Archivio mensile:settembre 2012

Storia familiare. Guida del SENAME 2: “I bambini che ricordano la loro vita passata”

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“Nell’adozione è fondamentale il processo di ricostruzione della storia familiare, anche pre-adottiva” – dott.ssa Giuditta Borghetti – psicologa e psicoterapeuta

Una volta adottati, alcuni bambini e bambine, parlano della loro storia passata, dando dettagli della loro vita nell’istituto, degli amici e compagni, delle precettrici che li seguivano o dei pochi ricordi che conservano della loro famiglia biologica. A volte i loro racconti possono corrispondere a ricordi felici o divertenti, altre volte, possono commuovere per la loro crudezza, dando una dimensioni di ciò che il bambino/a possono aver sofferto nella loro vita passata.

Davanti al passato non possiamo far molto, salvo insegnargli ad imparare da queste sperienze, ricordandogli che quei momenti sono passati e che non torneranno mai più, perché ora ha una famiglia che è con lui per proteggerlo/a.  Che dobbiamo fare? Ascoltare il bambino/a con un atteggiamento aperto e senza pregiudizi.

Permettergli di raccontare quello che vuole e prestargli l’attenzione necessaria. Indirizzate le vostre domande per ottenere dettagli che vi aiutino a valutare il livello di danno che quella storia può avergli procurato. Cercare di non dimostrare emozioni negative come pena, angoscia, compassione o la sorpresa. Se fosse necessario richiedere aiuto professionale.

 (fonte: Dipartimento per le adozioni – Cile 2010)

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Storia familiare. Guida del SENAME 1: “L’incontro”

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Riprendo un passaggio della dott.ssa Annamaria Marbiero di due post fa: “Preparare all’adozione significa offrire al bambino una possibilità di ri-lettura e di ri- significazione della storia passata e delle possibilità future. Questo processo richiede anni ed è possibile solo all’interno di relazioni rassicuranti. Pertanto i bambini possono essere preparati all’incontro raccontandogli cosa avverrà nei giorni successivi ma è difficile che per età ed esperienze possano essere pronti a diventare figli, questo sarà il punto di arrivo dell’adozione e del processo riparativo.”

Mi sembra che risulti abbastanza chiara da distinzione tra incontro e preparazione all’adozione. Il primo è un’esperienza molto speciale e imprevedibile con un bambino che però si estingue ora e qui; la preparazione all’adozione è un tragitto che non finisce mai, che ha un inizio nel momento in cui la coppia decide di adottare (per il bambino, quando verrà fatto l’abbinamento) e che si evolverà finchè avremo vita. L’elemento discriminante è dunque ”il tempo”.

I prossimi post sono tratti da un opuscolo intitolato “Adottare in Cile, un lungo cammino per diventare famiglia” realizzato dagli operatori del SENAME (Servizio Nazionale dei Minori) di Santiago del Cile. Abbiamo estrapolato le sezioni che riguardano l’incontro, la ricostruzione della vita passata del bambino, il momento della rivelazione quando il bambino è piccolo. Si tratta di linee guida che possono, a nostro avviso, essere utilizzate anche in altre realtà dell’adozione internazionale.

“E’ naturale e auspicabile creare nella nostra immaginazione immagini di come sarà il momento in cui conosceremo chi può diventare quel figlio tanto atteso. Queste aspettative sul momento dell’abbinamento o dell’incontro con il bambino possono essere poco realiste. Può darsi che un giorno sarà ricordato come il più felice delle vostre vite o come un momento frustrante e deludente.

Mentre voi avete destinato molto tempo nel prepararvi per questo momento e sentite questo bimbo come il vostro, il bambino ha avuto una preparazione di alcuni mesi, il che non è sufficiente ad incorporare in lui il concetto di famiglia, pur identificandovi e chiamandovi papà e mamma. Visto che è un bambino grande (probabilmente maggiore di cinque anni) ha memoria e ricordi del suo passato biologico, così come ha coscienza del suo abbandono e dell’istituzionalizzazione. La sua visione di famiglia, è senza dubbio condizionata da queste influenze precedenti e la fiducia verso il mondo degli adulti può essere spezzata.

E’ fondamentale stabilire un poco alla volta una relazione basata sulla fiducia perché il bambino possa “adottarvi come genitori”. E’ importante non perdere di vista che, come ogni relazione, quella tra genitori e figli adottivi è una costruzione d’amore che si genera per mezzo della condivisione di esperienze e giorno per giorno.

Durante l’incontro, allora, possiamo trovarci con un bambino che reagisce molto affettuosamente e che vuole solo andare a casa a vivere con voi, ma possiamo anche trovarci con un bambino che vi respinge apertamente, che piange o che ha espressioni di molta angoscia nel momento . Come reagisca il bambino alla vostra presenza non è un segnale di come sarà la relazione che avrà con voi nel tempo. Se vostro figlio reagisce in una maniera che non vi aspettavate, non lo prendete come un rifiuto verso di voi. Lui o lei deve imparare ad aver fiducia in voi per donarvi il suo affetto.

In base a ciò, è bene tener presente che non possiamo esigere dal bambino dimostrazioni di affetto o vicinanza fisica. Dobbiamo rispettare la distanza che lui imponga e costruire le strategie necessarie perché interagisca con noi, rispettando i suoi tempi”.  

(fonte: Dipartimento per le adozioni – Cile 2010)

Storia familiare. Col senno di poi…

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 “…è necessario passare da una logica ‘sostitutiva’ dell’adozione, nella quale i genitori adottivi sostituiscono ed ‘estinguono’ i genitori biologici, ad una visione ‘sommativa’, dove i genitori adottivi si ‘aggiungono’ alla storia del bambino, in una prospettiva di continuità nella discontinuità” – Marco Chistolini, psicologo e psicoterapeuta familiare

Storia familiare: “La preparazione del bambino nel paese di origine

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di AnnaMaria Barbiero – psicologa e psicoterapeuta

 (…) È possibile preparare un bambino all’adozione? Spesso si confonde tra la preparazione del bambino all’adozione e l’accompagnamento all’incontro. (…) Preparare un bambino all’adozione richiede che il bambino possa collocarsi in una dimensione temporale di passato, presente e futuro. Questa possibilità è collegata all’età del bambino e alle sue esperienze quotidiane.

Un bambino precocemente istituzionalizzato che ha pochi contatti con la realtà esterna farà fatica a comprendere il concetto di altrove e di cambiamento. Nella sua esperienza la successione degli eventi è circolare, la routine si ripete ogni giorno uguale, regolare con pochi segnali dello snodamento del tempo e dello spazio, prepararlo all’adozione, al cambio delle relazione diventa quindi difficile. Il vuoto e l’assenza caratterizzano l’esperienza del bambino che potrà riproporre con gli adulti con cui verrà in contatto una relazione basata sul non attaccamento e sulla distanza. 

Un bambino che invece vive in una situazione di casa famiglia a cui è arrivato a seguito di maltrattamenti e incurie nel nucleo familiare ha esperienze di traumi e fratture, di fili che si rompono, oltre che di legami e di relazioni significative. Il passaggio a nuove relazioni può essere immaginabile ma potrà suscitare ambivalenze e paura man mano che il bambino si avvicina con alternanze di comportamenti e di reazioni repentini nel corso della stessa giornata.

Preparare all’adozione significa offrire al bambino una possibilità di ri-lettura e di ri- significazione della storia passata e delle possibilità future. Questo processo richiede anni ed è possibile solo all’interno di relazioni rassicuranti. Pertanto i bambini possono essere preparati all’incontro raccontandogli cosa avverrà nei giorni successivi ma è difficile che per età ed esperienze possano essere pronti a diventare figli, questo sarà il punto di arrivo dell’adozione e del processo riparativo. (…)

Il bambino che nel Paese d’origine ha vissuto relazioni significative o ha potuto  rielaborare una parte delle sue storie passate è un bambino che si relaziona con i futuri genitori con una possibilità di fidarsi maggiore rispetto al bambino a cui è stato dato il messaggio: «verrai adottato se ti comporterai bene».

(…) Concludendo è importante differenziare tra preparazione all’incontro e preparazione all’adozione, tenere conto dell’età dei bambini ricordando che più il bambino è piccolo più è difficile e potenzialmente traumatico il momento della conoscenza con gli estranei e del distacco dalla propria quotidianità. È importante differenziare tra informazione data al bambino e possibilità di comprensione. Pertanto è difficile parlare di preparazione all’adozione per bambini al di sotto dei 7-8 anni, ed è importante ricordare che come avviene per i neonati sono i genitori a dover essere preparati ad accoglierli, utilizzando le capacità di significazione, speranza, pensiero e calore.

 (fonte: Istituto degli Innocenti “Qualità dell’attesa e dell’adozione internazionale” – 2010)

Storia familiare: “La preparazione della coppia al paese di origine del bambino”

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di AnnaMaria Barbiero – psicologa psicoterapeuta 

Abbiamo trovato due interventi della stessa psicologa per quanto riguarda la formazione dei genitori alla cultura del paese di provenienza del bambino e un secondo intervento sulla preparazione del bambino prima di arrivare in Italia. Entrambi si collocano all’interno della ricerca fatta dall’Istituto degli Innocenti per la CAI  su “Qualità dell’attesa e dell’adozione internazionale” – 2010 scaricabile da internet: vedi www.commissioneadozioni.it/media/66911/qualitàattesa%20tutto.pdf

 (…) Le famiglie in attesa vanno accompagnate alla comprensione, intesa come prendere-insieme, alla conoscenza della cultura del Paese, per poter riconoscere dignità e significato a tradizioni altre, “straniere”, ad altri modi di intendere l’infanzia non per condividerli, ma per farsene carico in modo che il bambino che si incontra possa essere ri-conosciuto con la sua storia e le sue esperienze precedenti. 

(…) Prepararsi all’incontro significa prepararsi al viaggio, imparare a camminare e collegare prassi e culture presenti nel Paese in cui si adotta per dare significati che rendano possibile la genitorialità adottiva al di là di ideologie e facili critiche. Tra gli aspetti culturali più difficili da comprendere ce ne sono alcuni, quali le modalità di abbinamento, le cartelle sanitarie, i viaggi e la permanenza all’estero, per cui la coppia va supportata in fase di orientamento rispetto al Paese e di supporto specifico nel tempo dell’attesa.

La coppia va supportata nella scelta del Paese più significativo e affrontabile, ma va anche aiutata a comprendere e a metabolizzare alcuni aspetti difficili dell’iter perché la genitorialità è possibile solo all’interno di significati generativi e non distruttivi o vissuti “illegali”. Per una coppia che adotta nei Paesi dell’Est comprendere il senso delle cartelle sanitarie, imparare a proteggersi e a proteggere il bambino, capire come vengono fatti gli abbinamenti, e perché vengono fatti in un certo modo, significa non solo essere aiutati ad affrontare il primo e il secondo viaggio ma soprattutto essere supportati nelle proprie capacità e risorse genitoriali.

Prepararsi e allenarsi all’accoglienza comporta anche cercare di immaginare le storie per individuare risorse personali e di coppia che permettano l’integrazione delle storie del bambino con le storie familiari. Significa anche e soprattutto approfondire la conoscenza culturale e antropologica del Paese di origine del bambino per diventare famiglia interculturale promotrice di educazione ed esempio di integrazione di origini diverse.

L’adozione internazionale è un’occasione personale, familiare e sociale di ampliamento dei proprio confini all’interno dei propri necessari limiti. Rispetto alle esperienze precedenti all’adozione è significativa la storia dei bambini in particolare le modalità di accudimento dell’infanzia, l’idea di famiglia e di protezione, la percezione del corpo e delle relazioni, la lingua e le usanze. Una riflessione su come il corpo dei bambini viene maneggiato, nutrito, vestito a volte maltrattato è necessaria per le capacità riparative della coppia.

Rispetto all’idea di famiglia e di protezione è fondamentale poi ricordare come le famiglie adottive necessitino di poter immaginare che il bambino abbia vissuto e sia stato amato da altre persone e come nei nuclei d’origine il bambino possa aver fatto esperienza di famiglia, di confini generazionali, di spazi, vicinanze e ruoli diversi da quelli che vivrà nel nucleo di arrivo.

Il tempo dell’attesa viene vissuto dalle coppie come tempo vuoto, da superare il prima possibile, mentre le coppie andrebbero supportate per viverlo come cammino per conoscersi e conoscere il Paese di origine del bambino, per riuscire a entrare in confidenza con esso. (…)

 (fonte: Istituto degli Innocenti “Qualità dell’attesa e dell’adozione internazionale”- 2010)

Storia familiare. L’esperto: “Riempire il tempo dell’attesa”

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di Mariangela Corrias – psicologa

Dalla riflessione della dott.ssa Corrias abbiamo tratto solo le parti che ci sembravano più vicine al nostro tema della costruzione della storia di famiglia.

 

(…) Durante la gravidanza si verifica un cambiamento ormonale e psicologico che permette alla donna di “ripiegarsi” su di sé, vengono riportate alla coscienza fantasie onnipotenti infantili e le relazioni con la propria famiglia di origine: tutto ciò permette la crescita ed elaborazione del bambino immaginario, quell’immagine di figlio che ogni donna porta con sé. Questo aspetto va vissuto in un certo senso anche con l’attesa, anche se non è una spinta inevitabile, biologica, ma riflettuta e voluta. La spinta biologica che porta la donna a ripiegarsi su di sé manca completamente durante l’attesa di un bambino adottivo. (…) la coppia è chiamata a recuperare un vuoto attraverso un “supplemento di cultura”.

(…) E’ importante il dialogo all’interno della coppia, condividere fantasie e timori, la comunicazione di dubbi e verifica delle proprie risorse. Pensare il bambino che verrà permette di iniziare a entrare in sintonia con lui e aiuterà i genitori, un domani, a decodificare meglio le emozioni e i desideri del figlio. 

(…) E’ anche il momento di lavorare su se stessi, per avvicinarsi alle proprie debolezze e guardarle in faccia, per smussare gli spigoli, capire cosa fa paura, cosa si desidera, cosa non si sopporta proprio, cosa irrita. E’ necessario farsi delle domande: che fare, se lui o lei reagirà in un certo modo? Se non avrà voglia di studiare o se risponderà troppo sgarbatamente? Sono disposto ad accettarlo per quello che lui è o penso che riuscirò trasformarlo a mio piacimento? E’ bene fermarsi a riflettere su questo. L’adozione è l’incontro di più persone, due genitori e un bambino, che s’incontrano portandosi dietro alle spalle un’esperienza che le ha trasformate e, in ogni caso, formate. Compito dei genitori sarà di riparare le sue ferite, dare senso a ciò che è avvenuto, e ricostruire la sua vita, ma non potremo modificare la struttura del suo carattere.

(…) Cercare il più possibile di conoscere il contesto sociale  e culturale del paese dai quali i bambini provengono. Dalla formazione della famiglia alle situazioni che portano all’abbandono, simili ma differenti per ciascun paese, dalla situazione scolastica alla realtà degli istituti che accolgono i bambini, ma anche la differenza dei generi, i ruoli genitoriali che i bambini hanno introiettato, la famiglia estesa, la relazione tra coetanei, tutto quello che permette di conoscere le problematiche dei bambini che arrivano tramite l’adozione internazionale.

(…) sviluppare la capacità di tollerare ansia e sofferenza è estremamente importante. E’ solo così che si potrà accogliere il dolore e la sofferenza del figlio. Questa potrà assumere aspetti , talvolta difficili da riconoscere e tollerare: quello della rabbia, dell’ostilità, del silenzio. Sarà possibile così contenere dentro di sé questa sofferenza e restituire a lui la fiducia in se stesso e nella vostra relazione e speranza della vita e del futuro, che insieme vi attende.

(fonte: italiaadozioni.it – 16/06/2012)

Storia familiare. Col senno di poi…

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“…la diversità del bambino adottivo è un fatto oggettivo, che non può e non deve essere nascosto o camuffato. Egli deve essere, piuttosto, aiutato a comprendere che il suo percorso di vita è stato  sostanzialmente diverso da quello degli altri bimbi…” – Marco Chistolini, psicologo e psicoterapeuta familiare

Storia familiare. Mamma Maria: “Un diario che regalerò a mia figlia quando sarà grande”

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“Mi è sempre piaciuto scrivere, fin da ragazza. Da quando abbiamo ricevuto la telefonata del Tribunale dei Minori per l’abbinamento (adozione nazionale) ho deciso di iniziare un diario per la mia bambina. Nessuno me l’ha suggerito, è nato da una mia spontanea esigenza di raccontarle la storia del nostro incontro. Ho pensato che un giorno, diventata grande (adesso ha 5 anni) avrebbe avuto piacere di conoscere i miei stati d’animo mentre l’attendevo. Giorno dopo giorno questo diario continua e si arricchisce. Segno i miei pensieri e le affermazioni simpatiche di mia figlia. Ho chiesto di partecipare anche a mio marito per integrare ricordi e momenti familiari significativi. E’ il mio modo di dirle: ”Sono felice che tu sia qui e cresca con noi”.

Curiosità. Esiste un sito dove una mamma adottiva, una pedagogista e un’illustratrice si propongono, dietro compenso, per costruire il libro della storia del bambino. Per maggiori informazioni vedere http://italiaadozioni.it.

Storia familiare. Mamma Ceci: “El libro de Vida”

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“Che cosa ricordo dell’attesa? Sogni, paure, curiosità. Ho letto tanti libri, ho seguito i forum su internet e con mio marito ho incontrato tante persone. Direi che sentire l’esperienza di altre famiglie già collaudate dava maggiore concretezza al nostro sogno. Poi è arrivato l’abbinamento e abbiamo potuto sentire, via telefono, la vocina di nostra figlia dall’altra parte del mondo. Solo allora, quando abbiamo ricevuto le sue foto e noi abbiamo mandato le nostre, ho cominciato a costruire un album dove raccontavo a mia figlia come siamo arrivati ad incontrarla. Anche lei, seguita da una psicologa, stava costruendo il suo diario-album, “El diario de vida”. I due album sono andati avanti in parallelo ed è un dono reciproco che ci siamo fatti all’inizio per far incrociare le nostre vite. Sono stati completati in Italia con l’incontro della famiglia allargata. Il suo copre le tappe dei suoi trasferimenti nei vari istituti e ricorda le figure di riferimento importanti della sua vita. Il nostro è un affettuoso benvenuto ad una piccolina spaurita e sola. Mia figlia non è tipo da smancerie. Quell’album, però, a distanza di tempo, lo trovo spesso sul suo letto e la sicurezza che l’ha apprezzato ce l’ho quando lo mostra alle sue amiche più care.”

 Curiosità.  Dalle nostre conoscenze “El libro de vida” si prepara in Cile e Messico

Comunicazione International Adoption: “Laboratorio autunno 2012”

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I laboratori sono incontri pensati per poter afforntare e approfondire temi specifici.

Laboratorio BAMBINO 7-10 ANNI

UDINE 13 ottobre 2012 ore 9.00-13.00

L’incontro si svolgerà a Udine nella sede di International Adoption, Via S. Caterina 208/c -Campoformido (UD)
 
N° max: 30 – Posti disponibili: 28

Storia familiare. L’esperto: “L’integrazione della storia nella storia familiare dell’adozione”

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di Ester di Rienzo – psicologa psicoterapeuta

Vedi articolo completo 

http://www.sviluppointelligenzaemotiva.it/Editore/Collane/Dispense/DownloadDispense/Adozione.pdf

 1. La doppia nascita

Figlio biologico e figlio adottivo ‘nascono’ da porte diverse: il parto e l’adozione. Tutti i figli hanno bisogno di essere ‘adottati’ nel senso di essere scelti e di partecipare ad un processo di affiliazione, di avere cioè uno spazio interno nella mente e nel cuore dei genitori. Possiamo dire che alcuni bambini nascono prima del concepimento nel pensiero, nel desiderio, altri durante la gravidanza, altri alla nascita, altri dopo molto tempo….La differenza tra filiazione e affiliazione consiste proprio in questo processo di maturazione del sentimento di genitorialità da parte dei genitori adottivi e di affiliazione da parte dei figli. Un processo di reciprocità ‘circolare ‘che attraversa diverse fasi. (…) Il bambino però, anche se piccolo, può avere una sua storia in cui ha vissuto stili di attaccamento disfunzionali, poco rassicuranti, che avendolo reso diffidente ed evitante, non gli permettono di corrispondere in modo immediato alle manifestazioni di affetto e cura. (…)

 

2. Aspettative e figlio “ideale”

Quali aspetti meritano più attenzione e tempi di ‘riorganizzazione’ in questa doppia attesa, dei genitori e del bambino?

(…) Il genitore deve essersi legittimato come ‘vero genitore’, ossia aver superato le paure di essersi appropriato di un bambino di altri, aver elaborato il sentimento di invidia verso i genitori in grado di generare figlio, aver bonificato il fantasma persecutorio del genitore biologico, aver superato il lutto per la sterilità e la naturale depressione. Aver dedicato un tempo ed uno spazio a sé ed alla coppia per consolarsi e coccolarsi. E il bambino? Nel caso di bambini molto piccoli, entro il primo anno di vita, il presupposto è che il bambino mantiene una memoria emozionale degli eventi precedenti la sua adozione. (…) Il bisogno di entrambi è quello di riconoscersi in un ruolo, il ruolo di genitore e il ruolo di figlio. L’affiliazione si costruisce attraverso la costruzione di una storia comune. (…) Il bambino ha mantenuto una memoria emozionale e gli va narrata una verità narrabile, che non produca fantasmi persecutori inutili, con parole che parlino al mondo emotivo e in cui possano ritrovarsi genitori e figlio.

 

3. Come parlare

Prima che col bambino il dialogo è con sé stessi ed all’interno della propria coppia. Permettersi di ascoltarsi e ascoltare il compagno, di darsi una vicinanza, di esprimere la propria ansia… Se ci si accoglie, si condivide, nella coppia nasce una ‘forza’ ed è più facile affrontare le difficoltà e accogliere il bambino. Le parole per narrare a sé stessi e al figlio sono quelle che parlano al mondo emozionale proprio e del bambino. (…)

Il bambino piccolo, di 2-3 anni, ha bisogno di considerare ‘vera’ la madre, vuol essere rassicurato che non è magico, ma nato in una pancia, sentita come una custodia che lo ha portato al mondo. (…) Il bisogno primario di genitori e figli è assegnare il ruolo ai personaggi della loro storia: il bambino ha bisogno sapere quale ruolo ha la persona che lo ha portato nella pancia, il genitore d’altra parte può provare rabbia, dolore, dispiacere di non aver avuto sempre vicino il figlio, di non averlo partorito. Dal racconto delle storie può nascere una vicinanza, possono essere raccontate come simili per la ricerca e l’ attesa reciproca, trovando così una possibilità di espressione per i sentimenti provati.

Col bambino non va usata la parola “abbandonato”, che connota negativamente il bambino come un oggetto rifiutato, proveniente da un contesto deprivato. Va evitata la svalorizzazione dei genitori biologici che farebbe sembrare i genitori adottivi pietosi più che desiderosi. (…) Un delicato spazio di cura emotiva va dedicato verso sé e verso il figlio nel periodo dell’adolescenza. Le domande del figlio adolescente rappresentano un’invasione emozionale importante per il genitore. Di seguito si evidenziano i passaggi più significativi del processo di affiliazione..

 

4. L’integrazione delle storie

Con il figlio adottivo si accoglie anche il suo passato, il suo specifico livello di sviluppo, frutto delle esperienze vissute negli ambienti precedenti all’adozione, la sua storia. Allo stesso modo il sistema familiare adottivo ha bisogno di integrare la sua storia con quella del bambino. Come affrontano i genitori adottivi la gestione della storia precedente del bambino, legata alla sua famiglia biologica, alle sue esperienze passate, alla sua condizione di adottato?  

Il genitore può avere difficoltà ad accostarsi al suo passato se sente che ciò fa riemergere nel bambino vissuti difficili. Gli adulti possono faticare a parlare del dolore coi bambini e di loro deprivazioni affettive e tendere ad evitare l’argomento o attribuire la ‘colpa’ del dolore ad un soggetto specifico che appartiene alla vicenda storica del bambino, manifestando ostilità e aggressività verso questa figura. Quali gli scenari prevedibili? C’è reciprocità nelle due attese…La ricerca delle appartenenze passa anche dal riconoscimento delle conflittualità, delle differenze.  

Accogliere la propria storia, essersi pacificato con le parti dolorose, raccontarsi e raccontare di sé al figlio. Nell’interezza della propria esperienza, nel riconoscimento di sbagli… Se un genitore ha sperimentato il conflitto con i propri genitori, se a volte si è sentito incompreso, rifiutato, se ha fatto esperienza di differenze tra le aspirazioni dei suoi genitori su di sé, rispetto alla scelta degli studi, del lavoro, della fidanzata… se a volte ha sentito poca fiducia verso sé, trova nella sua esperienza una ‘memoria’ che lo può aiutare a vivere le difficoltà senza spaventarsi. Chi non ha nessuna esperienza dei conflitti che possono nascere tra genitori e figli, chi ha vissuto nell’idillio, nella coincidenza di idee e scelte non ha maturato esperienza di sé nella differenza… Il rischio è che nel confronto tra figlio Ideale e figlio reale, l’adulto non abbia memoria della propria esperienza di debolezza, sofferenza sperimentata da bambino.

 La grande risorsa è la possibilità di fare i conti col bambino che si è stati, con la propria competenza autobiografica, di attingere alla capacità di sintonizzarsi col passato, sia quello goduto che quello sofferto. Nella costruzione di una storia comune, largo spazio interno può avere la propria storia, il ricordarsi chi si è e come lo si è diventati.  Se ci si chiede ‘chi sono?’ si accoglierà il bambino che si chiede ‘chi sono?’.

Difficilmente il bambino sarà il bambino dei sogni,  facilmente sarà poco prevedibile. Attenzione se il bambino cerca di diventare il Figlio Sognato, se cerca di adeguarsi presto alle richieste…Il naturale bisogno reciproco di dare e ricevere affetto, il giusto desiderio di essere ricambiati trovano più facilmente risposta se viene mantenuto il contatto con la propria infanzia, con i limiti sperimentati, se ci si prende cura di sé prima che del figlio. Se il genitore accetta i punti deboli della propria infanzia, non la idealizza… sarà più facile accogliere l’imprevedibile. Genitore e bambino non sanno chi incontreranno.  Il genitore si identifica col bambino sognato, il bambino vuole diventare il figlio sognato. Può essere difficile accettare l’alterità, sintonizzarsi con le differenze intellettuali,  fisiche, psichiche, con la spiacevolezza.

Nell’integrazione delle storie non si tratta di scegliere, ma di accogliere con ritmi e tempi del genitore e del bambino.

 

Il bambino che viene da lontano

Bambini che appartengono ad altre etnie hanno difficoltà con la lingua, a volte mancano loro gli strumenti di comunicazione, che sono invece comuni nel paese dei genitori adottivi. L’ identità etnica può rappresentare una risorsa, ma anche un ostacolo, soprattutto inizialmente.  Nel caso di adozione internazionale si aggiungono infatti differenze di tipo razziale e culturali e lo stile comunicativo precedentemente conosciuto ed utilizzato. Ad esempio in culture dove si pratica una stretta vicinanza tra madre e figlio piccolo, l’allontanamento dell’adulto può essere vissuto come perdita o può generare sensi di colpa e fantasie di punizione. (…) Lasciare il proprio paese, una cultura familiare, può provocare sentimenti di perdita e non l’apprezzamento di nuove abitudini (…) L’integrazione nella nuova cultura viene facilitata se la nuova famiglia considera positiva l’etnia di provenienza, ne accetta i valori, l’identità multietnica, il patrimonio culturale… (…) Il contesto intorno alla famiglia può farla sentire accolta o emarginata. Gli insegnanti si possono sentire impreparati ad accogliere un bambino ‘diverso’.  Il confronto col mondo esterno può rappresentare una risorsa o essere fonte di difficoltà. Ci si può sentire dotati di risorse all’interno della famiglia e sprovvisti all’esterno. Emozioni ricorrenti possono essere l’impotenza, l’incertezza, la frustrazione, la sorpresa, la rabbia per la delusione verso altri…

Nell’adolescenza può essere forte il desiderio di tornare nei luoghi di origine per la ripresa di contatto con la realtà della propria nascita. Quando il figlio deve dimostrare prima di tutto a sé stesso, di essere diverso, di non avere un bisogno assoluto di loro, di potersi dare altri modelli di identificazione, può desiderare di ricercare la sua storia, le sue origini. Possono esserci crisi quando il figlio sa che da qualche parte ci possono essere i suoi genitori biologici infelici. Si tratta di un periodo ‘critico’ in generale,  in cui la ricerca delle origini può attivare nei genitori insicurezza ed ansia. In realtà se le informazioni sulla storia delle proprie origini sono integrate con normalità nella trama storica narrativa familiare, se figlio e genitori hanno stabilito un buon legame, la conoscenza che deriva dalla ricerca dei genitori biologici, servirà per rinforzarne l’identità, chiarire, completare. 

La famiglia con altri figli … (…)  Si può dire che la presenza di fratelli facilita l’adeguamento del bambino a stili educativi nuovi e l’integrazione del passato nel presente.

 

5. Il bambino che porta un grande dolore dentro di sè

Credo che spesso i bambini adottati siano in questa condizione…

La minimizzazione o negazione di esperienze dolorose possono ostacolarne la conoscenza: un bambino difficilmente parla della sua sofferenza se sente che l’adulto non è disponibile, ma anzi ne è spaventato. (…)Il silenzio del bambino anziché sfiducia può rappresentare un movimento protettivo nei confronti del genitore (“Non parlo per non far soffrire papà e mamma”). Un tale movimento protettivo comporta però la mancata espressione di sentimenti profondi. (…) il bambino che ‘evita di ricordare’ ha poi difficoltà a pensare e ad elaborare le esperienze spiacevoli.  Il problema si pone nell’adolescenza se la famiglia non ha fatto un confronto con passato. Il bambino può avere ferite invisibili che i genitori hanno bisogno di imparare a riconoscere. Il minimo sfioramento con la ferita farà scattare il bambino con reazioni anche difficili da gestire o riattiva comportamenti disfunzionali.

Le reazioni possono essere le più varie:  un bambino può non sopportare l’eco di atteggiamenti che gli richiamano il rifiuto o minacce di abbandono, un altro bambino chiede o rifiuta,  in entrambi i casi in modo estremo, il contatto fisico… (…) Quello che segue è un esempio pratico di come con un bambino, anche molto piccolo,  si può costruire nel tempo il sentimento di reciproca appartenenza e l’integrazione delle storie. (…)

 

6. Libro – album sulla storia del bambino

Questo strumento, utilizzato spontaneamente da diversi genitori adottivi in vari modi,  è stato illustrato da P.Bardaji Suarez (P.Bardaji Suarez, in Ecologia della mente, n.2, 2002).

1) Com’era la mia famiglia di origine o il luogo dov’ero accolto:

chi c’era,  i loro nomi,  foto,  disegni,  ricordi,  oggetti conservati,  indumenti, giochi,  abitudini alimentari,  usanze o foto di persone che accudivano il bambino.

2) Il legame con la famiglia adottiva:

  • il viaggio dei genitori verso di lui
  • il saluto dei parenti che aspettano
  • l’incontro
  • la permanenza nel paese di origine
  • il viaggio verso casa
  • il giorno dell’arrivo
  • la festa
  • ricordi
  • foto,  oggetti,  disegni…

3) Com’è la mia famiglia adottiva:

  • chi la forma?
  • i loro nomi
  • compleanni
  • com’è il mio quartiere,  la mia città,  il paese in cui vivo…
  • com’è la mia scuola:  foto, quaderni, pagelle…
  • le cose che mi piacciono di più e di meno…
  • cosa piace di più a me di mamma e di papà…
  • cosa piace di me a mamma e a papà…

Il libro-album si costruisce insieme e si arricchisce nel tempo, divenendo un legame tra i tempi: il passato, il presente, il futuro.

Storia familiare. L’esperto: “Dal trauma all’esperienza adottiva”

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di Ivana De Bono – psicologa, psicoterapeuta, docente SPIGA di Roma

Per l’articolo integrale vedi http://www.spigahorney.it/italiano/Articolo_De%20Bono.pdf

Il neonato alla nascita possiede già un suo bagaglio che è sia biologico, sia mentale. Se prima si riteneva che il feto non avesse alcun tipo di percezione, oggi le ricerche in neurobiologia, supportate da tecnologie sempre più sofisticate, ci permettono di affermare che non solo recepisce gli stimoli trasmessi dalla madre, ma che questi stimoli assumono una funzione importante per il corretto sviluppo del cervello e lasciano una memoria corporea di esperienza prenatale che può modificare il comportamento nella vita postnatale. (…)

Ognuno di noi è dunque il frutto di un proprio patrimonio genetico e di una specifica ed irripetibile esperienza ambientale, che inizia dalla vita fetale e prosegue per tutta la vita in una interazione continua e complessa. 

(…) quanto finora affermato entra inevitabilmente in contrasto con la diffusa convinzione che adottare un bambino molto piccolo, magari neonato, annulli o riduca al minimo la storia antecedente. Questa, al contrario, ha inizio dal momento del concepimento; è una storia che lascia una memoria inscritta nel corpo e che partecipa alla costruzione dell’identità del bambino.  

(…) Non possiamo ritenere che l’influenza delle prime esperienze di vita debba tradursi in fissità per il costituirsi dell’identità adulta. Jerome Kagan, utilizzando proprio la letteratura sui bambini adottati, afferma che la prima infanzia non costringe in un solo senso il futuro dell’individuo. (…) Infatti, se il cervello ha una sua capacità plastica di modificare struttura e funzioni al mutare delle esperienze interpersonali, ciò significa che il bambino, anche gravemente deprivato, può beneficiare di figure alternative capaci di riattivare il suo sano processo di crescita.

(…) La madre non trasmette solo nutrimento ed ossigeno, ma anche elementi attinenti al suo stato mentale ed emotivo che indirizzano fin dalle prime fasi di vita il comportamento del neonato in una complessa interazione con la sua dotazione genica. (…)La madre deve però saper cogliere i segnali del bambino: per riuscirci è fondamentale che mantenga un equilibrio fra la propria empatia verso quelli che ritiene siano i bisogni del bambino e la propria obiettività nel considerarlo come una unità indipendente dai propri pensieri, sentimenti e fantasie. Se ciò non accadesse, rischierebbe di rispondere di più ai propri sentimenti e pensieri interni, erroneamente scambiati per quelli del bambino (cfr. Zetzel e Meissner, 1973, p.230).

La madre, inoltre, per funzionare da buon contenitore, necessita a sua volta di sentirsi contenuta non solo da un partner e da un ambiente esterno favorevole, ma anche da un mondo interno capace di sostenerla, in grado cioè di “tenere insieme sia la riattivazione regressiva del suo essere figlia, sia il nuovo ruolo e l’immagine di una madre interna da cui recuperare un modello” (D’Arrigo e Testa, 1992, p.76).

Il risultato di questa prima interazione è il costituirsi nel bambino di un primitivo senso di integrità e sicurezza interiore che è la base della fiducia, che si riflette nella regolarità dell’alimentazione, dell’evacuazione e del ritmo sonno-veglia. Il benessere del bambino permette alla madre di ridurre la sua ansia, di rinforzare la fiducia nelle proprie capacità personali e di contribuire ulteriormente all’instaurarsi nel bambino di una risposta di fiducia collegata alla sensazione della madre di essere degna di fiducia.

 La capacità di avere fiducia è fondamentale per ogni tipo di relazione umana e il grado in cui viene menomata avrà un’influenza determinante sugli eventuali futuri eventi psicopatologici e nei rapporti interpersonali. Se ci sono stati privazione sensoriale, eccessiva stimolazione o cure incostanti, il bambino potrà avere difficoltà o anche gravi conseguenze in futuro (cfr. Zetzel e Meissner, 1973, p.232).

Ogni essere umano porta dentro di sé un residuo di sfiducia che riflette il parziale insuccesso della mutua regolazione tra madre e bambino. (…)

Per crescere, infatti, è necessario separarsi da persone, livelli di funzionamento, stili di pensiero e di relazione per stabilire nuovi attaccamenti e per orientarsi o riorientarsi sulla via dell’autorealizzazione. Karen Horney sostiene che l’essere umano ha un impulso innato a sviluppare le proprie potenziali capacità, ma necessita di condizioni favorevoli affinché queste possano realizzarsi (1950, p.35). Se il bambino, nell’interagire con l’ambiente cha ha cura di lui, si sente accolto nell’espressione dei suoi desideri, se il suo affermarsi nella differenza dall’altro non incontra ostacoli ma attenzioni, è possibile che “interiorizzi il piacere della crescita, il piacere di sentirsi se stesso, dove il sentirsi separato dall’altro può essere vissuto come una conquista positiva e non come esclusione di sé o dell’altro” (Kuciukian, 1995, p.21).  

(…) Anche le difficoltà di attenzione e di apprendimento che spesso insorgono in età scolare sono da ricondursi alla prima relazione madre-bambino, all’interno della quale possiamo rintracciare i precursori del desiderio di conoscenza. Nella storia pregressa del bambino adottato il cammino dalla dipendenza all’indipendenza “non si è probabilmente realizzato in modo adeguato e integrato; la difficile elaborazione della perdita dell’oggetto d’amore materno ostacola la possibilità di nuovi investimenti affettivi e intellettivi, riattivando nell’inconscio antiche angosce persecutorie che dilagano e occupano in modo massiccio la mente. Viene così impedita la formazione di uno spazio interno in cui introiettare la conoscenza e  l’apprendimento.  

(…) Nel bambino adottivo la memoria del passato suscita l’angoscia dell’antica perdita che, se non viene accettata ed elaborata dentro di sé e nella relazione parentale, tende a paralizzare la mente non predisponendola al cambiamento verso la conoscenza. Infatti sono spesso presenti disturbi della memoria, che segnalano l’impossibilità di rievocare un passato troppo doloroso per poter essere contenuto dentro di sé” (Farri Monaco e Peila Castellani, 1994, p.198-199).  

(…) E se imparare significa soprattutto saper reggere la frustrazione del proprio limite (di non sapere), il bambino adottato ha ancora bisogno di un porto sicuro dove possa trovare il calore e la protezione di un adulto in grado di contenere quegli stati d’animo che in passato lo hanno sommerso e reso fragile ad ogni successiva frustrazione.  

(…) Il genitore che in consultazione chiede quando è il momento giusto per parlare al bambino della sua storia, “dimentica che il suo compito primario è di ridare un senso costruttivo a quei vissuti già presenti nel bambino, inscritti nella sua pelle, che sono già stati elaborati in modo distorto. Quando l’adulto ritiene di dover aspettare le sue domande, dimentica che lascia ancora una volta il bambino da solo di fronte ad un compito troppo grande, che richiede proprio quella capacità di tradurre l’emozione in pensiero che non ha potuto acquisire adeguatamente con le precedenti figure di riferimento. Il blocco della rielaborazione di una sofferenza è di per sé traumatico: la non pensabilità spinge all’azione, che vede il coattivo ripetersi di modalità intrapsichiche ed interpersonali precocemente apprese.

Il genitore adottivo deve quindi essere capace di tenere presente dentro di sé la sofferenza del bambino per farsi contenitore in grado di rendere comunicabili e pensabili i suoi vissuti. Rispettando il bambino nei suoi tempi e modi di assimilazione ed elaborazione, il genitore può così utilizzare metaforicamente qualsiasi spunto della vita quotidiana con quel linguaggio degli affetti, che è innanzitutto preverbale e presensoriale, che permetta al bambino di ripristinare il filo interrotto del suo progetto vitale” (De Bono, Edizioni ETS, in corso di  pubblicazione).  

I bambini hanno bisogno di “pelle”, di vicinanza emotiva, di verità affettive e creative, non tanto della conoscenza dei fatti storici o di spiegazioni razionali che talvolta possono essere usate difensivamente dall’adulto per la sua difficoltà a rapportarsi al tema delle origini.  

(…) Il trauma, anche grave, di per sé può essere superato se la figura accudente riesce ad accogliere e condividere il dolore; diviene invece patogeno nel momento in cui chi lo subisce deve ricorrere al meccanismo della negazione, facendo proprio l’atteggiamento dell’adulto che contraddice la realtà delle sue percezioni e che afferma “che non è successo niente, che non si sente male da nessuna parte” (1931, p.75). L’evento traumatizzante scompare così dalla realtà esterna e da extrapsichico diviene intrapsichico. Il trauma diventa dunque parte integrante della sua struttura psichica e delle sue modalità di entrare in relazione col mondo. Non ci si può perciò aspettare che il bambino inserito in un contesto familiare adeguato non risentirà dell’esperienza pregressa. E non possiamo pensare che sia sufficiente l’amore e l’accudimento di genitori che hanno fretta di normalizzare ed equiparare l’adozione alla filiazione naturale. Ciò equivale a negare il senso più profondo dell’adozione in cui deve tornare ad aver voce il diritto del bambino alla sua integrità e alla sua autorealizzazione.

La famiglia adottiva, che più delle altre è una famiglia in continuo divenire, ha quindi un compito rilevante e che si dispiega nel tempo: accogliere quei frammenti della personalità in cui permane il vissuto traumatico per favorirne il risanamento e la trasformazione.

 (fonte: spigahorney.it)

La costruzione della storia familiare: “Come fare ad integrare la storia di coppia con quella del bambino adottato in un paese straniero”

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Quella che abbiamo introdotto con la canzone di Francesco De Gregori è una sezione dedicata alla costruzione della storia familiare. 

Si partirà dall’attesa, quando sia genitori che bambino devono trovare dentro di sé lo spazio per far entrare uno sconosciuto/degli sconosciuti, per passare poi all’incontro (fisico e affettivo) ed, infine, arrivare all’adolescenza e all’età adulta durante le quali c’è il rischio di pericolosi strappi se non si è preparato il terreno anni prima per la continuità. 

A questo proposito seguiranno riflessioni sulla scrittura autobiografica che può essere utile sia all’adolescente sia all’adulto per mettere ordine nella sua vita. 

In questa sezione sarà dato ampio spazio agli esperti. Sebbene siano stati fatti tentativi di riduzione del testo, i temi sono così delicati che gli articoli risulteranno piuttosto lunghi. Per alcuni verrà suggerito di stampare l’articolo originale collegando direttamente al link.

Le testimonianze sono riprese dal Convegno dell’Associazione Famiglie Adottive pro ICYC  a cui abbiamo partecipato.

Le famiglie imperfette. Il punto

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Il film di Scola è un augurio alle nostre famiglie di trovare il loro filo conduttore e di capire, alla fine, quanto è stata costruttiva la strada percorsa assieme ai nostri figli.

In questa sezione segnaliamo:

–         la semplicità di papà Paolo nell’esprimere la soddisfazione di appartenere ad una famiglia in cammino

–         l’ironia di mamma Blog

–         la testimonianza di don Roberto Vinco come padre affidatario

–         le opinioni degli esperti e le testimonianze di genitori sul significato di educazione

–         l’intervento di Maurizio Corte sull’accettazione della diversità dei nostri figli.

Nei prossimi giorni inizierà “la costruzione della storia familiare” che è un proseguo di questa sezione: si parlerà sempre di famiglie in movimento verso la creazione di una storia comune, quella di due genitori con un bambino che viene da lontano.

Famiglie imperfette. Film:”La famiglia” di E.Scola (1986)

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Dieci anni dopo il ritratto della famiglia degradata, ecco la versione patinata sulla famiglia girata da Scola, che però non si sottrae al ritratto dei vari personaggi con le loro piccinerie e generosità. Mi ha colpita l’immensa casa, sempre uguale, mentre il tempo passa e gli spazi ora si riempiono, si svuotano, si riempiono di nuovo. Questa è la vita di Carlo, membro di una famiglia borghese romana tra il 1906 al 1986, data di nascita e di compimento dell’ottantesimo compleanno. I due momenti sono immortalati da due foto di gruppo mentre nel mezzo di questi anni si avvicendano battesimi, nozze, lutti, bisticci, conflitti, pranzi, compromessi. Tra gli attori Vittorio Gassmam, Stefania Sandrelli e Fannie Ardant.

Il tempo passa e le persone diventano più morbide, si levigano i conflitti, rimangono i sentimenti, si allontanano le passioni…

Comunicazione AFAIV: “Ciclo di incontri sui figli adottivi preadolescenti – autunno 2012”

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Per l’autunno sono stati organizzati una serie di incontri per i genitori che si trovano ad affrontare la fase della preadolescenza.

LA DANZA DELLE EMOZIONI NELLA CRESCITA DEI FIGLI ADOTTIVI PREADOLESCENTI

Prima serata :  Venerdì 21 settembre 2012 ore 20,45 – Relatore: Dott.ssa Barbara Di Virgilio, psicologa psicoterapeuta

Seconda serata: Venerdì 28 settembre 2012 ore 20,45 – Conduttori: Tutors Afaiv

Sede incontri: Cassano Magnago- c/o Centro Anziani – Via C. Colombo, 32

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SCUOLA E SOCIETA’: L’INSERIMENTO IN UN MONDO CHE CONDIZIONA LA CRESCITA E L’AUTOSTIMA.

Prima serata: Venerdì 12 ottobre 2012 ore 20,45 – Relatore: Dott.ssa Barbara Di Virgilio, psicologa, psicoterapeuta

Seconda serata : Venerdì 19 ottobre 2012 ore 20,45 – Conduttori: Tutors Afaiv

Sede incontri: Cuveglio, c/o Comunità Montana, P.zza Marconi, 1

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CURARE L’ADOZIONE – MODELLI DI SOSTEGNO E PRESA IN CARICO DELLA CRISI ADOTTIVA

(con l’occasione verrà presentato il libro scritto dal relatore e da altri esperti)

Prima serata : Venerdì 9 novembre 2012 ore 20,45 – Relatore: Dott. Francesco Vadilonga, psicologo, psicoterapeuta

Seconda serata : Venerdì 16 novembre 2012 ore 20,45 – Conduttori: Tutors Afaiv

Sede incontri: Arcisate – Via Matteotti, 20

Per ulteriori informazioni e volantino completo vedi sito web: http://www.afaiv.it

Famiglie imperfette. Libro: “Bambini in Affido”

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L’intervento del post precedente conclude: “E se non hanno figli o non li possono avere? Questo amore, perché fluisca, dovrebbe essere trasmesso a qualcun altro occupandosi di un progetto a favore della vita.”

Parliamo allora di affidamento, diverso ma anche molto simile all’adozione. Anche le famiglie affidatarie sono imperfette, di quella imperfezione che le rende vibranti di luce propria. In verità è un tema che merita una sezione tutta per sé. Qui vogliamo solo proporre un libro ricco di testimonianze di bambini, di genitori ed esperti che seguono questo mondo. L’approccio è semplice e lineare, ma molto esaustivo.  

Mi ha colpito il capitolo sesto intitolato “strumenti” in cui viene fatta una carrellata di percorsi terapeutici per avvicinarsi ai ragazzini in maniera poco invadente e per aiutarli ad esprimere le loro emozioni. Ma ci sono anche i capitoli sui bisogni del bambino, sulla gestione della sua storia familiare e riflessioni sull’accoglienza. 

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Michela Rebellato e Barbara Pianca

“Bambini in affido”

Tutto quello che c’è da sapere per

dare una famiglia a chi non ce l’ha

Ed Sempre 2011

 

«Questo contributo apre orizzonti interessanti per una scelta, quale quella dell’affido, che è uno degli atti di amore più gratuiti e significativi: il dono di un papà e di una mamma per una crescita armoniosa ed equilibrata, per il benessere del bambino.»

(dalla prefazione di Giovanni Paolo Ramonda)

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Per chi fosse interessato all’acquisto, seguire le istruzioni sul sito  http://www.apg23.org/la-comunicazione/sempre-comunicazione/libri  dove è disponibile anche la scheda libro e una breve presentazione delle autrici.

Famiglie imperfette. “Le costellazioni familiari: i genitori danno, i figli prendono”

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di Alberta Mantovani – “Le radici dell’anima” – ed tecniche nuove 2006

Dalla copertina del libro: “Le costellazioni familiari, metodo ideato da Bert Hellinger (psicoterapeuta tedesco conosciuto a livello internazionale), fanno chiarezza sulle dinamiche inconsce che stanno alla base dei rapporti tra i membri di una famiglia e aiutano a ritrovare l’armonia (…) Essere in armonia con il mondo significa accogliere consapevolmeete ciò che è, essere al centro di se stessi, in equilibrio. La sensazione che ne deriva è di pace, rilassatezza, disponibilità e leggerezza. Ci si sente in sintonia con il proprio destino e ci si accorge che è tutto più semplice.” Riporto di seguito un capitolo che riguarda i rapporti tra genitori e figli secondo l’autrice. 

(…) Dissi a mia figlia Monica: “Sai qual è uno degli ordini più importanti dell’amore? I genitori danno e i figli prendono.”

(…) A molti potrà sembrare banale, ma questa regola, se non rispettata, genera grandi squilibri. Quanti figli si sentono superiori ai loro genitori, quanti li giudicano e pretendono di insegnare loro a vivere? E’ capitato anche a me, soprattutto con mia madre che vedevo fragile e che mi permetteva di fare la grande fin da piccola. E sbagliavo.

Facendo così dimenticavo che insieme a mio padre mi aveva dato la vita. E con la vita mi avevano trasmesso  qualcosa che veniva da molto lontano.

Dopo un po’ ho capito che i miei genitori mi hanno dato ciò che hanno ricevuto dai loro genitori e ciò che hanno preso l’uno con l’altro come coppia. Niente di più perché non ne erano in grado.

Se, per esempio, tutta la vita una persona riceve da sua madre freddezza, come farà ad essere una madre dolce piena d’amore? E’ praticamente impossibile perché la tenerezza non l’ha mai conosciuta. Quindi nessuna colpa.

Il dare e il prendere tra genitori e figli si muove perciò in una sola direzione, come l’acqua di un fiume che dall’alto scorre in basso: chi arriva prima di là e chi dopo. Il legame tra genitori e figli sarà sempre, perciò, fra persone di diverso livello, come tra insegnanti e allievi.

“Voi siete i miei genitori, voi venite prima, io vengo dopo.” È una frase che detta col cuore mi ha dato forza.

Questo non significa che, come figlia, valgo di meno dei miei genitori ma semplicemente che riconosco il mio ruolo e in questo ruolo mi rilasso.

Avevo ragione quando intuitivamente non ritenevo auspicabile l’amicizia tra genitori e figli: una madre che vuol fare solo l’amica della figlia non farà il suo bene e un padre che vuole fare “il compagno” del figlio non verrà preso sul serio e perderà autorevolezza.

I figli cercano esempio, sicurezza, protezione e devono poter alzare lo sguardo verso i loro genitori.

I figli, quindi, prendono dai genitori e tra fratelli i maggiori danno ai minori. Il secondogenito, ad esempio, prenderà da mamma e papà e dal fratello maggiore e darà solo ai fratelli più piccoli. Nelle famiglie numerose l’ultimogenito è “il piccolino”, quello che prenderà da tutti e che da adulto si occuperà dei genitori anziani come per restituire tutto l’amore che ha avuto.

Ma a chi andrà tutto l’amore che i figli prendono dai genitori? Come lo possono ricambiare? Semplicemente trasmettendo a loro volta ai loro figli.

E se non hanno figli o non li possono avere? Questo amore, perché fluisca, dovrebbe essere trasmesso a qualcun altro occupandosi di un progetto a favore della vita.

Famiglie imperfette. L’esperto: “Figli “diversi” e la sfida insidiosa della convivenza”

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di Maurizio Corte – Docente di Comunicazione interculturale e di Giornalismo Interculturale
Università degli Studi di Verona (www.csiunivr.eu)

La diversità? E’ una sfida difficile. Molto difficile. Lo studioso Milton Bennett, all’inizio del libro “Principi di comunicazione interculturale” (FrancoAngeli, 2005), ce ne dà un assaggio gustoso. Provate a immaginare i nostri antenati, quelli che abitavano nelle caverne, seduti una sera a mangiare attorno al fuoco. Provate a pensare a un estraneo che si avvicina loro e, con gesti e suoni incomprensibili, comunica qualcosa. Cosa pensate? Pensate che faranno largo e aggiungeranno un posto a tavola, attorno al fuoco, felici di accoglierlo? Oppure gli si avventeranno contro, scacciandolo e battendolo? O resteranno gelati e immobilizzati dalla paura?

Gli psicologi sociali ci insegnano – quale frutto delle loro ricerche – come ci metta a disagio e in imbarazzo, fino al fastidio, il parlare con una persona che male conosce la nostra lingua. Altre ricerche di psicologia sociale ci dicono che anche le persone contrarie al razzismo, e sensibili alla diversità, possono avere reazioni istintive di esclusione, quando si trovano d’improvviso a contatto con qualcuno o qualcosa che non conoscono. Il motivo è presto spiegato: la reazione istintiva, frutto di messaggi non verbali e visivi (o uditivi od olfattivi),  viene prima dell’intervento del pensiero.

Gli stereotipi e i pregiudizi, infine, che sono forme di economie di pensiero, minacciano anche i più illuminati, i progressisti e gli “aperti” all’alterità.
C’è allora da stupirsi se un nostro figlio (o una nostra figlia), dalla pelle più scura o dai tratti somatici differenti, viene “escluso” e trattato come un “diverso” inconciliabile?

La mia non vuole essere affatto una giustificazione. Voglio cercare di spiegare che non serve a nulla “demonizzare” gli stereotipi e i pregiudizi, che per altri aspetti svolgono una funzione importante nella nostra relazione con la realtà; così come è sciocco fingere che non esistano problemi di convivenza fra diversi ed esaltare la diversità fine a sé stessa.

Il problema è come superare quei pregiudizi, attrezzando nostro figlio e nostra figlia per affrontare il disagio, la violenza e l’umiliazione che certi gesti e atteggiamenti provocano in loro. Dall’altro lato, il problema è di trovare la via per “educare” chi ha pregiudizi ad andare oltre le apparenze e ad accettare la diversità.

Io credo che proprio l’educazione, la formazione, la cultura consentano di superare gli ostacoli al rispetto della diversità. L’educazione, la cultura e la formazione mettono in grado i nostri figli di rapportarsi “alla pari” con chi vorrebbe escluderli ponendoli in una condizione di inferiorità. L’apprendimento della lingua, la coscienza delle proprie origini e del proprio passato, la consapevolezza di poter essere oggetto di pregiudizio sono strumenti formidabili nelle mani dei nostri figli per fare in modo di non restarne vittime. Possono consentire loro di evitare – in un “sano evitamento” – le persone e le situazioni che li mettono a disagio; oppure possono consentire loro di ribattere in modo efficace a chi vorrebbe discriminarli, sopraffarli, escluderli.

Nessuno di noi ama essere escluso, in ragione di un qualche incomprensibile motivo, oppure per le caratteristiche fisiche, sociali, economiche e culturali che porta con sé. Ma l’esclusione perde il suo potere destabilizzante, trasformandosi tutt’al più in umana amarezza, nel momento in cui abbiamo modo di ribattere alla pari e di protestare la nostra dignità; e nel momento in cui siamo consapevoli che l’altra persona escludente non ci merita.

Il peggio che possa capitare a un nostro figlio (o a una nostra figlia) è di non avere argomenti da ribattere, di dover rimanere in silenzio o di dover scappare piangente e avvilito. Lo scrittore Cesare Pavese insegnava che “bisogna studiare per fare a meno di quelli che studiano”. Possiamo parafrasarlo, dicendo che “bisogna avere coscienza dei pregiudizi, per fare a meno di chi ha pregiudizi” nei nostri confronti.

Quanto alla “conversione” di chi disprezza la diversità – o di chi, anche in modo inconsapevole, si dimostra escludente, discriminatorio ed affetto da pregiudizi negativi – è bene prima di tutto “studiare l’avversario”. Solo un esame attento di ogni singolo caso, solo un ascolto attento dell’altra persona, solo una visione lucida della situazione, possono permetterci di capire e quindi di intervenire.
Ci permettono soprattutto di scegliere: se evitare pure noi chi osteggia il diverso; o se provare a convincerlo che bisogna andare oltre le apparenze.

Quello che dobbiamo evitare nel modo più assoluto è di chiuderci in noi stessi. O, peggio, di discriminare e criminalizzare coloro che disprezzano la diversità di nostro figlio, trattandoli come un gruppo omogeneo, monolitico e inattaccabile. Saremmo anche noi in preda al pregiudizio e saremmo sciocchi nella nostra chiusura, così come si dimostra sciocco chi crede (anche in buona fede) che la diversità sia una “ricchezza a prescindere”, e che il problema non sussista.

Famiglie imperfette. Mamma Clara: “Non è sempre facile vivere in campagna”

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“Vivere in campagna o vivere in città? Che cosa è meglio per i nostri figli. A mio avviso la campagna espone le vicende familiari al dominio pubblico con una certa facilità. In paese, tutti sanno di tutti. Ciò può creare tensione su una famiglia, come quella adottiva, che già presenta elementi di fragilità alle radici. Come nota positiva, però, il bambino viene accolto nella comunità come figlio di qualcuno che si conosce bene e forse potrebbe diventare più facile l’integrazione. In città le marachelle del figlio si confondono nella massa. I vicini possono sentire le urla e le tensioni in casa, ma difficilmente qualcuno ti viene a chiedere particolari se non sei tu a raccontarglieli. Come nota negativa si amplifica il senso di solitudine. Fare buon viso, sempre, non è salutare, anche se difende dalla curiosità. D’altro lato, però, in città c’è più possibilità di scelta: scelta del gruppo dei pari e di nuove amicizie. Il nucleo più ristretto della campagna porta ad adeguarti agli stili, altrimenti sei fuori e senza alternative.”

Famiglie imperfette. Stefani: “Cos’è carnagione”

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Liberamente tratta da un fatto accaduto a scuola.

 

Arrivo da un paese lontano.

Un giorno mia mamma e papà mi preser per mano

Mi han detto:“Pedrito, un paese nuovo vedrai.

Sarà facile, ti abituerai”.

Inizio in una scuola italiana in un giorno preciso

E tu, caro bambino, mi accogli con un grande sorriso.

Poi una mattina, non la dimenticherò mai

Mi prendi da parte e mi dirai:

“Alla mia festa tu non sei invitato”

“Perché?” chiedo io al tuo tono irritato.

Ecco una scusa pronta per ogni stagione:

“Per la tua carnagione!”

 

Cos’è “carnagione”?

Non conosco questa parola, non so darmi spiegazione.

Tu a scuola parli di pace, di amore e di essere tutti amici

Adesso che cosa mi dici?

 

 

 

 

“Cos’è “carnagione” maestra?”

La signora si avvicina alla finestra

Come ad ammirare paesi lontani

Ci parla di leoni, di tigri e di caimani

Che vivono in climi diversi

Ma sono creature di questo mondo, persi

nella savana, foresta e deserto

Ma figli di un unico Dio, questo è certo!

 

 

Noi uomini ci spostiamo nel mondo

Ma portiamo la traccia della nostra cultura fino in fondo.

La prima cosa che vedi è il colore della pelle

A seconda del cielo del paese di nascita e le sue stelle

Che fa unico ogni bambino nel suo genere

E l’orgoglio di esser nato nero, giallo o meticcio nessuno potrà spegnere.

Famiglie imperfette: ”Avete provato ad essere una famiglia multietnica?”

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Sostengo da sempre che il futuro è delle famiglie multietniche e che le famiglie adottive sono già futuro.

Non mi va, però, di nascondere la difficoltà di essere una famiglia “bicolore”. Le famiglie devono essere accoglienti e insegnare l’accoglienza: giusto! Questi sono discorsi da adulti. Ma come vivono i bambini il loro diverso colore della pelle? Da quello che so i guai grossi cominciano con l’adolescenza. Credo, inoltre che ci sia una diversità di reazione a seconda del temperamento del ragazzo. Mi viene da pensare che un carattere aperto e solare abbia più risorse per superare eventuali “apprezzamenti razzisti” di uno timido e insicuro.

Vi parla una mamma adottiva di una ragazza di 20 anni proveniente dall’America Latina, dalla pelle marroncina, confondibile con i tratti mediterranei delle nostre donne del sud. Eppure il colore della pelle è stato un tema ricorrente alle elementari e ancora di più alle medie. Mi sono sempre chiesta come si sentisse lei, mettendo in ultimo piano i miei credo e convinzioni, pur cercando di fornire tutti gli strumenti per una legittima difesa civile.

Mi rimane comunque il dubbio se sia giusto catapultare un bambino in un’area a rischio.  Possiamo parlarci addosso finchè ci pare ma la sensazione di diversità sono i bambini che la vivono, non noi, forti delle nostre radici.

Chi adotta bambini di altre etnie è giusto che sappia che non è una favola di zucchero filato….che le certezze iniziali lasciano spazio a parecchi dubbi…..che è meglio, secondo me, avere dubbi che certezze assolute.

C’è un altro aspetto e concludo. Ho letto vari commenti sull’argomento e mi sono domandata: a parte i genitori adottivi che sanno di cosa stiamo parlando, pur vivendo esperienze diverse, gli altri si sono chiesti che cosa fanno per rendere l’integrazione di questi bambini più facile? Invitano il bambino scuro al compleanno del figlio? Telefonano alla neo mamma adottiva per sapere come sta? Fanno giocare i loro figli o nipoti con bambini che faticano ad esprimersi o che manifestano certi malesseri attraverso il comportamento?

Credo che il nodo centrale da sciogliere sia: che cosa faccio io, cittadino, per rendere migliore questo mondo?

La sentenza della Cassazione ha avuto il merito di tracciare le linee guida, noi tutti, non solo le famiglie adottive, dobbiamo contribuire al cambiamento.

Famiglie imperfette: “Un’opinione controcorrente sulla sentenza della Cassazione del 2010”

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“La Cassazione lasci stare i bambini” di Alessandro Gilioli, giornalista.

Nel 2010 la Cassazione ha detto no alle coppie che chiedono uno o più bambini in adozione indicando, però, di non essere disponibili a ricevere bimbi di pelle nera o di etnia non europea. Sul web si sono scatenate discussioni evidenziando i pro e i contro sull’argomento. L’articolo di Gilioli, scritto prima della sentenza, esprime un altro punto di vista. E’ giusto parlarne.

« Gonfio di educazione politicamente corretta, di quella casellina, me ne sono quasi indignato. Ma come? Mica siamo al supermarket, che uno sceglie il prodotto. E’ un bambino, e come viene viene. Che brutalità, che schifezza, che idiozia queste caselline.

E invece, l’idiota ero io: ma l’ho scoperto solo con il tempo. Con i corsi al Ciai, con le lunghe chiacchiere insieme agli psicologi che avevano seguito centinaia di adozioni bene o mal riuscite, con i confronti con tante coppie che stavano facendo o avevano già fatto lo stesso percorso. Perché le dinamiche della genitorialità adottiva sono molto complesse, delicate e scivolose: non è una passeggiata, non è un gioco. E – soprattutto – non è in ballo il desiderio di un genitore di avere un figlio, ma il diritto di un bambino di avere una famiglia che l’ama.

Un bambino ha diritto a vivere in una famiglia che si sente pronta a farlo diventare davvero suo figlio. E tu, genitore, dovrai superare con il tuo amore totale il muro della biologia. Dovrai superare con il tuo amore totale il fatto che si sentirà comunque diverso dai compagni di classe o dai cuginetti. Dovrai superare con il tuo amore totale il fatto che un giorno si accorgerà di non avere il tuo colore degli occhi e ne proverà un dolore infinito. Dovrai superare con il tuo amore totale il fatto che la genitorialità adottiva può diventare perfino – quando il figlio sarà adolescente – uno strumento per farti del male, e se tu gli dirai di tornare entro mezzanotte lui ti risponderà: che cazzo vuoi tu che non sei neanche mio padre? (è successo davvero a una coppia che ho conosciuto).

E il diritto del figlio a questo amore totale passa, prima di tutto, attraverso la sua completa accettazione, fin dal primo giorno. Che è un fatto profondamente intimo, privato, ed è il risultato di infinite e contrastanti spinte interiori. Non c’è scritto da nessuna parte che tutti i genitori si sentano pronti o siano capaci di crescere un bambino con una grave malattia. Allo stesso modo non sta scritto da nessuna parte che ogni genitore del mondo – specie una madre – nutra nel profondo del suo animo l’assoluta capacità di accettare e amare totalmente un bambino che, per la pelle di colore diverso, non gli assomiglia per niente.

Potete, se volete, condannare eticamente quel genitore, e probabilmente lo farei anch’io. Ma non potete imporre a un figlio di crescere con un genitore che abbia dentro di sé quelle riserve. Perché fareste davvero del male al bambino, i cui diritti devono invece prevalere su tutto il resto.

Spero proprio che la Cassazione respinga la proposta della procura, perché è una stronzata pazzesca.»

(fonte: gilioli.blogautore.espresso.repubblica.it/2010/04/28/la-decisione-della-cassazione-e-una-stronzata/)

Famiglie imperfette. Un’esperienza americana: “La zona grigia”

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di Debra Monroe – scrittrice statunitense

L’autrice decide di adottare una bambina di colore, ma sin dall’inizio le agenzie preposte a cui si è rivolta la sconsigliano di percorrere questa strada. Durante l’esperienza adottiva continuerà ad incontrare persone che vedono nel colore della pelle la differenza. 

“Vi spiego cos’è una giornataccia. Quando ancora vivevamo in provincia, mia figlia aveva quattro anni e un giorno va all’asilo e due bambine le dissero che gli altri bambini la trovavano brutta. Mia figlia s’inquietò e io le spiegai che esistono le persone cattive, alle quali non bisogna darla vinta, ma che è meglio circondarci di amici che ci trattano con amore e rispetto.

(…) Ci sono momenti in cui il razzismo è sottinteso, tacito. (…) quando penso che mia figlia non è stata invitata a una festa perché i genitori di turno non vedono di buon occhio le amicizie interrazziali sono troppo sospettosa? Paranoica? Ma se invece non prendo la cosa in considerazione e non vigilo sull’amicizia con quel bambino, questo fa di me una di quelle persone che vedono il bicchiere mezzo pieno per sottrarsi alle verità sgradevoli? (…)

Prima di diventare madre, la mia reazione al razzismo era di indignazione mista a sconcerto. Ora la mia indignazione è mitigata dall’istinto di protezione e dal senso pratico: punto al miglior risultato possibile con il minor dispendio di energie. Sto anche cercando di mostrare a mia figlia come difendersi con meno contraccolpi possibili. E siccome mi capita di affrontare o aggirare lo spinoso argomento “razza” una decina di volte all’anno , i miei sentimenti meno filtrati tracimano quando leggo il giornale.

(…) Mentre leggo e guardo giornali e telegiornali per cui la razza fa ancora notizia, non riesco a sottrarmi a minuscoli distorsioni del mio profilo demografico: una donna bianca che reagisce con distaccata perplessità ma anche con feroce istinto di protezione, perché il benessere di sua figlia sta sospeso nel mezzo. Non mi esprimo sull’argomento razza a meno che non sia strettamente necessario: questione di priorità. Ho sottoscritto il patto sociale per cui una discussione approfondita sui residui di razzismo è troppo rischiosa o scortese.

Le mie reazioni alle notizie sono doppiamente segregate. Reagisco come donna bianca e come madre di mia figlia. E le mie reazioni sono anche distinte ma diseguali, nel senso che se in privato ho opinioni nette, pubblicamente – salvo quella volta che ho scorticato viva una che conoscevo a malapena – tengo a freno le mie opinioni, perché è meglio così per entrambe.

Poi però penso al resto della razza (umana) e mi chiedo se sia giusto non dire nulla, o se sia un errore e un gesto di complicità.”

(fonte: Internazionale – 22/06/2012)