Scelta delle superiori. L’esperto: “Adozione e apprendimento scolastico”

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di Claudia Artoni Schlesinger e Patrizia Gatti

Estratto dell’articolo pubblicato su http://spazioadozioneticino.blogspot.it/2009/04/adozione-e-apprendimento-scolastico.html

“I genitori pongono spesso agli ‘esperti’ un quesito su un problema molto diffuso tra i bambini adottivi, ma non facile da affrontare e tanto meno da risolvere: quello delle difficoltà scolastiche che questi figli particolari trovano sul loro cammino. Vorrebbero sapere come comportarsi e, se esistono, avere ricette già pronte da applicare più o meno automaticamente e magicamente. (…) spesso quello che vale per un bambino o un adolescente non vale per un altro e che ogni situazione richiede attenzione, studio e fantasia, pensiamo proprio fantasia, particolari. E’ la fantasia che suggerisce pensieri nuovi.

David Grossman, in un suo libro su un bambino particolare, fa dire a un suo personaggio (una signora facente per il bambino funzioni di madre), che sta parlando con l’insegnante del suo pupillo: “Forse non tutti [i bambini] sono adatti all’inquadramento della scuola! Ci sono persone rotonde, mia cara signora, ci sono bambini a forma, diciamo, di triangolo, perché no, e ci sono… ci sono bambini a zigzag!” I bambini adottivi sono veramente bambini a zigzag.

(…)Perché a zigzag? Perché per essere adottati hanno dovuto percorrere nella realtà e nel mondo interno, fuori e dentro se stessi quindi, un percorso non lineare dalla nascita alle varie fasi di sviluppo che per loro sono esperienze che quasi sempre non determinano memorie riconducibili alla memoria esplicita o autobiografica, ma si depositano nell’inconscio non rimosso riemergendo eventualmente in immagini frammentate difficilissime da riunire in un discorso che abbia il significato di una storia della propria vita. (…) 

La tentazione di attribuire ogni difficoltà a un’origine emotiva dovuta alla storia particolare dei bimbi, lascia poco spazio al pensiero che porta alla comprensione del nuovo, soprattutto se il nuovo è un bambino diverso, a zig-zag appunto. (…) Tuttavia il cervello dell’uomo è fatto di reti neuronali estremamente plastiche, in continuo cambiamento. La combinazione di una diversità genetica, di una diversità di esperienze di vita, e di una non trascurabile componente di mere casualità in cui tutti inevitabilmente incorriamo, fa del cervello di ciascuno di noi un organo irripetibile. E quindi anche per questi bambini particolari non è possibile parlare di una situazione psicologica statica che li caratterizzerebbe dalle origini e sarebbe la causa immodificabile delle difficoltà di apprendimento e inserimento. Anche nel loro caso non si può che pensare che la persona è il risultato del complesso processo che abbiamo descritto prima. Non è quindi solo importante l’ambiente originario, ma anche quello nel quale il bambino ha vissuto e vive ora. 

La realtà è poi molto variegata per cui il singolo è sempre un unicum. Infatti se è vero che molti bambini adottati hanno gravi problemi di apprendimento è anche vero che altri ne hanno di ben minori, anche se le storie sembrano simili e spiegare i differenti risultati non è facile. 

(…) Sappiamo, e non deve essere dimenticato, che tutti i bambini apprendono, ma non tutti hanno gli stessi tempi e le stesse dotazioni intellettuali. Non è possibile pensare che un bambino nato in ambienti culturali differenti, dove spesso è vissuto per lunghi periodi sentendo parlare lingue diverse, abbia la stessa rapidità di comprensione di un altro abituato da sempre alla lingua del paese in cui vive. Il bimbo adottato, portato, senza averlo chiesto, in un paese diverso, spesso lontanissimo dal proprio, si ritrova a dover affrontare le difficoltà di un contesto linguistico totalmente differente. Magari, col tempo, una volta cresciuto, questa nuova persona mostrerà anche capacità superiori rispetto ad altri, ma devono essergli concessi, come sottolineavamo, i suoi tempi e le sue strategie di apprendimento.(…) Cambiare ambiente significa essere immessi in un mondo completamente nuovo, dove diversi sono gli odori, i rumori, i colori, la musica e, nel caso dei bambini che arrivano da altri paesi, come già sottolineavamo, anche l’ambiente linguistico. Tutto ciò è un’importante parte costitutiva del trauma che accompagna i bambini che vengono avviati all’adozione.

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Problemi legati alla lingua

Per i bambini adottati ogni difficoltà di comprensione anche solo di una parola difficile è solo la conferma della loro diversità vissuta come inferiorità. E tutto ciò è fonte di frustrazione.
Sappiamo che giungere a tollerare la frustrazione (e nel caso dell’apprendimento la prima frustrazione sta nel non capire, non riuscire ad accettare di non sapere) è essenziale per lo sviluppo del pensiero. Il bambino che tenta di sfuggirla in ogni modo, finisce per evitare anche di pensare, provocando l’inibizione del pieno utilizzo delle sue capacità mentali. Intendiamo dire che evitando di pensare evita, per ricordare Bion e il suo insegnamento, di utilizzare l’esperienza per apprendere. Poter pensare all’insuccesso potrebbe indurlo a cercare soluzioni diverse al problema non risolto, per evitare altre frustrazioni dolorose. Gli effetti della fuga dalla frustrazione possono essere devastanti: si può andare da un iniziale apparente congelamento di ogni facoltà di pensiero a un’incapacità generalizzata ad apprendere. Imparare comporta il riconoscimento di non sapere, la dipendenza da qualcuno che già sa ed un graduale ricevere ed assimilare, così come il crescere della personalità può solo avvenire attraverso faticosi passaggi graduali. (Vaciago Smith, 1986).

(Seguono due casi clinici). 

CONCLUSIONI
Si può concludere con qualche pensiero generale? Forse ancora no. E’ risultato evidente dal nostro lavoro, che ogni bambino ha proprie strategie di apprendimento che vanno scoperte, capite e favorite nel senso soprattutto di rimuovere gli ostacoli psicologici che si oppongono a un libero fluire del pensiero. Non è certamente una particolarità dei bambini adottivi perché, se andiamo a cercare in profondità, ogni piccolo umano apprende secondo suoi criteri particolari. 

Nei bambini adottivi però possiamo sottolineare che esistono difficoltà specifiche. Gli ostacoli più evidenti sono in genere quelli che hanno a che fare con l’impossibilità di pensare alle proprie origini. Ipotizziamo che questo blocco costituisca un impedimento verso ogni forma di apprendimento che venga in qualche modo, esplicito o meno, ricollegato all’abbandono subìto. L’abbandono è una ferita narcisistica primaria eventualmente rimarginabile e cicatrizzabile, ma inguaribile in profondità. “Perché sono un bambino abbandonato e, quindi, diverso”. Questo è il pensiero che sta alla base del loro sentirsi inferiori ai propri compagni e comunque con caratteristiche diverse e con mancanze primarie fondamentali. 

Per il momento non possiamo dire altro che il lavoro con quelli di loro che hanno difficoltà scolastiche si svolge soprattutto nella direzione di portarli a poter pensare al dolore che si portano dentro relativamente a questa loro condizione. Vorremmo aggiungere una nota che ha a che fare con una triste situazione politica di questo momento: sembra che si stia pensando di costituire classi per i bambini stranieri che non parlano bene l’italiano. Come non pensare che anche i bambini adottati stranieri di origine potrebbero essere confinati, ghettizzati meglio, in classi che fanno tanto pensare alle vecchie classi differenziali? E’ di conoscenza generale che l’apprendimento è favorito in modo essenziale dalla relazione con gli altri e con i coetanei in particolare. Come è possibile pensare che si prendano provvedimenti così dannosi per bambini che non hanno la possibilità di difendersi? E’ molto facile pensare che si colpiscano i più deboli perché non possono protestare… Forse (protestare) potremmo farlo noi che di questi piccoli ci occupiamo per farli stare meglio.”

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