La fuga da casa. Darkie, 21 anni: “Alla ricerca della libertà”

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“Da figlio adottivo capisco benissimo il desiderio di fuga: è dettato dall’incomprensione; quando uno si sente così non fa altro che cercare la cosa più istintiva in qualsiasi animale, la libertà. E perchè il 70% delle volte si torna indietro??? Perchè non si è in grado di autogestirsi!! Quindi, ripensandoci su, tutti quelli che sembravano problemi insormontabili, diventano solo fastidi in confronto a una casa calda, un letto, la tv, il computer, ecc…

 Questo però non vuol dire che il problema sia risolto, è stato solo rimandato, messo da parte…ma è solo una bomba ad orologeria, che è pronta a riscoppiare da un momento all’altro se non affrontata alla radice! Come una bomba, puoi tagliare i fili per renderla inoffensiva, ma chiunque può ricollegarla rendendola nuovamente attiva….

 E allora pongo una domanda che feci un po’ di tempo fa a mia mamma sulla quale vorrei che tutti riflettessero: “E’ giusto imporre ad un figlio adottivo di adattarsi ai genitori, o sono i genitori che si devono adattare a lui?”

 So che è una domanda molto arrogante e supponente…ma dato che da ragazzi adottati ci si sente spesso come “merce acquistata o acquisita” (perchè indicati o derisi da coetanei così….) SE TU ACQUISTI UNA MAGLIETTA CHE TI PIACE MA NON TI VA BENE ADDOSSO, LA CAMBI E NE PRENDI UN’ALTRA, NO?“… ecco, allora che ci si sente così, come quella maglietta, ogni volta che facciamo qualcosa che NON VA BENE…e allora ci si chiede: “Perchè mi avete voluto portar via da dov’ero se poi non vi va bene quello che faccio???”

 (fonte: forum AFAIV)

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  1. Molte volte ho riflettuto sull’accettazione delle “diversità” di mio figlio e sono arrivata ad alcune conclusioni, giuste o sbagliate non lo so, ma io ho deciso di applicarle nell’educazione dei mio pequeño.
    Ci sono cose che i nostri figli fanno e che sono evidenti ostacoli al loro benessere e alla loro serenità.
    Prendiamo ad esempio il rispetto di alcune regole base della convivenza civile: dire al proprio figlio di trovare l’energia per rispettare i compagni ed i professori, anche se è inkazzato con il mondo intero perché il mondo intero gli ha fatto un gran male (ed ha tutte le ragioni per essere inkazzato, per altro!), cercare di fargli entrare nella testa che occorre fare uno sforzo e “cambiare” sé stessi in questa direzione, ecco, questo per me non è voler cambiare il proprio figlio perché non corrisponde ai nostri desideri, ma solo indirizzarlo in qualche modo sul cammino che lo renderà più sereno e quindi più felice.
    Purtroppo il mio pequeño fa ancora molta, molta fatica a rispettare gli altri … ed anche sé stesso, ahimé! 😦

    gg

  2. Trovo molto interessante l’intervento di questo ragazzo.

    Nella prima parte esprime il suo disagio adolescenziale, con la premessa “Da figlio adottivo capisco benissimo il desiderio di fuga”, poi fa alcune considerazioni comuni a tutti gli adolescenti concludendo che comunque “l’incomprensione” con i genitori rimane e può esplodere la tensione in qualsiasi momento perchè non è risolto il problema di ”base” … forse intende l’inserimento nella nuova famiglia????

    Penso che l’adolescenza sia il periodo più difficile che una famiglia deve affrontare nel percorso di crescita del proprio figlio, che sia di cuore o di pancia.
    E’ sempre qualcosa che trova impreparati tutti, e si mostra sempre in modo diverso da quello che pensavamo o che ci hanno raccontato amici ed esperti.
    Comunque l’adolescenza, da sempre, porta con sè desideri “liberta” e paure “insicurezze”, con i genitori che vedono avvicinarsi il momento del distacco e dell’autonomia del proprio figlio.
    Indipendentemente dall’essere una famiglia adottiva o non.

    Nella famiglia adottiva, in alcuni casi, la ricerca di sè e la separazione, potrebbero essere più difficili, ma non più “condizionanti” di mille altre componenti che hanno segnato il proprio vissuto.
    Spesso ho notato che i vari componenti della famiglia adottiva “preferiscono” attribuire “l’incomprensione” e “l’incomunicabilità” alla presenza di questo figlio “non naturale” e quindi si sentono legittimare ad arrendersi, alzare le mani e lasciare che le cose vadano avanti senza ulteriore impegno e con la “coscienza” pulita.
    Non è colpa mia, io volevo aiutare questo ragazzo “sono andato a prenderlo in….. con sacrifici economici ed altro….” come a dire che se fosse stato suo figlio “di sangue” sicuramente non si troverebbe in queste difficoltà.
    No i nostri sono “nostri figli”. Punto!

    Nella seconda parte il ragazzo esprime, a mio avviso, una forte sofferenza, per aver vissuto il percorso di crescita in modo estremamente conflittuale per il fatto di essere “adottato”, non riuscendo probabilmente ad acquisire il senso di “appartenenza” alla nuova famiglia e al paese che lo ha accolto.

    Vede se stesso e la famiglia quasi come due componenti “estranee” che devono convivere e quindi darsi delle regole, parla di adattarsi e non di integrarsi, sentirsi famiglia e quindi accettarsi vicendevolmente per quello che siamo e che portiamo come bagaglio del nostro vissuto.

    In questi casi diventa molto difficile parlare di regole, rispetto e impegno, quando ci si sente “merce” e manca il senso di appartenenza con la sicurezza di essere accettati ed amati, i migliori consigli e mille sensati discorsi non possono fare nessuna presa ….. è troppo forte il dolore di sentirsi “merce “ per avere la forza di rispettare chi in un modo o nell’altro non è riuscito a farlo sentire “qualcuno”.

    Proviamo a metterci “nelle scarpe” di questo ragazzo …… cosa è meglio per lui …. Continuare a fargli discorsi sulla responsabilità, rispetto ecc…… o semplicemente prenderlo tra le braccia, stringerlo e stare là con lui e tentare di farlo sentire importante……. almeno per noi?

    Un abbraccio a Darkie
    Enrico

  3. Accettare la diversità non vuol dire accettare il diverso “chiavi in mano”. Noi genitori abbiamo una responsabilità non da poco che si chiama educazione. Educare vuol dire tirare fuori il meglio da una persona. Non si tratta di imporre a un figlio o a una figlia un nostro progetto. Si tratta di fargli o farle esprimere i tesori sommersi che ha nel cuore e nella mente, e che spesso non sa di avere.

    Educazione vuol dire anche insegnare il rispetto delle regole. Vuol dire avere una fiducia cieca e senza confini nelle potenzialità di un figlio. Nel caso del figlio o della figlia adottivi vi sono due problemi non da poco: il fatto che lui o lei (a causa di un passato difficile) non credano in se’ stessi; e la tendenza a considerare congeniti quelli che sono abitudini o atteggiamenti prodotti dall’ambiente. La mania del DNA (nel nostro DNA, nel suo DNA e altre sciocchezze) può fare disastri, facendoci credere che vi sia qualcosa di inappellabile e di immodificabile in un figlio adottivo.

    Occorre insomma una certa flessibilità da parte sia dei genitori che dei figli. Solo la disponibilità a cambiare può aiutarci a gestire i conflitti. Disponibilità da parte del figlio o della figlia, e disponibilità da parte dei genitori. Il mix di amore e dialogo a mio avviso e’ l’unica via per uscirne.

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