Archivio mensile:dicembre 2012

Ringraziamenti di fine anno e modifica del “Chi siamo”

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All’inizio era Bertarò, con il suo bagaglio di esperienza ormai decennale. Ho cercato di creare rete con altri genitori più collaudati di me, ma soprattutto con altri pensieri e opinioni. Ognuno di voi mi ha dato qualcosa: un suggerimento, un indirizzo mail, a volte ha espresso un apprezzamento o una perplessità. 

Nell’anno si sono aggiunte altre persone che hanno deciso di fare un pezzo di tragitto insieme. Il “chi siamo” assume così una veste collettiva, com’era l’idea iniziale. I nomi elencati sono stati inseriti in ordine di adesione al progetto. Ilpostadozione è in divenire e sempre disponibile a considerare nuove collaborazioni e suggerimenti.

Grazie a tutti, anche a chi solo ci legge. 

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Mamma Blog è mamma di un ragazzino preadolescente. Tiene da anni un diario blog sulla sua esperienza adottiva. Colpisce la sua ironia e onestà nel presentare certe situazioni difficili che ognuno di noi potrebbe ritrovarsi a vivere. 

Enrico è papà e nonno. Con i suoi commenti dà una sua visione delle cose “sedimentata”, frutto dell’esperienza. Inoltre, grazie a lui, il blog dispone di un nutrito elenco di film. E’ sempre lui che scova corsi in tutta Italia sul tema dell’adozione. 

Andrea Zamorra, ventenne, con la forza dei potenti mezzi tecnologici, cura le interviste fatte ai ragazzi. 

Mamma Gio è mamma di una ragazza universitaria. Da insegnante può fornirci un punto di vista alternativo nel mondo della scuola e non solo. 

Maurizio Corte è papà adottivo ed esperto di intercultura. Con i suoi interventi ci aiuta a dare una nuova interpretazione del “diverso”, apporto prezioso per le nostre famiglie multietniche.

Fausta Manini è mamma adottiva e una dei referenti dell’Associazione Spazio Adozione Ticino. Da anni la sua Associazione si è accorta della carenza di supporto alle famiglie in difficoltà e con i loro articoli e incontri affrontano alcune tematiche scomode ma utili alle famiglie per essere preparate a gestire le situazioni di crisi. 

Gabriel Munoz, psicologo, cura un blog dove dà ampio spazio alla fase critica dell’adolescenza. Ha avuto esperienza con i bambini/ragazzi di strada di Santiago del Cile. 

Sergio Bignotti ha un blog sulla poesia. Quando gli ho parlato dell’iniziativa in più di un’occasione mi ha suggerito momenti di riflessione e diletto. 

Mamma Valeria, studiosa di teologia e mamma adottiva, con il suo contributo cala nel quotidiano la parola dei Nostri Padri che aggiunge saggezza alla nostra esperienza.

Mamma Paola, figlio biologico e figlia adottiva, rende testimonianza della sua esperienza.

Mamma Romina, pedagogista e mamma adottiva di un bambino alle elementari, ha esperienza nell’approcciare ragazzini “non ordinari”.

Mamma Giusy, insegnante con figlio nel pieno della preadolescenza non ha esitato a dare il suo contributo come mamma adottiva da ormai sei anni.

Mamma Sabri, mamma di due bambini etiopi che ora hanno 11 e 8 anni. Segue la sezione scuola e adozione dell’associazione FIABA.

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Permettetemi un ringraziamento particolare agli amici di oltreilcancro.it – esperienze di blog terapia – che hanno capito per primi l’intento del blog e mi hanno dato preziosi suggerimenti per realizzarlo. Pur per tematiche diverse, i due blog hanno lo stesso intento: stare vicini alle persone e alle famiglie durante gli alti e bassi di una profonda esperienza umana.

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AltroNatale. Nonno Mario: ”Giovannino”

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Sergio mi ha segnalato questa poesia scritta da nonno Mario che si rifà ad una storia realmente accaduta. Noi siamo abituati a veder la maternità come un qualcosa di ovattato e dolce. Per alcuni bambini non è così. Giovannino è uno di questi. Eppure, in lui, c’è tanta tenerezza… 

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GIOVANNINO

Grazie mamma

d’avermi dato la vita,

grazie per avermi fatto conoscere

la luce del sole.

 

Otto mesi son tanti

passati nel tuo grembo,

insegnami a scordar

l’amore che per te ho nutrito.

 

Nemmeno un bacio, né un abbraccio

tu m’hai donato,

temevi forse d’innamorarti

d’un minuscolo fanciullo?

 

In ogni donna

invano cercherò il tuo volto,

in ogni volto

cercherò il tuo sorriso.

 

E chissà che un giorno,

solo quando Dio lo vorrà,

possa stringerti tra le mie braccia e dirti:

“Grazie mamma per la vita che mi hai donato”.

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Autore: Mario Avanzi

(fonte: chicredicheiosia.blogspot.it)

AltroNatale. I Nostri Padri: “Buon Natale a quelli che…”

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di Valeria Poletti – studiosa di teologia e mamma adottiva

Buon Natale a quelli che …..

Buon Natale a quelli che ….. il presepe fa tanto tradizione, senza ricordarsi che quando san Francesco l’ha inventato per poco lo scomunicavano: come è possibile far fare Dio a un bambino vero e per giunta povero.

Buon Natale a quelli che ….. per Natale l’atmosfera ci fa sentire più buoni, per poi essere cinici il resto dell’anno

Buon Natale a quelli che ….. i re magi sono le nostre radici culturali: un re extracomunitario l’antichità poteva immaginarlo, il nostro civilizzato mondo fa ancora fatica

Buon Natale a quelli che ….. quanto mi commuovono gli angioletti e poi non li riconoscono nelle mille facce di ogni giorno

Buon Natale a quelli che ….. tanto basta stare insieme e poi non ci sono per nessuno negli altri giorni

Buon Natale a quelli che ….. non se ne può più di questo consumismo e partono per lontane spiagge

Buon Natale a quelli che ….. il bue e l’asino ha detto il Papa non sono mai esistiti, giusto, ma quanto daremmo per un respiro caldo e vicino vicino

Buon Natale a quelli che ….. non sopportano tutta questa melensaggine della stalla e della mangiatoia e magari dimenticano quanti si sentirebbero oggi privilegiati ad avere anche solo una capanna per ripararsi

Buon Natale a quelli che ….. magari gli va pure bene che Dio si faccia uomo, ma bello, simpatico, intelligente, colto, biondo e magari con l’occhio azzurro

 

Buon Natale a quelli che ….. tanto poi passa, vero, ma intanto anche stringere i denti fa male.

Buon Natale a quelli che ….. sono stanchi, perché nella capanna possono trovare un posticino anche per loro

Buon Natale a quelli che ….. si sentono in un buco nero, perché anche nella notte nera potrebbe sbucare una stella

Buon Natale a quelli che …..  non hanno tanta voglia di festeggiare, perché credo che anche per Giuseppe e Maria questi non siano stati giorni facili

Buon Natale a quelli che ….. hanno buona volontà e si ritrovano con pochi risultati: il Signore è venuto per loro. Sono loro gli invitati dagli angeli, perché sanno che solo nelle piccole cose sono nascoste quelle grandi.

AltroNatale. Stefani, 18 anni: “Il Natale più bello”

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“Non appena metto piede fuori casa, mi trovo circondata da una carica di luci natalizie alquanto esagerata. Giro per la città e noto con estrema tristezza tutte queste decorazioni delle quali si potrebbe fare a meno: alberi grandissimi addobbati con tremila luci, pieni di palline e circondati dalla neve finta, negozi che sembrano tutt’altro che negozi, per non parlare delle chiese! Pura vergogna per le chiese allestite. 

Accendo la televisione e di sottofondo mi ritrovo la canzoncina di Natale, cambio canale e vedo pubblicità che incitano la gente a comprare regali di tutti i tipi o di andare al cinema per gli scontati cinepanettoni. Alla radio ci sono pure concorsi per questa festività. Cose assurde. 

C’è un detto che dice più e meno: “A Natale sono tutti più buoni”. Baggianate!

Trovo che la gente non sia poi così coerente in quello che fa e che dice. Ci sono i così detti perbenisti che davanti sono persone meravigliose, ma poi, appena te ne vai, trovano sempre un modo per metterti in cattiva luce. Per esperienza dico che il Natale mi delude sempre di più, ogni anno che passa lo sento sempre più falso. Provo un misto di tristezza, rabbia e disgusto se penso che c’è chi, nella povertà, vive quest’evento con la massima serenità e con una felicità che quasi invidio. 

In diciotto anni credo di aver trascorso un Natale indimenticabile solo una volta.

In Cile ricordo mia nonna incartarmi un pupazzo in qualche maniera, con le mani che le facevano male. Ad un certo punto mi guarda e dice: “Stefani, scusami, lo so, sono la nonna più stupida di questo mondo, non ho potuto farti altro. Il solo pensiero di averti qui mi ha fatto dimenticare tutto il resto”. L’ho abbracciata forte forte e con le lacrime agli occhi le ho detto: “Ti voglio bene nonna”. Sarà difficile rimuovere un ricordo così. 

Io sono stata adottata otto anni fa, perciò, certi fatti, purtroppo sono ancora molto vivi. Impossibile dimenticare i Natali in Cile. Addobbi? Nemmeno uno, forse un misero albero. Regali? L’unico regalo che si poteva ricevere, se eri fortunato, era quello di trovarti qualcuno della “tua famiglia” in istituto pronto a portarti a casa in quel giorno. Cibo? Riso e altro. Concetto di affettività per Natale? Se andava bene uno schiaffo. 

In Italia, invece, è sempre stato tutto diverso. Hanno ridicolizzato tutto quanto. Si pensa solo a spendere e a vendere, dimenticando il vero senso del Natale.”

Scelta delle superiori. Il punto

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Non è stato facile mettere insieme e raccordare argomenti diversi del mondo della scuola.

Alla fine del lavoro ci sembra che si possano individuare le seguenti tematiche:

–         ci sono diverse intelligenze che noi genitori abbiamo il compito di scoprire e valorizzare

–         la riscoperta dei lavori manuali avvantaggia certi nostri ragazzi abituati a destreggiarsi più con l’intelligenza pratica che con quella teorica

–         le associazioni di famiglie sono consapevoli delle difficoltà dei nostri ragazzi e stanno portando avanti una serie di richieste per rendere loro la vita più facile a scuola

–         nello stesso mondo della scuola si chiede una maggiore attenzione e chi ha difficoltà nello studio

–         esistono tecniche divertenti per coinvolgere nello studio o per lo meno renderlo più facile

–         il compito della scuola è prima di tutto quello di formare i cittadini di domani

Dopo una così nutrita fonte di stimoli sulla scuola, ilpostadozione rallenta un po’ i ritmi per fare il resoconto di questo anno di attività. Vi accompagneremo nei giorni più importanti del periodo festivo con riflessioni fuori dal coro, com’è nel nostro stile, sul Natale e la famiglia.

La musica del cuore: “La tua libertà”

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Un augurio in bianco e nero ai nostri ragazzi, perchè trovino la loro strada in piena libertà di pensiero.

Ma sono un uomo
uno fra milioni
e come gli altri ho il peso della vita
e la mia strada
lungo le stagioni
può essere breve, ma può essere infinita;
la tua libertà
cercala, che si è smarrita.
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Francesco Guccini

Scelta delle superiori: “I messaggi importanti che la scuola deve lasciare ai nostri ragazzi”

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di don Roberto Vinco e don Marco Campedelli – educatori

Care Ragazze e cari Ragazzi,

siete ormai arrivati alla fine del vostro viaggio poi prenderete il largo per la vita. Vorremmo consegnarvi questo breve messaggio, come se fosse contenuto in una bottiglia e affidato alle acque. Nella Bibbia si parla di Decalogo, delle Dieci Parole consegnate a Mosè per il suo popolo. Vorremmo offrirvi un piccolo decalogo, dieci parole (tredici per la verità) che possano accompagnarvi: in un momento di crisi economica come questa, imparate a fare nuovi investimenti.

Investite sulla gentilezza mentre si allarga il margine della prepotenza. Non domandatevi sempre cosa costa una cosa per capirne il valore.

Pensate con la vostra testa. Esercitate il pensiero critico per capire le cose, diffidando di tutti gli stereotipi con cui di solito si valuta la vita e il mondo.

Leggete molto, fonti diverse, per non diventare mono-toni, chiusi dentro piccole o grandi ideologie.

Imparate a immaginare le cose, il mondo. Perché immaginando potrete anche cominciare a cambiarlo. Immaginate gli alberi di domani, i figli e le figlie che avrete, le città nelle quali potrete vivere. Disegnate nuove architetture, nuovi spazi per le idee, gli incontri, la festa.

Prendetevi cura della terra, come se fosse la vostra casa. Indignatevi quando vengono tagliati gli alberi per fare spazio a un centro commerciale. Custodite la memoria che c’è in ogni foglia. Pensate agli occhi che hanno visto prima dei vostri quello che voi ora vedete.

Imparate a guardare dalla parte dei piccoli: non sentitevi ridicoli quando giocate con i bambini, non pensate sia tempo perso rallentare il passo per parlare con i vecchi. Ricordate dei bambini che siete stati e dei vecchi che serenamente diventerete se saprete custodire questo segreto.

Leggete la vita per simboli e non per slogan. Il simbolo crea legami, custodisce il mistero che siete, mantiene aperte le domande della vita. Leggere in modo simbolico la vita significa sottrarla alla banalità. Imparate a dire la vita secondo un ordine diverso. Declinatela secondo l’ ordo amoris.

Occupatevi della vita degli altri. Non abbiate paura ad assumere responsabilità pubbliche, non crediate che la politica sia una “cosa sporca”. L’amore per la polis è amore maturo che sa pensare al futuro del mondo. Ma non c’è una vera politica senza un’autentica poetica che è visione, respiro, orizzonte.

Non cadete in nessuna trappola del potere, dell’economia, della politica, dei media, della religione: tenetevi i piedi liberi come il vento. Non esigete da nessuno genuflessioni. Nessuno deve inchinarsi per avere ciò che gli spetta: i propri diritti.

Siate forti nelle prove della vita, ma anche teneri. Non siate avari di abbracci; datene molti e ricevetene quanto vi è possibile. Non vergognatevi di piangere per le cose vere.

Imparate a raccontare e ascoltare racconti, custodite le storie, fate collezione di sguardi, aprite gallerie in cui esporre gli occhi che avrete incontrato nella vita, il loro colore, le lacrime e il riso che contengono.

Non pensate sia importante credere in Dio, ma piuttosto in quale Dio credere. Non rinchiudete Dio in un concetto astratto, in una regola morale, morirebbe di asfissia. Pensate che Dio è nel vento che vi pettina ogni mattina, nella Parola che risuona e ridisegna il mondo, negli incontri imprevisti che allargano la cerchia delle relazioni, nei sogni che si possono condividere, nei cammini di giustizia e di pace che si aprono davanti a voi.

Se potete siate felici e abbiate a cuore la felicità degli altri. Qualche volta provate a cantare. Il canto allarga il respiro e arriva come una carezza agli orecchi del mondo. Gli stonati sono davvero pochi, di certo non sarete voi. 

(fonte: combonifem.it 09/2012)

Scelta delle superiori: “Riepilogo dei siti utili sulla scuola per insegnanti e genitori adottivi”

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http://lascuolariguardatutti.blogspot.it/

Un blog per la scuola che faccia della democrazia la sua pedagogia e in cui la pedagogia crei democrazia. Vi sono in particolare due riflessioni di Andrea Canevaro sulla meritocrazia che consiglio di leggere.

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http://www.italiaadozioni.it/

Fornisce un elenco di siti dedicati alla scuola, per lo più focalizzati sulla scuola primaria.

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http://www.spazioadozione.org/

Riflessioni concrete sulle difficoltà dei nostri figli a scuola.

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http://marcorossidoria.blogspot.it/

Il punto di vista di Marco Rossi Doria, sottosegretario del Ministero dell’Istruzione e della Ricerca. Ha svolto attività di maestro di strada nei Quartieri Spagnoli di Napoli.

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http://www.istruzione.it/web/istruzione/home

Il sito del MIUR Ministero dell’Istruzione, Università e Ricerca da vedere nella sezione Istruzione => Famiglie => orientamento long life dove viene data la lista dei referenti regionali per l’orientamento scolastico.

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http://www.studenti.it/

Nella sezione video => psicologia si trovano dei filmati sul metodo di studio, motivazione, autostima etc. C’è poi un forum gestito dai ragazzi dove parlano delle loro ansie e paure. Tanto per avere un’idea di che cosa sta accadendo nel mondo giovanile.

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http://www.orientamentoirreer.it/

“irreer” sta per Ist.Reg.Ricerca Emilia Romagna. Per gli insegnati c’è una sezione che riguarda le strategie d’insegnamento.

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http://www.adozionescuola.it/

C’è una pagina dedicata alle iniziative regionali sul tema “Adozione e scuola”, rivolte a insegnanti, genitori, professionisti che operano in ambito adottivo, che vengono segnalate al sito da istituzioni, enti e associazioni. C’è anche un vademecum per gli insegnanti.

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http://unmomentostopensando.blogspot.it/

Per Metodo Feuerstein

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http://www.albertacuoghi.it/

Per tecniche di memorizzazione, lettura veloce e rafforzamento dell’autostima.

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http://www.matefitness.it/

Per giocare con la matematica

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http://grazianocecchinato.wordpress.com/

Per la “flipped classroom” (vedi post precedente)

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La pagina verrà aggiornata su nuove indicazioni e suggerimenti.

Scelta delle superiori: “Flipped classroom, l’insegnamento capovolto”

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Tullio De Mauro in uno dei suoi articoli parla di “flipped classroom”. Siamo andati a cercare sul web e abbiamo capito che si stratta di un modo capovolto di fare scuola: le lezioni sono tenute a casa tramite video e forum sotto la guida dell’insegnante; in classe si verifica l’appredimento dei contenuti.  

“Il metodo della Flipped Classroom (letteralmente “insegnamento capovolto”) trasferisce la responsabilità e la titolarità dell’apprendimento dal docente agli studenti. Quando gli studenti hanno il controllo su come apprendono i contenuti, sul ritmo del loro apprendimento, e su come il loro apprendimento viene valutato, l’apprendimento appartiene a loro. Gli insegnanti diventano guide per comprendere piuttosto che dispensatori di fatti, e gli studenti diventano discenti attivi piuttosto che contenitori di informazioni.” –

vedi http://www.adirisorse.it/archives/1187fonte

“In molti paesi una sacra trinità ha presieduto da secoli alla vita della scuola: 1) silente ascolto in classe della lezione dell’insegnante che tra cattedra e lavagna racconta quel che nel libro è già scritto; 2) a casa studio (del libro) ed esercizi di applicazione dello studio; 3) di nuovo in classe, interrogazioni “alla cattedra” per verificare lo studio del libro.

Qua e là ci sono stati sempre insegnanti divergenti: l’insegnante “che non interroga mai”, perché in realtà interroga sempre, gira tra i banchi, costruisce passo dopo passo (“perde tempo”) comprensione e apprendimento degli studenti parlando con loro e annotando come interagiscono con lui e con lo studio; oppure insegnanti che, come faceva Mario Lodi, capovolgono la cattedra e, poggiata contro un muro, la usano come stia per far vedere come nascono e vivono i pulcini. Se si costruiscono e offrono agli studenti buoni video didattici da vedersi a casa quando vogliono, il tempo classe può essere dedicato interamente alla discussione e all’apprendimento attivo.” – Tullio De Mauro – Internazionale del 22/11/2012

Si consiglia di vedere il sito di Graziano Cecchinato, ricercatore di Padova: http://grazianocecchinato.wordpress.com/

e della Khan Academy: http://www.khanacademy.org/

Scelta delle superiori. Libro: “Cooperative learning. Lineamenti introduttivi”

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Un libro utile a tutti quegli insegnanti ed educatori che vogliono sperimentare questo metodo didattico.

Stefania Lamberti 

“Cooperative learning. Lineamenti introduttivi” 

QuiEdit 2010

 

Presentazione del libro: “Il difficile rapporto educatore-educando che oggi molti insegnati/educatori vivono nei contesti scolastici, impone un urgente ripensamento delle azioni didattiche e delle modalità di gestione delle relazioni, sia tra studenti e insegnanti che tra pari. La nostra scelta è proporre il Cooperative Learning come metodo efficace per evitare un crescente numero di abbandoni e/o insuccessi scolastici.

Il libro si struttura in una prima parte teorica finalizzata a delineare alcuni tratti connotativi della nostra società complessa, multiculturale e globale. In una seconda parte in cui vengono definiti gli elementi fondanti del Cooperative Learning. E in una terza parte in cui si propongo interventi didattici da realizzare nei differenti ordini di scuola e strutture peculiari dell’apprendimento cooperativo. Non mancano esempi di come sia possibile insegnare le abilità sociali in modo diretto agli studenti.” 

Cos’è il cooperative learning?

“Il cooperative learning può essere genericamente definito come un insieme di tecniche di conduzione della classe nelle quali gli studenti lavorano in piccoli gruppi per attività di apprendimento e ricevono valutazioni di base ai risultati conseguiti. (…) è anche un movimento educativo che ha radici lontane. In ultima analisi è una filosofia di vita.

Con il termine cooperare s’intende lavorare insieme per raggiungere obiettivi comuni. Pertanto non è sufficiente chiedere ad alcune persone, o agli alunni, di unirsi per creare una situazione cooperativa, è necessario invece che i membri del gruppo apprendano le modalità di lavoro cooperativo e imparino a cooperare. Altrettanto significativa è la condivisione dell’obiettivo identificativo, in modo che tutti lo sentano come proprio e quindi contribuiscano affinchè il vantaggio personale coincida con quello collettivo. (…)

Innanzitutto una classe cooperativa si distingue per i comportamenti efficaci che tutti gli studenti hanno: essi sono consapevoli che per portare a termine un compito necessitano dell’aiuto di tutti e per questo lo scambio di materiale, risorse, di idee risulta spontaneo. (…)

Stare insieme, essere parte di un gruppo si è dimostrato positivo in particolar modo per quegli alunni che hanno qualche difficoltà. Si è notato che la condivisione in gruppo tra pari fa diminuire l’ansia da prestazione e permette di trovare quelle sicurezze che un lavoro individuale talvolta rende difficile. (…)

Alcuni apprendimenti se pur conseguiti attraverso esercizi di role playing, di modelling o di simulazione, non investono solo il piano cognitivo, ma prevedono soprattutto il coinvolgimento emotivo-relazionale e contribuiscono ad influenzare i comportamenti autentici nella vita di tutti i giorni. (…) Studi hanno verificato che estendere comportamenti cooperativi al di fuori della classe aiuta studenti e insegnati a far propri i cambiamenti positivi. D’altro canto impostare un’istituzione scolastica secondo il principio dell’interdipendenza positiva aiuta a vivere i principi della democrazia.” (tratto da “Cooperative Learning: una metodologia per la gestione dei conflitti” – Stefania Lamberti – CEDAM 2006)

 

Scelta delle superiori. La scuola che vorrei e le eccellenze italiane: “Il caso di Monterotondo”

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di Maria Novella De Luca – giornalista 

(…) Da tre anni all’istituto comprensivo “eSpazia”, a Monterotondo, venticinque chilometri da Roma, paese meta di migrazioni della middle class dalla Capitale ma anche di molta immigrazione, si sperimenta una didattica particolare basata sul concetto di comunità. Un polo d’istruzione dove le parole d’ordine sono accoglienza e integrazione, i percorsi sono differenziati per ogni allievo e le lezioni frontali, cioè una per tutti, un ricordo del passato. E i prof sembrano entusiasti del loro lavoro. 

“Le nostre classi vanno dalle sezioni Primavera alla terza media, dai 2 ai 14 anni, con una idea di approccio globale all’insegnamento, e di cooperative learning, chi è più veloce aiuta gli altri, pur nel rispetto e nell’incentivo delle eccellenze”, spiega Caterina Manco, dirigente scolastica dell'”eSpazia” dal 1993, anima e motore di questa scuola dove sempre più docenti chiedono di poter lavorare. L’architettura dei corridoi è scarna ma ingentilita da disegni e murales, l’odore della mensa è buono, e basta entrare nelle classi che adottano il metodo “Senza zaino” per trovarsi in aule luminose, senza cattedre, ricche di materiali di ogni tipo, perché nulla si porta a casa ma tutto resta a scuola, in comune. 

C’è l’angolo dell’agorà (di discussione), l’angolo dell’autocorrezione dei compiti… E poi laboratori, classi aperte, lezioni “lunghe” per i ragazzi delle medie, 90 minuti invece dei soliti 60 per non frammentare il tempo dell’apprendimento, che però avviene in modo creativo, attraverso, anche, teatro, fotografia, grafica, musica, e naturalmente classi 2.0, classi Mac. “Per arrivare al contenuto ogni ragazzo sceglie il medium cioè lo strumento che preferisce, ma attraverso questa flessibilità impara ad imparare”. 

Ma la caratteristica di questo istituto comprensivo, in prima linea nell’accoglienza agli immigrati, ai bambini e ragazzi con handicap, nel riconoscimento dei disturbi dell’apprendimento, è il “tutoraggio” dei professori. Aggiunge con orgoglio Caterina Manco: “Chi arriva in questa scuola viene preso in carico da docenti già esperti nel metodo, e seguito giorno dopo giorno. Questo si traduce spesso in una sorta di ri-motivazione verso l’insegnamento, anche se qui si fanno più ore, viene richiesto più impegno, si passano a scuola intere giornate. E infatti c’è chi dopo qualche settimana chiede il trasferimento, e chi invece fa di tutto per lavorare con noi”. 

Ricorda Marco Barozzi, educatore e fotografo: “Appena arrivato qui mi hanno chiesto di occuparmi di tre ragazzi difficili, anzi difficilissimi… Del mio laboratorio di fotografia non gli importava davvero nulla, erano arrabbiati con il mondo e con la vita, violenti, ma attraverso quel laboratorio si è creato un contatto, una confidenza, che a poco a poco ha vinto le loro diffidenze e sgretolato quel muro. Oggi siamo amici e loro sono ragazzi sereni”. 

(fonte: repubblica.it – 30/03/2012)

Curiosità. A novembre 2012 alla Fiera di Genova si è tenuta la nona edizione di Abcd, il salone italiano dell’educazione con le principali novità nel settore della didattica e nuove tecnologie in classe. Una tre giorni di incontri, dibattiti e laboratori con dimostrazioni aperte a tutti e appuntamenti ad hoc per docenti, dirigenti scolastici, famiglie e studenti. Per saperne di più vedi http://www.repubblica.it/scuola/2012/11/14/news/scuola_digitale_e_lezioni_multimediali_novit_in_mostra_al_salone_di_genova-46606063/

Scelta delle superiori. Film: “La schivata” di Abdel Kechiche (2003)

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Ancora una volta un film francese. La Schivata è un film sull’integrazione sociale dei ragazzi dei sobborghi di Parigi. Vi è una scuola presente che cerca di coinvolgerli in una recita. Ci ha ricordato un po’ le scuole sperimentali di Napoli dove i nostri ragazzi per sfuggire alla camorra si appassionano all’arte del teatro o della musica. Ci ha ricordato i maestri di strada che vanno in giro a raccogliere i ragazzini e non li aspettano seduti in cattedra. Insomma un altro modo di fare scuola c’è o si può sperimentare.

Scelta delle superiori. Metodo di studio: “Matefitness, giocare con la matematica”

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Chi non ha mai avuto problemi con la matematica? O chi non conosce qualche fratello, compagno o amico allergico a problemi ed espressioni? Ebbene Matefitness è un’iniziativa del comune di Genova, in collaborazione con il CNR, per avvicinare i più scettici alla matematica e far loro capire che risolvere un problema o calcolare le percentuali è la cosa più naturale del mondo se lo collochiamo nella gestione del quotidiano. Le attività coinvolgono tutti (singoli, scuole, famiglie, insegnanti…) e di tutte le età attraverso giochi, quiz, materiale didattico studiato ad hoc per governare numeri e figure geometriche. Nel servizio TV che abbiamo visto mostravano gli animatori matematici che intrattenevano le persone in spiaggia!!!

Troviamo la sfida davvero interessante.

Di seguito la presentazione del progetto estrapolata dal sito http://matefitness.it

IL PROGETTO

MateFitness è un progetto divulgativo del CNR – Consiglio Nazionale delle Ricerche in collaborazione con l’Università degli Studi di Genova – Facoltà di Scienze M.F.N., Genova Palazzo Ducale – Fondazione per la Cultura e l’Associazione Festival delle Scienze.

Ha sede a Genova, presso Palazzo Ducale e offre al pubblico e alle scuole uno spazio permanente dove allenare la mente attraverso attività matematiche ludico-interattive.

Il progetto è attivo dalla primavera 2006 ed opera su tutto il territorio nazionale attraverso la partecipazione a festival scientifici e culturali e la realizzazione di progetti di divulgazione creativa della matematica elaborati in base alle richieste di istituti scolastici, associazioni ed enti pubblici.

Il progetto prevede in una fase più avanzata, la realizzazione di una rete di palestre per la divulgazione della matematica in Italia.

MateFitness offre consulenze, progetta, organizza e realizza attività didattiche, ludiche e formative di divulgazione creativa della matematica (laboratori, percorsi tematici, eventi, corsi, workshop, etc.) dedicate specialmente ai ragazzi in età scolare ed al mondo scolastico, nei confronti del quale si pone come interlocutore complementare.

INIZIATIVE PER GLI INSEGNANTI

Incontri, corsi e laboratori mirati a condividere con docenti spunti e metodi pratici ed informali ad integrazione della didattica tradizionale della matematica e delle discipline scientifiche, facendo uso di metodologie e strumenti propri della divulgazione e dell’animazione scientifica.

Gli interventi formativi sono tenuti da esperti selezionati dallo staff di MateFitness e sono rivolti a docenti di matematica o di altre materie scientifiche di ogni ordine e grado.

Curiosità. E’ stato accertato che l’ansia da matematica fa male, nel senso che attiva le reti del dolore nel cervello. A far male, però, non è la matematica in sé, ma l’idea di doverla affrontare. Ecco perchè chi detesta questa materia finisce per mettere in campo strategie di evitamento, che spesso portano a scegliere corsi di studio o carriere «a prova» di numeri. I ricercatori consigliano di scrivere della propria ansia prima del compito di matematica: ridurrebbe lo stress e migliorerebbe i risultati – fonte: Internazionale 9/11/12.

Scelta delle superiori. L’esperto: “La fatica di apprendere”

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di Adriana Molin (psicologa) e Cesare Cornoldi (professore di Psicologia Generale presso la facoltà di Padova)

Ci interessa soprattutto la tabella di percezione dei genitori dove si osserva una maggiore difficoltà di apprendimento nelle varie discipline dei ragazzi adottati rispetto a quelli biologici. A noi serve per avere una corretta aspettativa dai nostri figli. Da evidenziare anche l’età d’ingresso del minore e le deprivazioni subite. L’analisi è condotta sui bambini delle elementari, ma crediamo che i riflessi si possano percepire anche a livello di superiori.

(…) Scuola e difficoltà scolastiche

Prima di addentrarci nel vivo della discussione sui possibili interventi didattico-educativi e di riabilitazione volti a modificare l’atteggiamento di Tania verso la scuola e a sviluppare strategie di apprendimento funzionali, rifletteremo su alcuni elementi di fragilità che percorrono molte storie di bambini adottati e stranieri a scuola e che aumentano le probabilità di incorrere in difficoltà di ordine psicologico, scolastico e sociale.

La fragilità evolutiva che può caratterizzare alcuni bambini adottati trova la sua origine nei fattori genetico – biologici ed esperienziali precedenti all’adozione, fragilità talvolta sostenuta anche da condizioni adottive non del tutto funzionali al bambino.

L’età cronologica di adozione è il primo fattore di rischio nel senso che l’età di adozione risulta essere un buon predittore di difficoltà relazionali e scolastiche. E’ intuitivo comprendere – e la ricerca lo dimostra – che l’età di adozione incide notevolmente sugli esiti del processo adottivo nel suo complesso: le adozioni più tardive pongono maggiori problemi di adattamento familiare, sociale e scolastico, problemi superabili ma più costosi in termini di fatica e sofferenza per tutto il nucleo familiare.

Anche le condizioni di vita deprivate e/o l’istituzionalizzazione precoce prima dell’adozione possono essere un ulteriore rischio di difficoltà evolutive poiché sarebbero compromesse le basi dello sviluppo cognitivo-affettivo. La probabilità di incorrere in difficoltà, naturalmente, diventa maggiore quanto più a lungo il bambino ha vissuto in ambienti poco stimolanti e poco accoglienti, anche se, ragionevolmente, si può supporre che questo particolare tipo di svantaggio può attenuarsi nel tempo se le condizioni di vita post adattive del bambino favoriscono lo sviluppo di una buona immagine di sé, fiducia nella propria capacità di imparare e promuovono un atteggiamento  attivo verso la conoscenza e il pensiero.

L’essere stranieri è un ulteriore fattore di rischio. In effetti la ricerca sui bambini stranieri emigrati scolarizzati evidenzia insuccessi e drop-out maggiori dei bambini nativi. Difficoltà e abbandono della scuola sono conseguenze non solo di un apprendimento veicolato da una lingua profondamente diversa da quella nativa, ma anche di un differente atteggiamento verso la scuola, derivato da difficoltà di interpretare il comportamento degli insegnanti e di comprendere i modi con cui si svolgono i rapporti tra insegnanti e allievi nella scuola italiana, e da problemi di tipo emotivo-motivazionali, conseguenti a condizioni di  disagio per un apprendimento difficile e per un’integrazione scolastica e sociale faticosa a realizzarsi.

Avere conosciuto un’altra lingua può essere in generale vantaggioso, ma rischioso per i bambini adottati a causa del loro rapporto conflittuale con la lingua d’origine, a volte “dimenticata” e/o non più parlata. Parlare due lingue con fluenza, in generale, è qualcosa di positivo che si traduce in un aumento delle competenze cognitive a lungo termine  e nella capacità di prendere decisioni in modo più rapido anche se potrebbe essere rallentata la rapidità di accesso lessicale. Questi benefit sembrano non aiutare i bambini adottati, anche se, grazie alla ricerca e alle esperienze maturate,  lingua nativa e cultura di appartenenza sono già entrate a pieno titolo nel nucleo fondante delle adozioni internazionali.

Di seguito una tabella riassuntiva sulle difficoltà scolastiche che i genitori adottivi percepiscono nei confronti dei figli contrapposte a quelle percepite dai genitori di figli biologici (i due campioni appartengono allo stesso bacino di utenza).

Tabella 1: percentuali di bambini che secondo i genitori presentano o non presentano difficoltà nelle diverse attività scolastiche. (campione 60 genitori adottivi e 80 genitori naturali, residenti nel Veneto nelle province di Vicenza a Treviso).

  Figli adottivi % Figli naturali %
PresentaDifficoltà Non presentaDifficoltà PresentaDifficoltà Non presentaDifficoltà
Difficoltà scolastiche già in prima elementare 45,8 54,2 4,8 95,2
Presenta problemi nella scrittura 27,1 72,9 2,4 97,6
Presenta problemi nella lettura 27,1 72,9 3,6 96,4
Presenta problemi nell’area matematica 18,6 81,4 6 94
Ha difficoltà ad esprimersi in modo articolato edefficace 25,4 74,6 7,2 92,8
Incontra problemi nello studiare i testi 30,5 69,5 2,4 97,6
Ha difficoltà nell’eseguire un’attività senza distrarsi 55,9 44,1 19,3 80,7
Appare scarsamente interessato alle attivitàscolastiche 15,3 84,7 1,2 98,8
Va malvolentieri a scuola 6,8 93,2 6 94
Incontra difficoltà a legare coi suoi compagni 8,5 91,5 3,6 96,4
TOTALE 39 61 1,2 98,8

I dati sono i risultati di una nostra ricerca che evidenziano come le difficoltà nei bambini adottati siano rilevate fin dalla prima classe primaria e riguardano – in particolare – la capacità di svolgere attività senza distrarsi. I risultati di maggiori difficoltà diffuse sono confermati anche nella fascia d’età della scuola secondaria superiore di primo grado da una ricerca successiva. E’ anche emerso che i bambini adottati, secondo i genitori, non mostrano differenze nelle variabili “l’andare mal volentieri a scuola” e “legare con i compagni” come a dire che l’ambiente scolastico è percepito positivamente, soprattutto da un punto di vista sociale.

Le nostre indagini hanno verificato quanto era già emerso dalla ricerca internazionale, sebbene in modo non univoco, e cioè che vi è una maggiore incidenza delle difficoltà di apprendimento, e che queste sovente assumono particolari configurazioni, proprio per la particolare storia vissuta da bambini adottati. La tendenza di molti bambini adottati da paesi stranieri a mostrare

–     difficoltà diffuse nell’apprendimento del calcolo e della lettura strumentale, cadendo più nella lettura di parole che necessitano dell’aiuto di conoscenze linguistiche piuttosto che solo di una memoria fonologica efficiente,

–     cadute nello studio di testi di tipo informativo-disciplinare, che sono complessi a tutti i livelli (lessico, sintassi e contenuto) e implicano l’uso di strategie di elaborazione dell’informazione diversificate e flessibili, volte alla comprensione e non alla memorizzazione, evidenzia che alcune componenti cognitive e l’autoregolazione del funzionamento mentale faticano a svilupparsi, a trovare un equilibrio soddisfacente.

Che fare per aiutare i bambini in difficoltà?

Si consiglia di leggere l’articolo completo dove viene fatto l’esempio di un caso studio di una bambina di quinta elementare. Vedi http://www.genitorisidiventa.org/visualizza.php?type=articolo&id=192

(fonte: genitorisidiventa.org – 06/03/2012)

Scelta delle superiori. Alberta Cuoghi scrive ad ilpostadozione: “Rafforzare l’autostima per essere efficaci nello studio”

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Quasi due anni fa ho avuto il piacere di essere invitata da un’associazione di famiglie adottive per fare un intervento su uno degli argomenti che più mi appassionano tra quelli che insegno da 20 anni: l’apprendimento! La giornata è stata una sorpresa piacevolissima sotto molti punti di vista: ho scoperto che c’è un mondo (quello dell’adozione) fatto di persone meravigliose e di cuore che riescono (e vogliono) andare oltre le difficoltà che nascono normalmente in una famiglia … a cui però si aggiunge quello di avere dei componenti “adottati”.

Le difficoltà sono facilmente immaginabili: un ragazzo o ragazza che vengono adottati in una famiglia italiana, si ritrovano proiettati in un contesto sociale molto diverso da quello di origine; se adottati “da grandi” hanno memoria della loro famiglia precedente (e dei disagi legati ad esse); se il colore della loro pelle differisce da quella dei compagni di scuola si aggiunge una componente razziale; se non parlano la lingua italiana si devono adeguare in fretta perché sarebbe complicato perdere anni di scuola per questo; ecc.

A questo si aggiungono le normali difficoltà degli adolescenti: sentirsi “grandi” quando dentro ci sentiamo ancora “piccoli”, avere le idee poco chiare sul futuro (università? Scuola? Lavoro?), sbalzi emotivi, e via dicendo. 

La scuola riveste un ruolo importantissimo in questo quadro, perché è lì che i nostri figli passano buona parte del loro tempo, è lì che si confrontano con gli altri, è lì che devono cercare di emergere e definire se stessi.  Quindi andare bene a scuola è una necessità, e lo è per tutti: figli adottati e non. Poiché insegno tecniche di apprendimento da 20 anni, e ho incontrato migliaia di persone (ragazzi, impiegati, casalinghe, liberi professionisti… fino a top manager di Multinazionali), posso affermare con assoluta certezza che le difficoltà di apprendimento sono le stesse a tutti i livelli: il problema di base è che non ci viene insegnato a studiare. 

Questa mia frase non vuole certo essere un attacco alla Istituzione scolastica, che fa quello che può, e ha al suo interno una parte di insegnanti davvero appassionati al loro lavoro, che ci tengono a farlo al meglio e ad essere dei veri mentori per i loro allievi. Quello che mi preme spiegare è che, anche se nessuno ci ha insegnato come fare, di fatto possiamo decidere di agire da subito e decidere di migliorare il nostro metodo di studio. Avere il “come” ci aiuterà ad interiorizzare il “cosa” (le materie) per avere finalmente successo tra i nostri coetanei (discorso che vale certamente anche per gli adulti!). 

Eggià… perché una delle problematiche più serie che i ragazzi hanno è l’AUTOSTIMA. Ed è così seria che da alcuni anni a questa parte una sezione del mio corso è interamente dedicata a questa tematica e a degli esercizi specifici per rafforzarla. Abraham Maslow, uno dei padri della psicologia umanistica, una volta disse: “La performance di una persona dipende dalla sua autostima”. E questo è certamente vero. Ma è vero anche il contrario? Cioè è vero che la nostra autostima dipende dalla nostra performance? Molto spesso si pensa che sia proprio così… ma è errato. 

In realtà la nostra capacità di avere risultati, quindi la nostra performance, ha a che fare con la nostra Auto-Efficacia in un determinato campo. Non con la nostra autostima. Sembra la stessa cosa, ma se ci pensate bene per un attimo, sono due cose completamente diverse. L’auto-efficacia è la nostra (auto) capacità o meno di essere bravi (efficacia) nel fare qualcosa. Non ha nulla a che vedere con la persona che siamo. Cioè posso essere brava nello sport, ma non sapere una parola di giapponese, essere brava in matematica ma non in disegno… ma tutto ciò non è attinente con il valore che mi do come persona.  

Il problema, in questo concetto, viene probabilmente dalla parola “stima”, che significa “valutare”. Mentre per un mobile antico posso chiamare un esperto che definisca secondo certi parametri quanto quel bene vale, di fatto la stessa procedura non possiamo applicarla ad una persona! Non esiste certamente un esperto che possa dirci se valiamo X o Y. E quali sarebbero i parametri da usare? Il denaro? La casa? L’auto? Quante lingue sa? Che lavoro fa? E varrebbe per ogni popolazione e per ogni cultura?

Credo che il valore di una persona sia INESTIMABILE e INVALUTABILE. Siamo. E basta. Come un bambino appena nato: non produce, non porta a casa del denaro, piange, dorme, gioca. Fine. E quando lo guardiamo, percepiamo e sentiamo che il valore di quell’esserino è infinito.

Le cose si complicano quando andiamo a scuola o quando iniziamo ad avere i primi confronti con gli altri: se hai primi voti (belli o brutti che siano) iniziamo ad associare il nostro valore e la nostra identità, la nostra autostima avrai degli sbalzi pazzeschi: quando vado bene e prendo dei bei voti sono ok, quando vado male non sono ok. Qui ritengo sia fondamentale l’intervento del genitore, che educhi il proprio figlio a separare le due cose: sei comunque sempre ok. E contemporaneamente devi lavorare con determinazione sul migliorare la tua EFFICACIA. Quindi sei davvero speciale, e voglio che porti a casa dei bei voti. 

Sembra una piccola differenza di approccio, è vero, ma la verità è che “dentro”, a livello di identità, fa una differenza incredibile. Comportandoci così, riusciamo a partire da una forte base di accettazione di noi stessi, anche se sbagliamo… e così riusciamo con più facilità ad attingere a tutte le nostre risorse per cambiare, migliorare e raggiungere i nostri obiettivi. Partire dal contrario, cioè dal “ho sbagliato quindi non sono ok” ci butta in un prostramento personale da cui a fatica ci risolleviamo, e contemporaneamente abbiamo rafforzato convinzioni negative su di noi e sulle nostre capacità: il risultato a lungo termine sarà l’arrendersi (quindi per esempio lasciare la scuola, o non andare avanti con gli studi, scegliere la strada più semplice solo perché pensiamo che quella più bella ma più impegnativa “non faccia per noi”, ecc.) 

Sbagliare è parte del processo di apprendimento. Non si può evitare. E se capita, dobbiamo prenderlo dal punto giusto: io sono ok, ho sbagliato, miglioro la mia efficacia, riesco. Solo se ti permetti di sbagliare e imparare dagli errori, puoi evolvere e migliorare! Questo dovrebbe essere la sequenza mentale che abbiamo dentro di noi: e se siamo genitori dobbiamo insegnarlo con amore ai nostri figli. 

Dobbiamo imparare a essere soddisfatti del presente: ogni giorno, prima di andare a letto, mi ritaglio 5 minuti di tempo e mi chiedo: “Oggi ho fatto il massimo che potevo, con il tempo e le energie a mia disposizione?”. Se la risposta è sì, andrò a letto molto soddisfatta di me; se la risposta sarà no, cercherò di individuare come essere più EFFICACE su quelle aree in cui in quel giorno non ho dato il mio meglio. Senza toccare il mio valore.

Poi individuo almeno 5 successi che ho raggiunto quel giorno. Possono essere piccoli o grandi, non importa… possono andare dall’aver preparato un buon pranzo con amore, ad aver distribuito sorrisi quando potevo arrabbiarmi… fino naturalmente a grandi successi. Quello che importa è che giorno per giorno io noti i miei miglioramenti. 

Come dicevo prima, il rafforzamento dell’autostima è importantissima: da quando l’ho introdotta nei miei corsi ci sono stati degli innalzamenti dei risultati e della soddisfazione dei partecipanti che mi hanno permesso di assistere a veri e propri miracoli: ragazzini dislessici che passano dal 4 all’8 nel giro di 2 settimane, signore di 50 anni che pur avendo famiglia e lavoro e mille incombenze sono riuscite a dare in un anno 9 esami all’università con una media del 27 (studiando solo un’ora e mezza alla sera), ragazzi timidi e in disparte che pian piano sono emersi e “sbocciati”…. 

Certamente il merito è tutto loro, che si sono impegnati con il cuore e lo hanno fatto con un rinnovato amore verso se stessi (autostima) e verso le loro capacità, consapevoli che basta solo migliorare la propria efficacia e credere in se stessi: io ho solo ricordato loro di che potenza e meraviglia siamo fatti, e che ci basta davvero poco per rendere la nostra vita un capolavoro. 

Alberta Cuoghi

Scelta delle superiori. Metodo di studio: “Imparare divertendosi”

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DIVENTA UN GENIO

“Essere un genio è alla portata di tutti, perché tutti abbiamo una mente con infinite capacità: bisogna solo avere il “libretto” di istruzioni e imparare a usare la nostra mente al suo meglio. Qui, si considera l’apprendimento non più come un “deposito-e-ricordo”, ma come un processo attivo, divertente, coinvolgente, dove si stimolano entrambi gli emisferi per ricordare, leggere, apprendere con estrema facilità e a lungo nel tempo.”

Alberta Cuoghi

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Alberta Cuoghi propone un test per verificare quanto funziona la nostra memoria. E’ davvero divertente, lo si può fare con tutta la famiglia. 

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L’esercizio proposto sopra è un esempio di come si può imparare giocando con le immagini e la fantasia. Abbiamo conosciuto Alberta Cuoghi qualche anno fa ad un corso sulla memoria. Ci ha raccontato che la sua attività e nata dalla frustrazione di uno studio poco efficace vissuto alla scuola superiore. Decide, così, di risolvere il suo handicap  sotto la guida di importanti formatori italiani e stranieri. Oggi è un docente attivo presso Atenei universitari, molte Aziende private ed Enti Pubblici, tra cui il Centro di Formazione de Il Sole 24 Ore, KPMG, Mediolanum, Regione Lombardia e Comune di Milano.

Ha tenuto corsi a Milano, Torino, Bari, Verona, Padova e in tutte le città in cui viene richiesta la sua presenza
 per trasmettere:
    * Tecniche di Apprendimento Rapido e Mappe Mentali
    * Lettura Veloce
    * Gestione del Tempo e Pianificazione degli Obiettivi

Per saperne di più consulta il sito web: www.enjoyitalia.org nella sezione corsi

o contatta direttamente Alberta al cellulare 3480710447  o via mail: albertacuoghi@enjoyformazione.it

Scelta delle superiori. Mamma Gio: “Dalla materna all’università, il faticoso percorso di mia figlia”

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“Mia figlia è arrivata da noi quando aveva 6 mesi, 25 anni fa. Il suo percorso scolastico è stato sempre piuttosto faticoso. Già quando frequentava la Scuola Materna, mostrava difficoltà sul piano grafico: i suoi disegni non godevano dell’approvazione delle insegnanti e lei ne soffriva molto.

Poi è andata alle Elementari ed ha faticato più della media ad imparare a leggere, a scrivere e, soprattutto, a “far di conto”; la matematica era ed è restata il suo scoglio maggiore. Io, che di mestiere  facevo e faccio la maestra elementare, la seguivo quotidianamente per ore e questo era sfinente per entrambe: Me ne rendevo conto, capivo che questo mio pormi con lei nel ruolo di insegnante stava danneggiando il nostro rapporto madre-figlia, ma non riuscivo a lasciarla andare: era una sfida con me stessa. Insegnavo già da tempo ed avevo avuto notevoli soddisfazioni nella mia professione, perciò non riuscivo a rassegnarmi all’idea di fallire con lei. Lei probabilmente percepiva la mia frustrazione e delusione e questo non faceva che bloccarla ancora di più. 

La situazione è continuata così, o quasi, fino alla terza media. Poi si è trattato di scegliere le Superiori e la scelta è avvenuta per esclusione: per i Licei Classico e Scientifico (come gli insegnanti confermavano) non era matura; nell’ambito del Linguistico (corrispondente al vecchio Istituto Magistrale,  da me frequentato prima dell’Università) avrei probabilmente avuto ancora la possibilità di una eccessiva intromissione; scuole come Ragioneria e Geometri, che richiedevano capacità matematiche, erano per lei uno spauracchio; il Liceo Musicale, per il quale forse avrebbe avuto attitudine (ha studiato vari strumenti, sia pure senza alcuna costanza) non c’era nella nostra città; del Liceo Artistico neppure parlarne perché le sue abilità grafiche erano ancora modeste; non rimaneva che rivolgersi all’Istituto Professionale, nell’ambito del quale ha preferito l’indirizzo Turistico. Forse abbiamo scelto il “meno peggio”, comunque non si è trovata bene: probabilmente per parecchi dei suoi compagni si era trattato, come per lei, di una scelta forzosa e non erano studenti brillanti e volenterosi; molti insegnanti sembravano demotivati dal modesto livello medio delle classi e di conseguenza (per quanto ho potuto intuire dall’esterno) non riuscivano ad avanzare proposte davvero stimolanti. I cinque anni sono passati stancamente, è stata sempre promossa, ma  ha preso la Maturità con un voto modesto. 

Poi però ha voluto fare l’Università e noi genitori siamo stati felici di darle questa opportunità di crescita culturale. Sempre in considerazione delle attitudini fino a quel momento manifestate, la scelta è ricaduta su una specie di DAMS, che all’inizio sembrava interessarla molto, poi pian piano si è un po’ disamorata. Si è comunque laureata, con un anno di ritardo e con una valutazione non eccelsa: in ogni caso bisogna dire che ha fatto quasi tutto con le sue forze. Di seguito ha deciso di prendere una Laurea Magistrale in Beni culturali e dovrebbe finire entro l’anno, ma anche qui le cose vanno in modo altalenante e non brillantissimo: quello che più le manca, a mio parere, è un metodo di studio e la capacità di un impegno continuativo e rigoroso; le manca insomma la maturità. 

Come leggo oggi questa esperienza? Ho sicuramente commesso molti sbagli, facilmente intuibili, ma se avessi fatto scelte diverse (ad esempio farla seguire da una persona che non fossi io quando era piccola o farle frequentare un Liceo) le cose sarebbero andate meglio?”

Scelta delle superiori. Superare le difficoltà di apprendimento: “Spieghiamo un po’ il metodo Feuerstein”

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dott.ssa Cristina Cattini, pedagogista e mediatrice Feuerstein

Dalla testimonianza precedente apprendiamo che il metodo Feuerstein è adatto ai ragazzi ma anche ai genitori che amano interrogarsi e esplorarsi con curiosità. Una mamma che segue il blog ci ha detto che la psicologa della sua ASL lo consiglia a buona parte delle famiglie adottive. Abbiamo cercato su internet per capire di che cosa si tratta. L’articolo che proponiamo ci è sembrato il più semplice. Per chi volesse approfondire abbiamo lasciato in fondo la bibliografia.

Reuven Feuerstein nasce in Romania nel 1921 da genitori ebrei. Fin da piccolo dimostrò le sue speciali doti, infatti a 3 anni era già in grado di leggere in due lingue e a 8 insegnava l’ebraico ai bambini della Comunità della quale faceva parte. Quando nel 1944 la Romania fu occupata, anche Feuerstein venne internato in un campo di concentramento, dal quale tuttavia riuscì fortunosamente a salvarsi e, trasferitosi in Israele, raccolse attorno a sé bambini e ragazzi scampati alla morte nei campi di concentramento. Il Governo voleva inserire questi ragazzi traumatizzati in scuole speciali con la diagnosi di non educabilità, ma egli si oppose fondandosi sulla convinzione che era possibile per loro recuperare una vita normale e serena, che il loro cervello avrebbe potuto ricostruirsi, sanando le aree fortemente debilitate dall’esperienza invalidante della schiavitù e dell’umiliazione.

In questo modo precorse di decenni le moderne teorie delle neuroscienze che oggi conosciamo bene: il cervello con le adeguate cure e con specifiche sollecitazioni può recuperare o bypassare eventuali lesioni che complicano le normali attività cognitive e cerebrali.

Il Metodo Feuerstein si basa sull’incrollabile fiducia nella capacità di modificabilità, e quindi di miglioramento continuo, dell’essere umano. Una delle sue frasi preferite è “Sta sicuro, c’è speranza!” e questa speranza è da coltivare e perseguire anche e soprattutto nelle situazioni più difficili.

In che cosa consiste il cosiddetto Metodo Feuerstein?

Innanzitutto è indispensabile la figura del Mediatore, perché siamo all’interno della pedagogia della mediazione. Lavorando insieme al bambino, il Mediatore si assume la responsabilità del cambiamento del piccolo paziente, credendo fortemente in lui e aiutandolo a costruire la propria autonomia, in modo da poter poi mettere a frutto i propri talenti nel miglior modo possibile.

Voglio usare una immagine: avete presente una casa in costruzione? Durante i lavori è di solito circondata da impalcature che permettono il lavoro da parte degli operai. Ecco, il Mediatore è quell’impalcatura, che viene smantellata appena la casa è finita e solida. Il Mediatore si occupa di scegliere, selezionare, adattare gli stimoli che servono per la crescita cognitiva ed emotiva del bambino.

Chi lavora con il P.A.S. (Programma di Arricchimento Strumentale) utilizza delle schede specifiche che servono da palestra cognitiva e vanno a lavorare sulle funzioni cognitive, che sono i mattoncini del pensiero. Tutti noi abbiamo funzioni cognitive più attive e altre più sopite e questo spiega come mai siamo più abili in alcuni campi e facciamo molta più fatica in altri.

Sul pensiero tuttavia si può e si deve lavorare, soprattutto in caso di difficoltà specifiche, perché l’intelligenza si può imparare, così come si può imparare ad imparare!

Accanto al lavoro del Mediatore con le schede c’è anche il cosiddetto ponte con la vita e la realtà vissuta, che è ciò che permette la generalizzazione delle esperienze di apprendimento nella vita quotidiana e chiaramente in questa fase sono importantissimi i cosiddetti ambienti modificanti, ossia tutti i luoghi fisici e del cuore che il bambino abita. Famiglia, scuola, extra-scuola sono gli ambienti modificanti per eccellenza nei quali il cambiamento e la modificazione positiva vanno sostenuti e implementati. Il ragazzo infatti può magari fare esperienza di competenza ed efficacia con il suo Mediatore, ma se poi quando rientra a casa il papà gli dice “Sei sempre il solito, non capisci niente!” ecco che la modificabilità viene ostacolata e il ragazzo si trova in un conflitto certamente poco utile ad un sereno sviluppo e apprendimento.

Insomma, vediamo come nel Metodo Feuerstein venga coinvolta tutta la persona, mente e cuore, compresi gli ambienti che abita.

A chi può essere utile il Metodo Feuerstein?

Da 0 a 99 anni a tutti!

Battute a parte, il P.A.S. si utilizza in diversissimi modi, perché è flessibile e l’efficacia è garantita dal Mediatore, che utilizza le schede come un bravo sarto fa con il tessuto che cuce su misura per il suo cliente. La stoffa è simile, ma il risultato finale è più che personalizzato.

I campi di applicazione sono la prevenzione, il potenziamento cognitivo, le riabilitazione, la formazione.

Il Metodo Feuerstein si utilizza quindi

  • Per il potenziamento cognitivo
  • Per l’educazione cognitiva-emozionale
  • In caso di esigenze speciali (handicap, DSA, problematiche varie)
  • In presenza di malattie che intacchino la normale attività cognitiva (demenza senile, patologie tumorali, incidenti)
  • In sostegno a percorsi personali di ridefinizione di sé, di cambiamento
  • In caso di violenza, per ristrutturare gli atteggiamenti e i comportamenti che seguono ad eventi traumatici
  • Come occasione di formazione e riqualificazione in campo personale e personale
  • Come sostegno per percorsi scolastici e genitoriali

Il lavoro può essere sia personale che di gruppo.

Bibliografia

  • R. Feuerstein e coll. NON ACCETTARMI COME SONO Sansoni Editore 1995
  • R. Feuerstein e coll. LA DISABILITA’ NON E’ UN LIMITE Libri liberi. 2005
  • J. Kopciowski Camerini L’APPRENDIMENTO MEDIATO. Orientamenti teorici ed esperienze pratiche del metodo Feuerstein, Ed. La Scuola 2002
  • J. Kopciowski MIGLIORARE SE STESSI PER OTTENERE DI PIU’ Riflessioni teoriche e proposte operative secondo il pensiero di Reuven Feurstein. Koinè – Centro interdisciplinare di Psicologia e Scienze dell’Educazione – 2007
  • P. Vanini POTENZIARELA MENTE? UNA SCOMMESSA POSSIBILE: la mediazione dell’apprendimento secondo il Metodo Feuerstein Vannini Editrice –Brescia 2003
  • Nessia Laniado COME INSEGNARE L’INTELLIGENZA AI VOSTRI BAMBINI , Ed. Red, 2005
  • Nessia Laniado COME STIMOLARE GIORNO PER GIORNO L’INTELLIGENZA DEI VOSTRI BAMBINI. IL SECONDO GRANDE LIBRO SUL FAMOSO METODO FEUERSTEIN, Ed. RED, 2005

(fonte: modenabimbi.it)

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Alcuni Centri Feuerstein, ma corsi sul metodo sono stati organizzati in tutta Italia

 

mail: m.boninelli@unive.it 

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CAM – Centro Apprendimeto Mediato (Rimini)

http://www.cam.rn.it/

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Imparole (Milano e dintorni)

http://www.imparole.it/index.php?option=com_content&view=article&id=54&Itemid=62

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CIRS – Firenze

http://www.cirsitalia.it/met-feuerstein.html

 

IRRE-Emilia Romagna – ente pubblico

http://www.irreer.it/feuerstein/infogenerali2007.pdf

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Centro per lo Sviluppo delle Abilità Cognitive Coop.Sociale (Milano e dintorni)

http://www.sviluppocognitivo.it/

 

Istituto Nazionale di pedagogia familiare (Roma)

http://www.pedagogiafamiliare.it/file/corso_metodo_feuerstein.html

Scelta delle superiori: Mamma Sabri: “Metodo Feuerstein: un momento…anch’io finalmente sto pensando”

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“L’incontro con il metodo Feuerstein (il cui motto è appunto “un momento sto pensando”) è avvenuto grazie a mia figlia, una solare e caparbia ragazzina etiope con noi da 5 anni. La valutazione degli apprendimenti, fatta alla fine della seconda elementare aveva evidenziato difficoltà di apprendimento specie nell’ambito visuo-percettivo e nella pianificazione del lavoro, difficoltà che si ripercuotevano a livello scolastico nelle diverse discipline e nella relazione tra pari. 

La scuola per K. è sempre stata un importante luogo di socializzazione e occasione di incontro, ma per quanto riguarda la formazione che offriva, questa era vissuta con ansia, competizione, senso di inadeguatezza e frustrazione. Facilitarle il percorso scolastico affiancandole qualcuno nei compiti pomeridiani, rinforzare i punti deboli con esercizi adeguati avrebbe significato caricarla tutti i giorni di altro lavoro, cosa che lei assolutamente non avrebbe accettato. 

La psicologa mi consigliò quindi di potenziare la flessibilità cognitiva applicando il metodo Feuerstein. Tale metodo prevede che il bambino, o l’adulto, affiancato da un mediatore e attraverso appositi strumenti di lavoro, possa incrementare le proprie capacità cognitive e possa modificare i propri schemi mentali, senza passare attraverso le discipline scolastiche. Non senza fatica, comunque! E’ un processo dinamico in cui il ragazzo è chiamato ad essere protagonista attivo; è quindi indispensabile che riconosca che c’è un problema e che collabori fattivamente per risolverlo. 

K. ha seguito il metodo Feuerstein per circa due anni presso un studio a Villafranca di Verona. Non ha mai completamente digerito il fatto di aver bisogno di qualcuno (un mediatore nella fattispecie) o di strategie particolari per superare le sue difficoltà; in alcuni momenti ha opposto resistenza passiva al metodo che comunque deve aver lavorato lentamente dentro di lei. Le maestre hanno sottolineato il miglioramento, in particolare nella comprensione del testo e gli equivoci con le compagne sono finalmente cessati. 

Attualmente K. ha sospeso il percorso, per dar modo al suo cervello di cristallizzare quanto appreso; io ho invece  intrapreso un corso di formazione sul metodo Feuerstein spinta dai risultati ottenuti e dalla curiosità. Ho provato su me stessa le difficoltà vissute da mia figlia, ma nello stesso momento ne ho potuto anche verificare le potenzialità. E’ un metodo che ti costringe a riflettere, ad analizzare i fatti prima di prendere decisioni, invita al confronto, a leggere le tue e altrui emozioni, ad accogliere anche le idee degli altri, a riconoscere le relazioni significative e ad applicare tutto questo nella vita di tutti i giorni. Infine ritengo che i Criteri di Mediazione, su cui il metodo si basa, siano principi particolarmente utili per affrontare le difficoltà che la genitorialità adottiva porta con sè.”

Scelta delle superiori. L’esperto: “Adozione e apprendimento scolastico”

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di Claudia Artoni Schlesinger e Patrizia Gatti

Estratto dell’articolo pubblicato su http://spazioadozioneticino.blogspot.it/2009/04/adozione-e-apprendimento-scolastico.html

“I genitori pongono spesso agli ‘esperti’ un quesito su un problema molto diffuso tra i bambini adottivi, ma non facile da affrontare e tanto meno da risolvere: quello delle difficoltà scolastiche che questi figli particolari trovano sul loro cammino. Vorrebbero sapere come comportarsi e, se esistono, avere ricette già pronte da applicare più o meno automaticamente e magicamente. (…) spesso quello che vale per un bambino o un adolescente non vale per un altro e che ogni situazione richiede attenzione, studio e fantasia, pensiamo proprio fantasia, particolari. E’ la fantasia che suggerisce pensieri nuovi.

David Grossman, in un suo libro su un bambino particolare, fa dire a un suo personaggio (una signora facente per il bambino funzioni di madre), che sta parlando con l’insegnante del suo pupillo: “Forse non tutti [i bambini] sono adatti all’inquadramento della scuola! Ci sono persone rotonde, mia cara signora, ci sono bambini a forma, diciamo, di triangolo, perché no, e ci sono… ci sono bambini a zigzag!” I bambini adottivi sono veramente bambini a zigzag.

(…)Perché a zigzag? Perché per essere adottati hanno dovuto percorrere nella realtà e nel mondo interno, fuori e dentro se stessi quindi, un percorso non lineare dalla nascita alle varie fasi di sviluppo che per loro sono esperienze che quasi sempre non determinano memorie riconducibili alla memoria esplicita o autobiografica, ma si depositano nell’inconscio non rimosso riemergendo eventualmente in immagini frammentate difficilissime da riunire in un discorso che abbia il significato di una storia della propria vita. (…) 

La tentazione di attribuire ogni difficoltà a un’origine emotiva dovuta alla storia particolare dei bimbi, lascia poco spazio al pensiero che porta alla comprensione del nuovo, soprattutto se il nuovo è un bambino diverso, a zig-zag appunto. (…) Tuttavia il cervello dell’uomo è fatto di reti neuronali estremamente plastiche, in continuo cambiamento. La combinazione di una diversità genetica, di una diversità di esperienze di vita, e di una non trascurabile componente di mere casualità in cui tutti inevitabilmente incorriamo, fa del cervello di ciascuno di noi un organo irripetibile. E quindi anche per questi bambini particolari non è possibile parlare di una situazione psicologica statica che li caratterizzerebbe dalle origini e sarebbe la causa immodificabile delle difficoltà di apprendimento e inserimento. Anche nel loro caso non si può che pensare che la persona è il risultato del complesso processo che abbiamo descritto prima. Non è quindi solo importante l’ambiente originario, ma anche quello nel quale il bambino ha vissuto e vive ora. 

La realtà è poi molto variegata per cui il singolo è sempre un unicum. Infatti se è vero che molti bambini adottati hanno gravi problemi di apprendimento è anche vero che altri ne hanno di ben minori, anche se le storie sembrano simili e spiegare i differenti risultati non è facile. 

(…) Sappiamo, e non deve essere dimenticato, che tutti i bambini apprendono, ma non tutti hanno gli stessi tempi e le stesse dotazioni intellettuali. Non è possibile pensare che un bambino nato in ambienti culturali differenti, dove spesso è vissuto per lunghi periodi sentendo parlare lingue diverse, abbia la stessa rapidità di comprensione di un altro abituato da sempre alla lingua del paese in cui vive. Il bimbo adottato, portato, senza averlo chiesto, in un paese diverso, spesso lontanissimo dal proprio, si ritrova a dover affrontare le difficoltà di un contesto linguistico totalmente differente. Magari, col tempo, una volta cresciuto, questa nuova persona mostrerà anche capacità superiori rispetto ad altri, ma devono essergli concessi, come sottolineavamo, i suoi tempi e le sue strategie di apprendimento.(…) Cambiare ambiente significa essere immessi in un mondo completamente nuovo, dove diversi sono gli odori, i rumori, i colori, la musica e, nel caso dei bambini che arrivano da altri paesi, come già sottolineavamo, anche l’ambiente linguistico. Tutto ciò è un’importante parte costitutiva del trauma che accompagna i bambini che vengono avviati all’adozione.

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Problemi legati alla lingua

Per i bambini adottati ogni difficoltà di comprensione anche solo di una parola difficile è solo la conferma della loro diversità vissuta come inferiorità. E tutto ciò è fonte di frustrazione.
Sappiamo che giungere a tollerare la frustrazione (e nel caso dell’apprendimento la prima frustrazione sta nel non capire, non riuscire ad accettare di non sapere) è essenziale per lo sviluppo del pensiero. Il bambino che tenta di sfuggirla in ogni modo, finisce per evitare anche di pensare, provocando l’inibizione del pieno utilizzo delle sue capacità mentali. Intendiamo dire che evitando di pensare evita, per ricordare Bion e il suo insegnamento, di utilizzare l’esperienza per apprendere. Poter pensare all’insuccesso potrebbe indurlo a cercare soluzioni diverse al problema non risolto, per evitare altre frustrazioni dolorose. Gli effetti della fuga dalla frustrazione possono essere devastanti: si può andare da un iniziale apparente congelamento di ogni facoltà di pensiero a un’incapacità generalizzata ad apprendere. Imparare comporta il riconoscimento di non sapere, la dipendenza da qualcuno che già sa ed un graduale ricevere ed assimilare, così come il crescere della personalità può solo avvenire attraverso faticosi passaggi graduali. (Vaciago Smith, 1986).

(Seguono due casi clinici). 

CONCLUSIONI
Si può concludere con qualche pensiero generale? Forse ancora no. E’ risultato evidente dal nostro lavoro, che ogni bambino ha proprie strategie di apprendimento che vanno scoperte, capite e favorite nel senso soprattutto di rimuovere gli ostacoli psicologici che si oppongono a un libero fluire del pensiero. Non è certamente una particolarità dei bambini adottivi perché, se andiamo a cercare in profondità, ogni piccolo umano apprende secondo suoi criteri particolari. 

Nei bambini adottivi però possiamo sottolineare che esistono difficoltà specifiche. Gli ostacoli più evidenti sono in genere quelli che hanno a che fare con l’impossibilità di pensare alle proprie origini. Ipotizziamo che questo blocco costituisca un impedimento verso ogni forma di apprendimento che venga in qualche modo, esplicito o meno, ricollegato all’abbandono subìto. L’abbandono è una ferita narcisistica primaria eventualmente rimarginabile e cicatrizzabile, ma inguaribile in profondità. “Perché sono un bambino abbandonato e, quindi, diverso”. Questo è il pensiero che sta alla base del loro sentirsi inferiori ai propri compagni e comunque con caratteristiche diverse e con mancanze primarie fondamentali. 

Per il momento non possiamo dire altro che il lavoro con quelli di loro che hanno difficoltà scolastiche si svolge soprattutto nella direzione di portarli a poter pensare al dolore che si portano dentro relativamente a questa loro condizione. Vorremmo aggiungere una nota che ha a che fare con una triste situazione politica di questo momento: sembra che si stia pensando di costituire classi per i bambini stranieri che non parlano bene l’italiano. Come non pensare che anche i bambini adottati stranieri di origine potrebbero essere confinati, ghettizzati meglio, in classi che fanno tanto pensare alle vecchie classi differenziali? E’ di conoscenza generale che l’apprendimento è favorito in modo essenziale dalla relazione con gli altri e con i coetanei in particolare. Come è possibile pensare che si prendano provvedimenti così dannosi per bambini che non hanno la possibilità di difendersi? E’ molto facile pensare che si colpiscano i più deboli perché non possono protestare… Forse (protestare) potremmo farlo noi che di questi piccoli ci occupiamo per farli stare meglio.”

Scelta delle superiori. Lettera di un padre adottivo 6: “Conclusione”

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Come ho detto all’inizio ho scritto tutto questo “dalla parte del torto”. E questo mi espone alla sua probabile osservazione che mio figlio non era adatto al suo liceo. So bene che tre ore al giorno di studio a casa, in questa fase della sua vita, non sono la migliore via per consentirgli di fare i conti con la sua storia personale. Ma è certo che avete perduto una risorsa. Avete perduto uno studente indubbiamente impegnativo, difficile, con delle sue lacune e lentezze. E con alcune genialità. Ma che è una sfida per un liceo sociopsicopedagogico che vuole essere tale. 

Non voglio chiedere alla scuola di risolvere i problemi sociali. Mi fa però riflettere un’osservazione di mia moglie: “Cosa sarebbe successo a un altro ragazzo se fosse venuto da una famiglia non preparata a far fronte al suo fallimento scolastico? Dove sarebbe finito questo ragazzo?”. 

Vede, e non se ne abbia a male se qui sarò un filo polemico, ma l’esperienza in questo liceo mi ricorda quell’insegnante della scuola elementare che a Francois Truffaut bambino inflisse una pena severa perché in un tema aveva saccheggiato un intero brano da Balzac. Anziché comprenderne la grandezza interiore, si era fermato alla superficie. Poi Truffaut divenne il grande regista che divenne. Certo, era tutto tranne che uno “scolaro modello”. Ma se non ci pensa un liceo che si definisce delle “scienze umane” ad attrezzarsi per vincere queste sfide, chi ci pensa? 

Ricordo bene la coordinatrice affermare, in un consiglio di classe, che “non siamo più alle medie, siamo al liceo”. Ecco, mi aspetto – come cittadino – che offriate servizi e una didattica all’altezza del liceo delle scienze sociali. Non vorrei che qualche suo insegnante avesse sbagliato scuola. E che qualche altro si fosse dimenticato che la prima e la seconda liceo rientrano nell’ambito dell’obbligo scolastico. E a questo proposito le pongo alcune domande: 

– c’è stata azione di riorientamento per mio figlio? C’è azione di riorientamento per i ragazzi e le ragazze che non sono in grado di finire con successo il biennio? Se mi baso sulla mia esperienza, la risposta è no. Nessuno ci ha detto che c’è un progetto della Provincia per riorientare gli studenti, con test e colloqui psico-attitudinali. L’abbiamo scoperto da soli, grazie alla vicepreside di un istituto tecnico che abbiamo contattato quasi sul filo della disperazione. E trovo che questa lacuna sia gravissima.

– certamente alcuni ragazzi e ragazze (mio figlio incluso) non sono in grado di affrontare tre ore di studio al giorno. Non perché non siano in grado di farlo, a livello cognitivo, ma perché – per vari motivi – non hanno un impegno adatto a un liceo “tradizionale”. Va quindi benissimo se vengono consigliati di frequentare altre scuole o se vengono respinti. Ma credo che dovreste porvi il problema di lasciarli andare facendo loro due doni: un metodo di studio degno di questo nome e la consapevolezza di cosa vogliono e possono fare. 

Chiudo con tre considerazioni, che mi creano molta amarezza.

La prima è che mio figlio ha la fortuna di avere una famiglia culturalmente ed economicamente “equipaggiata”. Mi domando, che sarebbe accaduto se fossimo altri genitori. Mi domando – con mia moglie – che fine fanno i ragazzi e le ragazze in difficoltà che vengono da famiglie meno dotate, a livello economico o culturale. 

La seconda considerazione è che trovo vergognoso che una insegnante di sostegno, peraltro di un altro studente, si permetta di trattare con ostilità e disprezzo un ragazzino.  E’ gravissimo che un ragazzino si senta “nel mirino”. E non ho parole educate per esprimere il mio sgomento e la mia irritazione su questo punto. Se lo stesso comportamento lo avessero tenuto due compagni di classe, adesso staremmo ipotizzando un caso di bullismo. Non è un caso se solo due insegnanti si sono ricordati di mio figlio, alla vigilia del suo ritiro: l’insegnante di sostegno nelle materie umanistiche e l’insegnante di storia. A loro va il nostro ringraziamento e la nostra riconoscenza. Gli altri insegnanti sapevano poco o nulla. Erano impegnati in faccende più importanti che chiedersi perché un ragazzino lascia la scuola. Forse non lo reputano un affare loro. Credo invece che lo sia. 

La terza considerazione è che se vi fosse stata la “volontà pedagogica” di seguire nostro figlio,  sarebbe stato probabilmente respinto o rimandato, per poi andare nell’altro istituto dove proseguirà gli studi. Ma avrebbe mantenuto l’amore per la scuola, per la vostra scuola. Mia moglie ed io abbiamo dovuto tenerlo a casa da scuola per evitare che svanisse quel poco che gli rimaneva d’amore per lo studio. Ora, è paradossale che due genitori siano costretti a ritirare un figlio da scuola per evitare che si faccia del male… a livello scolastico. 

Mi sono voluto esprimere in modo sincero e a tratti anche ruvido, in considerazione del fatto che, se mi permette, come cittadino contribuente verso le imposte anche per pagare gli insegnanti della scuola italiana. Anche di quelli “distratti”.

Cordiali saluti.

Un papà

Scelta delle superiori. Lettera di un padre adottivo 5: “Il consiglio di classe”

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Nell’ultima riunione del consiglio di classe – sono stato rappresentante dei genitori – mi hanno colpito alcune cose. La prima è una conferma: non esiste il dibattito. Ci siamo seduti lì solo per ratificare cose già decise.

Quanto ai libri, mi sono reso conto che a nessuno dei suoi insegnanti interessa sapere cosa pensiamo noi genitori. Magari avrei potuto dire che il testo di Economia e Diritto, oltre ad avere qualche penoso passaggio “ideologico” (senza riscontro scientifico), è scritto… coi piedi: hanno proprio sbagliato l’editing. Tanto fumo e tante parole, e poco arrosto. Avrei anche potuto dire che io studio francese, con un’insegnante madrelingua docente alle superiori, su un testo decisamente più interessante e più ricco di esercizi di quello adottato. O avrei potuto osservare che il libro di Storia avrebbe bisogno di una “ripulita” al testo e dell’aggiunta di schemi e grafici. 

La coordinatrice si è lamentata – esprimendo l’opinione di tutti i docenti – del fatto che la classe nell’ultimo mese è “distratta”, poco attenta, si chiacchiera troppo. Non so se è da mettere in relazione con la presenza di mio figlio, a cui la stessa insegnante ha fatto riferimento (senza citarlo) come di un “problema”. Mi lasci dire che la cosa mi ha profondamente turbato e amareggiato. Non ho voluto dire nulla, perché avrei dovuto citare gli episodi che le ho riferito, e questo non sarebbe stato corretto in un rappresentante di classe. 

Peraltro, un mese dopo il ritiro di mio figlio, ho avuto notizia che il clima in classe non era migliorato. Allora pongo a lei e ai suoi insegnanti qualche domanda. A nessuno è venuto in mente che magari la colpa non è solo degli studenti – che ci mettono del loro, sia chiaro, e vanno puniti con severità dove necessario – ma anche di chi non sa appassionare? A nessuno viene il dubbio che non sa affascinare i suoi studenti, non li sa motivare e catturare?  C’è nessuno che osa pensare che si può insegnare divertendo?  Eppure dovrebbe fare riflettere l’ennesima scoperta che le emozioni lasciano segni indelebili nella conservazione dei ricordi. Riuscite ad emozionare i vostri studenti? Ne favorite la creatività? E ancora: riuscite qualche volta a ridere? Perché nel consiglio di classe tira un’aria seria da   vecchio Pcus. Questo avrei voluto chiedere, con modi educati sia chiaro, se solo… si potesse parlare nel consiglio di classe del suo liceo. 

Mi permetto allora di consigliare, a questo proposito, l’interessante intervento – visionabile su Youtube – di Sir Ken Robinson. E’ uno studioso che pone una domanda doverosa per un liceo delle scienze sociali: “Do schools kill creativity?”. Sono 20 minuti di filmato che fanno pensare e che divertono. Divertimento e riflessione non sono nemici…

(continua…)

Scelta delle superiori. Lettera di un padre adottivo 4: “Gli insegnanti di mio figlio”

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Dell’esperienza di mio figlio, mi sembra giusto segnalarle alcuni fatti. E’ un punto di vista “parziale”, ma che fa comunque pensare. 

– A ottobre, mio figlio viene interrogato in Scienze della Terra, la sua materia preferita alle medie. Qualche giorno prima l’avevo interrogato ed era da sufficienza: una sufficienza dovuta alle difficoltà espressive causate dall’emotività. Nell’interrogazione, l’insegnante di Scienze della Terra rileva invece un’insufficienza: 5. Ci può stare. Peccato che intervenga l’insegnante di sostegno nelle materie scientifiche dell’alunna con disabilità, e affermi che per lei il voto giusto è un altro: 4. Da allora mio figlio non ha più voluto sentir parlare di Scienze.

Ora, mi chiedo e le chiedo: è mai possibile che alla prima interrogazione, a ottobre, si possa umiliare in questo modo uno studente? Se poi penso che si tratta di un’insegnante di sostegno, non posso che provare sconcerto.

– Scienze sociali era nel cuore di mio figlio. Tanto che il libro di testo se lo sta leggendo per conto suo. Il libro affronta, del resto, temi su cui dibattiamo in casa. Mio figlio, però, è rimasto turbato – non da solo – dal riferimento all’orsacchiotto della prima infanzia fatto durante una lezione. Vorrei chiedere all’insegnante: non si è resa conto che aveva due figli adottivi in classe e che loro non sanno cosa sia un orsacchiotto, ma sanno molto bene cosa sia “non” avere una mamma e una casa e un papà e una famiglia?

Quella stessa insegnante non si è mai ricordata di rispondere a una curiosità di mio figlio che voleva avere dei chiarimenti, dato il suo vissuto, sul tema dell’infanzia. Ora, è deludente che un insegnante non dia risposta alle curiosità personali di uno studente. E’ ancor più deludente che lo faccia l’insegnante di Scienze sociali, di fronte alla richiesta su argomento delicatissimo qual è quello dell’infanzia in un ragazzino adottivo.

– L’insegnante di Diritto, a qualche giorno dal ritiro dalle lezioni, chiede a mio figlio se ha il libro e il quaderno. Lui non li ha, né ha intenzione di eseguire gli ordini dell’insegnante. Grave insubordinazione, concordo. Gravissimo atto di maleducazione. Questo non giustifica, però, l’uscita dell’insegnante: “Tanto sappiamo chi sei e che problemi hai”. Ora, qui le chiedo: chi è il maleducato e chi è l’arrogante? Chi è l’adulto e chi è il ragazzino? Chi dovrebbe cambiare scuola?

(continua…)

Scelta delle superiori. Mamma Giusy: “La mancata empatia della prof e l’insegnamento di mio figlio”

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“Ieri sono stata convocata dalla prof di francese di mio figlio che frequenta quest’anno la terza media. Sabato scorso è tornato a casa parecchio turbato per una comunicazione negativa della professoressa appunto. L’ho trovato in lacrime e molto risentito perché, secondo lui, “non era giusto”… Insomma, è stato ripreso per aver dato un calcio alla sedia. La nota nel registro di classe e la conseguente comunicazione sul diario per la convocazione dei genitori, ha provocato in lui una reazione spropositata, dando vita ad una specie di “teatrino” patetico di fronte a tutta la classe. Lui dice che proprio perchè non era giusto ha iniziato a pestarsi addosso, al che la prof gli ha detto che era ineducato e che doveva farsi controllare da qualcuno.

Questa sua versione mi ha mandato in bestia. Certo, anche con noi a volte ha queste reazioni, ma nel contesto della sua evoluzione educativa, per noi genitori hanno un senso. Dunque sono andata con l’intenzione più che legittima di difendere mio figlio, non di giustificarlo o assolverlo, ma comunque di sottoporre alla prof almeno le attenuanti del caso. Evidentemente troppo coinvolta ed emotivamente troppo nervosa, ho esternato ciò che avevo da dire con un nodo alla gola e la voce tremante. Hector è stato chiamato davanti a me e continuava a dire che non aveva dato un calcio alla sedia, ma era solo inciampato, inoltre la prof sosteneva di averlo chiaramente sentito dire a lei: “Ma vaffà”…

In mezzo a tutta la discussione precedente e successiva, un fatto mi ha lasciato una densa amarezza: la prof, rivolgendosi a mio figlio, quasi intimandolo, ha detto: “Lo capisci che è la tua parola contro la mia?”…. A quel punto ho pensato che mio figlio poteva avere anche ragione, ma che era inutile continuare la discussione. Sono andata via in lacrime… Mi sono ritrovata inghiottita nell’abisso del dubbio della mia incapacità. Lei ha sicuramente aggiunto cemento alle fondamenta della sua autostima, io e mio figlio invece, dinnanzi a lei, l’abbiamo persa. Di questo lei si farà forte con i suoi colleghi, di questo io mi farò debole davanti a me stessa.

Ma qualcosa è successo dopo. Hector, tornato a casa, mi ha detto: “Mamma, lo so che sei andata via triste, mi dispiace non poter provare la mia innocenza…”. C’è un sentiero che i figli adottivi percorrono scoprendo l’empatia verso i genitori che a 14 anni non tutti hanno…”

Scelta delle superiori. Lettera di un padre adottivo 3: “I servizi per gli studenti, il metodo di studio e lo psicologo”

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Un rilievo importante mi sento di doverlo fare sul vostro corso sul metodo di studio della durata di… sei ore. Non critico gli ottimi insegnanti che lo curano e di cui nostro figlio conserva un positivo ricordo. Il problema è un altro, e ben più serio.

Ho frequentato da poco proprio un corso sul metodo di studio. Ecco quanto è durato: 20 ore di lezione e lavoro in aula durante un weekend, esercizi a casa per mezzora al giorno per altri 20 giorni (con consulenza quando si avevano dubbi) e una giornata di follow-up. 

Il costo? 400 euro a testa. Capisco che una scuola non possa permettersi tanto. Sarebbe allora meglio dire ai genitori: questo è quanto offriamo noi, poi a pagamento se volete c’è anche quest’altro. Oppure, la stessa scuola potrebbe rinunciare ad altre iniziative pur interessanti (ma non essenziali) e puntare molto su un corso, quello sul metodo di studio, che è strategico e talvolta decisivo per la riuscita scolastica. Per non dire degli insegnanti, che potrebbero impararlo a dovere (400 euro sono una cifra inarrivabile?) e trasmetterlo agli studenti. 

Avremmo così, al posto di improbabili e noiosi schemi monocromatici, l’impiego delle “mappe mentali” inventate da Buzan e che in una scuola cittadina già insegnano ad alunni… di otto anni. Imparando un vero metodo di studio, e insegnandolo, qualche vostro insegnante potrebbe fare scoperte interessanti:

– che si può insegnare Diritto in modo molto meno noioso

– che le Scienze della Terra sono piacevoli e che con la scienza ci si può divertire e che divertendosi si apprende

– che i vocaboli di lingua straniera non si imparano ripetendo in modo noioso, ma si imparano utilizzando il lato creativo della nostra mente. 

All’Università abbiamo una dottoressa di ricerca che si occupa di “Cooperative Learning”, tecnica utile sia per l’insegnamento che per la gestione dei conflitti e dei gruppi. Anche questa potrebbe essere una tecnica alternativa alla mera trasmissione di nozioni, specie per quegli studenti che hanno voglia di apprendere, ma sono poco motivati dalle lezioni tradizionali. 

Ecco, da un liceo sociopsicopedagogico mi aspettavo questo. E altro. 

Che dire, poi, dello psicologo? Non lo conosco. Mio figlio non lo conosce e non gli è stato consigliato di contattarlo, quando ha dato i primi segnali di crisi nello studio. Ma, allora, chiedo: se non sono gli insegnanti a consigliare a un alunno disorientato di rivolgersi allo psicologo, chi deve farlo?

E se non è lo psicologo che si interessa di motivazione allo studio e delle ragioni per cui uno studente uscito dignitosamente dalle medie va in crisi, chi deve farlo?

(continua…)