18 anni: “Il Natale più bello”

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“Non appena metto piede fuori casa, mi trovo circondata da una carica di luci natalizie alquanto esagerata. Giro per la città e noto con estrema tristezza tutte queste decorazioni delle quali si potrebbe fare a meno: alberi grandissimi addobbati con tremila luci, pieni di palline e circondati dalla neve finta, negozi che sembrano tutt’altro che negozi, per non parlare delle chiese! Pura vergogna per le chiese allestite. 

Accendo la televisione e di sottofondo mi ritrovo la canzoncina di Natale, cambio canale e vedo pubblicità che incitano la gente a comprare regali di tutti i tipi o di andare al cinema per gli scontati cinepanettoni. Alla radio ci sono pure concorsi per questa festività. Cose assurde. 

C’è un detto che dice più e meno: “A Natale sono tutti più buoni”. Baggianate!

Trovo che la gente non sia poi così coerente in quello che fa e che dice. Ci sono i così detti perbenisti che davanti sono persone meravigliose, ma poi, appena te ne vai, trovano sempre un modo per metterti in cattiva luce. Per esperienza dico che il Natale mi delude sempre di più, ogni anno che passa lo sento sempre più falso. Provo un misto di tristezza, rabbia e disgusto se penso che c’è chi, nella povertà, vive quest’evento con la massima serenità e con una felicità che quasi invidio. 

In diciotto anni credo di aver trascorso un Natale indimenticabile solo una volta.

In Cile ricordo mia nonna incartarmi un pupazzo in qualche maniera, con le mani che le facevano male. Ad un certo punto mi guarda e dice: “Stefani, scusami, lo so, sono la nonna più stupida di questo mondo, non ho potuto farti altro. Il solo pensiero di averti qui mi ha fatto dimenticare tutto il resto”. L’ho abbracciata forte forte e con le lacrime agli occhi le ho detto: “Ti voglio bene nonna”. Sarà difficile rimuovere un ricordo così. 

Io sono stata adottata otto anni fa, perciò, certi fatti, purtroppo sono ancora molto vivi. Impossibile dimenticare i Natali in Cile. Addobbi? Nemmeno uno, forse un misero albero. Regali? L’unico regalo che si poteva ricevere, se eri fortunato, era quello di trovarti qualcuno della “tua famiglia” in istituto pronto a portarti a casa in quel giorno. Cibo? Riso e altro. Concetto di affettività per Natale? Se andava bene uno schiaffo. 

In Italia, invece, è sempre stato tutto diverso. Hanno ridicolizzato tutto quanto. Si pensa solo a spendere e a vendere, dimenticando il vero senso del Natale.”

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  1. Quanto hai ragione Stefani…….quanto ” buonismo ” spesso nasconde un profondo egoismo e forse (speriamo) qualche senso di colpa, ….quanto è maledettamente attuale quello che scriveva Galimberti nel 2002…. non è cambiato nulla………
    Comunque… buon Natale…..

    Umberto Galimberti: Se il Natale diventa un rito laico
    Tratto da “la Repubblica”, 24 dicembre 2002
    .
    Ma il Natale è ancora una festa cristiana? Mi sono posto questa domanda quando mi è stato chiesto che cos´è il Natale per l´ateo che non crede in Dio, per l´agnostico che non sa se Dio c´è,
    per il laico che nelle sue scelte etiche prescinde dalla nozione di Dio? E la risposta che mi sono dato guardando le pratiche natalizie degli acquisti e dei consumi è che nella nostra cultura il Natale è già ateo, o se preferite agnostico, certo profondamente laico.
    Di cristiano è rimasto solo il rito che si ripete, la ricorrenza che ritorna, la festa che, come nessun´altra, è davvero “comandata”.
    Comandata da chi? Dalla nostra economia naturalmente che, per quanto in recessione, resta comunque un´economia dell´opulenza dove il consumo e lo spreco sono sotto gli occhi di tutti in un tripudio di malcelata festività.

    E allora come conciliare la cultura cristiana che (soprattutto oggi nella sua accentuata contrapposizione alla cultura islamica) tutti individuano come forma dell´Occidente, con il livello di ricchezza e abbondanza raggiunto dalle società occidentali?
    Come conciliare l´etica della moderazione, che il cristianesimo ci ha insegnato in tutta la sua storia caratterizzata da un´economia di sussistenza, con l´opulenza offertaci dalla produzione e dal consumo dei beni, dove la soddisfazione dei bisogni (e non la loro moderazione) è un fattore economico, e dove la gratificazione dei desideri quando non dei vizi è il secondo fattore dopo che i bisogni sono stati soddisfatti? Come si fa a essere cristiani e quindi morigerati in un´epoca dove la società è aggregata dall´economia, che per la sua sussistenza non chiede moderazione ma consumo e soddisfazione?

    Varrebbe la pena di fare esplodere questa contraddizione che di solito non appare perché un piccolo trucco la nasconde. Dice il trucco: il cristianesimo è una “religione”, l´economia è una “forma di scambio” con cui si regola la produzione e la distribuzione dei beni. Certo. Ma potremo anche dire: il cristianesimo è una morale (della moderazione) e l´economia è un´altra morale (della soddisfazione smodata).
    Le due morali sono incompatibili, per cui parlare di un´economia cristiana ha lo stesso significato e spessore logico di un circolo quadrato, con buona pace di tutti i benpensanti che ritengono di poter far quadrare il cerchio.

    Nel momento infatti in cui la società è passata dallo stato di bisogno allo stato di soddisfazione smodata del bisogno, la morale del cristianesimo ha finito la sua storia, e quindi o emigra nel Terzo e nel Quarto mondo dove vive la mortificazione del bisogno, o sparisce. E già se ne vedono i segni, facilmente leggibili se si evita quell´altro trucco che, contrapponendo la civiltà cristiana alla civiltà islamica, nasconde la vera contrapposizione che è tra la ricchezza dell´Occidente e la povertà del resto del mondo.

    Per questo un sottile, ma pervasivo senso di colpa, connesso al nostro privilegio, accompagna gli acquisti natalizi con cui nelle nostre case allestiamo l´albero di Natale. Simbolo non cristiano dove traluce il nostro benessere, e che perciò ha preso il posto del presepe cristiano che è invece uno spettacolo della povertà. Dalla stalla dove è nato Gesù il senso del Natale cristiano si è infatti trasferito nel luccichio dei negozi, nella sovrabbondanza dei supermercati, nelle evasioni promesse dalle agenzie di viaggio, per cui la domanda non è: che senso ha la festività di Natale per un laico, ma che significato essa ancora possiede per un cristiano che vive in una cultura opulenta, e in ogni suo aspetto laicizzata, dell´Occidente “cristiano”?

    Se poi vogliamo essere più radicali dobbiamo chiederci: è ancora possibile essere cristiani in Occidente? Non è forse questo il dubbio che tormenta il papa quando, come ha fatto qualche giorno fa, ha preso a parlare del silenzio di Dio che, disgustato dal modo con cui gli uomini regolano i rapporti tra loro, ha distolto il suo sguardo per nascondersi nel suo cielo? Perché a questo grido del papa si sono rivelati sensibili soprattutto i laici (si legga a questo proposito la significativa riflessione di Eugenio Scalfari sull´Espresso di questa settimana) e meno i cristiani che al silenzio di Dio hanno risposto con il loro silenzio? Non si trovano più a casa loro nell´Occidente cristiano? Non sanno più come conciliare i valori dell´Occidente con i loro valori?

    Non basta un po’ di volontariato quanto mai benefico, ma decisamente insufficiente, per attutire gli inconvenienti che nascono dalla logica ferrea del mercato che non prevede il dono, ma la rigida contrattazione. Così come non basta fare dei “doni” a Natale per mascherare la legge economica del profitto che governa l´Occidente. No non basta. E allora diciamolo: l´Occidente forse non è più cristiano e la completa laicizzazione del Natale, la festa cristiana per eccellenza, è solo una conferma che il cristianesimo in quella sua vera essenza che è l´amore per il prossimo, lontano o vicino che sia, in Occidente non ha più casa, né chiesa, né luogo dove trovare espressione. (…)

    Ma se riconosciamo che la nostra cultura è regolata unicamente dalla rigida legge del mercato ed è disposta a ospitare solo qualche deroga in forma di elemosina, beneficenza e volontariato (utili più ad alleviare il senso di colpa connesso al nostro privilegio che a trasformare le condizioni più disastrose del mondo), allora evitiamo almeno quella falsa coscienza che ci porta a identificare l´Occidente con il cristianesimo. Mai come oggi le due culture appaiono abissalmente distanti. E il modo con cui ogni anno festeggiamo il Natale ne segna inequivocabilmente il disagio e la contraddizione.

    • Mi scrive una mamma in separata sede. Afferma che anche suo figlio impreca contro il consumismo, ma alla resa dei conti ne è schiavo più che mai. Impreca contro la festa del Natale per come è gestita, ma lui è il primo a creare tensione in famiglia in questi giorni che dovrebbero essere di armonia. Allora, si chiede questa mamma, com’è che un figlio dissidente intende il Natale? Bisognerebbe offrire un’alternativa per essere delle persone costruttive.

      Ebbene se all’inizio questo intervento mi aveva un po’ lasciata perplessa (ho pensato che non tutti i ragazzi sono uguali e che c’è evoluzione negli anni) ieri ho dovuto ricredermi a seguito di un’affermazione di mia figlia. Ha deciso di comperarsi l’iPhone con i suoi risparmi (lavoro + mance nonne che non vivono nell’oro). Il prezzo varia dai 500 ai 600 euro. Certe persone lavorano un mese per prendere questa cifra! Ma la domanda più ovvia è: che cosa se ne fa? Non le serve certo per lavoro, tantomeno per studiare!

      La settimana prima di Natale un mio collega discuteva al telefono con sua moglie che voleva regalare l’iPhon alla primogenita di 16 anni, “perchè ce l’hanno tutti”!

      Mi sento molto infastidita: da me che non sono riuscita a trasmettere il valore delle cose e del denaro; da mia figlia che davanti sembra capire ma nelle retrovie segue il flusso di massa; da certi adulti che seguono il flusso di massa senza rompersi le scatole per creare una cultura del bisogno reale.

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