Post-adozione. Mamma Blog: “Il pequeño D.O.P (disturbo oppositivo provocatorio)

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“Come prima cosa vi dico che non ci ho messo mica poco ad accettare che mio figlio fosse un ragazzo diverso dagli altri, anzi ci ho messo praticamente cinque anni… ora però ho capito, non ho più dubbi.

Mio figlio è una ragazzo disturbato e il suo disturbo sta nel comportamento.

Lo psico lo ha definito “disturbo oppositivo-provocatorio”.

Quel che complica è che – visto con occhio superficiale – può risultare nell’ordine: cafone, maleducato, arrogante e indisponente. Poi anche illogico, spiazzante, oppositivo a tutti costi e contro ogni logica, astuto nel colpire i punti deboli, a volte aggressivo e violento.

Le conseguenze di questo comportamento deviato sono molteplici:

  • qualità della vita in comune, scarsissima
  • assenza o quasi di amici
  • relazioni con i professori devastate e/o molto complicate
  • relazioni con i parenti (nonni, zii etc) quasi inesistenti.

E’ che non riesco a spiegare al mondo che lui proprio gli strumenti per agire in modo diverso non li ha.

E’ come se da domani mi chiedessero di fare una prova di salto con l’asta… senza darmi l’asta. Già con l’asta avrei delle GROSSE difficoltà perché mai nessuno mi ha insegnato come si salta con l’asta, ma anche se mi decidessi a provare, non saprei come fare perché l’asta  IO NON CE L’HO.

Troppe volte ho visto persone adulte irrigidirsi su posizioni di gioco di forza per “dimostrare” al pequeño “chi è che comanda” e “come si fa a stare al mondo”.

Le stesse persone – di fronte all’insuccesso della tecnica muro-contro-muro – le ho viste girare i tacchi e cambiare aria in fretta.

Fornire l’asta o in alternativa provare ad abbassare l’asta da saltare, spiegando ogni volta cosa e perché lo si sta facendo, per molti – troppi – adulti è segno di debolezza, sintomo del cedere al ricatto di un ragazzino.

In realtà significa dare una mano a chi ha dovuto imparare a camminare, correre, mangiare, parlare, vivere – nei periodi migliori da solo – in quelli peggiori assistito da adulti inadeguati e malati di mente (non trovo altra definizione per certi comportamenti).

Significa aiutare un ragazzo disturbato a trovare gli strumenti per mitigare il suo problema e magari, spero per lui, un giorno risolverlo.”

(fonte: postadozione.bloog.it)

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  1. Ho letto e subito riletto e poi ancora una volta, come felicemente incredula, questo articolo importante, da conservare e da diffondere! Con semplicità e assoluta chiarezza una mamma (una come noi) spiega lo smarrimento, la solitudine e, al tempo stesso, la propria tenacia: la determinazione ad andare avanti, a sostenere ed aiutare il proprio figlio “a trovare gli strumenti per mitigare il suo problema… e magari (risolverlo)”. Parla di un ragazzo “disturbato”, di “disturbo oppositivo-provocatorio”…La diagnosi, a mio avviso, passa in secondo piano e diventa del tutto irrilevante quando siamo noi genitori, da soli, a dover trovare la cura! Anzi, le diagnosi a me fanno decisamente paura, perchè c’è il rischio, mettendo un’ etichetta a questi comportamenti, di considerare “malati” i nostri figli e “sfortunati” noi genitori. Questo articolo aiuta ad aprire gli occhi sul mondo dell’adozione: i problemi di questa mamma, chi più chi meno, sono i problemi di tutti noi!
    Parlare, raccontare le nostre storie ci permette di acquisire una maggiore consapevolezza, di tirare il fiato, di riprendere il cammino.

    • Ciao Fausta, con il tuo commento poni sul tavolo due argomenti fondamentali per le scienze umane, ovvero la “diagnosi” e la “cura”. Per arricchire la discussione vorrei proporre alcune domande e ipotesi che mi sembrano necessarie al momento di voler affrontare una problematica così delicata:

      – Esiste un solo modo per realizzare una diagnosi nella psicologia?
      No, esistono diverse criteri e metodologie per arrivare a realizzare una diagnosi. Il D.O.P. (Disturbo Oppositivo Provocatorio) non è altro che la classificazione di un insieme di “sintomi” secondo dei criteri statistici, ovvero criteri di “somiglianza” su un numero importante di persone che presentano più meno gli stessi comportamenti “fuori norma”. Questa classificazione potrebbe essere utile in funzione delle conseguenze, nel senso che permette di sviluppare delle strategie per cercare di prevedere, anticipare i comportamenti o sintomi secondo quanto è già successo ad altri e provare a mettere in atto quelle che in medicina chiamano le “cure palliative”. Questa classificazione ci dice veramente poco sulle cause del “disturbo”.

      – Per spiegarmi vi propongo un noto esempio: La febbre puerperale.
      Tra il XVIII e il XIX secolo questa malattia uccise centinaia di migliaia di donne dopo il parto. Queste morti apparivano come un vero e proprio mistero. Si cercò in tutti i modi di mitigare i sintomi di questa malattia (dolori all’utero, brividi, cefalea, malessere e inappetenza accompagnati da pallore e tachicardia) con farmaci di tutti i tipi senza risultati positivi. Solo nel 1846 un giovane medico ungherese Ignaz Semmelweis osservò che il padiglione delle puerpere affidato ai medici (che al mattino effettuavano autopsie e al pomeriggio assistevano le partorienti) contava l’11% dei decessi per febbre puerperale mentre in quello gestito solo da ostetriche la mortalità era pari all’1%. Introducendo la semplice regola per i medici di lavarsi le mani prima di avvicinarsi alle partorienti, vide crollare immediatamente la mortalità anche nel padiglione dei medici. La febbre puerperale quindi non era altro che una grave infezione dell’utero provocata dai batteri trasmessi dagli stessi medici alle pazienti e la soluzione era molto semplice: acqua e sapone.
      Ma, sarebbe stato possibile trovare le “cause” di questa malattia se si continuava a cercarla nei sintomi? Probabilmente no. Si sarebbero potuti sviluppare farmaci per i dolori, per i mal si testa, per l’inappetenza, per la tachicardia, ma non per “curare” o “prevenire” la febbre puerperale.

      – Ritengo molto più necessario e allo stesso tempo utile porsi delle domande all’origine per potere costruire e dialogare con la persona (il giovane, il bambino) in funzione di una soggettività che non è, e non può essere, statistica, ma storica in quanto risponde al vissuto e alla sofferenza psichica individuale, all’esperienza personale e non alla media di queste esperienze.

      – In sintesi, la risposta a cosa si deve o non si deve fare con un ragazzo che si oppone a tutto è nella sua storia, nelle relazioni che ha stabilito precedentemente, nei rifiuti che ha dovuto sopportare, nella mancanza di affetto, nelle parole aspettate ma mai dette, nelle figure mancanti o eccessivamente presenti, ecc. Sono consapevole che questa proposta comporta fatica. Probabilmente sarebbe molto più semplice realizzare una diagnosi e proporre una ricetta con delle procedure precise su come comportarsi. Se lo facessi sicuramente sarei giudicato come “un buon psicologo”, ma sono convinto che chi ha scelto di condividere un pezzo di strada con un ragazzo o ragazza che porta con sé un vissuto di sofferenza e vuole stabilire con lui o lei una relazione sincera e profonda non può non farsi delle domande, e pertanto fare fatica.

      Gabriel Munoz
      Psicologo

      • Una delle difficoltà che emerge dalle famiglie è quella di avere una persona di riferimento con cui consigliarsi nei momenti di crisi. Noi, ad esempio, eravamo sollevati quando abbiamo incontrato una psicologa che aveva costruito con ns figlia un buon rapporto. Nei momenti di crisi era la bambina che telefonava alla psicologa e noi sapevamo che c’era il sostegno di un adulto che conosceva il fatto suo.

        La famiglia di solito non chiede soluzioni, ma accompagnamento. Questa funzione, secondo me, qualifica lo specialista di riferimento. Se è in grado di capire il malessere dei genitori e del ragazzo e in qualche modo riesce a mediare, lo considero già un grande risultato.

        Per fare questo, però, secondo me, oltre che allo studio sui libri, ci vuole competenza di vita vissuta. Come dici tu, Gabriel, che hai conosciuto da vicino i bambini di strada, è nel vissuto che si trova la risposta e ci vuole tanta forza e fatica per fare un percorso assieme a questi ragazzi che hanno degli ottimi motivi per diffidare di chiunque.

  2. Ho letto con interesse questo articolo, e mi sembra abbastanza chiaro.
    Premetto che non sono un genitore adottivo ma soltanto il marito di una delle vostre figlie adottive.

    Sono d’accordo con il paragone dell’asta per saltare, ma qual è l’asta giusta per voi? Si, per voi, intesi quali genitori. Per i vostri figli è senz’altro una e una sola ed è un’asta molto lunga ovvero un’asta che ha al suo interno “amore e comprensione”. “Amore” senz’altro ne avrete dato, ognuno a proprio modo. Già il fatto di averli voluti adottare è chiaramente il primo passo d’amore. Per quanto riguarda la “comprensione” mi riferisco al dare comprensione nei vari momenti lunatici dei vostri figli.

    Prima di addentrarmi nello specifico intendo chiarire che quanto esprimo non vuole essere una critica a nessuno, ma deriva da quanto ho appreso stando da dieci anni con mia moglie, adottiva, tra due di fidanzamento e otto di matrimonio, e dall’aver con lei formato una famiglia con figli. La testimonianza che intendo portare deriva da ciò che ho potuto capire grazie agli sfoghi di mia moglie, sfoghi che, talvolta, ma dipende da caso a caso, i vostri figli non hanno il coraggio di menifestare a voi genitori per paura di non essere capiti ed essere giudicati come ingrati.

    Tornando all’argomento principale, posso sicuramente invitarvi a non perdere mai la fiducia nel rapporto con i vostri figli. Soprattutto non dovete abbandonare mai, lasciando che si spenga, quella fiamma di ardore che vi ha spinto al passo iniziale di volere a tutti costi un figlio, arrivando al punto di volerlo adottare. Se siete arrivati a tanto, non credo che lo abbiate fatto solo per il vostro egoismo o per senso di inferiorità rispetto a chi aveva già dei figli. Ritengo che lo abbiate fatto spinti da quel desiderio naturale di voler dare e ricevere amore, specie nell’ambito di una famiglia completa.

    Ovviamente non è facile. E’difficile anche per me che ho due figli miei naturali. Sicuramente non dovete mai dimenticare, come non è possibile per i vostri ragazzi farlo, che i vostri figli hanno vissuto delle realtà difficili già dalla nascita e che hanno formato il loro carattere in maniera tale da essere capaci più degli altri a cavarsela e saper vivere anche da soli. Il vostro compito difficilissimo è quello di far loro capire che la loro sfortuna di essere soli è finita e che ora hanno, in qualsiasi difficoltà, di qualunque tipo essa sia, degli alleati che li difenderanno sempre con le unghie e con i denti, quegli stessi unghie e denti che voi genitori avete usato per raggiungere il vostro scopo di averli nella vostra famiglia. Rimproverateli quando necessario, ma abbiate anche la forza di saperli accarezzare e baciare quando si sentono sconfortati. Questo è ciò che loro intendono per “amore”, non certo il saper dare loro qualcosa di materiale. A loro non serve. I vostri figli vogliono una certezza, quella di sentirsi amati e basta.

    Per quanto riguarda la “comprensione”, secondo me è molto difficile da attuare. Se riuscirete vedrete che saranno pronti a fare quel salto con l’asta raggiungendo il guinness world record . La comprensione è avere il coraggio di sapervi esporre, anche forzando, pur con tatto, i vostri figli a parlare con voi. Con mia moglie, grazie all’amore, ho sempre avuto la fortuna di capire. In fondo basta guardarli negli occhi. Quando era malinconica mi sono mostrato sempre pronto, seppur con insistenza, ad ascoltarla e a chiederle cosa c’era che non andava. Così vedendola piangere, molte volte, sono riuscito a farla sfogare e farle tirar fuori malinconie e paure riguardanti il passato che lei non è mai riuscita a confidare nemmeno ai suoi genitori per paura di essere giudicata male o, meglio, di non essere compresa.

    Dando loro l’amore vero fate acquisire loro sicurezza, ma soprattutto conquistate la loro fiducia. Se siete troppo distaccati, per paura, i vostri figli avranno sempre timore che, confidandovi le loro debolezze e malinconie per il loro paese o passato, voi non possiate capire che vi stanno solo chiedendo di avvicinarvi a loro per avere conforto e affetto più che mai in quel momento. Temono che non possiate capire che la loro testa spesso torna al loro paese, che possiate pensare che non apprezzano ciò che avete fatto o che non vi vogliano bene, e che, pertanto, per loro non siete importanti. Tutt’altro! Lo siete eccome! Vi stanno solo chiedendo la comprensione e l’ennesimo gesto d’amore concreto, semplice, rassicurante, un bacio, un abbraccio, una rassicurazione sul fatto che magari un giorno tutti insieme si andrà a riesplorare quel mondo a loro così caro.

    Riassumendo il tutto credo che l’asta per saltare sia: “Genitori abbiate fiducia nel rapporto con i vostri figli e nell’amore, abbandonando una volta per sempre il concetto di genitore adottivo e sposando soltanto il concetto di genitore e BASTA. Avreste mai dubbi sull’amore nei vostri confronti da parte di un figlio naturale? Io no! Come voi mi avete insegnato adottando, un figlio è un figlio, che sia biologico o meno, e perciò non deve esistere in voi la paura di non essere accettati dai vostri figli perchè se esiste questa paura sappiate che la stessa la trasmettete a loro.”

    Siate, dunque, fiduciosi in voi stessi e date, date, date, date amore ai vostri figli fino alla morte, qualunque cosa accada e qualunque cosa essi facciano o dicano. I figli naturali non sono diversi, ve lo assicuro, perche solo questo dare amore in maniera incondizionata dà il vero senso al passo che avete deciso di fare, L’ADOZIONE.

    Non posso credere, e quì vi provoco con simpatia, che qualcuno abbia adottato un figlio non per amore ma per senso di inferiorità nei confronti del vicino che ha avuto la fortuna di poter avere dei figli naturali e può giocare con loro. Vi è stata data una seconda opportunità concreta grazie a Padre Alceste (sacerdote dell’Ordine della Madre di Dio che ha fatto adottare dal Cile più di mille bambini ndr), sfruttatela bene con amore, comprensione e coraggio, quel coraggio che vi spinge anche a giocare rotolandovi per terra con loro. Come dicono i ragazzi: “NON SIAMO FIGLI ADOTTIVI, SIAMO FIGLI STOP. E COME TALI VOGLIAMO SENTIRCI. AIUTATECI A FARCI SENTIRE FIGLI E SAPREMO SALTARE PIU’ IN ALTO DI TUTTI CON QUELL’ASTA DI AMORE E COMPRENSIONE CHE CI FORNIRETE.”

    Un’ultima provocazione, sempre senza presunzione e malizia, nel post-adozione non date soldi ad uno psicologo, ma date amore ai vostri figli, e, se siete in difficoltà, non abbiate paura di essere giudicati da alcuno, abbiate invece il coraggio di alzare il telefono e chiedere aiuto a chi è passato prima di voi in certe situazioni, seppur diverse ma simili, e cercate di fare tesoro anche dei loro sbagli e/o consigli per raggiungere il vostro obiettivo, uguale a quello dei vostri ragazzi, dare e ricevere amore.

    • La tua testimonianza apre un terzo occhio sulla famiglia adottiva, quello dei mariti/mogli dei nostri ragazzi/e. Ben vengano le interpretazioni come la tua svincolata dal patto affettivo genitori/figli.
      Come dici tu, ogni storia è una storia a sè e non sempre è sufficiente la posizione di ascolto. Senz’altro la tua insistenza ad essere disponibili e presenti “qualsiasi cosa accada” fa riflettere.
      Mi fa pensare ad Erica (Novi Ligure) e suo padre. Lui le è sempre restato accanto….

      • Anch’io ho un bambino con quei sintomi e dopo anni di menzogne da parte degli psicologi, che cercavano in tutti i modi di farti sentire inadeguata come genitore, scoprii proprio che si tratta di “acqua e sapone” ossia un mix di: 1) avvelenamento da metalli pesanti, causato dalla mie otturazioni dentali al mercurio, che è stato rilasciato nel mio corpo e poi su quello del mio bambino durante la gestazione e l’allattamento; 2) gravi carenze di altri metalli essenziali causate anche queste dalla presenza di mercurio che sbarra i normali processi di assorbimento; 3) allergie/intolleranze alimentari. La strada della risalita è lunga ma con l’aiuto di medici che credono nella medicina ortomolecolare (mega dosi di vitamine) se ne esce.

      • Noi de ilpostadozione non abbiamo le competenze per avallare quanto detto da Silvia. Se c’è qualcuno che può approfondire l’argomento è il benvenuto. Potrebbe aiutarci ad affrontare il problema da un punto di vista diverso.

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