Storia familiare. I Nostri Padri: “Ogni vita è degna di una storiografia”

Standard

di Valeria Poletti – studiosa di teologia e mamma adottiva

Secondo il cardinal Martini la linea demarcatoria del mondo non passa fuori da noi ma dentro i nostri cuori: non possiamo dividere il mondo in credenti e non credenti ma, secondo il suo invito, in pensanti e non pensanti. Per questo me la sono sentita di stendere alcuni pensieri: non sono proclami di fede ma letture e riletture, impastate di dubbi, di incertezze, di gioie e di consolazioni. Di umanità dunque.

Vi propongo i primi 18 versetti del vangelo di Matteo. Sono un noiosissimo elenco di avi di Gesù. Sono nomi di emeriti sconosciuti o quasi. Chi si aspetta, per il figlio di Dio, una genealogia di santi, re e conquistatori deve cambiare prospettiva. Non sono versetti che parlano di grandi eroi ma di dimenticati.

E la “buona notizia” sta proprio lì: ciascuna vita è degna di una storiografia. Nessuna vita è mai così piccola da non essere una rivelazione di eterne speranze.

Così in quegli aridi versetti troviamo vite inattese: Tamar bella, intensa ed incestuosa; Raab di professione prostituta e Ruth, candida ed astuta adescatrice. Strana famiglia quella di Gesù, dove si mescolano re ed emarginati.

Ma che bisogno c’era di scrivere questa genealogia: di tutte le cose che si potevano raccontare di lui, proprio una storia di nascita illegittima e di progenitori discutibili dovevano scrivere? Perchè inserire un figlio adottato in un albero genealogico, senza se e senza ma.

Essere figlio è essere parte di una storia. La storia può avere vari rami, grovigli di radici, ma ad un certo punto c’è un innesto che affilia. L’incarnazione di Gesù è un’affiliazione, un’affiliazione che non significa sangue. Non c’è sangue puro nella sua genealogia e nemmeno nella sua nascita, ma c’è appartenenza. Questo è essere figli.

Giuseppe il padre adottivo ci dice qualcosa di definitivo sull’affiliazione: Gesù è della sua famiglia, e basta. Giuseppe, figlio del suo tempo, pensava alla paternità come potenza sessuale, come atto volontario e voleva ripudiare Maria. Poi sogna (nell’antichità dire sogno era dire interiorità e profondità) e capisce che ogni paternità è adottiva e che ogni paternità è percorso e non stato o possesso.

Maria e Giuseppe non sono una coppia sdolcinata e patinata, sono genitori molto molto deprivati. Giuseppe deve perdere la mentalità maschilista del procreatore ed accettare di perdere l’iniziativa. Maria deve abbandonare i sogni infantili di un figlio perfetto. La sua risposta all’angelo «sia fatta la tua volontà» non esprime la rassegnazione di chi capisce che non avrà il figlio che ogni madre desidera, ma è risposta dolorosa di chi accetta un figlio reale e non immaginato, un figlio che non avrà di sicuro la vita che le madri desiderano per i propri ragazzi: testardo, disubbidiente, emarginato, sbeffeggiato, braccato dalle forze dell’ordine. Ma pur sempre amato, anche nella sua incomprensibilità, riconosciuto per quello che era: un figlio.

Se volete approfondire le riflessioni i testi di riferimento sono due: Paul Beauchamp, “Cinquanta ritratti biblici” e Jean Paul Pierron con “I genitori non si scelgono”.

 

Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...