Scelta delle superiori. Mamma Gio: “Dalla materna all’università, il faticoso percorso di mia figlia”

Standard

“Mia figlia è arrivata da noi quando aveva 6 mesi, 25 anni fa. Il suo percorso scolastico è stato sempre piuttosto faticoso. Già quando frequentava la Scuola Materna, mostrava difficoltà sul piano grafico: i suoi disegni non godevano dell’approvazione delle insegnanti e lei ne soffriva molto.

Poi è andata alle Elementari ed ha faticato più della media ad imparare a leggere, a scrivere e, soprattutto, a “far di conto”; la matematica era ed è restata il suo scoglio maggiore. Io, che di mestiere  facevo e faccio la maestra elementare, la seguivo quotidianamente per ore e questo era sfinente per entrambe: Me ne rendevo conto, capivo che questo mio pormi con lei nel ruolo di insegnante stava danneggiando il nostro rapporto madre-figlia, ma non riuscivo a lasciarla andare: era una sfida con me stessa. Insegnavo già da tempo ed avevo avuto notevoli soddisfazioni nella mia professione, perciò non riuscivo a rassegnarmi all’idea di fallire con lei. Lei probabilmente percepiva la mia frustrazione e delusione e questo non faceva che bloccarla ancora di più. 

La situazione è continuata così, o quasi, fino alla terza media. Poi si è trattato di scegliere le Superiori e la scelta è avvenuta per esclusione: per i Licei Classico e Scientifico (come gli insegnanti confermavano) non era matura; nell’ambito del Linguistico (corrispondente al vecchio Istituto Magistrale,  da me frequentato prima dell’Università) avrei probabilmente avuto ancora la possibilità di una eccessiva intromissione; scuole come Ragioneria e Geometri, che richiedevano capacità matematiche, erano per lei uno spauracchio; il Liceo Musicale, per il quale forse avrebbe avuto attitudine (ha studiato vari strumenti, sia pure senza alcuna costanza) non c’era nella nostra città; del Liceo Artistico neppure parlarne perché le sue abilità grafiche erano ancora modeste; non rimaneva che rivolgersi all’Istituto Professionale, nell’ambito del quale ha preferito l’indirizzo Turistico. Forse abbiamo scelto il “meno peggio”, comunque non si è trovata bene: probabilmente per parecchi dei suoi compagni si era trattato, come per lei, di una scelta forzosa e non erano studenti brillanti e volenterosi; molti insegnanti sembravano demotivati dal modesto livello medio delle classi e di conseguenza (per quanto ho potuto intuire dall’esterno) non riuscivano ad avanzare proposte davvero stimolanti. I cinque anni sono passati stancamente, è stata sempre promossa, ma  ha preso la Maturità con un voto modesto. 

Poi però ha voluto fare l’Università e noi genitori siamo stati felici di darle questa opportunità di crescita culturale. Sempre in considerazione delle attitudini fino a quel momento manifestate, la scelta è ricaduta su una specie di DAMS, che all’inizio sembrava interessarla molto, poi pian piano si è un po’ disamorata. Si è comunque laureata, con un anno di ritardo e con una valutazione non eccelsa: in ogni caso bisogna dire che ha fatto quasi tutto con le sue forze. Di seguito ha deciso di prendere una Laurea Magistrale in Beni culturali e dovrebbe finire entro l’anno, ma anche qui le cose vanno in modo altalenante e non brillantissimo: quello che più le manca, a mio parere, è un metodo di studio e la capacità di un impegno continuativo e rigoroso; le manca insomma la maturità. 

Come leggo oggi questa esperienza? Ho sicuramente commesso molti sbagli, facilmente intuibili, ma se avessi fatto scelte diverse (ad esempio farla seguire da una persona che non fossi io quando era piccola o farle frequentare un Liceo) le cose sarebbero andate meglio?”

»

  1. Vado ad intuito: lei ha fatto un adozione internazionale, giusto?
    Ora mi permetto di farle una domanda: lei è davvero certa che sua figlia abbia mai compreso l’importanza che può avere lo studio? A volte si pensa che sia il meccanismo di studio ad essere sbagliato, quando invece è proprio lo studio in sé che è difficile da comprendere e quindi da apprezzare. Mi permetto di sottolineare un’altra cosa: voi venite da una cultura che ha alla base una forte e importante attenzione per l’istruzione, realtà ben diversa da quella dei paesi sottosviluppati da cui provengono la maggior parte dei bambini dati in adozione. Trovo sia normale, quindi, che certi meccanismi non siano automatici e che necessitino di un supporto maggiore proprio per “far capire l’importanza sociale dell’istruzione nel mondo occidentale d’oggi per poter diventare qualcuno nella vita”.

    Un figlio adottivo che viene da un paese umile si sente da subito svantaggiato e fuori luogo, anche solo istintivamente, senza per forza avere un vissuto di qualche anno nel proprio paese di origine. Quindi, oltre a dover imparare, come i bambini normali, a crescere, deve anche conoscere luoghi, posti, cose e persone a lui per niente famigliari e molte volte anche ostili (se è evidente visivamente la differenza di razza vi è anche il confronto da tenere conto che influirà moltissimo sul senso di “diversità).

    Certo, uno può anche dire: “…ma se non ha coscienza/consapevolezza delle sue origini, come può avere un disagio?”. La risposta è data proprio dal fatto che tutto inizia con semplici disturbi dovuti a dalle interferenze create da ricordi della “precedente vita” e che hanno formato inizialmente il bambino. Essi entrano in contrasto con la “nuova realtà” e diventa difficile l’elaborazione di una comprensione veritiera: i ricordi e la realtà sono entrambi veritieri, ma perché sono così diversi, se non contrastanti talvolta? Tali interferenze si aggravano col tempo, rallentando la comprensione veritiera di tutto ciò che forma il “nuovo mondo” (odori, voci, suoni, ecc…), e quindi anche la (“così importante”) formazione scolastica!

    Dato che siamo nell’era del Web 2.0 glielo dirò in un altro modo: se le dessi questa tastiera (http://www.google.it/imgres?q=tastiera+araba&um=1&hl=it&sa=N&tbo=d&biw=1366&bih=643&tbm=isch&tbnid=VZG6c6O-yAWFWM:&imgrefurl=http://www.arabic-keyboard.org/tastiera-araba/&docid=RAZHh8e8WpifpM&imgurl=http://www.arabic-keyboard.org/i/keyboard.png&w=450&h=208&ei=fZrIUNPlMaSJ4AS35YHYBg&zoom=1&iact=hc&vpx=4&vpy=184&dur=234&hovh=152&hovw=330&tx=223&ty=69&sig=106628781691820525608&page=1&tbnh=129&tbnw=280&start=0&ndsp=16&ved=1t:429,r:0,s:0,i:149) dicendole che però scrive in italiano e le chiedessi di riscrive il post da lei pubblicato nello stesso tempo che lei ha “normalmente” impiegato per elaborarlo mentalmente e trascriverlo su questo blog, farebbe un po’ fatica immagino, no? Per riuscire a scriverlo nello stesso tempo dovrebbe allenarsi il triplo e perdere un sacco di tempo solo per imparare, poi per normalizzarsi e infine (al massimo) per perfezionarsi!

    Bisogna rendersi conto e consapevoli che L’ADOZIONE NON E’ UNA COSA “NORMALE”, anche se è altruista, utile, giusta, e chi più ne ha più ne metta! Se fosse normale, dovremmo essere tutti abbandonati alla nascita e avere dei genitori sconosciuti, no? Siccome non è così qualcosa di ANORMALE ci dev’essere. Chi non ha questa fortuna/privilegio è in maniera automatica IRRIMEDIABILMENTE DIVERSO DAGLI ALTRI, che lo si voglia accettare o meno!

    Sappiamo di non essere stupidi, ci serve solo più tempo per comprendere la nostra “nuova” condizione: una volta trovata decolliamo, come gli altri, se non più degli altri! (Ha mai provato a correre senza pesi? Sensazione divina….non senti la fatica e vai più veloce degli altri: mentre prima stavi indietro, improvvisamente recuperi, e alle volte addirittura sorpassi…col sorriso e con la voglia di non fermarti più….)

    Spero che il tono di questo mio post non le sia sembrato troppo aggressivo: non era affatto mia intenzione. Quando inizio a scrivere non mi fermo più!

    Saluti.

    Un figlio adottivo (internazionale) che medita ancora molto su questo (strano) paese “civilizzato” chiamato Italia!

    • Dici cose importanti, caro Tiago, e non così scontate. “Far comprendere che è importante studiare”….ma come si fa? Temo che la fatica di stare al passo con questo “mondo nuovo” abbia il sopravvento sulla comprensione dell’importanza dello studio per diventare persone autonome.
      .
      Ti dirò anche un’altra cosa. Solo da sette/otto anni c’è l’obbligo di formare le coppie adottive prima di inziare un’adozione. Mio marito ed io rientriamo in quella fascia che non ha avuto questo momento di riflessione. Sono stati importanti i colloqui di coppia e individuali con la psicologa e l’assistente sociale, ma nessuno ha introdotto il tema scuola. Quindi saremmo arrivati “impreparati” se non ci fossimo informati per conto nostro. Oggi le Associazioni di famiglie portano avanti un importante discorso sulla scuola e i ragazzini adottati. Già, perchè prima devono prendere coscienza le famiglie, poi le famiglie devono sensibilizzare gli insegnanti che non sempre sono preparati ad accogliere un bambino con i suoi tempi, come dici tu. C’è un gran lavoro da fare!
      .
      Ora mi chiedo: noi abbiamo adottato una bambina grande e ci abbiamo impiegato del tempo per capire la sua fatica, non dovuta a mancanza di intelligenza, tutt’altro! Eppure ci avevamo riflettuto. Il problema della lingua, degli odori, dei suoni…in un bambino grande sono palesi da subito.
      Non so come si approccino le coppie che hanno adottato o aspirano ad adottare bambini piccoli. Sarebbe interessante conoscere la loro versione dei fatti e il tipo di elaborazione mentale che viene fatta durante il percorso della crescita del figlio.
      .
      Tiago, il tuo intervento dimostra come sia importante sentire la versione di chi ci è passato: non sempre noi genitori arriviamo a capire tutto. Il più delle volte ci serve una mano e tu ce l’hai data. Grazie.

  2. Cara Gio, avverto una profonda insoddisfazione nel tuo racconto e mi rattrista il fatto che tu non riesca ad essere più che soddisfatta dei risultati ottenuti e desiderosa di condividerli con tua figlia. Non c’è nulla di cui rammaricarsi: è arrivato il tempo di festeggiare!!!
    Hai lavorato molto e hai preteso tantissimo da tua figlia. E’ ora di dirglielo. di mostrarti orgogliosa dei risultati ottenuti, Permettimi una considerazione personale: hai puntato in alto (noi mamme adottive non sempre ci accorgiamo di quanto le nostre aspettative siano eccessive) e tua figlia ha accettato, per anni (TANTI) di non deluderti, di dare il massimo, di fare una fatica improba (non sminuire il suo impegno, esaltalo!). Ti prego di non considerare le mie parole una critica; voglio solo suggerirti di fermarti a riflettere e guardare i risultati raggiunti. Certo il tuo lavoro non è finito, ma penso che sia importante per tua figlia avere al suo fianco una mamma soddisfatta e felice. Dalle fiducia, permettile di sbagliare, dalle il tempo di trovare la sua strada. Mettiti da parte e fai il tifo per lei, se lo merita! Un abbraccio

  3. Cari Tiago, Bertaro e Fausta, innanzitutto vi ringrazio infinitamente per i vostri commenti, così “sentiti” e stimolanti. Passo quindi a cercare di rispondervi.
    A te, Tiago, i miei complimenti: sei un ragazzo molto intelligente e riflessivo, giustamente deciso (non aggressivo) nel proporre il tuo punto di vista. Per quanto riguarda la comprensione dell’importanza dello studio nella nostra cultura, io credo che mia figlia (che, per inciso, viene dal Cile) ne abbia avuta anche troppa da sempre. E’ cresciuta in una famiglia in cui si rifiuta l’idea di un trasloco al solo pensiero di dover trasportare libri, dischi, CD, computers, che sono il grosso delle nostre modeste proprietà. Sa inoltre che io e suo padre solo grazie allo studio (e al lavoro dignitoso che ne è derivato) abbiamo potuto raggiungere una condizione socio-economica discreta, avendo origini familiari molto modeste. Direi che forse è proprio il timore di non essere all’altezza del percorso esistenziale compiuto da noi (nonchè delle nostre aspettative, come dice giustamente Fausta) ad averla resa insicura e ad aver condizionato negativamente (insieme ad altri elementi) il suo rendimento scolastico. Per ciò che riguarda il problema dell’inserimento in un ambiente fisico e culturale diverso da quello d’origine, nel caso di mia figlia credo non sia il problema più rilevante, dal momento che quando è arrivata aveva 6 mesi, anche se so bene l’importanza dei primi mesi di vita e addirittura della vita pre-natale.

    Quello che io intendevo sottolineare con il mio intervento era quanta complessità ci sia nel percorso dell’adozione: non bastano la motivazione affettiva e la dedizione per affrontarlo; ci vogliono conoscenze, competenze e sostegno (come giustamente dice Bertaro) per ridurre gli insuccessi ed i sentimenti di frustrazione ed inadeguatezza sia nei genitori che nei figli. Oggi tutto questo si comincia a capire, ma 25 anni fa era tutto molto più spontaneistico: sembrava bastasse che da una parte ci fosse una coppia desiderosa di un figlio e dall’altra un figlio bisognoso di una famiglia per creare una sinergia positiva che potesse fare miracoli. Ho scoperto a mie spese che non è così e mi piacerebbe comunicare questa consapevolezza alle coppie che aspirano all’adozione, non per demotivarle (mia figlia è la cosa più bella e importante che ho), ma perchè ritengo che avvicinarsi ad un’esperienza così importante adeguatamente preparati sia di grande aiuto.

    A te, Fausta,un ringraziamento particolare per la lettura attenta e sensibile delle mie parole; tuttavia, credimi, il sentimento dominante in me nei confronti del modesto rendimento scolastico di mia figlia non è l’insoddisfazione, ma la preoccupazione per il suo futuro, un futuro che vedo ancora tutto da costruire e molto nebuloso. Un saluto a tutti.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...