Famiglie imperfette: “Il minore di altra etnia: uguale o diverso?”

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di Alessandro Bruni – papà biologico e affidatario

Questi brani sono riferiti all’affido di un minore straniero, ma, a mio parere, possiamo trarne spunti di riflessione anche per l’adozione. Nel nostro caso il bambino/ragazzo non è direttamente influenzato dalla famiglia biologica, ma, certe volte, competere con fantasmi e fantasie del passato può essere più complesso.

“Le nuvole sono diverse, ma tutte formate dalla stessa sostanza. E’ questa la loro bellezza.”

“Alcune sere fa ad una riunione di mutuo aiuto di famiglie accoglienti è nata una discussione su cosa è bene fare quando si accoglie un minore di altra etnia e di altra religione. La discussione è partita dall’alimentazione ed è proseguita sull’educazione religiosa. I toni, dapprima pacati e basati su cosa fare nella pratica, si sono successivamente alzati verso teorizzazioni e luoghi comuni più ideologici che concreti. Si è così giunti alla formazione di due gruppi di tendenza, gli uni ribadenti l’importanza degli aspetti spirituali nella accezione di osservanza tradizionale-religiosa della famiglia e gli altri affermanti l’impostazione laica nella accezione di esercizio della libertà di coscienza. La discussione ha così preso, in termini assolutamente civili e dialettici, un connotato più radicale e uno sviluppo più ideologico nel tentativo di comprendere quale fosse il percorso migliore verso l’integrazione culturale del minore accolto. Tutti i convenuti concordavano su questi punti:

1. L’integrazione culturale di un minore di altra etnia è un processo complesso che deve essere agito in modo differente rispetto all’adulto. L’adulto ha l’autonomia di poter scegliere come e quando procedere verso l’integrazione culturale. Egli ha anche la possibilità di scegliere la non integrazione culturale, mantenendo per quanto gli è possibile la cultura propria del suo paese. Il minore nato biologicamente in una cultura e trapiantano in una cultura differente propria della famiglia accogliente, ha alcuni condizionamenti dovuti alla pressione della famiglia d’origine, che cerca di conservare l’identità culturale del proprio figlio, e la cultura della famiglia accogliente che vorrebbe far procedere il processo integrativo rapidamente, pena un ritardo nel processo identitario del minore nella relazione tra pari, nelle istituzioni, nel vivere civile.

2. Vivere con un minore di altra etnia in una stretta relazione con i genitori biologici (come avviene nell’affido) implica una apertura mentale davvero ampia. La motivazione all’accoglienza ha una forte base utopica, etica e spirituale, mentre il vivere l’accoglienza nel quotidiano determina tanti piccoli confronti, che se non sono vissuti con empatia, determinano via via micro fratture di pensiero, collosi distinguo impropri che mettono il minore in grande difficoltà dovendo spesso fare distinzione tra l’appartenenza ai suoi genitori biologici e quella alla famiglia affidataria. (…)

3. Il perdurare di stereotipi di massa, con affermazioni che nascono più dal sentito dire e dalle cronache distorte di certo giornalismo, finisce col definire erroneamente un differente stile di vita. Certi flussi informativi manipolati o semplicemente stupidamente superficiali determinano innalzamenti di steccati che nel vivere comune sono molto meno rilevanti. Paradossalmente basta ascoltare un mediatore culturale per comprendere quanto tra etnie culturali esistano barriere preformate di pregiudizio che possono essere abbattute con semplici azioni concrete quali preparare assieme il cibo, lavorare assieme ad un progetto, ecc. L’aver accolto un minore di altra etnia pone problemi non solo pratici, ma anche di natura etica e quindi spirituale, che devono essere affrontati in modo aperto proprio come impone l’atto di accoglienza: una azione che supera e vuole superare le barriere.

4. Considerato quanto detto nei punti precedenti, la famiglia accogliente deve avere ben chiaro che l’unico vero fine è operare per il bene del minore, anche a costo di fare passi indietro rispetto alle proprie convinzioni. (…)

Queste considerazioni dovrebbero indurre la famiglia accogliente ad una alta flessibilità, a meno teorizzazioni e luoghi comuni, e a considerazioni di alto ascolto della famiglia d’origine. Questo presuppone una chiarezza etico spirituale, ovvero un viaggio, un percorso, per fondare i presupposti dell’azione quotidiana. Bis ogna almeno aver cercato di comprendere quali sono le fondamenta su cui si regge l’accoglienza di un minore straniero (ma si noti, il problema è il medesimo per i minori italiani che provengano da strati sociali lontani culturalmente da quelli della famiglia accogliente). (…)

Per l’uomo laico, dunque, l’integrazione non può essere un processo unidirezionale, ma bidirezionale. Per la persona laica accogliere un minore significa accoglierne le differenze, siano esse proprie del minore, siano del suo tessuto culturale perché egli è non sono in funzione di quello che egli diverrà, ma anche in relazione a quello che culturalmente è stato. La natura sacrale della persona accomuna i rami più fioriti alle radici: ogni persona è tutt’uno e come tale deve essere accettata senza cedere alla tentazione di potarne i rami che meno somigliano a noi.”

(fonte: crescerefiglialtrui.typepad.com – 25 marzo 2012)

 

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