Archivio mensile:ottobre 2012

Scelta delle superiori. Save the Children: “La piaga dell’abbandono scolastico in Italia”

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La dispersione scolastica è un argomento che ci interessa perché una discreta percentuale dei nostri figli ha difficoltà scolastiche e quindi vi è una maggiore probabilità che decidano di abbandonare la scuola. Vediamo come ha lavorato Save the Children per evitare la dispersione: per il suo progetto ha coinvolto i ragazzi in attività di laboratorio creativo e ha affiancato degli adulti ai minori in difficoltà.  Il progetto per contrastare la dispersione scolastica attivato da Save the Children ha evidenziato che quasi 114 mila minori tra i 14 e i 17 anni abbandonano la scuola ogni anno, oltre il 20% vivono in Campania, 1.283 a Napoli. Di seguito un estratto dal materiare reperibile sul sito dell’associazione.  

“Il lavoro per portare qualche soldo in più a casa, dove conoscono spesso povertà, violenza, precarietà. L’obbligo di occuparsi dei fratelli più piccoli o delle faccende domestiche, soprattutto per le ragazzine. La noia e disaffezione verso lo studio. La poca convinzione dei genitori stessi, a loro volta poco o per niente scolarizzati. La vita di strada e l’ “arruolamento” da parte delle organizzazioni criminali. Sono alcune delle ragioni che allontanano dalla scuola molti bambini e adolescenti della Campania e di Napoli: una regione e una città che continuano a far registrare tassi di dispersione scolastica tra i più alti d’Italia. Un problema già grave che la crescente crisi economica e sociale, con i conseguenti tagli all’istruzione, rischiano di amplificare.
E’ quanto emerso oggi dalla Conferenza di presentazione dei risultati e delle iniziative del progetto di contrasto alla dispersione scolastica “W la scuola” promosso a Napoli da Save the Children, in collaborazione con il Comune di Napoli e con il sostegno di Sisal. (…)

 La dispersione scolastica in Italia e in Campania.

Sono quasi 114.000 i ragazzi e le ragazze fra i 14 e i 17 anni in Italia che, spesso dopo ripetute bocciature, una frequenza discontinua, cambi di classe o scuola, arrivano all’estrema decisione di chiudere con gli studi e qualsiasi attività di formazione.

Di essi, quasi 23.000 vivono in Campania, pari a oltre il 20% del totale nazionale. A Napoli sono 1.283 i minori – 623 maschi e 660 femmine – che hanno messo da parte prematuramente i libri e che non vanno più a scuola. Di questi ben 194 pari al 15,1% sono bambini della scuola primaria. 770, pari al 60%, sono di scuola secondaria di primo grado, 319, pari al 24,9% di scuola secondaria di secondo grado. Numeri allarmanti che indicano come la dispersione stia diventando un fenomeno sempre più precoce e che pongono la Campania e Napoli fra le regioni e le città italiane con in più elevati tassi di dispersione scolastica, dopo la Sicilia, la Sardegna e la Puglia. (…)

“La dispersione è un problema molto grave perché non solo segnala una difficoltà scolastica contingente del minore ma può pregiudicare pesantemente il suo futuro, privandolo di un bagaglio di competenze, strumenti, capacità fondamentali a fronteggiare un mercato del lavoro sempre più difficile e la complessità della vita, tanto più in un periodo di crisi pesante come l’attuale”, commenta Raffaela Milano, Direttore Programmi Italia Europa Save the Children Italia.

“La dispersione e l’abbandono scolastico inoltre possono generare una spirale perversa. Nel nostro paese il basso titolo d’istruzione dei padri ricade sui figli in misura tre volte maggiore di quanto accade in Germania, in Finlandia e nel Regno Unito. Nazioni in cui il figlio di un genitore istruito ha una probabilità di completare l’intero ciclo di studi due volte maggiore rispetto a chi ha un padre con la sola istruzione di base, mentre in Italia il vantaggio è 7,7 volte superiore. E’ quindi assolutamente necessario rompere questa spirale che non può che produrre un graduale e sempre più vasto impoverimento culturale, economico e sociale delle giovani generazioni e quindi della società nel suo complesso”, prosegue Raffaela Milano. (…) 

Momento fondamentale delle attività di “W la scuola” sono stati i laboratori che hanno coinvolto direttamente 800 ragazzi e indirettamente altri 3.700 (raggiunti cioè attraverso i lavori prodotti dai loro compagni): 5 incontri per un totale di 10 ore dedicati a conoscere e approfondire il tema della dispersione e ad accrescere la motivazione allo studio e all’autostima e culminati nella creazione, con l’aiuto di un’esperta di comunicazione di Save the Children, della campagna di sensibilizzazione “Tagga la scuola nella tua vita” per la prevenzione della dispersione e dell’abbandono scolastico. Per arrivare a identificare il messaggio-chiave della campagna i bambini delle elementari hanno realizzato dei fumetti, i ragazzi delle scuole secondarie un poster e gli studenti delle scuole secondarie di secondo grado 40 video. (…)

Nell’ambito di “W la scuola” inoltre sono stati portati avanti finora, grazie a educatori/ volontari di Save the Children, attività di sostegno allo studio, nel pomeriggio, una volta a settimana, a supporto di bambini e adolescenti con particolari difficoltà di apprendimento e situazioni familiari e sociali difficili. (…)

“In questo contesto, i continui tagli alla scuola sono devastanti, mentre al contrario la scuola è l’ultima risorsa che andrebbe penalizzata: se depotenziamo la sua funzione avremo un numero sempre più grande di minori con un basso e inadeguato livello culturale e con sempre maggiori difficoltà a migliorare la loro condizione sociale ed economica o ad uscire dal circuito di deprivazione sociale ed economica in cui eventualmente vivano. Il che significa contribuire a creare adulti di domani con scarse capacità e competenze lavorative ma anche sociali, emotive, relazionali”.

(fonte: savethechildren.it – 06/06/2012)

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Scelta delle superiori. Mamma Roberta: “Cerchiamo con tenacia le soluzioni scolastiche che funzionano per i nostri figli”

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(…) “La prima superiore è la prima vera dura prova per i nostri ragazzi. Le elementari e le medie sono scuola dell’obbligo e passa tutto”- mamma adottiva. 

E siamo ai giorni nostri. Ragazzina intelligente e brillante si è lasciata sedurre dal richiamo del liceo, come Ulisse è stato tentato dal richiamo delle sirene. La sollecitazione è venuta dalle insegnati delle medie che hanno, a ragion veduta, visto una ragazzina intelligente e brillante. Ma….per avere successo al liceo bisogna studiare. Una prima riflessione è d’obbligo. Eccezioni a parte, i nostri ragazzi hanno la serenità per affrontare scuole impegnative che necessitano di almeno tre ore di studio al giorno? 

La risposta di una madre più esperta di me, con un figlio di 23 anni, è stata “No”. Loro hanno optato per un istituto tecnico perché il ragazzo non era abbastanza sereno per affrontare studi più impegnativi. Il risultato è stato l’abbandono scolastico perché il figlio non si sentiva valorizzato da quella scuola. 

Nostra figlia ha espresso il desiderio di lasciare il liceo perché ha capito che è un impegno eccessivo per la sua attuale situazione personale. Come si può intendere si va a tentativi. Non basta il buon senso, ci vuole anche la collaborazione del ragazzo. Non solo. A mio avviso sono determinanti gli insegnanti che si incontrano. Sarà un caso che mia figlia sia sempre riuscita meglio nelle materie con insegnanti validi sotto un profilo tecnico ma soprattutto umano. Le carenze della scuola italiana le conosciamo e noi, nei diversi stadi, le abbiamo toccate con mano. Ora, siccome non possiamo costruire una scuola ideale per i nostri figli dove ci siano minori rigidità e più qualità degli addetti ai lavori, possiamo almeno parlarne tra di noi. 

(…) Non ci sono soluzioni giuste o sbagliate, ci sono cose che funzionano e altre no. Dobbiamo solo trovare delle alternative, ma mai demoralizzarci. Credo che sia anche determinante sedere nei consigli di classe per fornire un’interpretazione dei fatti da un diverso punto di vista. Mi piace ricordare che molti di noi già lo fanno.  

Mia figlia lascerà il liceo e a settembre inizierà a frequentare un istituto professionale. Lei sa che non è una sconfitta. Sta solo cercando la sua strada. Il ragazzo di cui ho parlato sopra, dopo due anni di lavoro duro in un magazzino, ha ripreso la scuola a 17 anni e ha ottenuto il diploma alberghiero. Adesso è uno chef ed è molto soddisfatto del suo lavoro.

(fonte: adozionefamiglieproicyc.org)

Scelta delle superiori. Film: “O’ professore – primo giorno di scuola” – Maurizio Zaccaro (2008)

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“O’ professore” è una serie televisiva in due puntate andata in onda su Canale 5 nel 2008. Protagonista principale è Sergio Castellito, un insegnante  in una scuola di Napoli. I suoi studenti hanno vari problemi (famiglia, soldi, camorra…etc) e lui cerca di aiutarli. Quello che proponiamo è uno spezzone sul primo giorno di scuola e l’impatto con la classa formata da ragazzi “particolari”.

Comunicazione Istituto La Casa: “Corso figli preadolescenti (8-12 anni) – Milano”

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DALL’ABBANDONO ALLA COSTRUZIONE DI NUOVI LEGAMI: GRUPPO PER GENITORI ADOTTIVI CON FIGLI PREADOLESCENTI (DA 8 A 12 ANNI)
Conduce: dott.ssa Giacinta Genovese
Mercoledì: ore 21.00 – 22.30

Via Lattuada, 14  – Milano

1° incontro: 7/11/2012
L’incontro con il diverso: origini, esperienze, vissuti, perdita, attese.

2° incontro: 21/11/2012
Identità e appartenenza: il problema delle origini e dell’identità dei figli adottivi, includendo figure reali, o solo immaginate dei genitori biologici e elementi appartenenti ad altre culture, come riconoscerli e valorizzarli.

3° incontro: 5/12/2012
Storie traumatiche vissute in età precoce (i figli abusati), ferite e dolori dai quali con i genitori adottivi hanno cercato di curarsi, approdando a una nuova stabilità affettiva: questi i fattori che possono faticare ad abbandonare per avventurarsi nelle incertezze dell’adolescenza. Chi sono? Chi diventerò? Che significato posso dare alla mia vita?

4° incontro: 19/12/2012
Sostegno alla genitorialità nell’inserimento sociale. Il percorso scolastico: difficoltà, aspettative genitoriali, possibile senso di fallimento.

Tutti i corsi prevedono l’iscrizione tramite modulo sul nostro sito www.istitutolacasa.it oppure per e-mail all’indirizzo adozioni@istitutolacasa.it o al fax +39 02 54 65 168, da inviare almeno 10 gg. prima della data d’inizio. Dove non specificato i corsi sono gratuiti.

Per maggiori informazioni vedi http://www.istitutolacasa.it/showPage.php?template=istituzionale&id=7

Scelta delle superiori: “Istruzioni per diventare intelligenti”

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Sintesi dell’articolo di Gilberto Corbellini pubblicato sul Sole 24Ore del 14/10/2012. Secondo il filosofo James Flynn il miglioramento del QI degli umani non dipende dai geni, razza o genere, ma dai fattori sociali e culturali.

All’inizio dell’estate i quotidiani di tutto il mondo annunciavano che le donne avrebbero superato gli uomini in intelligenza. L’ha detto James Flynn, scrivevano i giornalisti che avevano sentito dire trattarsi di uno dei massimi esperti di misura del quoziente di intelligenza (QI). Peccato che il nostro non avesse scoperto un tale fatto, e che si sia anche dispiaciuto – ma questo nessun giornalista l’ha riportato – per la manipolazione.

Si è solo visto che in alcuni paesi, per la prima volta, le donne danno risultati pari o leggermente superiori agli uomini in test di intelligenza che valutano le capacità logico astratte. Il dato consente di dire che anche per loro vale l”effetto Flynn”. Si tratta della scoperta, negli anni ottanta, che nei paesi industrializzati, durante il Novecento, le prestazioni nei test d’intelligenza che misurano le capacità logiche e di astrazione sono aumentate di tre punti ogni anno. (…)

La genetica ci dice che come specie siamo molto più identici che diversi (…). E’ quindi ragionevole ipotizzare che le differenze medie nelle prestazioni cognitive dipendano soprattutto dalle esperienze. (…) Flynn ha dimostrato che le differenze tra etnie o generi o nazioni si possono meglio spiegare senza invocare appunto la genetica. Egli è diventato, partendo come filosofo morale, uno dei massimi esperti di test d’intelligenza proprio per confutare la scoperta pubblicata da Albert Jensen nel 1968 che scatenò veementi reazioni, affermando che i neri conseguono risultati inferiori nei test d’intelligenza. Dopo aver verificato che il dato era vero, ha dimostrato che ciò non ha a che fare con la genetica, ma con le condizioni familiari ed educative in cui maturano cognitivamente i bambini. (…)

Egli ritiene che le condizioni di vita della modernità (famiglie meno numerose, dove, oltre frequentare la scuola, i bambini interagiscono con genitori più istruiti e disponibili al dialogo) abbiano incrementato la diffusione, nel corso del Novecento, di un’intelligenza di tipo nuovo. Non più utilitaristica e legata all’esperienza diretta, bensì fondata sulla capacità di generalizzare, astrarre e ragionare ipoteticamente.

(…) Le ultime scoperte confermano il ruolo dei fattori ambientali nelle differenze di genere e razziali, rilevano importanti incrementi del QI in diversi paesi in via di sviluppo e un arresto dell’incremento nei paesi scandinavi. Inoltre, Flynn segnala che il vocabolario degli adulti, grazie all’istruzione post-secondaria, nell’ultimo mezzo secolo è migliorato più di quello dei giovani, e ciò crea problemi di comunicazione tra le generazioni e un isolamento culturale degli adolescenti che non è mai esistito prima nella storia. (…)

(per leggere l’articolo completo http://www.ilsole24ore.com/art/cultura/2012-10-14/istruzioni-diventare-intelligenti-152507.shtml?uuid=AbvUrvsG&p=2)

Scelta delle superiori. Libro: “Nel labirinto dell’intelligenza” di Hans Magnus Enzensberger

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“Viviamo nel timore di essere stupidi – dice Hans Magnus Enzensberger nel suo libro “Nel labirinto dell’intelligenza” – verificando di continuo il nostro quoziente intellettivo. Ma la possibilità di misurare l’intelligenza umana è solo una chimera. Perché la verità è che non siamo abbastanza intelligenti per capire cos’è l’intelligenza. Fatto sta che dagli inizi del Novecento siamo ossessionati dalla sua misurazione, nella convinzione che sia possibile calcolarne presenza e quantità con precisione scientifica”.

E’ nato così il concetto di quoziente intellettivo, la presunzione della psicometria. Sullo sfondo l’ambizione di selezionare i migliori. Ma l’autore ci dimostra pagina dopo pagina come tutto questo sia un’illusione pericolosa. L’illusione che ci ha fatto credere di poter misurare ciò che misurabile non è.

“Probabilmente ogni società umana sviluppa il proprio catalogo delle virtù, nel quale elenca le qualità che ritiene appetibili, anche se non tutti sono in grado di conseguirle. La quotazione di queste virtù oscilla. A scorno di chi se ne duole, l’epoca moderna non ha mai tenuto in gran conto virtù antiche medioevali quali la fedeltà, il coraggio, la saggezza, l’umiltà e la cavalleria. Per essa valgono piuttosto, come virtù cardinali, la flessibilità, la capacità di fare squadra e di essere vincenti. Ma soprattutto, chi intende essere al passo con i tempi deve essere assolutamente intelligente”.

(…) Una delle più lucide confutazioni del tentativo di misurare l’intelligenza è quella del grande biologo S.J. Gould che dimostra (in The Mismeasure of Man, 1981) l’impossibilità di quantificare un fenomeno così complesso e pluridimensionale. Aveva ragione lo psicologo E.G. Boring quando enunciò, nel 1923, la seguente definizione “Intelligenza è ciò che i test dell’intelligenza testano”!

Forse alla luce di queste parole dovremmo ripensare anche il metodo di valutazione a scuola che per non rischiare di essere soggettivo rischia di voler essere troppo “oggettivo”, non a caso l’uso di test sta dilagando a discapito di tante altri modi di valutare ciò che un ragazzo sa o non sa… Già che cosa si chiede allora di sapere ai nostri studenti? Cosa vale 6, cosa 7, cosa 3… Bisognerebbe che ce lo dicessero.

Enzensberger ci invita ad immaginare che a “testare” l’intelligenza su un qualsiasi ricercatore di Stanford, di Londra o di Berlino siano uno psicologo della Groenlandia, un indio dell’Amazzonia o un navigatore della Polinesia: che cosa credete che succederebbe? se quella gente valutasse le sue facoltà intellettive circa la capacità di distinguere migliaia di piante, di identificare impronte o di captare correnti sottomarine?

Claude Levi-Strauss proprio a proposito delle capacità cognitive immagina una sfida tra un giovane “selvaggio” in grado di riconoscere centinaia di specie vegetali e un ragazzo delle metropoli che forse non arriverebbe nemmeno alla decina.

Ma se volete divertirvi digitate “quoziente intellettivo” su google e vedete cosa ne viene fuori…

(fonte: lascuolariguardatutti.blogspot.it – 04/2012)

Scelta delle superiori. Il personaggio: “Steve Jobs”

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Steve Jobs è l’esempio di un’intelligenza alternativa, che non corre sentieri battuti ma osa oltre l’immaginabile. Come si vedrà dal video, Jobs è un bambino adottato e non è andato all’università, eppure è stato ugualmente un uomo che ha saputo indirizzare i suoi talenti naturali per diventare un uomo di successo. Proponiamo la prima parte del discorso tenuto all’ Università di Stanford, USA, il 12 giugno 2005 in occasione della consegna delle lauree. Jobs racconta i diversi momenti della sua vita. In questo video che dura circa 7 minuti, parte dalla giovinezza e arriva alla creazione di Next Computer e Pixar Animation.

Per chi volesse ascoltare tutto il discorso che dura circa 14 minuti (la parte finale è grandiosa e ne vale davvero la pena!), veda

http://www.youtube.com/watch?v=rLwTwE7eLIM&feature=related

Scelta delle superiori. Papà Maurizio: “Scoprire e valorizzare le diverse intelligenze dei nostri figli è la chiave del loro successo”

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“La scuola è un passaggio cruciale per l’inserimento dei bambini e ragazzini adottati, e non, nella società. E’ altresì importante per la loro crescita e la loro formazione personale. Stiamo attenti, però, a non farne un feticcio. La scuola deve essere al servizio dei nostri figli, non loro al servizio della scuola; nè la scuola deve al servizio nostro e delle nostre aspirazioni.

L’obiettivo principe per i nostri figli è di diventare autonomi, una volta compiuto il percorso scolastico. Autonomia di giudizio, autonomia di pensiero, autonomia affettiva, autonomia economica, autonomia da noi. E con l’autonomia, la felicità di essere donne e uomini. La serenità e il sentire che sono sulla loro strada e stanno bene.

Come riuscirci? Come possono affrontare con successo il percorso verso l’autonomia?

Possiamo aiutarli con il nostro supporto e quello dei servizi sociali ed educativi.

La prima tappa è scoprire il loro tipo di intelligenza e le loro attitudini. Se hanno un’intelligenza musicale o di tipo pratico-procedurale dovranno essere indirizzati verso un ambito di studio e formazione in linea con le loro intelligenze.

Come scoprire il tipo di intelligenza che possiedono, le loro attitudini e i loro talenti? Rivolgendosi a un centro per l’orientamento scolastico. Con test e colloqui si può conoscere il tipo di talento che un figlio ha.

Vorrei sottolineare questo aspetto del talento. Non dobbiamo pensare che i nostri figli non sono portati per la matematica o per un lavoro pratico o per la scuola. Dobbiamo pensare a ciò verso cui sono portati: guardiamo il bicchiere pieno, non il bicchiere vuoto. Non deve preoccupare se non sono in linea con i “talenti dominanti” o socialmente apprezzati. Dobbiamo preoccuparci di far venire alla luce i loro di talenti: questa è la sfida più difficile da vincere. Ci saranno certo alcuni “obblighi scolastici” da soddisfare e verso cui i nostri figli non saranno portati. Ma si riuscirà a farglieli superare se si sentiranno forti e motivati dal fatto di avere anche altri talenti e altre soddisfazioni. 

Scoperti talenti e attitudini, si sceglierà la scuola per loro. Se hanno bisogno di supporto, glielo si darà, a partire dal metodo di studio e dall’abilità di organizzare il tempo e di motivarsi allo studio. Vi sono tecniche e specialisti in questi ambiti che possono fare la differenza. Un buon metodo di studio e la giusta motivazione possono fare molto. Sappiamo certo bene che i nostri figli hanno la testa piena di altri pensieri. Proprio per questo la scuola non deve essere un pensiero negativo in più. Non ci si spaventi di fronte a insegnanti impreparati verso l’adozione. Vanno sensibilizzati e, nei casi critici, vanno cambiati scegliendo un’altra scuola.

L’errore da non fare è pensare che un nostro figlio non abbia talenti, non abbia speranze, non abbia possibilità di cambiare. Siamo tutti noi esseri dinamici e cangianti. Perché non debbono esserlo i nostri figli? Si affronti allora con consapevolezza e fiducia la sfida del nuovo anno scolastico. Vi sono tutti gli strumenti educativi, pedagogici e psicologici per vincere la sfida. Già questo ci rincuora e ci dà speranza.”

Scelta delle superiori: “Job Orienta, Verona 22-23-24 nov 2012”

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Appuntamento dal 22 al 24 novembre 2012 alla Fiera di Verona con JOB&Orienta, la più importante mostra-convegno dedicata a orientamento, scuola, formazione e lavoro che si tiene alla Fiera di Verona.

La Mostra-Convegno è strutturata in due aree tematiche: la prima dedicata al mondo dell’istruzione che comprende le sezioni JOBScuola, JOBItinere, JOBEducational e MultimediaJOB, la seconda all’università, la formazione e il lavoro con le sezioni Pianeta Università, Arti, mestieri e professioni e TopJOB. Un’attenzione speciale è data alle realtà che offrono percorsi di istruzione, formazione e occupazione all’estero grazie al profilo JOBInternational, trasversale all’intera manifestazione.

A caratterizzare JOB&Orienta un importante calendario culturale che comprende numerosi convegni, dibattiti, tavole rotonde e seminari, con l’intervento di relatori di spicco, esperti e rappresentanti dei diversi mondi. Non mancheranno, infine, laboratori, spettacoli e momenti di animazione che mirano a coinvolgere attivamente i visitatori e a valorizzare tutta la creatività dei giovani e delle scuole.

Oltre 53.000 i visitatori dell’edizione 2011, 500 le realtà in rassegna, 90 gli appuntamenti culturali tra convegni, dibattiti, tavole rotonde e workshop, 200 i relatori: numeri che testimoniano il costante trend di crescita e l’autorevole livello della manifestazione.

L’ingresso alla manifestazione e agli eventi correlati è libero.

Vale la pena dare un’occhiata al programma sul sito http://fair.veronafiere.it/joborienta/index09.html

Scelta delle superiori: “Il difficile passaggio dalla scuola dell’obbligo”

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“L’insegnante di Laila, mia figlia, è meravigliosa. La bambina ha superato la seconda elementare con difficoltà. Adesso andrà in terza e ci sarà lo studio della storia e della geografia. Laila non si sa ancora esprimere bene in italiano. Ebbene la sua insegnante, un mese prima dell’inizio della scuola, è venuta a prendersela per farle fare, di sua iniziativa, una specie di corso di recupero in modo che la bambina non avesse difficoltà nell’approccio con le nuove materie” – mamma Morena

“Gli esami di terza media appena conclusi non hanno certo favorito a rasserenare gli animi. Finiti gli esami speravamo in un momento di calma… ma no, niente da fare! Anzi, mio figlio sembra ancora più inkazzato con il mondo. Che fatica!!  A suo tempo lo abbiamo inserito in seconda elementare, così aveva deciso la scuola a suo tempo, avendo lui frequentato prima e seconda in Perù. E devo dire che è stato giusto così. La scuola superiore? Abbiamo fatto scegliere lui, ma l’abbiamo un po’ orientato verso una tipologia di scuola a dominanza femminile (consigliati dal suo terapeuta) e alla fine ha scelto perito turistico. Un liceo era fuori discussione perché per lui lo studio è un’impresa titanica, malgrado abbia un’intelligenza, una prontezza e una memoria fuori dal comune, sviluppate probabilmente per riuscire a sopravvivere nel vari cambi di famiglia” –  mamma Nora

“Mia figlia Perla non è certo una studiosa. Ha incontrato molte difficoltà nell’ingresso in prima superiore. Ma credo che la maggiore ostilità sia stata l’approccio con il nuovo ambiente e gli insegnanti. Passare dall’ambiente colorato e ancora giocoso delle medie ad una scuola austera (colonne, rivestimenti in legno, sale affrescate…) e con insegnanti molto più anziani e poco flessibili credo abbiano in parte determinato la sua decisione di lasciare quel percorso di studi” – mamma Enrichetta

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Solo chi lavora nel mondo della scuola può conoscere le mille sfaccettature, le mille proposte che si intersecano, si sviluppano o si bloccano. Solo gli addetti possono avere ben chiaro il piacere di lavorare con colleghi che danno la vita per gli studenti e una scuola egualitaria, oppure il danno procurato da quegli insegnanti che se ne fregano aspettando solo il giorno dello stipendio. Poi c’è il mondo dei precari, dei giovani insegnanti che non entrano e di quelli più anziani che non riescono ad uscire.

Per noi è impossibile districarsi in tutte queste questioni. Noi dobbiamo fare i genitori. E come utenti possiamo dire la nostra su una scuola dalle mille personalità. Già perché ci sono alcuni di noi che hanno avuto esperienze positive perché hanno incontrato insegnanti disponibili e chi invece è stato falciato da insegnanti incapaci di sostenere il loro ruolo di educatori colpendo a morte nostro figlio nell’autostima, sì proprio quell’autostima che giorno per giorno, con fatica, cerchiamo di ricostruire.

Che fare?

Da oggi iniziamo un percorso nella scuola che prediligerà la scelta delle superiori ma non potrà fare a meno di rifarsi anche alla scuola dell’obbligo. Lo scopo è quello di condividere le esperienze per facilitare il compito di quei genitori che si troveranno a pianificare insieme ai loro figli una strategia per il futuro.

Ci troveremo a parlare di talento e orientamento scolastico, di merito e democrazia, ma soprattutto di diverse intelligenze. L’intento è quello di fornire un diverso modo di leggere la scuola e le difficoltà dei nostri ragazzi senza dimenticare che quando si chiude una porta, un’altra se ne apre. Con i prossimi post speriamo di trasmettere la voglia di entrare da quella nuova porta con curiosità ed esplorazione, lasciando da parte la paura del fallimento.

Comunicazione GSD: “Incontro sull’Adolescenza – Messina”

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Parliamo di Adolescenza 

a cura del Laboratorio Psicoanalitico “Vicolo Cicala”

 

17 novembre 2012 – h.16,30

Messina  –   Marina del Nettuno

Viale della Libertà Batteria Masotto

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L’incontro è aperto a tutti e gratuito, vi aspettiamo!

Per informazioni: Luisa Ferlazzo diventareme@genitorisidiventa.org

Storia familiare. Il punto

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La storia e il tempo.

Ci vuole tempo per sentirsi figli e padri.

Ci vuole tempo per sentirsi coppia e famiglia.

Ci vuole tempo per ricordare e perdonare.

Ci vuole tempo per raccontarsi ed ascoltare.

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Da evidenziare su questo tema:

–          l’importanza della costruzione della storia familiare attraverso oggetti (album, scatole dei ricordi, diari, poesie…) e racconti (vedi intervento del Prof Maiolo)

–          la crisi adolescenziale di fronte alla consapevolezza dell’abbandono, doloroso ma indispensabile tassello per il ricongiungimento tra storia passata, presente e futura dei nostri figli

–          la possibilità di riappacificarsi con se stessi e la propria storia attraverso la scrittura autobiografica

–          il contributo di Valeria Poletti, studiosa di teologia, che ci aiuta a calare nel quotidiano gli insegnamenti dei Nostri Padri

–          le testimonianze di papà Maurizio (il difficile dialogo con gli adolescenti), mamma Paola (il tempo necessario per l’inizio di una nuova famiglia) e Maribel (ritrovare le proprie radici per raccontare chi sei) al Convegno ICYC 2012 – La storia siamo noi.

Da un mese circa è iniziata di nuovo la scuola con le tensioni e il logorio che crea in buona parte delle nostre famiglie. Nei prossimi giorni parleremo di “scelta delle superiori”, difficile compito delle famiglie con i figli in terza media.

Storia familiare. I Nostri Padri: “Ogni vita è degna di una storiografia”

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di Valeria Poletti – studiosa di teologia e mamma adottiva

Secondo il cardinal Martini la linea demarcatoria del mondo non passa fuori da noi ma dentro i nostri cuori: non possiamo dividere il mondo in credenti e non credenti ma, secondo il suo invito, in pensanti e non pensanti. Per questo me la sono sentita di stendere alcuni pensieri: non sono proclami di fede ma letture e riletture, impastate di dubbi, di incertezze, di gioie e di consolazioni. Di umanità dunque.

Vi propongo i primi 18 versetti del vangelo di Matteo. Sono un noiosissimo elenco di avi di Gesù. Sono nomi di emeriti sconosciuti o quasi. Chi si aspetta, per il figlio di Dio, una genealogia di santi, re e conquistatori deve cambiare prospettiva. Non sono versetti che parlano di grandi eroi ma di dimenticati.

E la “buona notizia” sta proprio lì: ciascuna vita è degna di una storiografia. Nessuna vita è mai così piccola da non essere una rivelazione di eterne speranze.

Così in quegli aridi versetti troviamo vite inattese: Tamar bella, intensa ed incestuosa; Raab di professione prostituta e Ruth, candida ed astuta adescatrice. Strana famiglia quella di Gesù, dove si mescolano re ed emarginati.

Ma che bisogno c’era di scrivere questa genealogia: di tutte le cose che si potevano raccontare di lui, proprio una storia di nascita illegittima e di progenitori discutibili dovevano scrivere? Perchè inserire un figlio adottato in un albero genealogico, senza se e senza ma.

Essere figlio è essere parte di una storia. La storia può avere vari rami, grovigli di radici, ma ad un certo punto c’è un innesto che affilia. L’incarnazione di Gesù è un’affiliazione, un’affiliazione che non significa sangue. Non c’è sangue puro nella sua genealogia e nemmeno nella sua nascita, ma c’è appartenenza. Questo è essere figli.

Giuseppe il padre adottivo ci dice qualcosa di definitivo sull’affiliazione: Gesù è della sua famiglia, e basta. Giuseppe, figlio del suo tempo, pensava alla paternità come potenza sessuale, come atto volontario e voleva ripudiare Maria. Poi sogna (nell’antichità dire sogno era dire interiorità e profondità) e capisce che ogni paternità è adottiva e che ogni paternità è percorso e non stato o possesso.

Maria e Giuseppe non sono una coppia sdolcinata e patinata, sono genitori molto molto deprivati. Giuseppe deve perdere la mentalità maschilista del procreatore ed accettare di perdere l’iniziativa. Maria deve abbandonare i sogni infantili di un figlio perfetto. La sua risposta all’angelo «sia fatta la tua volontà» non esprime la rassegnazione di chi capisce che non avrà il figlio che ogni madre desidera, ma è risposta dolorosa di chi accetta un figlio reale e non immaginato, un figlio che non avrà di sicuro la vita che le madri desiderano per i propri ragazzi: testardo, disubbidiente, emarginato, sbeffeggiato, braccato dalle forze dell’ordine. Ma pur sempre amato, anche nella sua incomprensibilità, riconosciuto per quello che era: un figlio.

Se volete approfondire le riflessioni i testi di riferimento sono due: Paul Beauchamp, “Cinquanta ritratti biblici” e Jean Paul Pierron con “I genitori non si scelgono”.

 

Storia familiare. I Nostri Padri: “C’è tanto bisogno di fiducia”

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Il sottotitolo del nostro blog è:  “Genitori adottivi realisti….senza perdere la fiducia”.

Nei momenti difficili si ricordano situazioni di nonni, parenti e amici che si sono trovati ad affrontare vicende simili. Allora mi sono detta: “Perché non partire da più lontano? Dove affondano le nostre radici? Sulla mia strada ho incontrato Valeria, mamma adottiva di due bambini ma anche studiosa di teologia. Mi è sembrata una risposta alle mie domande.

Il blog ha un approccio laico, ma con Valeria abbiamo pensato di calare nella realtà ciò che ci hanno detto i Nostri Padri durante tutta la loro esperienza umana. Certo se fossimo musulmane avremo ripreso il “Corano”. Il nostro punto di riferimento sarà la Bibbia, considerato uno dei testi più completi nel raccontare la nostra storia.

L’idea è nata dalle statistiche del blog. Molte persone hanno cliccato “Una possibile interpretazione della parabola del figliol prodigo” e le riflessioni di don Roberto Vinco che riprendono il figliol prodigo e la parabola del buon Samaritano. Ho capito che c’è sete di speranza, c’è sete di risposte, c’è sete di fiducia.

Lo scopo di questo momento di riflessione è appunto quello di ritrovare le energie e non sentirci soli di fronte al mistero della vita.

Auguriamo a Valeria “Buon Lavoro”. Figli e famiglia permettendo, la ritroveremo alla fine di ogni sezione del blog.

Storia familiare. Film: “La vie en rose” di Olivier Dahan (Francia 2007)

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Storia di Edith Piaf, una grande voce francese degli anni ’40 e ‘50. Questo è un film autobiografico dedicato a questa cantautrice dall’aspetto esile tanto da essere sopranominata  “Passerotto”. L’intensa interpretazione ha valso l’Oscar all’attrice protagonista,  Marion Cotillard.

Vengono ripercorsi l’infanzia cresciuta in un bordello, dopo essere stata abbandonata da madre e padre, una malattia agli occhi che le ha fatto rischiare la cecità e il ritorno con il padre che la faceva cantare per strada per racimolare qualche spicciolo per sopravvivere. Sarà durante una di queste esibizioni che Edith verrà scoperta e lanciata nel mondo dello spettacolo.

Il film ripercorre gli amori e le sconfitte, le grandi soddisfazioni e gli incontri con gli artisti più importanti del tempo. Rimane, però, la colonna sonora un po’ amara di una donna che, per colmare i suoi vuoti affettivi, si è assuefatta tra droghe e uomini non adatti a lei.

Per chi ama la vita vera.

Storia familiare. L’esperto: “La doppia appartenenza nell’adozione”

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di Ondina Greco – psicologa

Se l’adozione, infatti, ha origine da un evento puntuale (il primo incontro con il figlio adottivo), dal punto di vista psicologico la costruzione del legame adottivo si configura come un processo che si snoda nel tempo. Si parla, infatti, di transizione adottiva, per sottolineare come il percorso che porta alla costruzione di questa specifica forma di genitorialità e di filiazione sia lento e progressivo e richieda continui aggiustamenti sia da parte dei membri della famiglia nucleare che della famiglia estesa. La qualità della transizione dipende da come tutti i soggetti coinvolti (genitori, figli, famiglie d’origine) affrontano e superano le molteplici sfide e i compiti di sviluppo che si presentano nel corso della vita familiare.

Come è noto, il termine adottare deriva dal latino ad+optare = scegliere, mail sostantivo adoptio è usato anche in botanica per indicare l’innesto delle piante: innestare significa introdurre una parte viva in un’altra, in modo tale che esse si congiungano armonicamente e portino un frutto terzo. Tale metafora illumina il bambino come portatore di una propria ricchezza personale, indipendente dalla famiglia adottiva.

L’adozione, dunque, non può essere concepita come un processo unidirezionale, nel quale i genitori adottivi colmano con le proprie risorse le carenze e i deficit del bambino, la cui origine è rappresentabile come “vuota”, se non addirittura come radicalmente “danneggiata”. L’adozione, al contrario, si costituisce come un processo di scambio, per la presenza reciproca di bisogni e di risorse da parte sia dei genitori che del figlio. Una prospettiva “salvifica” da parte della famiglia adottiva, anche se quasi sempre inconsapevole, rischia di sviluppare una relazione rigidamente asimmetrica, che finisce con l’essere violenta, in quanto il figlio – per quanti sforzi faccia – non potrà mai riparare il “difetto” che viene posto all’origine.

Occorre quindi cambiare prospettiva. L’adozione si configura come un sistema familiare complesso, che è stato definito “meta-famiglia”, all’interno del quale esistono due realtà, una presente ed una distante e perduta; gli eventi e le persone del periodo prima dell’adozione e quelli incontrati con l’inserimento nella famiglia adottiva. Il fatto che solo uno dei due poli sia presente sul piano concreto non equivale tout court all’impallidimento dell’altro, perché il rilievo psicologico delle figure assenti, presenti a livello simbolico e non solo (si pensi ai figli adottivi di diversa etnia), assume nel tempo un diverso peso per il figlio adottato, rimanendo magari per anni sullo sfondo, ma divenendo in alcuni periodi presenza di primo piano. Quella del figlio adottato è dunque una doppia appartenenza, destinata a caratterizzare tutta la vita del figlio adottivo ma anche dei suoi genitori, evidenziandosi in periodi cruciali, come l’adolescenza o la transizione alla genitorialità, quando il figlio adottato a sua volta diventerà genitore. Il figlio adottivo – e con lui i suoi genitori – sono dunque chiamati a compiere il complesso cammino d’integrazione tra le due parti della propria storia, quella precedente e quella successiva all’evento adottivo.

La qualità dell’adozione si gioca allora nella capacità di vedere il proprio e l’altrui come elementi diversi conciliabili in un luogo “meta”, costituito dalla relazione adottiva, chiamata a costruire un nostro che contenga il “quied ora” e il “là ed allora”. Occorre una logica di connessione, et-et, mentre una logica di esclusione, out-out, è destinata ad implodere sotto la spinta integrativa che lo sviluppo psicologico provoca nel figlio durante la sua crescita.

Si può quindi affermare che la capacità dei genitori di accogliere compiutamente il loro figlio – i suoi desideri, il suo modo di essere e la sua storia – disegni il perimetro ospitale entro cui il minore potrà cercare lungo gli anni, spesso per tentativi contraddittori, il proprio punto di equilibrio tra presente e passato. In questa situazione il figlio si sentirà accolto, qualunque sia la propria posizione: sentirà che gli è permesso sia fare domande e comunicare fantasie rispetto alla sua famiglia d’origine, sia assestarsi in una posizione”evitante”, che può essere temporanea o permanere anche per molto tempo.

Quando invece vengono sentiti come minacciosi gli elementi legati al passato, proprio o del figlio, e i genitori sono paralizzati nell’incapacità/rifiuto di trattare il tema della sua diversa origine, si crea un perimetro genitoriale ristretto, in cui la coppia adottiva riesce a “sintonizzarsi” con il minore solo se quest’ultimo mantiene una posizione “evitante” o di “negazione” del passato. Appena il figlio fa una mossa in direzione di una migliore integrazione, si creano dinamiche di incomprensione e aumenta la distanza emotiva reciproca. E’ indispensabile aiutare i genitori adottivi a ricordare come l’adozione richieda al figlio – che ha gli stessi bisogni di ogni bambino – un complesso lavoro d’integrazione tra due esperienze diverse e non automaticamente conciliabili. La parola “esperienza” si può riferire altrettanto bene a ciò che il bambino ha “vissuto” prima dell’adozione, nei casi in cui egli sia stato adottato dopo la prima infanzia, oppure all’esperienza immaginata, fantasticata lungo gli anni, che può essere profondamente presente e attiva nel bambino e nei suoi genitori, anche se è stato adottato a pochi giorni o a pochi mesi di vita. (…)

(fonte: genitorisidiventa.org – 06/05/2012)

Storia familiare. L’esperto:” La difficoltà di ricostruire la memoria autobiografica”

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di Sara Ficoncelli – giornalista

Per ricostruire la propria storia e poi quella familiare, occorre ricordare. I nostri figli non sempre sono in grado di farlo. Parlo anche dei figli arrivati grandi: certi ricordi vengono rimossi e la memoria a lungo esiste solo per qualche piccolo episodio particolarmente significativo. Mia figlia, ad esempio, ha difficoltà a ricordare i luoghi che abbiamo visitato quando siamo andati a prenderla.

Secondo uno studio pubblicato su The Lancet, dietro certi tipi di amnesia potrebbe nascondersi una ridotta attività cerebrale seguita a esperienze sconvolgenti. Una scoperta che suggerisce la possibilità di curare intervenendo su specifiche aree cerebrali. Gli esperti: “Ma la cura dipende dalla causa”

(…) Influenzare il funzionamento della corteccia infero-laterale frontale destra tanto da “bloccare” il recupero dei ricordi personali. “Quest’area – spiega Elisa Ciaramelli del Centro studi e ricerche in Neuroscienze Cognitive di Cesena, specializzata in memoria episodica – è particolarmente importante per innescare ricordi autobiografici, ed in stretto contatto con altre regioni frontali coinvolte nell’attività di self-proiection, che permettono di “viaggiare nel tempo” e sentirsi gli attori dei propri ricordi. Quando funzionano male, il recupero dei ricordi autobiografici si blocca”.

Non è la prima volta che lo studioso tedesco fa luce sui misteri dell’amnesia. Poco tempo fa si era occupato del rapporto tra memoria autobiografica, stress psicologico e disturbo post-traumatico, spiegando che, in particolari condizioni emozionali e ambientali (nel suo studio fa l’esempio estremo dei reduci della Seconda Guerra Mondiale), il cervello subisce un trauma talmente forte da “ristrutturare” i ricordi creando false memorie. Chi è stato in guerra o ha subìto un incidente stradale, dunque, non deve fidarsi di tutto ciò che ricorda delle proprie esperienze di vita: la memoria autobiografica, nei soggetti che hanno vissuto uno shock, è spesso soggetta a distorsioni e produce informazioni falsate.

“Questi fenomeni però non sono tutti uguali – spiega Piergiorgio Strata, docente di Neurofisiologia all’Università di Torino e presidente dell’Istituto Nazionale di Neuroscienze – e dipendono in parte dalla disposizione genetica del soggetto e in parte dalla durata del periodo traumatico, dall’età, dal sesso e dalle esperienze di vita precedenti. Tutto viene mediato dagli ormoni dello stress, liberati dal corpo per migliorare la capacità di affrontare situazioni altrimenti insopportabili”. Quello dell’amnesia da stress post-traumatico è dunque un meccanismo complesso rispetto al quale c’è ancora molto da scoprire. “E di questo bisogna tenere conto, ad esempio – conclude l’esperto, che si è occupato della memoria pro-veritate difensiva per il caso dei coniugi di Erba, Olindo e Rosa – quando i testimoni oculari nei processi hanno subìto un trauma”. (…)

(…) la cura dipende sempre dalle cause, e quindi ogni caso ne avrà una specifica. “Ci sono poi situazioni – spiega Sacchetti – come nel caso di un danno cerebrale, in cui il ricordo si perde completamente, è irrecuperabile. Altre forme invece possono essere affrontate con la psicoterapia e altre ancora possono essere avvantaggiate dall’impiego di tecniche di allenamento della memoria”. (…)

(fonte: repubblica.it – 19/04/2012)

Storia familiare. Libro: ”Semplicemente M”

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“Voi non adotterete solo un figlio ma anche il suo paese e la sua storia pertanto non abbiate paura di chiedere aiuto o un consiglio a chi ci è già passato, informatevi, conoscete altre coppie e più realtà possibili.”

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Marcello Rocchi

“Semplicemente M”

Storia di un bambino di Quinta

Ass Fam Adottive pro ICYC 2008

 

“Semplicemente M” è il racconto autobiografico di un ragazzo di 25 anni nato in Cile e adottato a sei mesi da una coppia italiana.

Marcello è protagonista di un’adozione riuscita in cui papà Angelo e mamma Andreina hanno contribuito con la loro cura e disponibilità.

Sono interessanti le considerazioni sull’adozione delle pagine iniziali e quelle rivolte alle coppie in attesa nella parte finale del libro.

Storia familiare. L’esperto: ”La rielaborazione della propria storia in età adulta attraverso la scrittura autobiografica”

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Secondo Duccio Demetrio – professore di filosofia dell’educazione e di teorie pratiche della narrazione presso l’università degli studi di Milano-Bicocca – la scrittura autobiografica è molto utile per l’adulto adottivo e non, perché aiuta a mettere ordine nella propria storia.Dopo i 40 anni si entra in una fase della propria vita in cui domane del tipo chi sono? a chi appartengo? la vita mi appartiene? è la mia vita? sono di ordinaria amministrazione.

“L’avvalersi della scrittura personale come occasione di condivisione non plateale, piuttosto riservata, oltre a rappresentare un veicolo di conoscenza reciproca è fonte di trasmissione di pensiero, di regole di sollecitazioni e richiami affettivi che seguono una strada diversa e parallela a quella usuale. (…) Scrivendo si espellono grida interne che non trovano altri canali espressivi; scrivendo si elaborano momenti dolorosi e di lutto e l’animo scopre la possibilità di placarsi rievocando, perdonando, mantenendo il proprio risentimento, scrivendo ci si ritrova protagonisti e attori di un oggetto materiale (il testo narrativo) che offre l’occasione di rileggersi e di auto stimarsi.”

L’autore prende per esempio il testo autobiografico scritto da un adulto adottato: “La via della conciliazione interiore è nella gratitudine: si trattava semplicemente di ringraziare i miei genitori naturali che non conoscevo, per il dono della vita, insieme ai miei genitori adottivi per la cura e la protezione ed il sostegno e di chiedere a tutti loro una sorta di benedizione. (…) non ci si può separare dalle proprie radici. Non ci si può separate dai propri genitori, qualsiasi cosa abbiano fatto. Tutti noi siamo i nostri genitori.”

La storia autobiografica è come un puzzle che si ricompone: “Tutti noi qualche volta abbiamo la tentazione, senza essere figli adottivi, di andare a rivedere i luoghi del nostro passato, a rivedere gli amici, a ritrovare le situazioni, spesso da questi luoghi torniamo con l’amaro in bocca e con una fortissima delusione. “

Ma dietro la ricomposizione autobiografica c’è anche il bisogno di lasciare una traccia: “Chi scrive la propria autobiografia ha sempre dentro di sé il desiderio di lascito agli altri. (…) I figli adottivi, adulti o meno, possono utilizzare l’autobiografia per ripercorrere e connettere le varie fasi della loro vita e farne, inconsapevolmente , strumento di riflessione e crescita per altri figli adottivi.”

(fonte: “Figli adottivi crescono” – Franco Angeli vedi “tag” sezione “libri” del blog)

Storia familiare. Maribel, 28 anni: “Solo dopo aver conosciuto le mie origini sono riuscita a raccontarmi”

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Testimonianza al Convegno ICYC 2012 – La storia siamo noi

“Sono in Italia dall’età di sei anni. Ascoltando quello che diceva il Prof Maiolo mi sono resa conto che una caratteristica di noi ragazzi adottivi è la difficoltà di raccontarci. Oggi, però, quando i più piccoli mi hanno fatto domande dirette sulla mia vita sono riuscita ad aprire il mio cuore. Non nascondo che ho dovuto faticare per raggiungere questo equilibrio.

L’elemento fondamentale è stato il ritorno al mio paese. Prima avevo tante domande nella mia testa. In particolare volevo sapere a chi assomigliavo. Così nove anni fa sono tornata in Cile. Avevo l’indirizzo di mia nonna e sono andata a trovarla senza avvisarla. E’ stato molto duro. Questa povera donna viveva in una situazione di estrema indigenza che non ero pronta ad accettare anche se me lo ero immaginato mille volte nella mia mente. La realtà è molto più massacrante.

Poi sono andata da mio padre. Sono stata contenta di non averlo avvertito perché così l’ho trovato com’è veramente. In 15 anni dalla decisione degli assistenti sociali di darmi in adozione perchè vivevo in una famiglia che non era in grado di farsi carico di una bambina, trovavo le stesse condizioni, nessun miglioramento.

E’ stato in quel momento che mi sono resa conto di quanto sono stata fortunata a trovare una nuova famiglia. Se rimanevo là ero destinata ad una vita infelice e comunque non avrei avuto le occasioni che ho avuto qui in Italia.

Ora riesco a capire la prima parte della mia vita, il trasferimento in due hogar (istituti per minori) e la decisione di farmi adottare. Solo ora riesco a raccontarmi e trasmettere la mia serenità. E’ un invito che faccio ai ragazzi come me, quello di fare chiarezza nella propria storia perché solo così possiamo capire cosa vogliamo dal futuro. Ma non si può costruire qualcosa se non si colmano i grandi vuoti che portiamo dentro di noi. Così è successo a me. Ora sono serena e so quello che devo fare. Mi manca un ultimo tassello che intendo colmare: ritrovare mia madre biologica per completare il quadro.

Quindi, riallacciandomi al tema del Convegno, posso dire che solo con il tempo sono riuscita a raccontarmi, quando ho avuto delle risposte. E’ molto importante parlarne con gli altri altrimenti si rischia la chiusura e la solitudine. Ora riesco ad esprimermi anche con i miei genitori e per me è una grande conquista.”

Storia familiare. L’esperto: “Alcuni suggerimenti per comunicare con gli adolescenti”

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di Gabriel Munoz – psicologo ed educatore di minori in situazione di disagio

“Eccomi, sono qui.”

Per gli adolescenti è molto importante avere la possibilità di fare riferimento ai loro genitori quando hanno un problema. Anche quando sono ribelli, spavaldi o autonomi nelle loro scelte, nei momenti più difficili hanno bisogno di aver la sicurezza che i loro genitori ci sono. Soprattutto in questi momenti è quando dobbiamo essere attenti e non dare nulla per scontato. Se loro non stanno vivendo un bel momento e noi facciamo finta di niente o semplicemente non siamo attenti, diamo a loro una buona ragione per arrangiarsi e cercare aiuto e consigli altrove.

“Puoi venire da me ogni volta che ne hai bisogno, io sarò sempre qui per ascoltarti”

Bisogna ascoltarli, l’atteggiamento di silenzio e allo stesso tempo di attenzione verso di loro è molto importante a volte di più rispetto a tante parole o a discorsi moralisti che loro spesso non vogliono per niente sentire. L’ascolto attento stimola i giovani a parlare e li aiuta a capire quanto importanti sono per noi.

In sintesi, l’ascolto aiuta a costruire un clima di reciproco rispetto e di affetto.

L’ascolto attivo è un ATTEGGIAMENTO, il cui scopo è quello di entrare in relazione profonda con l’altro permettendogli di esprimere se stesso completamente, di esplorare anche le parti di sé non consapevoli e di ampliare la propria mappa, trovare nuove risorse per cambiare.

Come essere un buon ascoltatore? Alcune idee:

• Orientarsi col corpo all’altro che sta parlando;

• Guardare negli occhi, è una fonte di conoscenza importante;

• Chiarire le cose ponendo domande;

• Impegnarsi a non distrarsi;

• Impegnarsi a capire ciò che viene detto, nonostante emozioni e pensieri interni e rumori ambientali che possono produrre interferenze;

• Dedicare del tempo esclusivo, non si può ascoltare bene mentre si fanno altre cose.

Infine alcune domande utili alla riflessione:

I vostri figli sanno che possono contare su di voi? Ricordatevi che non basta dirlo, bisogna attuarlo: riuscite a dedicare del tempo ai vostri figli? Li ascoltate cercando di evitare il giudizio o avete già pronto il vostro discorso prima che lui/lei finiscano di parlare? Nella coppia, vi ascoltate? Dedicate del tempo esclusivo al dialogo o avete sempre qualcosa che vi distrae?

 Per altri suggerimenti con gli adolescenti vedi http://gabrielmunozpsicologia.blogspot.it/

Storia familiare. Laboratorio di narrazione: “L’importanza di raccontarsi come coppia per poi raccontarci al bambino”

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Sintesi dell’intervento del Prof.Giuseppe Maiolo,  psicologo e psicoanalista -Convegno ICYC 2012 – La storia siamo noi

Le parti in corsivo sono riflessioni di chi scrive.

 

“Essere al mondo ci fa narratori ed individui che sono narrati”  – Duccio Demetrio

Una storia esiste anche se non è raccontata. Meglio se c’è qualcuno che la racconta. Per questo l’uomo ha l’uso della parola.

A cosa serve narrare?

 

Trasmissione delle esperienze.

Le fiabe, nella loro trasmissione orale, sono sempre servite a questo, anche perché noi uomini apprendiamo per storie.

Il bambino ha bisogno di uno schema fisso, solo dopo potrà fare le variazioni sul tema (Penso alla continua richiesta del bambino di raccontare una storia, sempre quella. Anche la storia dell’adozione deve avere dei cardini ripetitivi). Il bambino ha bisogno di interagire con noi in un rapporto reciproco in cui noi educhiamo i figli ma anche loro educano i genitori. Educare, infatti, significa “tirare fuori” ed è un’attività reciproca.

 

Narrare ed essere narrati

Se non si narra significa che siamo soli.

Se non si viene narrati vuol dire che perdiamo di consistenza.

In entrambi i casi è il fattore “tempo” che approfondisce la relazione. Narrare significa allora prendersi cura dell’altro, prendersi tempo per l’altro.

 

Chi si accorge di noi, ci narra. Noi narriamo tutto ciò che amiamo.

L’adolescente lo sa bene. Per questo l’adolescente ha bisogno di essere nei pensieri dei genitori, perché alla fine, non essere narrati vuol dire essere dimenticati. (Il comportamento menefreghista dei figli adolescenti lascia il tempo che trova).

Dai tre anni in poi la memoria comincia a costruirsi. Se da tre a sette anni la memoria non c’è, qualcosa non va. Significa che non l’ho esercitata abbastanza. (Potrebbe essere il caso dei ns figli che dimenticano cose e avvenimenti importanti).

Ricordare dà emozioni

Tra queste emozioni c’è la “compassione” con il significato di condividere, sentire l’amore per quello che è accaduto

 

Chi racconta offre il “chi sono” non il “che cosa faccio”.

La conclusione è che i genitori si raccontano troppo poco ai figli. Siamo presi da mille cose, disturbati da Tv, messaggi veloci, da attività frettolose e povertà relazionale.

Da dove dobbiamo cominciare?

– rievochiamo la nostra storia

– narriamo le sensazioni della vita

– scriviamo di noi stessi su un diario

– inventiamo fiabe

– raccontiamo di noi ai nostri figli, raccontiamo della storia della nostra famiglia

 

Nel tempo dell’attesa è importante che la coppia si racconti, che entri in intimità. All’arrivo del bambino non ci sarà più tempo. Allora si entrerà nella seconda fase, quella della narrazione al bambino. E’ solo raccontandoci che insegneremo al bambino a raccontarsi.

 

Nell’adolescenza è importante narrare le vicende familiari dai nonni e trisavoli, per far capire come si sono evoluti i rapporti ed evidenziare le peculiarità dei personaggi. Solo così il figlio potrà capire che ci sono varie strade per raggiungere la meta e che anche il suo sentiero non è già stato tracciato, sarà lui a dargli una sua originalità.

 

Storia familiare. L’esperto: “L’approccio autobiografico: una metodologia per favorire la riflessività e la relazione.”

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di Anna Maria Pedretti – Gruppo di coordinamento dei collaboratori scientifici della Libera università dell’autobiografia di Anghiari

L’approccio autobiografico si fonda sul concetto che ogni esperienza può diventare una narrazione, una storia raccontabile in prima persona e questo risponde al bisogno di trovare i modi più appropriati per documentare a se stessi e agli altri non solo i fatti e gli accadimenti del proprio percorso di vita, ma, soprattutto, il senso e i significati che a essi si possono attribuire da parte dello stesso narratore. L’atto del narrarsi diviene occasione di autoriconoscimento, in quanto attraverso di essa, viene aumentata la competenza di un «sapere narrativo di carattere autoriflessivo».

 La scrittura di sé è lavoro mentale che aiuta l’individuazione dei momenti di passaggio, gli accadimenti e i cambiamenti della propria storia. (…) nella ricostruzione della propria vita, chi scrive ha bisogno di capire il senso di ciò che ha vissuto, di inquadrare i singoli episodi, le emozioni, le rappresentazioni del mondo secondo un significato più generale che risponde alla necessità di mettere ordine, di spiegarsi i perché. Inoltre, scrivendo, e scrivendo tutta la nostra storia, rispondiamo alla necessità di trovare una struttura che raccolga i singoli episodi in un tutto unico e che può essere diversa a seconda del bisogno che avvertiamo nel momento della scrittura stessa.

Operiamo anche la ricostruzione di una rete di relazioni intersoggettive, familiari, sociali che sono quelle che ci permettono di riconoscerci come esseri unici e irripetibili, ma anche come appartenenti a una comunità di persone che interagiscono con noi e fanno parte integrante del nostro vissuto. Infine si verifica un altro processo mentale, denominato bi-locazione: in base a esso il racconto autobiografico diventa un testo dal quale l’autore può distanziarsi esercitando su di esso le capacità di analisi e di riflessione, in modo che la stessa esperienza diventi significativa e da essa il soggetto narrante possa imparare.

In altre parole, il lavoro evocativo, che innanzitutto stimola la memoria (…) La mente, cioè, non si limita a rievocare i ricordi, ma l’intelligenza retrospettiva costruisce, collega, colloca nello spazio e nel tempo, riesce a dar senso a quel particolare evento che ha evocato solamente se lo inserisce in un contesto passando dal momento evocativo e retrospettivo a quello interpretativo.

 (…) Si parla di sé per pentirsi, per giustificarsi, per scusarsi oppure per il puro piacere di raccontarsi. Man mano che si procede in questo lavoro si costruisce una nuova amicizia con se stessi, come davanti a uno sconosciuto, che gradualmente si impara a conoscere. (…) Mentre ci rappresentiamo e ricostruiamo la nostra storia, ci prendiamo in carico, ci assumiamo la responsabilità di ciò che siamo stati e che abbiamo fatto, ci curiamo, ci riappacifichiamo. La narrazione può aiutare a stare dentro nella sofferenza prendendone le distanze e ri-raccontandola, anche se dobbiamo essere ben consapevoli che non la elimina, rendendola però accettabile in quanto parte inevitabile dell’esperienza umana. Ecco perché il lavoro autobiografico è anche cura di sé.

(…) Riflettere sulla nostra storia di vita ci mette in relazione in modo naturale con la storia di vita degli altri, ci conduce alla ricerca delle analogie e delle differenze; il che ci permette di cogliere nelle diversità delle esperienze l’importanza e la ricchezza delle singolarità (…) la narrazione avvicina le persone, crea legami emotivi, permette quindi un migliore apprendimento, rendendo il sapere formativo. Certo la questione della valutazione è questione delicata in campo autobiografico, perché raccontare significa mettersi in gioco, esporsi al giudizio degli altri. (…) Sono ormai numerosissime le esperienze formative in vari ambiti – con gli operatori che lavorano nelle carceri, nelle case protette per anziani, nelle strutture sanitarie – dove la formazione autobiografica produce occasioni nuove e originali di intervento con le persone di cui ci si occupa.

Per quanto riguarda il percorso adottivo

(…) Raccontarsi come persone per presentarsi al nuovo venuto, in modo che possa condividere da subito almeno le parti più importanti e significative delle storie di vita dei suoi nuovi genitori, preparare per lui un ambiente in cui si sollecita (senza alcuna forzatura) la narrazione di sé perché possa superare i sentimenti di vergogna, di insicurezza, di solitudine. La condivisione dei ricordi rafforza la conoscenza e il legame d’amore tra i coniugi, li conferma nelle scelte fatte e li motiva nella immaginazione della costruzione di un futuro diverso rispetto a un passato fatto spesso di desideri frustrati. In questo modo si possono aiutare i genitori a preparare un tessuto narrativo familiare, una narrativa familiare, in cui si inizia a collocare il bambino; ossia, nell’attesa che si possano intessere narrative familiari che ospitano il bambino, ci si presenta, ci si fa accogliere oltre che prepararsi ad accogliere.

Possiamo perciò pensare ad alcune ipotesi di percorso, in cui invitare i genitori (accompagnandoli) a costruire qualcosa di concreto secondo un progetto che serva da una parte a loro stessi per riempire il vuoto e l’ansia del tempo dell’attesa e sia tale da poter costituire un patrimonio reale e concreto al quale la bambina (o il bambino) che verrà possa far riferimento per comprendere che è stata desiderata/o. 

a) Costruire un album di presentazione che, con l’aiuto di immagini di persone e luoghi, contenga soprattutto narrazioni (a se stessi innanzitutto, all’operatore e, in un secondo tempo, al bambino, in riferimento a ciascun genitore e a ciascun membro della famiglia allargata – nonni, zie, cugini) aventi per oggetto: chi sono io. L’album avrà naturalmente una parte finale vuota nella quale possa trovare posto – senza alcuna forzatura né costrizione, né eccesso di aspettative – la narrazione di sé (scritta o disegnata o riscritta dagli adulti attraverso il racconto orale) da parte della bambina o del bambino («Mi racconti chi sei? Mi descrivi il luogo in cui stavi prima di venire qui? Mi parli delle persone che erano con te? Mi racconti cosa facevi? Cosa pensavi? Cosa ti immaginavi?»).

 b) Costruire un diario dell’attesa con immagini, foto, disegni, poesie, scritture che racconti al bambino tutto l’iter percorso dai genitori (e da tutta la famiglia) dal momento in cui hanno preso la decisione di adottare. Il diario può contenere una parte finale aperta, in attesa dei racconti che genitori e figli scriveranno insieme.

c) Costruire una scatola dell’attesa dei genitori e, possibilmente di tutta la famiglia, in cui inserire piccoli oggetti, foto, pagine di diario, poesie, scritture legate alle esperienze più significative che i genitori fanno in uno strumento molto utile per favorire l’evocazione e la narrazione dei ricordi e per educare all’ascolto empatico e non giudicante è costituito dal «gioco della vita» (cfr. Demetrio, 1997). questo periodo (viaggi, partecipazione a spettacoli, mostre, incontri, esperienze professionali o sociali, ecc.). Stimolare l’immaginazione creativa dei genitori nella costruzione di una relazione significativa e affettuosa con il figlio può concretizzarsi nell’individuare i “doni dell’attesa” da mettere nella scatola: «Ti voglio donare… questa favola, questo racconto, questa poesia, questa musica, questa immagine, questo mio sogno, quest’idea, questo progetto, ecc.».

Tutti questi oggetti possono anche non servire nell’immediato al momento dell’incontro col figlio; possono anche non essere mostrati subito alla persona che entra nella nuova famiglia, ma costituiscono comunque un patrimonio che può essere condiviso in futuro e che può aiutare i genitori a coltivare sentimenti e atteggiamenti per una migliore accoglienza, a immaginare fin da subito una vita a tre.

La nostra identità si costruisce attraverso l’assorbimento delle storie che gli altri ci comunicano, attraverso l’assorbimento delle memorie altrui. Bambini in situazione di disagio, di sofferenza psichica sono quelli che non possono raccontare perché nella solitudine, nell’isolamento nessuno li ha accolti nelle loro memorie. (…)

 (fonte: Istituto degli Innocenti, “Qualità dell’attesa e dell’adozione internazionale” – 2010)

Storia familiare. Matteo e Lara: “Il racconto autobiografico per la psicologa dell’ASL”

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“Dopo i primi due incontri di gruppo con altre coppie in cui l’assistente sociale e la psicologa ci hanno introdotto al mondo dell’adozione e ci hanno chiesto come mai eravamo intenzionati ad adottare, la psicologa ha chiesto a ciascuno di redigere la sua storia personale. Mi ricordo che per renderla interessante l’ho condita con aneddoti particolari della mia infanzia che probabilmente non interessavano a nessuno. Mio marito, invece, ha presentato una storia per punti, molto più scarna, sostenendo che alla psicologa interessavano solo le tematiche delle relazioni familiari. Conservo ancora i due fogli. Non li ho più letti. Ricordo però che quegli incontri di coppia ci facevano un gran bene. Forse era un modo per prenderci del tempo per noi. Uscivamo dal Consultorio mano nella mano come due fidanzatini.”

Comunicazione Fam Accoglienza: “L’adolescenza non facile dei bambini adottati – Villafranca (VR)”

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Tre incontri (gratuiti) per le famiglie adottive con figli in età pre-adolescenziale e adolescenziale (dagli 11 anni).

Gli incontri si svolgeranno presso l’Auditorium comunale di Villafranca (VR) in via Rizzini.

Relatore dott.Luigi Regoliosi di Bergamo- psicologo e padre adottivo.

 

Sabato 20 ottobre – 9.30-12.00 (mattino):  “Figli adottivi: cosa cambia nell’adolescenza?”

Venerdì 16 novembre – 20-30 -23.00: “Genitori adottivi: come stiamo davanti al cambiamento dei nostri figli?”

Sabato 15 dicembre – 9.30 – 12.00 (mattino): “Come possiamo educarci insieme a stare di fronte a nostro figlio adolescente in modo positivo?”

Per motivi organizzativi è richiesta l’iscrizione: Claudio 349/8659870 opp.mail segreteria.veneto@famiglieperlaccoglienza.it